Il referendum che Trump ha voluto, e ha perso
di Mario Sommella
Caro vita, guerra all’Iran, tagli alla sanità e un diluvio di denaro miliardario: il voto di metà mandato del 3 novembre consegna ai Democratici Camera e Senato. È la sconfitta politica del trumpismo, non ancora del sistema che lo ha reso possibile.
Il 25 ottobre, dal palco di Port Huron, in Michigan, il presidente degli Stati Uniti ha storpiato per l’ennesima volta il nome di un cittadino americano nato e cresciuto in quello Stato. Lo chiamava «Mohammed», lo definiva un jihadista, sosteneva che sarebbe stato l’unico senatore costretto a passare sotto un metal detector per entrare in aula. Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo, figlio di una famiglia emigrata dall’Egitto, rispondeva che Trump poteva pronunciare il suo nome come gli pareva, tanto dopo novembre avrebbe dovuto chiamarlo senatore. Nove giorni dopo, nella notte tra il 3 e il 4 novembre, El-Sayed ha battuto il repubblicano Mike Rogers ed è diventato il primo musulmano eletto al Senato nella storia degli Stati Uniti.
In quella vittoria c’è quasi tutto il senso di queste elezioni di metà mandato. C’è un presidente che ha trasformato il voto in un plebiscito su se stesso e lo ha perso. C’è un linguaggio d’odio che non ha pagato. E c’è una domanda che riguarda anche noi, dall’altra parte dell’Atlantico: che cosa succede quando milioni di persone, schiacciate dai prezzi, dalla guerra e dai tagli ai servizi, decidono di usare l’unica arma che resta loro in mano?
1. I numeri di una disfatta annunciata, ma più larga del previsto
Prima i fatti, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora in corso di conteggio. Secondo le proiezioni di Associated Press, CNN, CBS e NBC, i Democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Al Senato, dove i repubblicani partivano da un vantaggio di 53 seggi a 47, il Partito democratico ha strappato sette seggi all’avversario: il North Carolina con Roy Cooper, l’Ohio con Sherrod Brown, l’Iowa con Josh Turek, il Kansas con Adam Hamilton, il South Carolina con Annie Andrews, il Texas con James Talarico e il Maine, dove Troy Jackson ha chiuso quasi trent’anni di mandato di Susan Collins. Nella notte l’Associated Press attribuiva ai Democratici almeno 53 seggi. Alcune corse restano aperte, a cominciare dal Mississippi, dove con il 98 per cento delle schede scrutinate il democratico Scott Colom precedeva la senatrice uscente Cindy Hyde-Smith di appena 28 voti.
Alcuni risultati hanno il peso della storia. In Texas Talarico ha sconfitto il procuratore generale Ken Paxton con il 55 per cento dei voti: un democratico non vinceva un seggio senatoriale nello Stato dal 1988. In Kansas il Partito democratico non conquistava quel seggio dal 1932. Alla Camera la soglia dei 218 seggi è stata superata nella mattinata europea, e le stime di NBC News parlano di almeno 255 deputati democratici nel prossimo Congresso, un dato da maneggiare con prudenza finché lo spoglio non sarà concluso. Secondo Time, è appena la quinta volta dal dopoguerra che un partito ribalta entrambe le Camere in un voto di metà mandato.
Non tutto è andato nello stesso verso. In Florida la repubblicana Ashley Moody ha mantenuto il seggio contro Angie Nixon, socialista democratica di Jacksonville che in agosto aveva vinto le primarie contro un avversario capace di spendere sedici volte più di lei. Ma proprio in Florida è fallito il ridisegno dei collegi voluto dal governatore Ron DeSantis e incoraggiato da Trump: Kathy Castor, Jared Moskowitz e Pia Dandiya hanno vinto in distretti ritagliati apposta per farli perdere. Lo stesso è accaduto altrove, a partire dal Texas, dove la scommessa repubblicana sul voto latino si è rovesciata: molti di quegli elettori, conquistati da Trump nel 2024, sono tornati a votare democratico.
