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socialismo2017

Discutendo di alleanze e dintorni

di Mimmo Porcaro

Senzanome21Il mio ultimo post su Socialismo2017, dedicato alle elezioni presidenziali francesi, ha suscitato un interessante commento di Francesco Maimone e di Bazaar, ospitato dal blog Orizzonte48, nel quale, pur convenendo con gran parte del mio scritto, mi si rimprovera un rifiuto pretestuoso e ideologico di ogni alleanza con il sovranismo di destra – ed in particolare con la Lega. A sua volta Quarantotto, con diverse note inserite nel testo dei due critici, ne rafforza le argomentazioni e mi invita a superare veti a suo dire incomprensibili che indebolirebbero la necessaria unità di tutte le forze contrarie al giogo di Bruxelles. Secondo i miei interlocutori infatti non basta dire, come io faccio, che i Salvini e le Le Pen non sono (ancora?) il fascismo e che dunque l’antifascismo dei Macron non soltanto sbaglia bersaglio, ma rappresenta proprio quei poteri che a suo tempo al fascismo ed al nazismo diedero il via libera. I miei interlocutori pensano piuttosto che per essere nel vero bisogna dire che i poteri che stanno dietro a Macron (e a Renzi, Merkel, ecc.) , sono il vero fascismo di oggi. E per giustificare questo giudizio si basano soprattutto sull’idea, esplicitamente derivata dal pensiero di Lelio Basso, secondo la quale per comprendere esattamente e combattere efficacemente il fascismo non bisogna fermarsi alle sue manifestazioni esteriori, mutevoli e caduche (squadracce, manganelli, ecc.) ma bisogna coglierne le caratteristiche permanenti, ossia la totale manomissione dello stato da parte del capitale, la privatizzazione delle funzioni pubbliche, lo stretto intreccio tra economia e politica.

Ora: la tesi di Basso aveva a mio avviso un senso ed una funzione negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo quando, ancora viva l’eco della battaglia resistenziale, il movimento operaio tendeva ad identificare tutto il peggio del capitalismo col fascismo e tutto il fascismo con Mussolini ed Hitler, e restava così disarmato di fronte al neocapitalismo, al suo persistente e approfondito carattere di classe, al duro autoritarismo che esso ancora promuoveva in fabbrica e nella società. Fuori da quel contesto, però, quella tesi perde ogni vigore ed anzi ci fa scordare le differenze tra le diverse fasi storiche (differenze che sono decisive per impostare una politica concreta) perché si basa un concetto troppo largo di fascismo sotto il quale potrebbero ricadere anche i Roosevelt, i Fanfani, i Craxi e così via. Il fascismo non fu infatti soltanto pieno utilizzo dello stato da parte del capitale (utilizzo che – per dirne una – nell’Italia prefascista era già cosa ovvia) ma fu soprattutto una dura dittatura politica, antiproletaria ed antipluralista, esercitata a vantaggio della frazione dominante del capitalismo monopolistico da movimenti di tipo bonapartista, ossia da movimenti che, pur essendo animati da forze sociali subalterne (contadini, piccola-media borghesia, ecc. ) di fronte alla crisi di egemonia del grande capitalismo seppero offrire a quest’ultimo una soluzione politica in cambio di una parziale (e spesso illusoria) spartizione del potere. La forma di dominio fatta propria dal fascismo è dunque apertamente politica e liberticida. Concentra decisamente il potere politico e favorisce la concentrazione del potere economico privato; distrugge le associazioni autonome dei lavoratori e lascia in piedi quelle dei padroni, integrandole nei meccanismi decisionali dello stato; impone un modello militarizzato di società; propugna, come accompagnamento della deflazione salariale, stili di vita austeri; tenta di sostituire alla classe un popolo unito dall’obbedienza al capo e dalla tensione verso guerre imperialiste motivate dalla supremazia razziale. La forma di dominio dell’attuale capitalismo finanziario è invece completamente diversa: essa infatti si basa in prima istanza sui meccanismi apparentemente impolitici, impersonali e neutri del mercato, dell’economia, della tecnica; usa il manganello solo come extrema ratio; centralizza il potere di decisione sulle questioni principali, ma contemporaneamente disperde quello relativo alle questioni secondarie; in questo modo irretisce tutte le associazioni sociali autonome (in primis quelle dei lavoratori) senza avere nessun bisogno di distruggerle, ed anzi le usa delegando ad esse una parte delle funzioni pubbliche. Ancora: all’obbedienza cieca sostituisce addirittura il dovere della trasgressione (forma di comportamento del consumatore ideale, che muta continuamento oggetto, modello, marca…); alla compressione salariale accompagna non già il culto della frugalità ma il credito al consumo, e crea anche in coloro che al credito non possono accedere l’idea di una fittizia eguaglianza coi ricchi basata sulla comune possibilità di desiderare la stessa merce. Dissolve le appartenenze di classe in un magma informe di soggetti connessi alla megamacchina del desiderio, spettatori di guerre lontane combattute ovviamente in nome della libertà. Ovviamente: perché dove il fascismo ti diceva obbedisci, il capitalismo attuale ti dice sii libero!

