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marxianomics

Che Guevara, Maradona e Jim Morrison

Metaintervistina 30 – Writing Bad

Intervista a Marco Veronese Passarella

4103945 2685791 ) WW: le metaintervistine sono nate per “intervistare” persone legate al mondo della letteratura, poi si sono spinte verso il mondo della musica e ora… siamo giunti all’economia. Marco Veronese Passarella: l’economia è scienza o è anche arte? L’economista può essere un artista nel suo essere, appunto, economista?

MVP: Mi verrebbe da dire che è confusione, come rivela il fatto che si usi comunemente lo stesso nome, “economia”, per riferirsi sia alla scienza che al suo oggetto. Prescindendo da questo, l’economia politica o “economica” è l’arte di dimostrare, attraverso l’utilizzo di strumenti e metodi scientifici, che l’interesse materiale particolare della propria parte sociale corrisponde all’interesse generale. Insomma, l’una e l’altra cosa – arte della retorica e scienza – al servizio della lotta di classe nel piano più alto della sovrastruttura, quello della produzione delle lenti attraverso cui filtriamo (e modifichiamo) il mondo.

 

2) WW: quando l’ho contattata, lei si è definito “un barbaro”, ci spiega perché? Intendeva nel campo della letteratura?

MVP: Lo sono nell’accezione propria di straniero, appartenente a una civiltà remota – dato che sono comunista, ateo e, nei fatti anche se non per scelta, apolide. E, inoltre, lo sono anche nel senso lato di persona che legge ormai pochissimi libri, quasi nessuno. Persino nel mio lavoro la maggior parte del tempo di ricerca è assorbito dalla scrittura di codici e dalla lettura ‘diagonale’ di manuali e pubblicazioni tecnico-scientifiche. E, naturalmente, niente più carta. Solo bit. La barbarie, appunto.

 

3) WW: Com’è arrivato a essere lecturer in economics presso l’Economics Division della Business School, University of Leeds, e che giudizio da’ di questa sua esperienza lavorativa?

MVP: Un po’ per disperazione, molto per caso. Mi scadevano i contratti d’insegnamento e di ricerca che avevo con alcune università italiane e mi fu consigliato di provare a fare domanda presso l’Università di Leeds, dove cercavano un ricercatore che conoscesse la teoria dell’instabilità finanziaria di Hyman Minsky. Avevo le carte in regola e mi presero. Ironia della sorte, da allora non mi sono più occupato di Minsky… In termini di risorse e di prestigio, venire qui è stato come passare da una squadra di calcio provinciale al Real Madrid. Quanto a strutture, servizi e legami internazionali, non c’è paragone con le università italiane in cui ho lavorato. Purtroppo, però, la smania della valutazione e la rincorsa al mercato e al profitto finiscono per rendere l’insegnamento un’attività ridondante e frustrante. Per non parlare degli effetti distorsivi sulla ricerca.

 

4) WW: in letteratura capita di assistere a degli incontri-scontri tra autori e critici: i primi sostengono di essere i veri artefici della letteratura e accusano i secondi di aver ragion d’essere solo come conseguenza dell’esistenza di opere scritte da altri; i critici sostengono che con il loro lavoro di studio, ricerca e analisi razionalizzano, mettono ordine nell’oceano di tutto il pubblicato. Possiamo ragionare alla stessa maniera sostituendo gli autori con gli imprenditori, i politici, i banchieri e i critici con gli economisti?