2. Un plebiscito chiesto e perduto
Trump non era sulla scheda, ma ha fatto di tutto per esserci. Il 9 settembre, a Dallas, aprendo la prima convention repubblicana mai organizzata in un anno senza elezioni presidenziali, un evento ideato da lui in ogni dettaglio, ha chiesto agli elettori di comportarsi come se il suo nome fosse stampato sulle schede. Dallo stesso palco ha promesso un «dividendo» di cinquemila dollari per ogni cittadino adulto in caso di vittoria repubblicana. Ha ripetuto l’appello fino alla vigilia del voto.
Gli americani lo hanno preso in parola. Quando il risultato è diventato chiaro, il presidente ha cambiato copione: su Truth Social ha scritto di non essere stato sulla scheda e che, se ci fosse stato, avrebbe vinto a valanga. Poi, al New York Times, si è detto pienamente disposto ad accettare l’esito e a lavorare con i Democratici. Appena una settimana prima la sua disponibilità era condizionata al fatto che le elezioni fossero «oneste», la formula con cui per mesi aveva tenuto aperta la porta alla contestazione. L’ampiezza della sconfitta ha chiuso quella porta, almeno per ora.
Il gesto più eloquente è arrivato poco prima della mezzanotte di Washington: l’immagine di un cappellino rosso del movimento MAGA con una sola parola stampata sopra, «VETO». Nelle stesse ore, intervistato da CBS, Trump si era detto pronto a diventare «Mister Veto» e a usare i suoi «enormi» poteri esecutivi, richiamando le sentenze con cui la Corte suprema ha allargato l’autorità presidenziale. È il programma dei prossimi due anni: un presidente che governa per decreto e respinge le leggi del Parlamento eletto. Per superare un veto servono i due terzi di entrambe le Camere, numeri che i Democratici non hanno.
3. Il prezzo della benzina e il prezzo della guerra
Dietro la disfatta non c’è alcun mistero. C’è il costo della vita. Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di abbassare i prezzi; li ha visti salire. I dazi hanno pesato sul carrello della spesa, e la guerra contro l’Iran, condotta insieme a Israele dalla fine dell’inverno, ha fatto il resto: con lo Stretto di Hormuz in larga parte bloccato, il carburante è schizzato verso l’alto e ha trascinato con sé tutto il resto. Già a marzo i sondaggi registravano il giudizio sul presidente in materia di costo della vita sceso a 41 punti sotto lo zero, e una netta maggioranza di elettori indipendenti contraria all’intervento militare.
Gli exit poll di CBS News descrivono un elettorato che si sente più povero: chi dichiara che le proprie finanze sono peggiorate è più del doppio di chi le vede migliorate. Circa nove elettori su dieci indicano la corruzione nel governo come fattore importante del proprio voto, quasi alla pari con il carovita. E Trump si avvia a toccare il gradimento più basso mai misurato per un presidente in un voto di metà mandato. Non sono astrazioni statistiche. Sono il pieno di benzina che a fine mese non entra più nel bilancio familiare, la spesa ridotta all’essenziale, l’affitto che si mangia lo stipendio.
Il presidente ha continuato a raccontare una guerra vinta e un’economia in salute. La crescita c’è, e la Borsa corre. Ma una crescita che arricchisce chi possiede azioni mentre chi lavora fa i conti con prezzi e bollette non è prosperità: è la fotografia di un modello che concentra i benefici in alto e scarica i costi in basso. Il voto del 3 novembre è, prima di tutto, la ribellione di chi paga.
4. Sanità: dove il trumpismo ha toccato la carne viva
C’è un filo che attraversa quasi tutte le vittorie democratiche più sorprendenti, ed è la sanità. Nel 2025 la maggioranza repubblicana ha approvato la grande legge di bilancio voluta da Trump, che sottrae circa mille miliardi di dollari in dieci anni al Medicaid, il programma pubblico per le persone a basso reddito e con disabilità, per finanziare sgravi fiscali che premiano soprattutto i redditi più alti. A gennaio sono scaduti i sussidi che rendevano accessibili le polizze dell’Affordable Care Act, e per il 2027 le compagnie assicurative hanno chiesto aumenti mediani dei premi intorno al 15 per cento.