Stando così le cose, l’affermazione secondo cui l’attuale forma del dominio capitalistico è il vero fascismo può essere accettata solo se in realtà vuol dire che essa è una forma di potere incomparabilmente più pervasiva, duratura ed efficace del fascismo storico. Ma proprio questo giudizio dovrebbe farci capire che tale potere non può essere contrastato con le stesse armi che furono usate contro il fascismo, né con lo stesso tipo di alleanze. Il fascismo fu combattuto da un’alleanza militare tra forze assolutamente eterogenee, che si trovarono ad agire in un contesto di crollo verticale ed evidente a tutto il popolo della strategia imperialista del fascismo stesso (sconfitta militare, invasione) e di dissoluzione dell’ apparato statale. Fu un’alleanza tra avanguardie che avrebbero trovato una vera legittimazione solo dopo la sconfitta del nemico. Oggi la sconfitta del nemico richiede invece che gli attori alternativi siano precedentemente legittimati dalla diffusione di un punto di vista e di un programma capaci di unire la maggior parte del popolo italiano attorno ad una complessa prospettiva di rinnovamento. La crisi del capitalismo attuale non assume infatti una forma verticale ed immediatamente visibile a tutti. Anche la grave crisi del nostro paese (anzi gravissima e sempre più vicina alla soglia di irreversibilità) ha soprattutto caratteristiche economiche (distruzione/trasformazione del tessuto produttivo in direzione di una economia integralmente dipendente) e sociali (aumento delle divaricazioni e dell’impoverimento): ma gli effetti delle trasformazione economiche più profonde si vedono dopo, e i poveri non parlano o non vengono ascoltati, o almeno non subito. La frazione dominante del capitalismo riesce ancora ad assoldare e ad illudere gran parte di coloro che comunque hanno perduto status, reddito e potere nel corso di questi anni. Insomma: noi non siamo alla resa dei conti con un regime. O meglio la resa dei conti si presenta come un cammino tortuoso, fatto di brusche accelerazioni in un contesto, però, di ristagno della politica e dei conflitti, ed è in questo cammino che si dovranno accumulare le forze culturali, sociali e politiche capaci di gestire la fase lunga di transizione da un ordine economico e geopolitico ad un altro (perché di questo si tratta, e non semplicemente dell’Italexit). Anche le alleanze, quindi, vanno calibrate in maniera diversa. Un conto è aggregare le forze partitiche necessarie a dare una spallata nel momento critico: in quel momento sarebbe (e sarà) del tutto controproducente andare troppo per il sottile. Altro è, ripeto, aggregare le più vaste forze necessarie a giungere a quel momento e a gestire in maniera progressiva la fase successiva. Per fare questo è necessaria una convergenza programmatica che riesca ad unire con pazienza tutti i lavoratori e la gran parte degli altri ceti rovinati dalla crisi. Qualcosa che richiede alleanze assai meno episodiche.

