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Abolire la sicurezza è l’unica sicurezza di cui abbiamo veramente bisogno!

di Enrico Gargiulo

0e99dc 70010ff4122444c5b890618f0ec4ed9cmv2La questione della sicurezza è un tema all'ordine del giorno, al centro delle mosse del governo Meloni. Enrico Gargiulo la discute riflettendo su Abolire la sicurezza. Un manifesto (ombre corte, 2025) del Collettivo Anti-security, libro che affronta la genealogia di questo concetto ambiguo e ci fornisce strumenti preziosi per decostruire e affrontare criticamente le politiche securitarie. Secondo l'autore della recensione, il testo non si limita a una critica delle derive securitarie, ma propone possibili vie d'uscita a partire da una prospettiva «abolizionista», ossia l'abolizione di aspetti più o meno specifici del capitalismo come chiave per mettere in discussione l'intero sistema. 

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La traduzione italiana di The security abolition manifesto arriva con un tempismo perfetto. Oggi, infatti, la parola «sicurezza» compare nei discorsi di tutte le forze politiche presenti in parlamento.

Tra le fila del centro-sinistra è stata richiamata più volte. Walter Veltroni ha invitato a non considerarla un tabù o, al contrario, a evitare di affrontarla scimmiottando le ricette della destra. Silvia Salis, sindaca di Genova, ha esortato a trattarla come «un tema nazionale e, per certi aspetti, anche internazionale, che nessun governo può annunciare di risolvere dall’oggi al domani». Posizioni del genere non costituiscono una novità: le politiche securitarie sono, se non un’invenzione, senza dubbio una costante nell’azione politica del campo «progressista». Almeno a partire dagli anni Novanta del XX secolo, quando da un lato il progetto Città sicure, realizzato in collaborazione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Università di Bologna, e dall’altro il protagonismo dei sindaci «democratici», eletti direttamente a partire dal 1993, hanno gettato le basi per un vero e proprio programma di governo.

Marco Minniti e i suoi decreti sicurezza del 2017, dunque, sono la manifestazione più evidente di una traiettoria ben radicata, sia in termini teorici – a cominciare dall’idea che sia opportuno governare la sicurezza percepita, nella consapevolezza della sua distanza da quella reale – sia in termini pratici, vale a dire di azioni concrete.

A destra, il quadro è, se possibile, ancora più chiaro. Le iniziative dell’attuale ministro dell’interno Matteo Piantedosi sono la manifestazione, estrema e attuale, di un percorso di lungo periodo. Se gli anni Novanta sono il decennio della sicurezza di (centro)sinistra – il primo (e breve) governo Berlusconi, infatti, non ha preso particolari iniziative sul tema – i Duemila vedono un netto protagonismo del centro-destra. Prima, a ridosso dell’11 settembre del 2001, con la legge Bossi-Fini del 2002, che ha radicalizzato in senso sicuritario l’impianto del già restrittivo e repressivo Testo unico sull’immigrazione del 1998, firmato da Livia Turco e Giorgio Napolitano, esponenti del Partito democratico della sinistra. Poi, con l’azione di Roberto Maroni, i cui Pacchetti sicurezza, tra il 2008 e il 2009, hanno toccato moltissimi ambiti della vita sociale. A circa un decennio di distanza, con le iniziative di Matteo Salvini, che si è dedicato principalmente – ma non esclusivamente – a rendere la vita impossibile alle persone richiedenti asilo. Infine, con la linea che sta dettando Matteo Piantedosi, capo di gabinetto nel ministero salviniano e in seguito promosso al vertice del Viminale, il quale, all’inizio del 2025, ha firmato un decreto-sicurezza capace di raggiungere vette repressive forse mai toccate finora e, a un anno di distanza, sta lavorando a nuovi provvedimenti capaci di alzare ancora di più l’asticella del conflitto, rendendo la partecipazione politica sempre più rischiosa in termini di sanzioni amministrative e penali, e di criminalizzare in maniera apertamente razzista persone immigrate e giovani di seconda generazione. Il decreto-legge e il disegno di legge attualmente in preparazione – il primo volto a rafforzare e proteggere le forze dell’ordine mentre il secondo a colpire stranieri e «maranza» – rileggono le categorie di sicurezza e ordine pubblico in un’accezione sempre più preventiva, nella pretesa di anticipare possibili comportamenti devianti e con l’intenzione di punire le persone per ciò che si ritiene siano più che per quello che concretamente fanno.