Il conto non è ancora arrivato per intero. Le parti più dure della riforma scattano dopo il voto: dal 1° gennaio 2027 gli adulti rientrati nell’estensione del Medicaid dovranno dimostrare ottanta ore al mese di lavoro o di attività equivalenti, con verifiche dell’idoneità ogni sei mesi. Chi conosce la burocrazia del welfare sa che cosa significa: persone malate, caregiver, lavoratori precari che perdono la copertura non perché non ne abbiano diritto, ma perché si smarriscono tra moduli e scadenze. In Iowa Turek ha fatto campagna promettendo di restituire i fondi ai circa 110 mila residenti che rischiano di perdere l’assistenza. In New Jersey si stima che fino a 330 mila persone possano essere escluse dal programma statale.
In Michigan El-Sayed ha vinto difendendo apertamente il Medicare for All, una copertura pubblica universale senza premi né ticket: qualcosa di molto vicino a ciò che la nostra Costituzione, all’articolo 32, chiama tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Non è un dettaglio. In un Paese dove per decenni la sanità pubblica è stata dipinta come socialismo da respingere, una campagna costruita su quel principio ha vinto in uno Stato industriale e operaio, con i lavoratori dell’auto del sindacato UAW al suo fianco nell’ultimo comizio di Detroit.
5. I miliardari hanno perso una scommessa, non la partita
Queste sono state le elezioni di metà mandato più costose della storia americana. Secondo il Brennan Center for Justice, la spesa dei super PAC e degli altri gruppi esterni ai partiti aveva raggiunto due miliardi di dollari già a fine settembre, con un aumento del 51 per cento rispetto al ciclo precedente al netto dell’inflazione. Il New York Times ha stimato che i venti maggiori donatori, da soli, abbiano messo sul tavolo circa due miliardi. In cima alla lista c’è Elon Musk, che secondo le diverse stime ha versato tra i 366 e quasi 450 milioni di dollari per eleggere candidati repubblicani, più di qualunque donatore nella storia moderna degli Stati Uniti.
Oltre 200 milioni, secondo il New York Times, sono stati concentrati su un solo uomo: Ken Paxton, il candidato scelto da Trump in Texas, procuratore generale inseguito per anni da scandali. Paxton ha perso. La mattina dopo Musk ha commentato con una battuta sui data center nello spazio. È un’immagine che vale più di molte analisi: l’uomo più ricco del mondo che compra una campagna elettorale e scopre che, almeno questa volta, gli elettori non erano in vendita.
Sarebbe però ingenuo trasformare questa scena in una favola a lieto fine. Il denaro non ha smesso di comandare: ha soltanto perso una scommessa. I grandi finanziatori vengono dagli stessi settori che stanno ridisegnando l’economia, la tecnologia, la finanza, le criptovalute, il gioco d’azzardo, e il denaro opaco, quello di donatori che restano anonimi, ha superato il miliardo di dollari. Anche i Democratici hanno i loro mecenati, come il fondatore di LinkedIn Reid Hoffman, che ha versato 11,5 milioni al super PAC schierato con Talarico, e le loro reti di fondi senza nome. Il super PAC dell’AIPAC, la principale lobby filoisraeliana, è entrato nel ciclo elettorale con 96 milioni in cassa. Il sistema che consente a un pugno di patrimoni privati di pesare quanto milioni di elettori è uscito dalle urne intatto.
6. La retorica dell’odio e il Paese che l’ha respinta
Contro El-Sayed Trump ha usato l’intero arsenale dell’islamofobia: lo ha chiamato jihadista, lo ha accostato ai dirottatori del volo United 93 dell’11 settembre, ha invitato gli elettori ebrei a non votarlo, ha scherzato sul fatto che chiamare «Mohammed» chiunque venga da quella parte del mondo significhi indovinare il 64 per cento delle volte. Contro Talarico, seminarista presbiteriano, ha alternato l’accusa di essere vegano, falsa, a quella di credere in «sei generi», fino ai gesti e alle allusioni sessuali dal palco di Corpus Christi che perfino un conduttore televisivo conservatore come Joe Scarborough ha giudicato impossibili da mandare in onda al mattino.