Insomma, mi pare che la critica principale avanzata nei miei confronti segua questo semplice sillogismo: a) l’Unione europea è il vero fascismo; b) Le Pen e Salvini sono contro l’Unione europea; c) è quindi legittimo ed utile allearsi con loro e con chiunque sia contro questo mostro. La premessa maggiore è sbagliata, e quindi anche la conclusione. Personalmente ho forti dubbi anche sulla premessa minore e, inoltre, sull’immagine democratico-costituzionale che i miei interlocutori sembrano in più punti dare della Lega, cercando così di rafforzare il loro invito alle ampie alleanze. Infatti a mio parere non è fondato dire, come si fa nel testo che qui discuto, che quando la Lega inneggia alla sovranità, questa è automaticamente da intendersi come sovranità popolare e democratica (e, aggiungo, nazionale); e così non è fondato sostenere che, siccome la base di consenso della Lega è data anche da quella piccola borghesia ed imprenditoria che comunque si è avvantaggiata dalla politica keynesiana, essa ha obiettivo interesse alla ripresa di quella politica e in tal modo a realizzare una unità di fatto con tutti i lavoratori. Si dimentica qui completamente che non abbiamo a che fare genericamente col “ceto medio”, ma col ceto medio leghista. E la Lega nasce proprio come rivolta fiscale e come critica dello “statoladro”, perfetto pendant popolare della rivolta delle élite contro Keynes. Nasce come partito secessionista/autonomista, contrario ai trasferimenti di reddito che sono la base di una convivenza nazionale. Propugna o non contrasta la liberalizzazione del mercato del lavoro. E’ cambiata con gli anni? No: non ho assistito a nessun esplicito e credibile ripensamento autocritico di quei presupposti liberisti ed antistatalisti che ne fanno un residuo della seconda repubblica più che il segno di una nuova politica. E tutto ciò rende molto discutibile il ruolo della Lega nella battaglia per l’uscita dell’ “eurismo” in nome della Costituzione. Intanto bisogna verificare se essa intenda o possa davvero lottare per l’exit. Al riguardo, io penso che se la sua base di massa ( = quelli che votano) è in gran parte davvero antieurista, la sua base sociale (= quelli che finanziano) lo sia molto meno: dipende dall’orientamento al mercato interno o al mercato estero delle PMI finanziatrici; e dipende dai momenti: quando l’euro si svaluta diventa, chissà perché, subito meno antipatico. Ma ammettiamo che voglia davvero uscire: come sarebbe possibile gestire in maniera coerente con la Costituzione l’intera fase di passaggio senza dare un nuovo, importante ruolo allo stato e alla spesa pubblica, avendo come leit motiv quasi solo la riduzione delle tasse (cosa da farsi, ma solo dopo la crescita della base imponibile via rilancio pubblico dell’economia) e il federalismo fiscale, e senza proteggere adeguatamente i lavoratori (con una riforma antiliberista del mercato del lavoro, con la scala mobile, ecc.)?. Un’uscita liberista dall’euro (che certo sarebbe comunque benvenuta) nel medio periodo acuirebbe le divaricazioni sociali e territoriali, riportando l’Italia del Nord in orbita tedesca più di quando non sia già oggi, rompendo l’unità nazionale e preparando ironicamente per i “padani” un ruolo immediatamente non percepibile ma storicamente inevitabile di terroni della Mitteleuropa. Giacché qui sta il punto principale: il Nord è magneticamente attratto dall’Europa germanica. Per questo, euro o non euro, la kerneuropa è il futuro prediletto dal sistema produttivo padano, e con essa la scissione di fatto dell’unità nazionale. Un futuro che potrebbe essere scongiurato solo da una forte ed autonoma politica economica pubblica che renda coerenti le diverse caratteristiche delle diverse zone italiane, la connessione centro-nordista coi grandi poli produttivi continentali e la proiezione mediterranea del sud.