MVP: Il parallelo è affascinante. Richiede, però, alcune specificazioni. Intanto su che cosa un economista è e fa. Quello che l’opinione pubblica ha in mente è, in genere, il macroeconomista, ossia colui che studia le dinamiche dei grandi aggregati economici e monetari. Ma vi sono economisti che si occupano di processi cognitivi, di finanza pubblica, di discriminazioni razziali, di flussi migratori, di raccolta differenziata dei rifiuti, di indicatori del benessere, di regolamentazione pubblica, e inoltre di proprietà dei numeri transfiniti, di sistemi complessi, di teoria delle reti, di test statistici, ecc. Anche gli strumenti utilizzati sono assai vari, spaziando dall’uso di tecniche econometriche (ossia di strumenti statistici applicati ai problemi sociali) alle simulazioni computerizzate, al cosiddetto machine learning, al metodo assiomatico, alla teoria dei giochi, fino alla raccolta di questionari. Ciò premesso, siete stati piuttosto fortunati. Io sono un macroeconomista e, sì, cerco di trovare un ordine nel caos delle relazioni sociali. A differenza dei miei colleghi mainstream, però, non cerco affatto di dimostrare che quel caos è un cosmo newtoniano. Al contrario, lo tratto come un sistema complesso il cui comportamento emergente prescinde dalle intenzioni dei singoli. Si dice spesso che in economia non si possano fare previsioni accurate perché gli individui, a differenza degli atomi o dei pianeti, prendono decisioni autonome. Nulla di più fuorviante. Il problema è, al contrario, che il sistema ha un comportamento proprio che non è una banale combinazione lineare dei comportamenti individuali. A renderlo imprevedibile è la quantità di forze e contro-forze che agiscono contemporaneamente, non il libero arbitrio. Un problema molto più simile a quello con cui si misurano i sismologi e i meteorologi che i teologi, insomma. Altro conto, naturalmente, sono gli aspetti normativi, ossia le valutazioni di politica economica. Lì, come detto, è lotta di classe con altri mezzi, e poco altro.

 

5) WW: Winnie Byanyima direttore esecutivo di Oxfam International avverte: “Il crescente divario tra ricchi e poveri danneggia l’economia e alimenta la rabbia globale”, nel rapporto sulla ricchezza del mondo (Public Good or Private Wealth) di Oxfam si legge che 26 super ricchi detengono la stessa quantità di soldi di metà della popolazione mondiale e che l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, con l’1% del suo patrimonio potrebbe finanziare la spesa sanitaria dell’Etiopia: la redistribuzione della ricchezza mondiale che andamento ha avuto nel corso degli anni? La ricchezza si sta sempre più accentrando nelle mani di pochi o sono cambiate queste mani?

MVP: Il crescente divario tra ricchi e poveri danneggia… i poveri, ma… favorisce i ricchi – direbbe Petrolini. Vedete, è con le buone intenzioni che si cade in trappola. Non esiste un interesse generale che prescinde da, e che dunque appiana, le differenze sociali. La disuguaglianza sta aumentando? Qui si vede dove sta l’”arte” dell’economista. Un collega che voglia rispondere negativamente, vi farà osservare che, dati alla mano, la differenza tra paesi sviluppati e paesi “ritardatari” si è ridotta sensibilmente negli ultimi due decenni. Che, inoltre, la percentuale di persone che vivono sotto la soglia di povertà è calata drasticamente, favorita anche e soprattutto dall’ascesa industriale cinese. Eppure le cose sono un po’ più complicate di così. Intanto perché, se la disuguaglianza tra paesi è calata, quella all’interno di ciascun paese è aumentata considerevolmente nello stesso periodo. E poi i flussi di reddito e ancor più la ricchezza detenuta dall’uno percento di popolazione più ricca nel mondo sono cresciuti esponenzialmente, complici la libertà di movimento dei capitali e la caduta delle aliquote marginali di tassazione. Il recente volumone di Picketty – Capitale nel XXI secolo – è piuttosto illuminante al riguardo.

 

6) WW: L’equilibrio, nella storia economica, da chi è perseguito, chi danneggia e chi avvantaggia? Io credo che un disequilibrio sia ineluttabile: il singolo, tranne rari casi, tende per sua natura a concentrare su di sé quanto più “benessere e potere” possibile, questo agire, in un sistema chiuso, non può che far crescere uno a discapito di molti. Ci da una sua visione del problema e una sua ricetta?