Gli elettori hanno risposto. El-Sayed ha vinto. Talarico ha vinto. In New Hampshire Chris Pappas diventa il primo uomo dichiaratamente gay eletto al Senato e, secondo The Advocate, la terza persona apertamente LGBTQ+ nella storia della Camera alta dopo Tammy Baldwin e Laphonza Butler. In Georgia Keisha Lance Bottoms è la prima donna afroamericana eletta alla guida di uno Stato. Alla Camera, se il nuovo gruppo lo eleggerà come previsto, Hakeem Jeffries sarà il primo speaker nero della storia americana.
Non è la vittoria del politicamente corretto, come scriveranno i commentatori della destra. È qualcosa di più semplice e più profondo: la maggioranza del Paese ha rifiutato l’idea che la cittadinanza dipenda dal nome, dalla fede o dal colore della pelle. Il Quattordicesimo emendamento lo afferma da un secolo e mezzo, la nostra Costituzione lo scrive all’articolo 3. Che sia servito un voto per ricordarlo al presidente degli Stati Uniti misura la profondità della crisi democratica americana.
7. La prova che attende i Democratici
Ora il Partito democratico ha in mano gli strumenti per bloccare le nomine del presidente, aprire indagini sull’amministrazione, condizionare il bilancio, scrivere leggi che Trump potrà soltanto respingere. C’è già chi evoca un terzo impeachment, ipotesi che per il momento resta tale. Il punto vero è un altro: che cosa farà la nuova maggioranza del mandato ricevuto.
I segnali sono contraddittori. Da una parte la sinistra del partito esce rafforzata: la vittoria di El-Sayed, la rielezione di Alexandria Ocasio-Cortez, una candidata socialista come Nixon capace di rendere contendibile lo Stato simbolo del trumpismo, l’impegno dei vertici della Camera a cancellare i tagli al Medicaid e a ripristinare l’assistenza alimentare. Dall’altra lo stesso Talarico, appena eletto, ha teso la mano alla Casa Bianca proponendo di collaborare sulle promesse del movimento MAGA, dalla casa alla sanità. E non si vede ancora, nella leadership democratica, una critica di fondo all’economia di guerra né al modello di finanziamento che lega il partito ad altri miliardari.
La storia recente ammonisce. Nel 2006 i Democratici conquistarono Camera e Senato sull’onda del rifiuto della guerra in Iraq, e la guerra continuò per anni. Una vittoria costruita sulla rabbia sociale può ridursi all’alternanza tra due gestori dello stesso sistema, se non diventa scelte concrete che spostano ricchezza e potere verso chi lavora, chi cura, chi si ammala.
8. Perché questo voto riguarda anche noi
Per l’Europa e per l’Italia il voto americano non è uno spettacolo lontano. Il governo italiano ha legato la propria collocazione internazionale al rapporto personale con Trump, ha subito i dazi senza una vera risposta e ha sottoscritto all’Aia, nel giugno 2025, l’impegno della NATO a portare la spesa militare verso il 5 per cento del prodotto interno lordo. Sono scelte che si pagano con la sanità pubblica, con la scuola, con la cura delle persone non autosufficienti. È la stessa equazione che gli elettori americani hanno appena respinto: più armi e più profitti per pochi, meno diritti per tutti.
L’articolo 11 della nostra Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Negli Stati Uniti nessuna carta lo dice con queste parole, eppure milioni di persone hanno votato contro una guerra che hanno sentito, prima ancora che ingiusta, come qualcosa che entrava nelle loro case attraverso il prezzo del pane e della benzina. È una lezione che la sinistra europea farebbe bene a studiare: quando la critica alla guerra e alle diseguaglianze parla della vita concreta delle persone, smette di essere minoranza.
Il 3 novembre l’America non ha rovesciato il sistema che ha prodotto Trump. Ha fermato, per ora, il suo interprete più pericoloso. Resta aperta la domanda decisiva dei prossimi due anni: chi raccoglierà questa rabbia, una politica capace di trasformarla in diritti, o la prossima versione, magari più abile, dello stesso veleno?














































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