Che c’entra questo secessionismo “ontologico”, presente anche quando viene apparentemente dimenticato, con la Costituzione e con la possibilità di un’uscita progressiva dall’euro? Nulla. Ed ancor meno c’entrano altri importanti aspetti della cultura e della politica leghista. E non mi riferisco tanto al protezionismo (che peraltro è compatibile con una certa forma di liberismo) rispetto al quale non ho nessun problema e che non demonizzo affatto. Nessun intervento politico nell’economia è possibile senza un uso assennato di una qualche forma di protezionismo (e gli Usa non hanno atteso Trump per ricordarcelo…) e se ai miei critici ho dato l’idea di pensarla diversamente dico subito che si tratta di un equivoco. Mi riferisco piuttosto alla spinosa questione dell’immigrazione, dove maggiormente si misura l’estraneità della Lega all’impianto della Costituzione. Non solo per la distanza dai valori di fratellanza e dignità umana che ispirano per intero la Carta fondamentale. Ma soprattutto per spregio del suo principio lavoristico. Ho sostenuto che né Salvini né Le Pen sono davvero contro l’immigrazione e che piuttosto essi sono per l’immigrazione clandestina. Mi si obietta che la Lega è palesemente contro i clandestini…ma questo riguarda la propaganda, non i fatti. Fermare completamente l’immigrazione non è possibile (e peraltro né la Lega né il Front National lo vogliono). Qualcuno entrerà sempre. Ma se quel qualcuno diventerà automaticamente clandestino per il solo fatto che non ha un lavoro, questo, in situazione di endemica sottooccupazione, non può che produrre continuamente forza lavoro fantasma e quindi supersfruttata. Non può che produrre una dualizzazione strutturale del mercato del lavoro che indebolisce anche i lavoratori regolarizzati. E’ contro questi lavoratori irregolari che la Lega si scaglia: so benissimo che, come mi ricordano i miei interlocutori, essa dice di voler tutelare i lavoratori italiani. Ma proprio qui sta il punto: tutelare gli uni a discapito degli altri si risolve in un peggioramento per tutti, sia in termini di mercato del lavoro sia in termini di sicurezza. E una repubblica fondata sul lavoro non può sopportare che una parte crescente del suo fondamento sia tarlata in maniera irreparabile da un lavoro forzatamente irregolare.

Ecco, se qualcuno vuol proporre alleanze con la Lega lo faccia in base ad un ragionamento sull’utile politico e cercando di capire bene con chi si sta alleando. Non c’è bisogno di inventarsi una “Lega che non c’è” per immaginare possibili convergenze. Per me (e so di urtare, con ciò, la sensibilità di molti miei compagni) le obiezioni appena fatte alla Lega non sono un motivo per escludere a priori qualunque tipo di alleanza o convergenza. Se oggi escludo una simile alleanza o convergenza ciò avviene per valutazioni puramente fattuali, che vado a ripetere e precisare.

