
L’industria del divertimento
di Salvatore Bravo
Le tragedie dell’industria del divertimento si ripetono in modo sempre eguale e ad ogni evento luttuoso segue “un senso di stupore” dinanzi a tragedie che potevano essere evitate. Trasmissioni, articoli e discussioni si succedono, in modo simile, secondo un copione sempre eguale. Il dramma è l’incapacità acquisita dopo decenni di “divertimentificio” divenuto un diritto indiscutibile di comprendere le cause profonde delle sciagure che si susseguono. Non vi è volontà alcuna di cambiare la prospettiva della narrazione degli eventi che, di conseguenza, si arena sui dettagli pruriginosi e sul conteggio delle responsabilità immediate. Non si riporta l’evento al sistema. Il divertimentificio non è solo industria del divertimento senza limiti, in cui giovani e vecchi sono travolti e usati per estrarre plusvalore, ma è molto di più. Se il fine del divertimentificio è il guadagno, il che lo rende coerente con il sistema capitalistico, è inevitabile che competizione e illimitati appetiti non possono che logorare il rispetto delle leggi e della sicurezza dei luoghi in cui si consumano gli eventi. Lo stato di competizione, lo constatiamo nelle morti sul lavoro, porta gli imprenditori piccoli e grandi a dover lottare per la sopravvivenza e a tal fine il sovraffollamento dei locali e delle discoteche è probabilmente la norma e le leggi sulla sicurezza sono aggirate. Questo è il primo dato celato e mai discusso. Su tutto ciò si è innestata la pedagogia del divertimento a completamento e giustificazione sovrastrutturale del modello economico liberista.
I genitori spesso esigono che il divertimento si infiltri ovunque e, dunque, la capacità di individuare pericoli che esige concentrazione e abitudine alla prudenza purtroppo ne è fortemente lesa. Lo verifichiamo nelle scuole e nelle strade, un senso di innocente onnipotenza porta a comportamenti rischiosi. I ragazzi sono sollecitati a divertirsi con la benedizione di un intero sistema che ha rinunciato alla progettualità e l’ha sostituita con l’emozione del momento. Il piacere senza limiti e un’esistenza deregolamentata e priva di solide fondamenta onto-assiologiche non possono che aumentare enormemente i rischi per i più giovani.
Le madri, i padri e i maestri sono ormai relegati al silenzio e chiunque osi parlare di senso etico del limite e della prudenza è connotato come “gufo barbuto e insopportabile”. Genitori e simili (penso ai docenti) inseguono il giovanilismo, pertanto i nostri giovani sono lasciati soli in un mondo senza pietà che li reifica e li aliena, tanto più che in modo sempre più precoce li si libera dall’autorità paterna e materna per consegnarli al mercato. I genitori spesso ascoltano i nuovi pedagogisti che spingono verso l’autonomia e la libertà sempre più precoci, ma la libertà si impara gradualmente, ed essa non è deregolamentazione narcisistica, ma consapevolezza delle leggi dopo un lungo periodo in cui il giovane ha consolidato buone abitudini e discernimento consapevole che giunge alla fine di un percorso di formazione. Si saltano le fasi e i processi e naturalmente il sistema applaude alla precocizzazione dell’indipendenza. La reificazione descritta da György Lukács è parte di tale fenomeno. Reificare significa trasformare l’astratto nel concreto. L’astratto è la parte scissa dall’interalità, pertanto il divertimento è idolatrato e reso una semidivinità a cui non si può che dire un “sì” corale. L’idolatria è sincronica all’alienazione. Di divertimento in divertimento, di attività ludica in attività ludica (anche l’insegnamento deve adeguarsi, per cui pochi contenuti e tanta gioia del niente…) il giovane si estranea da sé e dal mondo, diventa straniero a se stesso ed egli entra in una condizione di “non vita”. In tedesco alienazione corrisponde alla parola Entfremdung; fremd è il corpo centrale della parola e indica lo stato di straniero a se stesso e al mondo. Tale è la condizione generale dei giovani occidentali predati della reificazione e dell’alienazione. Naturalmente il sistema invoca severità e sicurezza a ogni tragedia non volendo porre in discussione e pensare criticamente l’industria del divertimento, la quale non è come l’etimologia suggerisce divertere, „volgere altrove o cambiare strada simbolicamente“, dopo aver vissuto l’ordinario, ma è il fine di ogni agire. Quando non c’è più il divertimento, si abbandonano le attività ritenute noiose e anche le relazioni sono soggetto alla medesima precarietà. L’industria del divertimento è guerra, perché essa per attrarre deve mettere in campo sensazioni sempre più spinte e attrattive, poiché chi accelera le tappe e non conosce la creatività interiore della noia facilmente cambia agenzia-azienda del divertimento per immergersi in nuovi stimoli. Silenzio assoluto, dunque, su tale realtà che produce denaro e posti di lavoro, per cui si fa appello alla responsabilità di gestori e utenti in un contesto che lavora invece contro la responsabilità etica.
