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lacausadellecose

Elezioni e “Potere al popolo”

di Michele Castaldo

tumblr m6p6vqZg581qm6yb6Si avvicina la fine della legislatura e si avvicinano le nuove elezioni politiche, si scaldano i motori, c’è una sorta di fremito fra gli apparati dei partiti vecchi, nuovi, nuovissimi e qualcuno addirittura in via di formazione come quello che viene dagli ex occupanti dell’Opg (per qualche povero sprovveduto che capitasse per caso a leggere queste note: si tratta di giovani occupanti del vecchio manicomio giudiziario di Napoli).

Si scatena immediatamente il dibattito a “sinistra”, cioè di quei rimasugli del sessantottismo e settantasettismo che, nostalgici di un movimento che fu, rimbalzano tra parole d’ordine, programmi o astensionismo di principio senza cavare – come suol dirsi – un ragno dal buco. Tentativi su tentativi che si ripetono e puntualmente falliscono senza che ci si domandi perché. Pazienza.

Va detto – per onestà - che a monte di questi atteggiamenti c’è, da una parte, una profonda ignoranza sulla storia della lotta delle classi e, dall’altra parte, la voglia tutta soggettiva (istica) di voler “incidere” nei processi storici attraverso la propria azione, una sorta di coscienza esterna da immettere nelle masse.

Ora, il voto rappresenta da sempre uno stato d’animo delle classi sociali a un certo stadio di sviluppo dei rapporti fra gli uomini. Esse vanno perciò distinte secondo tre fasi: un momento di stagnazione sociale, un movimento ascendente delle classi subordinate e un movimento in riflusso delle stesse.

Distinguendo però un movimento di opinione composito, com’è quello attuale dei Grillo-Casaleggio-Di Maio-Di Battista, che raccoglie al suo interno scontenti di più fasce sociali: dal disoccupato all’operaio, dall’artigiano al piccolo imprenditore, dal commerciante al professionista e così via, da un movimento di massa, cioè di piazza, cioè di forza che si contrappone a un’altra forza, quella dell’equilibrio a questo stadio dei rapporti fra le classi nel modo di produzione capitalistico.

Non è automatico che un movimento di opinione sfoci in un movimento reale e di piazza; non è vero che oggi il M5S fa da freno a un movimento di piazza, perché è l’incapacità dei suoi elettori che non hanno la determinazione sufficiente a stare conseguentemente in piazza, e dell’impettito Di Maio che millanta credito con la faccia da cretino. I fatti si occuperanno di dimostrare la stupidità del suo atteggiamento e dell’intero gruppo dirigente di quel movimento.

Chi ha minime cognizioni storiche sa che tanto la Rivoluzione francese (1789) quanto la Rivoluzione russa (1917), nonostante che si siano svolte a oltre cento anni di distanza l’una dall’altra, sulle elezioni presentano caratteristiche analoghe a base della nostra tesi: una fase ascendente di un reale movimento di massa di più classi sociali contro l’ordine preesistente che chiede, con la mobilitazione di piazza, di autorappresentarsi. Diciamo movimento ascendente perché cresceva il nuovo modo di produzione con nuove classi in lotta contro il precedente modo di produzione e le vecchie classi. E in entrambi i casi si trattava perciò di un movimento composito: borghesi, contadini, artigiani, negozianti, in Francia; borghesi (pochi) contadini a stragrande maggioranza, soldati (contadini la maggior parte) e operai delle grandi industrie in Russia.

Tanto in Francia (1789) quanto in Russia (1917) il movimento, seppure composito, ascendeva e imponeva nuovi criteri elettorali che tendevano al suffragio universale. Non è questa la sede per analizzare perché la Francia viene innalzata a simbolo di libertà mentre la Russia sovietica viene coperta di fango quale simbolo di dispotismo asiatico, questo ci porterebbe fuori strada. Basta solo dire che tanto in Francia quanto in Russia le nuove classi sociali cercarono di vietare il voto alle vecchie classi e che mentre in Francia era quasi del tutto assente il proletariato delle grandi industrie, in Russia era invece presente seppure minoritario rispetto ai contadini; e qui ci fermiamo.