MVP: Intanto bisognerebbe prima definire i concetti di equilibrio, disequilibrio e squilibrio. Per semplicità, e con un po’ di senso pratico, possiamo definire equilibrio macroeconomico una situazione in cui le variabili chiave di un paese (tasso di crescita dell’economia, occupazione, conti esteri, inflazione e tassi di interesse) tendono a rimanere ancorate ad un certo livello per un periodo medio-lungo (diciamo, almeno tre-cinque anni). Chi ne trae vantaggio? Dipende dal tipo di equilibrio. In particolare, se si tratta di un equilibrio di pieno impiego della forza-lavoro, a trarne vantaggio relativo sarà tendenzialmente la classe dei salariati. Se, per contro, se si tratta di una condizione di disoccupazione elevata, a trarne giovamento saranno tendenzialmente i percettori di redditi da capitale e finanziari (capitalisti e rentiers, si sarebbe detto un tempo). Basta questo a spiegare perché il grande rimosso, nel pensiero economico dominante, non sia il concetto di squilibrio (almeno se inteso come disequilibrio, ossia perdita temporanea della condizione di equilibrio), ma quello di equilibrio subottimale, e anzi di equilibri multipli subottimali. Il guaio, insomma, è che le forze della concorrenza e dell’interesse privato non spingono affatto il sistema economico verso una condizione di ottimo sociale. Al contrario, favoriscono la concentrazione di ricchezza e di potere, sia in senso verticale (con l’impoverimento relativo tendenziale della classe dei salariati) che in senso orizzontale (mediante la concentrazione e centralizzazione di capitali).

 

7) WW: in letteratura ricorre sempre un tema: la morte del romanzo. In economia accade lo stesso per la globalizzazione: a suo avviso, è moribonda? Si sta trasformando in che cosa? Un fenomeno così globale, pervasivo, ha la possibilità di lasciare il campo a un nuovo fenomeno? Di che tipo? In questo senso, il ritorno dei dazi che segnale è?

MVP: La globalizzazione o mondializzazione dei flussi di merci e capitali è una tendenza immanente al modo di produzione capitalistico. La crisi della globalizzazione è, perciò, anzitutto crisi del capitalismo. Però, di nuovo, dobbiamo intenderci sul concetto di “crisi”. Crisi non è la fine o collasso del sistema, ma il modo in cui questo cambia pelle e si rigenera. Apre possibilità di mutamento radicale, certo. Ma, appunto, si tratta di possibilità, non già di necessità storica. In secondo luogo, la comprensione di una tendenza deve sempre, marxianamente, portarci a individuare le controdendenze che questa innesca. I dazi dell’amministrazione Trump, la Brexit, i rigurgiti nazionalisti nel continente europeo, sono tutte controtendenze innescate (o almeno alimentate) dai processi d’integrazione economica e finanziaria a tappe forzate che hanno caratterizzato i due decenni che hanno seguito il collasso dell’Unione Sovietica e del blocco socialista dell’est europeo.

 

8) WW: i cicli economici si alternano e ripetono con leggere mutazioni mantenendosi sostanzialmente gli stessi e, quindi, preventivabili, analizzabili, affrontabili o può capitare che si generi qualcosa di assolutamente nuovo? L’attuale sovranismo che precedenti ha, che tipo di evoluzione può avere e quali influenze porterà all’economia?

MVP: L’uso di neologismi, ovvero l’improvvisa popolarità di termini desueti, dovrebbero sempre far suonare un campanello d’allarme. Si tratta in genere di scorciatoie del pensiero, che oscurano i fenomeni anziché favorirne la comprensione. Ecco perché, almeno con riferimento all’Italia, eviterei di parlare di sovranismo e di populismo. La Lega è stata al governo del paese per più di vent’anni. Il fatto che, grazie all’ascesa di Salvini e al declino di Berlusconi, quel partito oggi cannibalizzi i suoi ex alleati in sede elettorale, mentre cerca di ri-proporsi come formazione nazional popolare e acchiappatutto, non segna una discontinuità radicale con il passato recente della scena politica italiana. La Lega è populista e sovranista né più né meno di quanto lo fosse la Forza Italia di Berlusconi o il Partito Democratico di Renzi. Il Movimento Cinque Stelle, poi, è una sorta di contenitore indistinto del malcontento, che convoglia la diffidenza crescente verso le elite (qualunque cosa s’intenda per elite), più che un partito che fa dalla sovranità la propria bandiera. A me pare che le cose siano più semplici, e possibilmente anche più preoccupanti, di come vengono solitamente descritte. C’è un processo d’integrazione economico-finanziaria su scala continentale che produce mostri. Si tratta di fermare quel processo, non di esercitarsi in ri-catalogazioni minuziose dei mostri.