Tutta la discussione sulle alleanze precipita in realtà sulla questione delle elezioni. E non a caso: nonostante il pastrocchio della legge elettorale e nonostante la tendenza di ogni concorrente a non assumersi la piena responsabilità della manovra autunnale (e forse nemmeno di una seria lotta contro di essa), nonostante ciò, dicevo, le elezioni sono e restano l’unico momento in cui la rabbia sociale accumulata potrebbe esprimersi e forse avere un qualche effetto politico. Perché ciò avvenga, in mancanza – per ora – di un partito (o di una coalizione) che nasca proprio con lo scopo di guidare il paese fuori dall’Unione europea e dal liberismo, bisogna valutare quale degli attori in gioco possa meglio intercettare, direttamente o meno, questa esigenza. Premetto che scrivo mentre ancora non è chiaro quando e come si andrà a votare, e quindi le mie considerazioni potrebbero dover subire molte revisioni. Mi sembra però di poter comunque dire che è chiaro che in Italia come altrove la massa critica necessaria a porre in questione l’Unione non può essere raggiunta a partire dalla destra o dalla sinistra (a prescindere dal fatto che in Italia non esiste nulla di paragonabile al pur insufficiente “modello Mélenchon”), perché nessuna di queste aree, per come si sono storicamente strutturate, è in grado di sfondare nell’area avversa e di ricucire l’artificiosa divisione dei lavoratori italiani. Né questa massa può essere raggiunta da una alleanza tra sinistra (se esistesse) e destra, perché questa farebbe perdere voti agli uni e agli altri. Solo una forza che si presenti immediatamente come forza democratico-costituzionale e trasversale potrebbe riuscirci, e la forza che occupa questo spazio, oggi, in Italia è il M5S, che proprio per questo è uno dei più seri candidati alla vittoria (o meglio, alla “vittoria” visti i probabili meccanismi elettorali). Conosco tutti i limiti del M5S, so che esso occupa il posto giusto ma nel modo sbagliato, so che ha una cultura politica insufficiente e subalterna all’ideologia della seconda repubblica, so che è in buona misura una forza antilavorista e pure antisindacale, e se dovessi scegliere su base ideologica, come mi si rimprovera di fare, non mi sognerei neanche lontanamente di dare un indicazione di voto a suo favore. Ma so anche che è l’unico partito capace di contendere la vittoria all’asse PD-FI e probabilmente di riaprire, lo voglia veramente o meno, una discussione pubblica sull’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Dico “probabilmente” perché so bene quali sono le oscillazione del M5S sull’euro e quale sia la posizione dominante al suo interno. Ma d’altra parte un antiunionismo incerto, capace però di ottenere una vittoria è oggi meglio di un antiunionismo più netto (ammesso che la Lega lo sposi fino in fondo), ma incapace di sfondare il muro. Una volta assunte, in un modo o nell’altro, responsabilità di governo, è difficile che una forza che ha comunque espresso un forte euroscetticismo non venga chiamata a decidere per il sì o per il no. In tal modo potrà iniziare a risolversi il problema principale della politica italiana, ossia quello dell’evoluzione o della spaccatura del M5S: giochi fino in fondo le sue carte e si riveli per quello che veramente è, in ogni caso non avremo che da guadagnarne.

Ciò detto, finisco parlando del punto che veramente mi interessa. Qui stiamo discutendo di alleanze, tattiche, strategie, come se fossimo chissà chi. Senza offesa per i miei interlocutori bisogna riconoscere che non siamo nessuno. Siamo soltanto individui che, scelgano l’una o l’altra delle forze in campo, sceglieranno sempre e comunque qualcosa che non li rappresenta e sceglieranno sempre e comunque come singoli, e quindi come portatori di acqua per qualcun altro. Diverso sarebbe se l’una o l’altra scelta fossero il frutto di una decisione di un collettivo capace di dare forma politica ad una opzione elettorale, facendone conseguire una sistematica valutazione pubblica dell’operato del partito su cui è caduta la scelta. Per questo invito le piccole ma generose forze che, nell’area della sinistra, si stanno ponendo il problema di un soggetto politico antiunionista e popolare (penso ad Eurostop, alla Confederazione di Liberazione Nazionale, ma in buona misura anche all’ esperienza di Senso Comune), sia a sviluppare una iniziativa politica che le metta al più presto in grado di presentare una propria lista (cosa che ritengo almeno immediatamente assai difficile) sia a dare con chiarezza (in mancanza di meglio) un’indicazione di voto favorevole al M5S e contemporaneamente a predisporre un’iniziativa volta a tallonare il M5S sia nel suo ruolo di governo che in quello di opposizione. Ma soprattutto invito coloro con cui ho discusso in queste righe, e coloro che ne condividono le idee, a ragionare tutti insieme sulla vera questione. Che è poi la seguente: un compito come quello che ci siamo prefissi può essere svolto soltanto da un soggetto politico che nasca oggi, proprio al fine di guidare il paese fuori dall’Unione e dal liberismo. E ciò perché si tratta di un compito che, come ho già detto, non si riduce all’exit e che richiede un programma ed una visione di ampio respiro, una convergenza significativa sulla dignità e sul riscatto di tutto il lavoro e di tutto il paese. Mi si dice che il “terzo partito” che io propongo (che si non aggrega sulla base di una precisa scelta ideologica, ma comunque incarna i valori della sinistra migliore – si pensi a Podemos) è illusorio. Se così fosse, se non potessimo avere un partito ad hoc, sarebbe illusoria anche la prospettiva di uscire dall’Unione nella direzione indicata dalla nostra Carta. E’ proprio nei periodi di maggior sconvolgimento economico e geopolitico che nascono i nuovi partiti. Questo è il momento. Per quanto emerga in maniera discontinua nella sfera politica, la profondità della crisi del paese e della sua collocazione internazionale è un dato materiale ineludibile. Se un piccolo gruppo di forte peso intellettuale e politico e connesso ad un corpo militante pieno di slancio (e possiamo avere sia l’uno che l’altro) decidesse di muoversi da subito, all’interno delle asperità di questa crisi, come “il partito che non c’è”, potrebbe raccogliere successi inaspettati. Al contrario, affidandoci solo a ciò che già esiste non andremo da nessuna parte. E più della forza del destino, che secondo alcuni storici impedisce all’Italia di avere una propria politica nazionale (ossia una autonoma politica estera, e quindi un’autonoma politica interna), ci ammazzerebbe la forza dell’abitudine: non saremmo eroicamente sconfitti dal fato, ma banalmente fregati da Salvini o da Grillo. Vi pare il caso?

