Un meridiano in controluce. Antonio Cantaro e il suo “Amato popolo”
di Onofrio Romano
Ci sono libri che sfuggono a ogni tentativo di classificazione, che rifiutano di farsi “mettere a posto” negli scaffali del pensiero ordinato e che chiedono piuttosto di essere attraversati come si attraversa un paesaggio accidentato, dove ogni passo produce un attrito permanente con il presente. Il libro di Cantaro appartiene a questa rara specie (Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma 2025): si offre come una lente che costringe lo sguardo a sostare nel punto più oscuro del nostro tempo, là dove la democrazia non muore per mano di un golpe spettacolare, né crolla in diretta televisiva producendo il frastuono a cui siamo abituati, ma semplicemente si sfalda, evapora in una dissolvenza lenta e silenziosa.
Cantaro rifugge da quella neutralità che spesso maschera l’indifferenza intellettuale. Al tempo stesso, egli si tiene accuratamente a distanza dalla retorica dell’agit-prop da studio televisivo, da quella indignazione prêt-à-porter che costruisce altari dell’Apocalisse dove officiare la liturgia del “siamo alla fine” per poi chiudere la pratica. Il lavoro che Cantaro compie è più scomodo e rischioso: si muove sul filo di un ossimoro che una certa tradizione culturale italiana ha saputo reggere con equilibrio precario, quell’ossimoro per cui emancipazione e radicamento, tradizione e progresso, conservazione e trasformazione non costituiscono coppie da separare in campi contrapposti, ma rappresentano tensioni da tenere insieme nella loro contraddizione produttiva. Soltanto dalla tensione, soltanto tenendo fermo l’ossimoro senza cedere alla tentazione di risolverlo in una sintesi prematura, la vita può generare senso e assumere quello spessore che le impedisce di ridursi a mera sopravvivenza.
Per questo Cantaro è un autore autenticamente “meridiano” (Cassano docet), ma senza alcuna concessione al sentimentalismo identitario. La sua postura intellettuale discende da una linea lunga e mai pacificata – da Machiavelli a Leopardi, da Gramsci a Pasolini – che non ha mai scambiato la liberazione con lo sradicamento, né la critica del potere con l’odio per le istituzioni, né il progresso con la cancellazione di ciò che resiste.
Meridiano è chi ha imparato che la storia non procede per igienizzazioni successive, ma avanza attraverso conflitti interni, impasti ambigui, travasi continui tra luce e ombra.
Il titolo stesso, Amato popolo, si configura come un pugno ben calibrato contro una caricatura diventata dominante. Amare il popolo è diventato sospetto, parlare di popolo suscita imbarazzo nel migliore dei casi e accuse di reazionarismo nel peggiore, eppure la provocazione di Cantaro si presenta con una limpidezza che costringe a fare i conti con un paradosso insostenibile: il vero scandalo del nostro tempo non risiede nell’eccesso di popolo, ma nella sua sparizione, una sparizione che fa della democrazia un guscio vuoto capace di funzionare perfettamente come macchina, mentre al suo interno non c’è più nessuno.
La parola che organizza l’intera architettura del libro è ancora più sospetta: “sacro”. Cantaro la usa in un senso che merita di essere preso sul serio proprio perché rifiuta ogni tentazione consolatoria. Il sacro qui non è l’altare dove si celebrano liturgie religiose, ma quella riserva di senso che rende possibile la vita comune, il filo invisibile di fiducia che lega i potenziali estranei impedendo al conflitto di scivolare immediatamente nel disprezzo reciproco. In altre parole, il sacro costituisce la “seconda pelle” di una democrazia, quella che non sta scritta nelle procedure formali ma vive nelle forme di vita, nei riti civili, nelle memorie condivise, nella percezione collettiva che esista qualcosa che valga più della circolazione infinita del profitto e dell’ego.
Qui Cantaro tocca un nervo scoperto con un gesto che oggi appare quasi impensabile: una difesa non retorica delle istituzioni, condotta come consapevolezza tragica piuttosto che come apologia. Senza istituzioni la vita diventa impossibile, e le istituzioni, come diceva Pasolini, sono anche commoventi perché accolgono, danno protezione, consentono ai diversi di riconoscersi in una casa comune. Cantaro rifiuta di scambiare la critica con l’odio, e questa distinzione è diventata oggi un punto di rottura decisivo in un panorama intellettuale abituato a due estremi speculari: l’istituzionalismo tecnocratico che venera procedure e vincoli come dogmi indiscutibili, e l’antistituzionalismo performativo che immagina un’auto-sostenibilità della vita nuda. Cantaro prova a stare altrove, nel punto scomodo dove le istituzioni vanno criticate perché deformate e difese perché necessarie.
L’asse portante del libro si regge su una lettura del presente come campo attraversato da due dinamiche che sembrano opposte ma che in realtà si co-producono. Da un lato opera la dismisura neoliberista: una macchina che deve dissolvere sistematicamente tutto ciò che aggrega, producendo non solo diseguaglianza ma vera e propria scomposizione sociale. Questa macchina abolisce la sovranità collettiva disfacendo il demos, riducendo il popolo a somma di monadi in competizione permanente. Il politico viene svuotato a favore del tecnico, la decisione si trasforma in ottimizzazione algoritmica, l’orizzonte si restringe alla gestione molecolare. La democrazia resta un guscio procedurale perfettamente funzionante mentre il suo contenuto sostanziale – il popolo come soggetto attivo – si polverizza.