 

9) WW: De Masi ha più volte detto e scritto che la società deve cambiare il nucleo centrale sul quale si basa, per esempio, la nostra costituzione: il lavoro. Automatismo, robotica, intelligenza artificiale, con il tempo ridurranno inevitabilmente la quantità della forza lavoro necessaria ai processi produttivi, concorda? Dove sbaglia, se sbaglia, De Masi in questa analisi? Se invece si va verso l’orizzonte descritto da De Masi, quali sarebbero i cambiamenti sociologici ed economici?

MVP: Sbaglia tutto o quasi. Confonde una narrazione astratta, per quanto affascinante e diffusa, con la realtà. Vi do solo un dato. I paesi a maggiore tasso di robotizzazione e innovazione tecnologica sono oggi quelli con i più alti tassi di occupazione e i minori tassi di disoccupazione. O davvero qualcuno sarebbe disposto a sostenere che la maggiore disoccupazione in Grecia, Spagna e Italia, rispetto a Germania, Giappone e Sud Corea, si debba al divario tecnologico a favore delle prime? D’altra parte, la continua riproduzione di un esercito di lavoratori potenziali inoccupati (o sotto-occupati) è uno dei meccanismi chiave del modo di produzione capitalistico, con o senza robot, con o senza immigrati, con o senza bamboccioni. Si può e si deve andare verso una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, su questo non potrei essere più d’accordo. Ma questo richiede di mettere in discussione radicalmente il modo di organizzazione economica e sociale dominante, e non di produrre narrazioni futuristiche apologetiche e deresponsabilizzanti.

 

10) WW: Brexit: da italiano, europeo, residente in Inghilterra, lei come sta vivendo questo passaggio? Si tratta di una buona scelta mal gestita o di un pasticcio?

MVP: Si tratta di una reazione a catena generata da un evento imprevisto, anche se non del tutto imprevedibile: il voto di protesta dei lavoratori britannici, impoveriti da anni di politiche di austerità e di polarizzazione dei redditi e delle ricchezze. In teoria, quel voto avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per il Regno Unito, quella di riequilibrare il baricentro della propria economia, sia in termini geografici (verso le potenze economiche emergenti) che in termini strutturali (verso un rilancio progressivo del settore manifatturiero, o almeno di alcune produzioni chiave). In pratica, si è trasformata in un enorme pasticcio, per via delle lacerazioni e della lotta di potere in seno al Partito Conservatore (ed anche ai laburisti). Come la vivo a livello personale? Con un po’ di apprensione per via delle noie amministrative che si preannunciano. Ma non ne faccio un dramma. Ho cambiato lavoro, casa, città, e persino paese, tante volte nella mia vita. Lo farò ancora se sarò costretto. Rimarrà il senso di gratitudine per un paese che, pur tra mille contraddizioni, ha garantito a me e alla mia famiglia delle condizioni di lavoro e di vita più che dignitose.

 

11) WW: Franco CFA (Cemac) e Franco CFA (Uemoa), che vantaggi hanno portato agli stati africani nei quali questa moneta è in vigore? La Francia ha avuto e ha dei vantaggi?

MVP: Per un paese periferico, affidare la determinazione della propria politica monetaria e valutaria a un paese del centro significa godere di maggiore stabilità dei prezzi e assicurarsi così un flusso elevato e (relativamente) stabile di capitali dal centro. Sfortunatamente, questo significa anche immettere nell’economia spinte deflazionistiche molto potenti che inibiscono la crescita delle produzioni locali. Soprattutto, significa dover garantire un contro-flusso crescente di profitti, dividendi e interessi agli investitori esteri. Pur in assenza di rapporti coloniali in senso formale, tale meccanismo fa sì che un ammontare crescente di risorse venga trasferito dalla periferia al centro e, inoltre, che il rapporto di dipendenza economica e finanziaria della periferia con il centro venga assicurato anche in assenza di dispositivi espliciti coercizione politica e militare. La definirei, insomma, una condizione di servitù edulcorata – e persino dorata per quei ceti locali, parassitari e corrotti, che la gestiscono per conto del centro. Ma, appunto, di servitù si tratta. Il rapporto tra la Francia e le sue ex colonie africane va letto in tale ottica.

 

12) WW: il tanto criticato Euro che da solo non è bastato per creare un’Europa unita, potrebbe essere preso come esempio, migliorato, per creare una moneta unica africana? Un’eventuale moneta unica africana agevolerebbe lo sviluppo del continente? In che modo?