Come ci si deve comportare di fronte a un movimento di massa reale che rivendica nuove elezioni? A riguardo da parte dei comunisti ci sono state risposte variegate: presenzialisti di principio o per tattica; astensionisti di principio o per tattica, secondo i casi insomma. Fiumi di inchiostro è stato speso senza mai venirne a capo.

Lenin dopo le rivolte operaie del 1905 in Russia di fronte alla “concessione” da parte dello zar di indire elezioni per eleggere la Duma (il parlamento russo) dichiarò di sabotarle, perché erano costruite su criteri di casta. Eppure, nonostante il riflusso operaio, cresceva il malcontento dei contadini che credevano in esse. Poi cadde la prima Duma, fu sciolta dallo stesso zar, e Lenin fu costretto – dalla partecipazione di massa - a presentare liste per i deputali alle Dume successive che venivano sciolte e riconvocate a ripetizione.

Veniamo ai giorni nostri, alle prossime elezioni politiche e alla proposta del comitato “Potere al popolo”.

Inutile dire che al primo squillo di tromba tutti i reduci del tempo che fu si precipitarono all’ex Dopolavoro Ferroviario in via Bari il 18 novembre scorso in un eccesso di entusiasmo del tutto fuori misura, segno di mancanza di realismo. Ci possiamo sbagliare, anzi ci auguriamo di sbagliare e auspichiamo i migliori successi ai promotori se in questo caso avranno visto giusto.

Premettendo che chi fa rischia di sbagliare, muoviamo due sole osservazioni, non ideologiche ma di merito. I militanti di questo raggruppamento – già accerchiato dal vecchio milieu dei reduci 56/68/77 – si muove su due parole d’ordine: a) Potere al popolo, b) imparare dal popolo (su un programma con una serie di rivendicazioni sulle quali non vogliamo spenderci). Vorremmo solo far osservare che o il popolo si muove e noi ci mettiamo alla sua testa o non si muove – o si muove soltanto in quanto opinione, come il momento attuale - e ci poniamo alla sua coda. Però siccome la materia non è mai ferma, ci conviene capire in che senso si muove il “popolo” attuale.

La domanda è: si sta muovendo in Italia, o in Europa il popolo? Se si in che direzione? In tutta onestà se stiamo ai risultati elettorali degli ultimi 15 anni in tutta Europa, notiamo che c’è una tendenza al protezionismo nazionalista e all’interno di ogni nazione piccola media o grande, di vecchio colonialismo o al nuovo revanscismo. Per cui la parte di popolo che più si sta attivando esprime orientamenti marcatamente di destra. Lo stesso M5S che era partito, in quanto movimento composito, con posizioni centriste guardando a sinistra, è stato immediatamente risucchiato, dagli orientamenti popolari, verso lidi tutt’altro che di sinistra, e nei confronti degli immigrati fa addirittura concorrenza a Salvini.

Attenzione bene: si tratta di umori, cioè di opinione, ma popolare, di tutte le classi sociali e in modo particolare del ceto medio e di fasce di proletariato impoverite dalla crisi. E’ vero che è solo un movimento di opinione con qualche tentativo di aggregazione militante. Ma di contro non abbiamo, almeno al momento, un movimento di contrasto ai movimenti di opinione di destra, nazionalista, protezionista e razzista in tutta Europa e negli Usa con l’elezione di Trump . Cioè di movimenti di opinione – lo ripetiamo – che mettono il proprio egoismo, individuale o di gruppo al primo posto. E che non si intravede ancora una controtendenza in campo è dimostrato dal fatto che i partiti di destra o di centrodestra avanzano in termini percentuali senza che aumentino il numero dei votanti effettivi. Questo vuol dire che non è in atto un malcontento forte a tal punto da tramutarsi in movimento di forza contro l’attuale equilibrio che chiede di essere rappresentato. Non di nuove classi che aspirano a imporsi contro le vecchie classi; né di vecchie classi proletarie sempre più impoverite dalla crisi. Sicché c’è un mugugnare dal centro verso il basso.

