Votare no alla “sacrata” riforma
di Carla Filosa
Questa riforma non bisogna più chiamarla della Giustizia, ma riforma della Costituzione. Ci si riferisce qui in particolare all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 30 e 31 gennaio scorso, effettuata dalla Corte Suprema di Cassazione e dalla Corte d’Appello. Per chi non ha seguito con interesse gli eventi fine mese, la solennità della cerimonia inaugurale della magistratura in toga rossa ed ermellino è risultata stridere con il tono tra il risentito e l’aggressivo dell’intervento del ministro Nordio.
In tutte e due le volte alla centralità emersa dell’autonomia e indipendenza della magistratura riaffermata con precisa convinzione sia da Pasquale D’Ascola (1° presidente dell’amministrazione della giustizia) sia dal vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, in Cassazione, come pure in Corte d’Appello, il guardasigilli ha risposto con tono sprezzante e risentito, ma con evidente senso di difficoltà, negando il fine da loro evidenziato della riforma in questione. Il ministro ha espresso sdegno per le “ripugnanti le insinuazioni” – solo parole sue - avanzate sulle “interferenze illecite” relative alla proposta riforma, definendo inoltre “blasfema” – di nuovo citazione – “l’idea che questa possa minare l’indipendenza della magistratura”.
Prima di entrare nel merito, cioè nel contenuto dei punti di rilievo della stessa riforma, si badi in primo luogo all’aspetto più formale, espressivo, linguistico, ed evocatore usato da Nordio. Invece di controbattere sul significato reale dell’”autonomia e indipendenza della magistratura” rivendicato dal presidente D’Ascola quale “non privilegio di categoria, ma garanzia essenziale per l’imparzialità dei giudici e l’eguaglianza dei cittadini, quale caposaldo del sistema costituzionale, ove la costituzione ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale”, il ministro sposta invece l’attenzione sulla propria irritazione derivante da “insinuazioni”, ovvero da intenti di persuasione subdola o frodatrice, ingannatrice, fonte di sospetti; non intelligenza, quindi, volta a comprendere anche le conseguenze dell’assunto in questione, i suoi corollari nascosti, omessi ma presenti. Primo invito all’irrazionale.
Il secondo invito all’irrazionale, ma qui forse si tratta proprio di induzione alla deviazione concettuale dei problemi, l’arrogante definizione di “blasfemia” con cui il ministro ha tacciato l’idea (malsana, nel suo radicato intendimento!) che la riforma attentasse all’indipendenza della magistratura. Per chi non fa caso all’uso delle parole, si prova a rammentare che il termine blasfemo, altrimenti sinonimo della più comune bestemmia, si usa per la denigrazione del sacro, del divino. Che l’evocazione del sacro – riferito alla riforma appena firmata – sia l’interpretazione esatta, lo dimostra anche l’altro riferimento biblico ed evangelico, questa volta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 nel distretto della Corte d’Appello di Napoli. Secondo lui, oltre ad auspicare che “in vista del voto referendario la demonizzazione lasci il posto al confronto civile proprio di una vera democrazia”, si pone necessaria l’equiparazione alla Sacra scrittura o al Vangelo, che ammonisce a “stare vigili perché non conosciamo né il giorno né l’ora” (e, bisogna completare, ‘di quando verrà Cristo’, se qualcuno non lo sa o non lo ricorda; Luca 12,35-40, Matteo 24) per concludere allusivamente che “dunque non vi è alcuna certezza che il 24 marzo 2026 non si scateni l’apocalisse. Ciò di cui sono certo – continua Mantovano – è che se ciò si dovesse verificare non sarà a causa della conferma referendaria della riforma della giustizia”.
Ecco allora, se l’interpretazione è corretta, palesarsi un ardito parallelo tra la citazione di una fedeltà spirituale di una costante vigilanza attiva costituita da fede, preghiera e carità operosa nel riconoscimento del divino nella vita quotidiana come nel suo promesso futuro avvento finale, e la pavida attesa, invece, dell’esito referendario che potrebbe risolversi in una débacle, o clamorosa disfatta da fine del mondo (nell’accezione comune e volgare dell’apocalisse che si ignora significhi invece solo disvelamento!).
Ecco allora che si sfiora un accostamento che ha sì del blasfemo, come minimo dell’incongruente, dato che si tratta solo del venir meno, oppure no, in questo caso, dell’equilibrio della divisione dei poteri nello stato. Ma qui non dobbiamo dimenticare la subalternità culturale dei nostri ultrademocratici riformatori ai libertari teocratici Usa, che usano la religione a fondamento e ispirazione della legge nell’abbandono urgente del liberalismo, guidati da una mentalità cosiddetta apocalittica, cioè catastrofica, in cui confusione e ambiguità sono gli ingredienti politici di un capitalismo che ingloba perennemente materiale umano privato di volontà e pertanto di dignità.