In uno scenario del genere, Abolire la sicurezza. Un manifesto (ombre corte, 2025) contribuisce a illuminare il presente e la sua genealogia, gettando luce, in particolare, sui reali contenuti di un concetto tanto strategico quanto ambiguo. Il libro, infatti, fornisce strumenti preziosi per decostruire e affrontare in maniera critica le politiche securitarie, così da poter immaginare un mondo diverso e, se possibile, migliore.

Sin dalla prefazione all’edizione italiana, scritta da Simone Tulumello (a cui si deve anche la traduzione del testo), viene messo in chiaro come l’idea di sicurezza debba necessariamente essere analizzata a partire dalle condizioni materiali in cui ha preso forma e, nel tempo, è diventata egemonica. Abolire la sicurezza, in altre parole, invita a collocare qualunque ragionamento sulle politiche sicuritarie e sul ruolo delle agenzie chiamate a tutelarla – in primis, le forze dell’ordine – nel contesto di una società fondata sul lavoro mercificato e sulla produzione di merci: ossia, una società capitalistica che, storicamente e logicamente, è, e non può che essere, uno Stato di polizia. Un’espressione, peraltro, che rimanda a un regime basato non sul controllo ossessivo e sulla repressione sistematica – come, sbagliando, si tende a credere oggi – ma, piuttosto, su una gestione «scientifica» della collettività capace di penetrare, in modo capillare e totalizzante, in tutti gli ambiti della vita sociale.

Dalla prospettiva dell’Anti-security Collective, la sicurezza – sottolinea Tulumello – è lo «strumento di promozione di una specifica libertà, quella permessa nel regime capitalista (e dalla sua filosofia politica, il liberalismo): quella di chi detiene la proprietà privata, garantita dallo strumento principe dello Stato nazione liberale, la polizia» (Tulumello, 2025, pp. 8-9). Il collettivo di studiose e studiosi – che si è formato nel 2010 a Ottawa, in Canada, e la cui ispirazione principale sono gli studi di Mark Neocleous – mette in chiaro infatti, fin dall’inizio del libro, che:

I confini della proprietà privata e, nello stesso modo, i confini dello Stato danno luogo a forme particolari di relazioni sociali, limitando alcuni flussi e permettendone altri, insediando e espellendo, creando insicurezze, lasciando insoddisfatti i bisogni umani, seminando divisioni e generando nuove modalità di guerra sociale (Collettivo Anti-security, 2025, p. 110).

In uno scenario del genere, gli apparati chiamati a garantire la sicurezza sono feticci, la cui funzione è occultare un certo stato di cose costruendo un senso comune favorevole al suo mantenimento: ideologie, insomma, che hanno la funzione di sostenere l’ordine sociale rappresentando il potere di polizia come un suo prerequisito basilare.

Uno dei capitoli forse più densi e significativi del libro è intitolato, non a caso, La sottile linea blu: un’espressione di uso comune – che allude alla thin red line della guerra di Crimea – probabilmente impiegata per la prima volta da Bill Parkerche, capo della polizia di Los Angeles tra il 1950 e il 1966, e poi diventata popolare, tanto da essere ripresa da un film documentario del 1988, che ripercorre le vicende della condanna di un uomo ingiustamente accusato di aver ucciso un poliziotto a Dallas, e, con un registro del tutto diverso, da una sitcom inglese trasmessa dalla BBC tra il 1995 e il 1996. La thin blue line, in sostanza, è la rappresentazione spaziale della funzione assolta dalla polizia: il baluardo ultimo tra ordine e caos.

La visione del mondo di cui un immaginario del genere si alimenta esprime un pessimismo antropologico che non lascia spazio all’autonomia morale delle persone. La società è vista come un luogo ostile e fuori controllo, abitato da esseri intrinsecamente malvagi e, quindi, pericolosi, che devono essere tenuti a bada affinché la sicurezza sia garantita.

Dare forma a un immaginario pessimistico, naturalizzandolo e facendolo apparire come un fatto scontato, è funzionale a legittimare i processi di accumulazione e predazione su cui il capitalismo si fonda e prospera. Abolire la sicurezza, sul punto, è piuttosto esplicito:

le persone non vivono la scarsità perché non c’è merce a sufficienza ma perché la scarsità è inerente al fatto che la merce sia prodotta per essere commercializzata. Il fatto che la merce abbia, oltre al valore d’uso, anche un valore di scambio ci ricorda che è prodotta per il profitto e non per soddisfare i bisogni umani (Collettivo Anti-security, 2025, p. 72).