MVP: Nelle intenzioni della classe dirigente francese, l’Euro avrebbe dovuto essere lo strumento con cui le sorti politico-militari del proprio paese e quelle della potente manifattura tedesca venivano saldate in un patto di sangue. Oggi possiamo affermare che quell’obiettivo sia stato sostanzialmente raggiunto. Sennonché, come pressoché tutti i maggiori macroeconomisti avevano fatto notare sin dai tempi del rilancio di quel progetto (che, vale la pena di ricordarlo, è naufragato e risorto più volte), l’Euro si è trasformato rapidamente anche nel principale strumento d’imposizione del modello mercantilista, e perciò deflazionista, tedesco al resto dei paesi aderenti all’unione monetaria. È un modello che porta alla polarizzazione delle produzioni e dei redditi, dunque della forza-lavoro, favorendo l’accumulazione di tecnologie e competenze nelle aree del centro, a cui corrisponde una progressiva desertificazione delle aree periferiche dell’Unione Europea. Queste possono beneficiare temporaneamente di flussi di capitali che si riversano nella periferia in cerca di rendimenti elevati nel corso dei periodi di boom. Ma, non appena la fiducia svanisce e lascia il posto all’incertezza, quei capitali rientrano rapidamente alla base, determinando il collasso di periferie sempre più indebitate e dipendenti dal centro. I rigurgiti particolaristi a cui stiamo assistendo da alcuni anni in quasi tutti i paesi membri sono alimentati proprio da tali processi, di cui i risorgenti nazionalismi rappresentano la contro-tendenza. In assenza di un cambiamento radicale nell’assetto istituzionale dell’Unione Europea (che, però, al momento appare assai improbabile), la tensione sociale e politica è destinata a salire ulteriormente. Quanto ad un’eventuale valuta panafricana, mi pare un progetto prematuro, velleitario e ad altissimo tasso di rischio. No, davvero, non è questo quello di cui i paesi africani hanno bisogno.

 

13) WW: paesi come la Germania che cercano la via della crescita anche verso l’aggressione di mercati esteri, e come la Francia che hanno dei problemi sulla bilancia commerciale e sul piano dei fondamentali dell’economia, potranno mai permettersi la crescita di paesi periferici (economicamente e/o politicamente, come l’Italia) senza aumentare ulteriormente gli squilibri esteri?

MVP: Il punto è molto semplice. Il modello economico tedesco è un modello di successo. Non c’è ragione per cui la classe politica tedesca, che risponde e risponderà ancora per molti decenni a venire ai propri elettori, non a quelli italiani o spagnoli, dovrebbe rinunciare ai propri vantaggi competitivi. La Francia ha qualche grattacapo macroeconomico, è vero, ma mantiene un certo peso finanziario e soprattutto militare e politico. Di certo gode di una superiorità indiscussa all’interno dell’Unione. Dunque, nemmeno la classe dirigente francese ha interesse a cambiare l’attuale assetto istituzionale europeo. Entrambi, inoltre, hanno spostato progressivamente il baricentro strategico della propria azione fuori dai confini europei o almeno oltre il blocco dei paesi fondatori. Mi spiace, ma per l’Italia andrà sempre peggio.

 

14) WW: la crisi finanziaria dal crollo di Lheman Brothers importata dagli Usa, trovando un humus di condizioni economiche particolari e delle scelte errate (o delle non scelte) da parte della BCE ha attecchito nell’eurozona: un’unione federale avrebbe potuto reagire diversamente? La gestione di Draghi quanto è stata necessaria e benefica e come immagina il dopo Draghi per la BCE?