Stabilito che la riforma non ha proprio niente di sacro, semmai di opaco o di oscuro non detto, di mistificante venuto alla luce nel riconoscimento dei discorsi dei vari magistrati tutti coerentemente intervenuti, facciamo allora tutti tesoro del merito dei problemi emersi dalla loro specifica ottica in cui si vorrebbero porre differenti comportamenti e soprattutto orizzonti e visuali che incrinerebbero la vigenza e la vigilanza costituzionale. E adesso ascoltiamo le stesse parole espresse dal presidente della Corte di Appello di Roma Giuseppe Meliadò nella sua relazione: "Il Paese si sta dividendo in questi giorni sui temi della giustizia, ma i problemi veri della giustizia hanno altre coordinate, non riguardano il modello di magistrato, che la Costituzione ha voluto indipendente, senza timori e senza speranze e che tale dovrebbe restare, ma interpellano chi governa il Paese su come assicurare un servizio giustizia efficiente, perché solo attraverso un servizio efficiente si può garantire la credibilità delle istituzioni e la fiducia verso la magistratura". "A Roma – continua – un numero sparuto di magistrati contrasta una criminalità dilagante e migliaia di processi saranno a rischio se non interverranno seri provvedimenti organizzativi per rafforzare la magistratura del distretto, in modo che la stessa possa contribuire a rendere il rischio penale un reale deterrente per una criminalità che, nelle più svariate forme, sempre più si espande a Roma e nel Lazio". Con il dato della criminalità organizzata, che si conferma – ha sottolineato – presente nella città di Roma, ma anche nei circondari di Velletri, Latina, Frosinone e Cassino, si intrecciano i reati in materia di stupefacenti, che meritano una particolare menzione per la qualità del fenomeno criminale e per le forme del tutto nuove con cui si realizzano.
"Il disagio è nato e si rafforza ogni momento perché il dialogo è stato solo promesso, ma è rimasto lettera morta. Lo sforzo è stato solo quello di arrivare alla approvazione della riforma, con testo bloccato, senza intoppi e nel più breve tempo possibile. Tanto è vero che tante iniziative normative, pur importanti, sono state messe su un binario morto, proprio con l’intento di privilegiare, senza se e senza ma, la separazione delle carriere. E poi, Questo è indubbiamente mortificante per la categoria", spiega il procuratore generale della Corte di Appello di Roma Giuseppe Amato, nella relazione dove ha evidenziato "il senso di disagio complessivo che suscita l’iter della riforma. È un disagio forte, cui si accompagna anche una preoccupazione per chi crede a un ruolo alto della magistratura requirente". "Una categoria mortificata è una categoria che può correre il rischio di chiudersi in sé stessa e che, proprio perché separata, può finire con il perdere il senso proprio della posizione di 'parte imparziale'", ha sottolineato. "La separazione delle carriere può porre, a nostro giudizio, il rischio di avere pubblici ministeri 'che cercano la ribalta della notorietà e l’effetto politico degli indizi, piuttosto che la valutazione obiettiva dei comportamenti dei cittadini': pubblici ministeri, cioè, che vedano il momento dell’iscrizione e dell’esercizio dell’azione penale come momento di affermazione di un ruolo di potere, anziché come doveroso e rigoroso adempimento di un servizio", "Non temiamo, allora, che la separazione possa portare alla dipendenza dall’esecutivo del pubblico ministero, anche se è fatto notorio che in molti Paesi dove le carriere sono separate l’accusatore, come è stato detto, 'soggiace' in varie forme a collegamenti con il potere politico. E non lo temiamo perché il Presidente della Repubblica sarà sempre il Presidente del Csm 'separato' dei pubblici ministeri. Ma temiamo il rischio dell’autoreferenzialità della categoria 'separata' dei pubblici ministeri, dimentica dei principi propri della 'cultura della giurisdizione', espressiva di una visione eticizzante del proprio lavoro, e appiattita nell’attività da una malintesa, sempre possibile, distorta applicazione dei principi propri della gerarchia, della vigilanza, della sorveglianza". "Come allora non leggere con preoccupazione la scelta del sorteggio per i componenti togati dei Consigli superiori separati. È una scelta, certamente mortificante ma, soprattutto pericolosa perché il sorteggio, con la sua intrinseca causalità, non è in grado di selezionare figure in grado di approcciarsi con autorevolezza, autonomia e indipendenza, a un ruolo delicato, che implica scelte ordinamentali che non possono improvvisarsi. Un buon magistrato non è detto che sia un buon consigliere: per passione, conoscenze ordinamentali, interesse, autorevolezza".