Il punto in questione è questo: nel 1789 in Francia il movimento che muoveva contro la nobiltà e l’alto clero – cioè il Terzo Stato – non aveva l’ingombro del proletariato; mentre nel 1917 in Russia il movimento che si mosse contro l’aristocrazia era sì composito, ma con una componente sociologicamente e politicamente importante che aspirava a chiedere quota parte nel processo di accumulazione nel nuovo modo di produzione capitalistico e per questa ragione l’insieme del movimento rivoluzionario poteva avere una impronta diversa da quella del 1789 in Francia. Proprio per questa ragione i borghesi di tutta Europa hanno sputato veleno su quella rivoluzione.

Un paragone assurdo, strano, antistorico? Nient’affatto. Le difficoltà di questa fase storica per tutte le classi proletarie in Occidente sono racchiuse tutte in quella impossibilità della discesa in campo del proletariato industriale che intuisce di non poter rivendicare quota parte e si dibatte tra l’impotenza, per un verso, e l’arroccamento intorno alla complementarietà con i propri capitalisti, per l’altro verso. E’ del tutto evidente che in assenza di una propria autonomia rivendicativa – seppure solo di natura economica – esso viene risospinto verso le rivendicazioni protezionistiche e revansciste. E quelle formazioni politiche di sinistra che invocano l’exit finiscono, loro malgrado, per assecondare un terreno di coltura tanto del protezionismo quanto del nazionalismo che vuol dire aumento e non diminuzione della concorrenza fra i lavoratori.

In conclusione noi vecchi sessantottini e settantasettini, peggio ancora il vecchiume nostalgico pcista (e non per un mero dato anagrafico), non possiamo avere la presunzione di insegnare alle nuove generazione in che modo uscire dalle difficoltà attuali. Solo in metafisica si può ritenere che la memoria del passato eviti gli errori all’esperienza del presente o del futuro. No, non è così. I giovani e militanti di “Potere al popolo” faranno la loro esperienza, bruceranno qualche illusione di troppo e le vecchie generazioni non lo potranno impedire. Rivolgiamo perciò ad essi i migliori auguri nella speranza che, bruciata l’illusione delle elezione del 2018, disperdano il minor numero possibile di energie, per una semplice ragione: perché ci troveremo di qui a breve a scoppi improvvisi di movimenti sociali anche in Europa impensabili fino a questo momento, e non necessariamente dello stesso segno di quelli attuali. Si badi bene: più resistono le masse arabe e islamiche, più tiene l’Asia e la Russia, e più gli Usa sono costretti ad agire in modo schizofrenico – come sta accadendo -; più gli europei saranno costretti a rincorrere l’Asia sui suoi livelli di costi produttivi, e più il proletariato sarà messo alle corde e posto nella condizione di dover reagire, cioè di rompere la complementarietà da cui è ancora irretito. E’ questo lo scenario verso cui stiamo andando. Scriveva un grande storico del secolo scorso «Le vere rivoluzioni, quelle che non si limitano a cambiare la forma politica e il personale del governo, ma che trasformano le istituzioni e danno luogo ai grandi trasferimenti della proprietà, lavorano a lungo sotterranee prima di scoppiare alla luce del giorno sotto l’impulso di qualche circostanza fortuita» (A. Mathiez). Lui parlava della rivoluzione francese, non diversamente andarono le cose in Russia e neppure nel 1979 in Iran, tanto per citare una rivoluzione lasciata nel dimenticatoio.

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