Da questa prospettiva, l’idea che la polizia sia necessaria a proteggere la democrazia si basa su un grosso equivoco, semantico prima ancora che politico. Le parole con cui immaginiamo il mondo in cui viviamo, infatti, sono astrazioni feticizzate: vale a dire, costrutti che, nel momento in cui nascondono questioni sostanziali sotto etichette che rischiano di rivelarsi vuote, ci ingannano distogliendo la nostra attenzione dalle questioni centrali – le asimmetrie nelle relazioni di potere e nei rapporti di produzione – per spostarla verso elementi che si rivelano effimeri – la tutela formale delle libertà. Nelle parole del Collettivo

Ciò che oggi passa per «democrazia» è ciò che è stato messo in atto dalle rivoluzioni borghesi del XVIII secolo, dalle dichiarazioni dei diritti borghesi (alla libertà, l’uguaglianza, la sicurezza) e dall’appropriazione della democrazia che ha fatto il liberalismo durante il secolo successivo: una democrazia formale e astratta, una democrazia che riconosce il potere del popolo solo per renderlo nullo. Piuttosto che un sistema di reale autogoverno, la democrazia liberale aliena la nostra capacità di autogoverno a rappresentanti che non hanno mai da rendere conto e a funzionari non eletti. Invece di esercitare il potere, siamo amministrati dal potere. Siamo soggetti al controllo di polizia, vale a dire che la nostra realtà sociale è insieme gestita e attivamente fabbricata da poteri statali e privati. E, come reso evidente dalle rivoluzioni borghesi del XVIII secolo e dall’appropriazione della democrazia da parte del liberalismo nel XIX secolo, l’intero ordine sociale deve privilegiare uno dei diritti fondamentali su tutti gli altri: la Sicurezza! (Collettivo Anti-security, 2025, p. 73).

Dalle conseguenze intellettuali e politiche di un’analisi del genere non ci si salva neppure invocando una dimensione della sicurezza spesso dimenticata: quella sociale. Il manifesto, infatti, fa chiarezza anche su questo aspetto: il welfare state è parte integrante della storia del dispositivo poliziesco. Del resto, l’etimologia di «politica sociale» è la stessa di «polizia»: risale alla parola greca polis, la quale indica la città e la sua amministrazione. L’assistenza, insomma, è una delle tante funzioni organizzative degli stati moderni che, in origine, rientravano nel campo più ampio delle attività poliziesche. Abolire la sicurezza, al riguardo, specifica che la polizia sociale nelle sue diverse forme – welfare, istruzione, sanità – è uno degli apparati tramite cui lo Stato gestisce la classe operaia e, più in generale, la società civile (Collettivo Anti-security, 2025, p. 65). Entra dunque nel merito di una questione centrale ma spesso – salvo rare eccezioni – rimossa: il controllo sociale insito in ogni forma di assistenza.

Nella sua radicalità, di conseguenza, la proposta avanzata dal Collettivo Anti-security non può che essere abolizionista. Decostruire e smontare un immaginario securitario, infatti, implica innanzitutto riconoscere i legami tra elementi che, in apparenza, sono tra loro scollegati, prendendo atto di quanto abolire un pezzo del mondo in cui viviamo – un’istituzione o una parola chiave – sia inutile, o addirittura controproducente, se non se ne aboliscono anche altri. Il manifesto, dunque, rientra in un filone più ampio di analisi e interventi, accademici e/o militanti, che si pongono come obiettivo l’abolizione di aspetti più o meno specifici del capitalismo come chiave per una messa in discussione dell’intero sistema. I confini e la polizia sono tra i temi più affrontati, ma non mancano progetti sistematici che mettono in connessione sfere diverse dell’azione statale. Il Seminario permanente genealogie dell’abolizionismo, organizzato da Martina Tazzioli e da Giulia Fabini nell’Università di Bologna tra il 2024 e il 2025 – nel cui ambito ho ragionato sull’abolizione di una parola chiave del pensiero di stato sulle migrazioni: integrazione –, va in questa direzione: abolire concetti chiave del dispositivo migratorio ha senso e può essere efficace soltanto se si accompagna alla messa in discussione dell’ordine socioeconomico e politico che provoca un certo tipo di mobilità umana e, allo stesso tempo, pretende di regolarla giuridicamente. In una direzione non molto diversa va il libro pubblicato di recente da Valeria Verdolini, che usa la violenza istituzionale e le sue diverse manifestazioni storiche come chiave di lettura per pensare le «abolizioni (im)possibili».