A corredo di tutto ciò va unito il contributo del magistrato Antonino Di Matteo, Consigliere togato del CSM, sotto scorta dal 1993, che definisce “un presupposto falso il continuo passaggio di funzioni tra giudici e pm”, dato lo 0,1% dei magistrati che lo richiede, ed è per 1 sola volta nei primi 10 anni. I giudici poi non sono appiattiti sulle richieste dei pm, mentre questo è stato invece il timore di chi non accetta il controllo di legalità, soprattutto a partire dal 1994 quando il partito di Berlusconi fu fondato dal mafioso Dell’Utri, con centinaia di milioni all’anno. Sottoporre i pm all’esecutivo era inoltre l’obiettivo della P2 il cui capo dell’organizzazione eversiva che ha finanziato la strage di Bologna, depistato le indagini tra massoni, servizi e destra politica, Licio Gelli, è stato definito da Nordio quello con cui poter avere “opinioni condivisibili”. I paesi in cui tale separazione delle carriere esiste già Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Olanda, mostrano la subalternità del pm all’esecutivo. I costi, inoltre, della duplicazione del CSM triplicheranno, e la magistratura sarà l’unica categoria che non potrà eleggere i propri rappresentanti al CSM, passando dalla patologia del correntismo dei magistrati (da sorteggiare) alla patologia del correntismo politico (i cosiddetti laici) scelti e solo in seguito sorteggiati. Tutto ciò si risolverà nella “definitiva consacrazione di una giustizia a due velocità: spietata coi deboli, permissiva coi potenti”.
Questo lungo riferimento alle stesse parole dei magistrati ha voluto riportare anche il senso di vulnerabilità nei confronti del senso comune, e di una politica lontana da istanze di tutela dei cittadini, in un momento storico in cui anche il diritto internazionale è stato ampiamente abbattuto. Riportare le argomentazioni non vuol dire inseguire un consenso di parte, ma documentare correttamente il significato, il merito di problemi che magari non si conoscono pienamente o che proprio si ignorano. Questo di oggi è solo uno dei punti cardine che la riforma punta a realizzare, ma l’appello minaccioso ai magistrati che Meloni ha rivolto domenica 1° febbraio, in seguito alla manifestazione a Torino di sabato scorso, non lascia dubbi sull’uso antagonista che questo potere esecutivo intende portare avanti nei confronti della magistratura, da rendere organico dopo l’eventuale approvazione della riforma, e trasformandola così in un contropotere. Il senso di questa riforma si chiarisce ulteriormente poi, se si considera che ogni decreto sicurezza, soprattutto questo ancora in cantiere, si nutre di fatti di cronaca esecrabili, e ampiamente sospetti per eventuali infiltrazioni, che puntualmente vanificano la serietà degli obiettivi sociali manifestati, per avvalorare la legalizzazione della repressione sociale da introdurre. La repressione ormai si avvale sempre più di prevenzione e di controllo pervasivo per spaccare, disgregare la comunità nazionale fors’anche rincorrendo il modello Usa attuato in Minnesota. Quando poi la collusione col disegno repressivo proviene dalle code di insulsa violenza alla fine delle manifestazioni, l’occasione magari predisposta diviene la prova evidente della necessità di incremento autoritario dei governi, che hanno modo così di occultare ulteriormente l’erosione sistematica dei diritti di libertà costituzionali, mentre invece si persegue anche così nelle varie forme ricattatorie l’aggiramento dei controlli giudiziari sul proprio operato.
Infine, dopo anni di vilipendio nei confronti di quelle denominate “toghe rosse”, proprio queste altre vere toghe rosse hanno smascherato la strategia di allontanamento della giustizia dall’incremento della corruzione interna alla politica. Quella che si è tentato di separare - continuamente propagandata come magistratura “comunista”, come accusa di corruzione della sua funzione di terzietà, come vendita dell’imparzialità del proprio ruolo istituzionale - si è mostrata invece compatta nel suo insieme, nel rivendicare pienamente la fedeltà alla Costituzione che la riforma vorrebbe invece scardinare.
Ironicamente si potrebbe concludere che le toghe rosse, con e senza ermellino, si sono unite anche nel ricordo dei ben 28 magistrati uccisi per difendere la legalità, mentre a spaccarsi è ora la politica che, una volta dismesse le stragi per ora fuori corso, tenta la via legale solo per imporre la deregolamentazione impunitaria a favore dei propri membri, con la priorità della demolizione costituzionale, che tutti noi cercheremo di impedire al referendum con un NO.









































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