MVP: Draghi ha fatto quello che ha potuto. È vero che inizialmente la BCE è sembrata sottovalutare l’impatto dell’uragano finanziario che si stava abbattendo sull’Area Euro, ma poi si è spinta ben oltre i limiti originari del proprio mandato. Va, peraltro, chiarito che, se è vero che l’innesco della crisi si è verificato oltre Atlantico, le condizioni affinché deflagrasse erano già tutte poste. La ragione è che non vi sono strumenti per gestire shock asimmetrici (o effetti asimmetrici di shock simmetrici) all’interno dell’Unione. L’unione fiscale non si farà mai, perché implicherebbe un trasferimento di risorse dal centro alle periferie, o almeno questa sarebbe la narrazione che finirebbe per prevalere al nord. Glielo spiegate voi agli elettori valloni che devono pagare il “basic income” ai calabresi? Ma poi, trent’anni di Prima Repubblica in Italia hanno generato la Lega Nord. Vi lascio immaginare quale mostro potrebbero partorire anche solo pochi anni di integrazione fiscale nelle attuali condizioni… Tornando alla BCE, e che volete che facciano? Se vogliono salvare l’unione monetaria, dovranno mettere da parte ogni velleità rigorista e far tesoro del pragmatismo mostrato da Draghi. E non è detto che basti.

 

15) WW: la sua tesi sul -Capitale di Marx- il suo sito Marxianomics… danno un “leggero” indizio sulla sua visione dell’economia: ha senso combattere “il capitale”?

MVP: È il capitale che combatte me. Me e tutti i salariati. Però è anche un sistema che pone le condizioni del proprio superamento. Che, dunque, ci dà le armi per contrattaccare o almeno difenderci. Visto che questa cosa ce le ha insegnate Marx, il riferimento a lui era obbligatorio quando ho dovuto trovare un nome per il sito.

 

16) WW: la politica estera si fa anche con la politica economica, la politica economica in alcuni casi sostituisce la guerra di colonizzazione. Cosa fa la Cina in Africa? Quali sono gli sviluppi futuri immaginabili?

MVP: La Cina, come i paesi occidentali che l’hanno preceduta, è lì per assicurarsi materie prime e mercati di sbocco. A differenza dei suoi predecessori, però, lo fa senza imporre rapporti coloniali (o comunque imperialisti) alla controparte. È forse ingenuo parlare di mutuo vantaggio. Di certo, però, siamo distanti anni luce dai disastri prodotti da europei e nordamericani.

 

17) Torniamo all’Europa: lei crede che un’unione bancaria, fiscale, giudiziaria, giuridica, politica raggiunta contestualmente all’unità monetaria avrebbe potuto creare un’Europa migliore? È troppo tardi per costruire “Gli Stati uniti d’Europa”? E quali dovrebbero essere i confini ottimali di questi ipotetici Stati uniti d’Europa?

MVP: Ma l’unione monetaria in assenza delle altre condizioni non è stato un incidente di percorso! Al contrario. Era l’unica unione possibile, perché l’unica su cui vi potesse esserci una convergenza d’interessi dei suoi futuri membri. Le altre “unioni” semplicemente non sono mai esistite come possibilità. Ma davvero c’è qualcuno, fuori dalla stanza di un manicomio, che possa pensare che un’unione militare con i francesi, un’unione fiscale con i tedeschi e un’unione giuridica con, che so, gli irlandesi, sia mai stata all’ordine del giorno? Ce li vedete i generali francesi a condividere le chiavi del proprio arsenale militare con i loro omologhi italiani? O i lavoratori tedeschi a pagare gli sgravi fiscali alle imprese italiane? Su, siamo seri. E se mai un giorno di dovesse arrivare a una maggiore integrazione – idea che, almeno per ora, sarebbe saggio accantonare, proprio se si hanno a cuore le sorti del continente – non sarà su base paritetica. Somiglierà, piuttosto, al processo di annessione della Germania Est da parte della Germania Ovest, con lo stesso carico di distruzione sociale. Non dimenticate che persino gli Stati Uniti d’America sono passati attraverso una sanguinosa guerra di secessione.

 

18) WW: Uno sguardo alla politica di casa nostra: gli interventi sulle pensioni, il reddito di cittadinanza, la flat tax che effetti potranno avere sull’economia reale? Per dare una sferzata alla nostra economia sarebbero più utili delle detassazioni o degli investimenti in grandi, medio, piccole opere?

MVP: Investimenti in infrastrutture, reti di trasporto, edilizia popolare, riconversione ecologica, innovazione tecnologica, e messa in sicurezza del territorio. Revisione del sistema fiscale con tassazione fortemente progressiva dei redditi e delle ricchezze, inclusa una tassa di successione sui grandi patrimoni. Infine, piano per il pieno impiego. Questo serve. In assenza di questo, il resto sono solo palliativi (il cosiddetto reddito di cittadinanza) o provvedimenti regressivi e recessivi (flat tax).