Sull’abolizionismo, il manifesto del Collettivo Anti-security si esprime in modo piuttosto esplicito:

Se il potere di polizia esiste per costruire l’ordine sociale capitalista e fungere da cuneo tra bisogni e capacità, allora possiamo concepire l’abolizione della polizia come la costruzione di un mondo anticapitalista. Allo stesso modo, l’abolizione della sicurezza è la pratica della costruzione del comune contro la sicurezza, un lavoro con l’intento strategico di sostituire i vari bracci dell’apparato di polizia con strutture in comune per una cura e una cooperazione in autonomia. Al posto della sicurezza la solidarietà (Collettivo Anti-security, 2025, p. 71).

Non a caso, il testo, nelle sue parti finali, contiene un’appendice – firmata da Neocleus e da George Rigakos – in cui sono sintetizzati i punti principali della proposta politico/analitica del Collettivo e un appello finalizzato a indicare come agire contro la sicurezza, per poi concludersi con un ammonimento diretto al movimento abolizionista, che

«sembra scivolare via, catturato e cooptato ancora una volta per diventare l’ennesima iniziativa di riforma della polizia. Questo è il potere della sicurezza. Eppure c’è un’altra strada. Questo Manifesto stabilisce ciò che pensiamo di dover fare per vincere» (Collettivo Anti-security, 2025, p. 166).

Abolire la sicurezza, insomma, è un libro che merita di essere discusso e che, spero, farà discutere. Il suo punto debole – una radicalità a tratti forse «estrema» anche per le componenti più critiche delle scienze sociali e della sinistra di movimento – è allo stesso tempo il suo elemento di forza. Il manifesto, infatti, aggredisce in modo diretto ed esplicito i punti nodali e le contraddizioni più stridenti del mondo in cui viviamo, non limitandosi all’analisi ma proponendo possibili vie d’uscita. Una prospettiva rara, dato che molte proposte, analitiche e politiche, non vanno oltre una critica alle derive securitarie che, spesso, si riduce al rimpianto di un passato mitico – e a tratti mitologico – in cui la sicurezza sociale rendeva migliori le nostre esistenze ma che, tuttavia, non aiuta a comprendere quanto le politiche sociali siano state, e siano tuttora, parte di quella stessa «polizia» che governa le nostre viste mantenendo un ordine gerarchico e stratificato.

Il libro del Collettivo Anti-security ci porta fuori da questa impasse. Leggendolo, possiamo ricavarne una lezione fondamentale. Se da un lato non dobbiamo negare le dimensioni emancipative del Welfare state, evitando anche, a maggior ragione, di denigrare le lotte politiche che hanno permesso di strappare poco alla volta i diritti sociali, dall’altro siamo chiamate/i a inquadrare l’azione dello stato in una logica di lungo periodo, capace di metterne in luce le ambiguità e, al contempo, di aprire spiragli di trasformazione radicale.


Enrico Gargiulo, sociologo, lavora nel Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, dove insegna Sociologia e Politiche di integrazione e cittadinanza locale e fa ricerca su temi legali alla cittadinanza, alle politiche sociali, all’integrazione delle persone immigrate, alla gestione della popolazione e alla polizia. Ha scritto diversi libri, tra cui, di recente, Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità (Meltemi, 2024) e Protocollo: uno strumento di potere (elèuthera, 2026).
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Comments

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Lorenzo
Thursday, 12 February 2026 20:04
Quella che un tempo era la sinistra marxista e rivoluzionaria si è diluita in questa poltiglia anarcoide e postsessantottina che allo slogan tradizionale 'chi non lavora non mangia' sostituisce 'il potere all'immaginazione' et similia. Invece di identificarsi coll'implacabile disciplina del lavoro bolscevica si identificano col rifiuto marcusiano del principio di prestazione. Anziché glorificare le guardie rosse che difendevano Leningrado dai tedeschi (colle fila di cadaveri appesi ai lampioni per diserzione o per aver rubato un laccio di scarpe) a questi fantasmi piacciono Kerouac, Joan Baez, gli spinelli, il libero amore, i confini aperti e la promiscuità interrazziale.

Siete uno specchio vivente della decadenza di questa società al tramonto.
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