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Comments   

#2 francesco Zucconi 2017-06-14 00:27
La lega è un partito antinazionale e la sua
ragion di esistere
oggi è di distruggere l'Unità della Patria
per far convergere il Nord Italia
nel costituendo nucleo d'Europa a
trazione tedesca; all'apparenza tutto
rimane come ora ma, una volta svuotato
lo Stato Nazionale e annichilito
Il senso di una vera e partecipe solidarietà
nazionale,
sarà possibile procedere con contratti e servizi
ancor più differenziati tra Nord e Sud.
Molti lavoratori qualificati del Nord e
molte piccole e medie imprese
ne trarrebbero cospicui guadagni.
I comunisti ex filo juogoslavi
gongolerebbero di gioia dopo
che la costruzione jugoslava, nata e
sorretta da un mare di sangue,
ha mostrato,autodissolvendosi ,
la sua natura, delirante, pretestuosa
quanto inconsistente...
La bad - Company
Italia-del-Sud sarebbe sostanzialmente
mantenuta in una forma di sottotutela,
come contenitore geopolitico
necessario e come
mercato secondario semi periferico.
Il proletariato nazionale
otterrebbe un arretramento
secolare; ma che importa
ai massimalisti inconcludenti
di ora è di sempre?
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#1 Mario Galati 2017-06-13 00:07
Concordo con la prima parte dell'articolo. Non credo che riversare i voti della sinistra su un partito di internettari aspiranti piccolo borghesi, cognitari insoddisfatti e desiderosi di cooptazione, rappresenti l'ariete per sfondare il portone e riaprire la partita. Sarebbe un suicidio. O riusciamo a ricostruire un partito di sinistra, comunista, e con questa area democratico costituzionale (quanto?) arriviamo alleanze tattiche, oppure perdiamo soltanto tempo e dignità. Il lavoro culturale e politico sarà lungo. Non credo a rotture e a soluzioni prossime. Non esistono scorciatoie. Mi sembra che anche Porcaro indichi la necessità di questo lavoro di ricostruzione. Non credo ad un movimento grillino che, vincendo le elezioni anche con i nostri voti, è in grado di avviare la rottura del sistema. Se non ricostruiamo una nostra forza autonoma non saremo in grado di incidere su nulla e non faccio alcun affidamento su altre forze, con la base sociale che si ritrovano.
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