 

19) WW: Se fosse il ministro dell’economia del governo italiano, quali provvedimenti prenderebbe?

MVP: Quanto detto sopra: investimenti, che però richiedono tempo per essere avviati; piano per il lavoro; riforma del sistema fiscale. Queste sono le priorità.

 

20) WW: attualità, Venezuela. La gestione di Chavez e di Maduro ha messo in ginocchio il paese per scelte economico-politiche sbagliate e anacronistiche o per le interferenze esterne? Un nuovo governo come potrà rilanciare questo paese? Con quali politiche economiche?

MVP: Non sono in grado di giudicare l’azione di Maduro. La situazione economica e politica venezuelana non è semplice, perché si tratta di un’economia fragilissima, cronicamente dipendente dalle esportazioni di petrolio. Può essere, e anzi sono ragionevolmente sicuro, che le autorità venezuelane abbiano commesso errori gravi. Detto questo, però, le ingerenze nordamericane ed europee sono inaccettabili. Chi sostiene un governo golpista nazista in Ucraina o traffica armi con i Sauditi non può dare lezione di democrazia ad alcuno.

 

21) WW: la Russia, assopita per decenni, sta riconquistando il suo ruolo, il trattato INF –niente armi nucleari “di teatro”, a raggio intermedio, né ad oriente né ad occidente- viene stracciato. Stiamo precipitando nuovamente verso l’equilibrio del terrore? Che ruolo ha avuto, ha e avrà, in queste tensioni e trasformazioni, l’economia?

MVP: Beh, li abbiamo accerchiati. Che dovevano fare? Con tutta l’antipatia che posso nutrire per l’ultra-conservatore Putin, davvero non riesco a capire come si potesse pensare che stesse a guardare mentre il “mondo libero” inaugurava basi missilistiche a tutto spiano nei paesi dell’ex cintura sovietica. Qui, oltretutto, emerge con chiarezza il legame siamese tra progetto d’integrazione economico-finanziaria del continente europeo e Patto Atlantico. L’estensione progressiva dell’Unione è stata sempre il primo passo a cui a fatto seguito il secondo, quello dell’integrazione militare del nuovo membro nel dispositivo di “difesa” atlantico. Altro che contropotere a Washington!

 

22) WW: l’economia è la madre di tutto, il motore della vita? Marco Veronese Passarella se non fosse diventato un economista? Marco Veronese Passarella da 22grande?

MVP: Come dico sempre, da bambino avevo tre miti: Che Guevara, Maradona e Jim Morrison. Non so, ho come l’impressione che qualcosa sia andato storto.

 

23) WW: il suo autore preferito? Il suo libro preferito?

MVP: La verità è che, se si esclude la saggistica (un tempo di filosofia, filosofia della scienza, storia del pensiero economico e fisica, ma negli ultimi anni sempre più di econometria e di programmazione), non ho autori preferiti, né libri preferiti. Fuori dalla rete, oggi non leggo più o quasi. Ho avuto, però, varie fasi nel corso della mia vita, segnate da letture diverse. Le due più importanti, guardando alle loro implicazioni letterarie, sono state due. Dalla fine delle scuole superiori a circa trent’anni a dominare è stato il genere distopico: Huxley, Orwell, London, Butler, per citarne alcuni. Di questi, Huxley (Il mondo nuovo) è forse quello che ho apprezzato di più. Poi, all’improvviso, alcuni amici mi hanno fatto scoprire autori americani come Lansdale e Palahniuk, che ho subito amato per il senso di spiazzamento nichilista che ingenerano (La notte del drive-in, Soffocare, ecc.). Ma anche, qualche anno prima, i viaggi al termine delle notti emiliane di Tondelli in Altri libertini. Tutto ciò che provoca stordimento, capovolgimento della realtà, allucinazioni, apnea. Lo smarrimento dei sensi come medicina o arma estrema contro la perdita di senso: è questo ciò che ho chiesto sovente ai libri. Quando leggevo. Quando non ero un barbaro.

 

WW: grazie, buone letture, buone scritture e buone analisi economiche.

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