Dall’altro lato emergono, come risposta a questo vuoto, le derive populiste e neo-sovraniste. Il populismo, nella sua promessa originaria, nasce come denuncia legittima dell’espropriazione della politica, dell’umiliazione sociale diffusa, della frattura tra istituzioni formali e vita reale. Nella sua degenerazione più diffusa, tuttavia, finisce per essenzializzare la comunità solidificandola in senso regressivo, trasformandola in feticcio identitario. La sovranità rinasce come talismano magico piuttosto che come capacità effettiva di autogoverno democratico.
L’ipotesi decisiva – e una delle più convincenti dell’intero libro – è che queste due forze apparentemente antagoniste si alimentino vicendevolmente in un circolo vizioso. Il neoliberismo genera il proprio rovescio plebiscitario, nel suo stadio terminale si trasforma in tecno-populismo, disintermediazione digitale, decisionismo declinato in pura performance mediatica. Il populismo, a sua volta, diventa spesso la forma emotiva attraverso cui il neoliberismo può continuare a governare indisturbato: offre identità come compensazione psicologica mentre la struttura materiale di sfruttamento resta intatta. È una danza di specchi dove il populismo promette di restituire il popolo ma finisce per istituire soltanto il suo simulacro.
Un altro tratto attraversa Amato popolo spiegandone la forza persuasiva: Cantaro unisce sapere e “sentire” senza confondere emozione e argomentazione, ma rifiutando quella conoscenza fredda, asettica, distaccata dal reale, che guarda la società come un entomologo guarda gli insetti. La conoscenza che Cantaro pratica sta invece dentro il fuoco dei processi sociali, come forma di partecipazione consapevole allo spessore tragico del tempo presente. Quando Cantaro parla di Università burocratizzata, di scuola svuotata di conoscenza reale, di salotti televisivi trasformati in arene gladiatorie, descrive la trasformazione della cultura in apparato di neutralizzazione: una cultura che invece di creare popolo lo rende audience passiva.
Cantaro ricorda una verità sistematicamente rimossa: la democrazia moderna non è mai stata soltanto rappresentanza parlamentare fondata sul dibattito razionale. È stata anche investitura personale, identificazione emotiva col leader, carisma. L’elemento plebiscitario non costituisce una patologia recente, ma una componente strutturale delle democrazie di massa che può essere governata attraverso mediazioni istituzionali oppure lasciata degenerare in pura personalizzazione del potere. Il problema non risiede nella forma di governo più o meno autocratica, ma nel fatto che la società ha progressivamente perso tutte quelle stazioni intermedie capaci di trasformare la moltitudine disaggregata in popolo organizzato e consapevole.
Nella fattispecie italiana, Cantaro rifiuta la consueta scorciatoia che identifica ogni manifestazione autoritaria con il ritorno del fascismo storico. Lo fa perché sa perfettamente che l’inflazione dell’analogia storica produce cecità politica: se tutto diventa fascismo, alla fine niente lo è davvero, e intanto il progetto concreto di trasformazione istituzionale passa quasi inosservato. La sua tesi si fa più sottile e perciò stesso più inquietante: non siamo davanti alla copia fedele del fascismo storico, ma al consolidamento di una forma politica plebiscitaria, personalizzata, verticalizzata, che era già in incubazione da decenni e che ora cerca un sigillo istituzionale definitivo. Premierato e autonomia differenziata diventano gli strumenti formali per certificare e rendere irreversibile una trasformazione che la “Costituzione vivente” aveva già ampiamente preparato. Il punto urticante è che questo processo non rappresenta un meteorite caduto sulla sinistra dall’esterno, ma costituisce anche il risultato delle sue ambiguità storiche, delle sue conversioni alla governance tecnocratica, del suo leaderismo praticato e al contempo ipocritamente sconfessato (leggasi: l’entusiasmo per le elezioni dirette di segretari di partito, sindaci e presidenti di Regione).
Il libro prende dunque sul serio il fenomeno populista invece di liquidarlo con disprezzo morale. Cantaro ripete, con piena ragione, che il populismo non si batte brandendo il moralismo elitario, ma va compreso nella sua genesi come sintomo eloquente del vuoto creato dalla dissoluzione neoliberista del legame sociale. La retorica che contrappone “fatti contro fake news”, “competenza contro ignoranza”, “Europa contro barbari” non funziona più perché non parla all’esperienza vissuta dalle persone in carne e ossa: precarietà, umiliazione sociale, invisibilità pubblica. Cantaro sa perfettamente che la politica non è soltanto argomentazione razionale, ma è innanzitutto riconoscimento reciproco, capacità di vedere e farsi vedere. Sa anche che il popolo non è un dato naturale che preesiste alla storia, ma una costruzione storica faticosa e sempre provvisoria.
E tuttavia, proprio perché il libro dimostra una forza argomentativa considerevole, va interrogato anche nei suoi limiti costitutivi. Cantaro propone all’orizzonte il recupero di un sacro civile fatto di verità pubblica condivisa, memoria collettiva, fraternità istituzionale, cultura popolare, linguaggio chiaro. Si tratta di una formula che colpisce perché sembra al tempo stesso ovvia e impossibile. Che cosa può significare tutto questo in concreto, tradotto in prassi politica quotidiana? Come si fa a rimettere il dentifricio nel tubetto?
Il problema è la sproporzione evidente tra la potenza della diagnosi e le possibilità concrete di intervento: la ricostruzione del popolo come soggetto democratico appare un gesto quasi prometeico. Chi dovrebbe compierlo? Con quali strumenti? Attraverso quali conflitti sociali reali? Con quali soggetti organizzati?
Chi la risuscita la Costituzione-programma? Questa domanda pesa come un macigno. Perché sì, recuperare la Costituzione italiana come piano di trasformazione è assolutamente necessario, ma significa anche parlare una lingua che molti hanno disimparato. La Costituzione italiana si è inabissata nel gorgo dell’ordoliberalismo europeo, spesso con l’appoggio entusiasta delle forze politiche eredi di quelle che l’avevano scritta col sangue della Resistenza. L’ossimoro qui non è soltanto teorico: è storico, incide nella carne viva dei processi politici reali.
Da qui emerge la domanda più cattiva e necessaria: quali forze sociali e politiche potrebbero realisticamente ribaltare la devastazione antropologica degli ultimi quarant’anni? Non si vedono all’orizzonte. E non basta “capire” intellettualmente il populismo; serve un soggetto politico-sociale nuovo capace di costruire popolo senza trasformarlo in feticcio tribale. Serve organizzazione materiale, conflitto sociale reale, istituzioni nuove da inventare o vecchie da rifondare radicalmente. Ma il soggetto oggi è completamente smontato, polverizzato in mille rivoli che non comunicano più tra loro.
Qui forse Cantaro potrebbe spingersi ancora oltre. Perché il popolo si è inabissato? È stata soltanto violenza esterna? Oppure c’è stato anche un esaurimento interno delle forme storiche di organizzazione, delle promesse emancipative che non si sono realizzate, dei linguaggi politici consumati? Se prendiamo davvero sul serio l’idea che il popolo va costruito storicamente, dobbiamo prendere sul serio anche l’idea che esso possa dissolversi, e che questa dissoluzione sia l’esito di un processo di logoramento interno delle mediazioni sociali, di svuotamento volontario di partiti e sindacati, di perdita progressiva di un ethos comune. Una Costituzione-programma non vive da sola sospesa nell’aria rarefatta dei principi astratti: vive incarnata in forze sociali reali, in movimenti organizzati, in pratiche quotidiane di solidarietà e conflitto.
Eppure, proprio qui sta il merito decisivo di Cantaro: egli non ci offre una soluzione bell’e pronta, che sarebbe con tutta probabilità una bugia consolatoria, ma pone finalmente la questione giusta con la radicalità necessaria. Oggi molti intellettuali progressisti oscillano sterilmente tra tecnocrazia morale e antifascismo meccanico. Cantaro rompe decisamente entrambe queste false alternative. Dice con chiarezza: il problema fondamentale è la scomparsa del popolo come soggetto della democrazia; il problema è la perdita del sacro civile; il problema è l’infantilizzazione progressiva delle masse e la trasformazione della politica in management tecnocratico o in plebiscito permanente.
Se tutto questo diventasse finalmente coscienza collettiva condivisa – soprattutto tra gli intellettuali e tra le forze che ancora si dicono “di sinistra” – saremmo già a metà dell’opera: una diagnosi condivisa che faccia da terreno comune per ogni prassi trasformativa futura. Senza diagnosi condivisa non c’è nemmeno la possibilità di un conflitto orientato verso obiettivi comuni: c’è soltanto rumore indistinto, polemica sterile, frammentazione impotente. Cantaro non ci dà un alibi rassicurante, ma ci dà un nome preciso per la ferita che attraversa il corpo della democrazia contemporanea. E dare un nome alla ferita, renderla visibile, è già un passo decisivo oltre la paralisi.
Il sacro che manca non si può recuperare come fosse un oggetto smarrito. Va interamente reinventato, costruito dal basso a partire da ciò che resta ancora in piedi, dalle macerie sul terreno, dalle parole che possono ancora significare qualcosa di reale prima di trasformarsi definitivamente in marketing vuoto o in insulto da social network.
Amato popolo fa esattamente quello che dovrebbero fare i libri necessari in un’epoca di crisi: non consola con false speranze, ma ti obbliga a guardare senza schermi protettivi il punto esatto in cui siamo precipitati. E a capire finalmente che la vera sconfitta storica non consiste nel perdere un’elezione o nel vedere l’avversario politico conquistare il governo: la vera sconfitta consiste nel perdere la possibilità stessa di costruire un “noi” democratico, non regressivo, non feticistico, che sia forma di vita piena e non un vacante simulacro di comunità.









































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