Depoliticizzare
L’altro elemento non secondario è la coincidenza tra divertimento e depoliticizzazione. Nel 1978 in Italia, mentre declinavano fortunatamente gli anni di piombo, si assiste al cosiddetto reflusso nel privato e nel disimpegno. Il divertimento diviene prassi per depoliticizzare e contrarre la passione democratica. Discoteche, crociere e spostamenti spasmodici con ogni mezzo inaugurano un’epoca in cui il culto del privato finirà col coincidere con il diritto a disinteressarsi della comunità locale, della patria e della politica. Si sancisce che ciascuno ha il diritto di gioire come vuole e il disimpegno non può essere oggetto di discussione o critica. Si delinea un nuovo dogma. In Italia il 1978 è l’anno del boom delle discoteche e de La febbre del sabato sera. Nel 1978 si inauguara la Discoteca Concorde di Chiesina Uzzanese, che aprì il 30 dicembre, anche nel mondo il fenomeno dilaga come testimonia l’inaufurazione di c Studio 54 a New York e a Roma con Easy Going esordisce il primo locale gay italiano. Nessuno è contrario al divertimento sano ed equilibrato, ma dal 1978 inizia l’industria del divertimento che depoliticizza e, dunque, ha anche un rilevante valore politico spesso occultato e mai sufficientemente studiato. Oggi la depoliticizzazione ha raggiunto la sua espressione massima. Giovani, anziani, professionisti e vecchi sono i protagonisti, rigorosamente passivi, dell’industria della depoliticizzazione. Il paese dei balocchi è indistinguibile, esso permea la realtà tutta e derealizza in un clima bacchico. In tale contesto tutto può accedere, poiché la prudenza e il senso del limite si assottigliano fino a non essere percepiti, tanto più che si applaude e inneggia, se un anziano rimuove la sua esperienza per inseguire modelli giovanili. L’esperienza non è più donata e dunque una società senza limiti e memoria alla fine registra eventi luttuosi, ma non li concettualizza. La bestia selvatica del mercato, come ebbe a definirla Hegel governa tentacolare le esistenze omologate e non è mai illuministicamente chiamata sul banco degli imputati.
Il senso del gioco
Il divertimentificio ha tolto al gioco la naturale componente paideutica nella quale si impara a condividere e a decentrarsi oltrepassando il naturale egocentrismo umano. Con il divetimentificio la gioia dello stare insieme è obliata dalla voglia di godere e di percepirsi onnipotenti, pertanto l’altro scompare e prevale solo il “desiderio”. Il gioco rende le soggettività attive e creative e dunque sollecita il pensiero divergente, mentre il divertimento pianificato passivizza, in quanto le attività sono organizzate dai gestori del “divertere”. La depoliticizzazione e l’economicizzazione comportano il riprodursi di ambienti sociali chiusi, perché ad essi si accede per censo. Il divertimento è cosa seria e di questo nel ritmo del fare e dell’accumulo crematistico ci si dimentica colpevolmente. Definire l’attività ludica e il suo senso può essere un valido paradigma per valutare il nostro presente. Johan Huizinga, con la sua opera Homo Ludens, potrebbe riportarci sul cammino del “buon gioco” in cui il “bene” è pratica culturale e giocosa in cui si rivela la natura spirituale dell’essere umano e tali echi sono presenti anche negli animali più complessi:
“Perché il gioco, qualunque sia la sua essenza, non è materia. Oltrepassa già nel mondo animale i limiti dell'esistenza fisica. Riguardo a un mondo di immagini come determinato da un mero rapporto di forze, il gioco sarebbe una sovrabbondanza nel senso proprio della parola. Solo per l'influenza dello spirito, che abolisce l'assoluta determinatezza, l'esistenza del gioco diventa possibile, immaginabile, comprensibile. L'esistenza del gioco conferma senza tregua, e in senso superiore, il carattere sopralogico della nostra situazione nel cosmo. Gli animali sanno giocare, dunque sono già qualche cosa di più che meccanismi. Noi giochiamo e sappiamo di giocare, dunque siamo qualche cosa di più che esseri puramente raziocinanti, perché il gioco è irrazionale. L'uomo che volge lo sguardo alla funzione del gioco, non nella vita animale, né nella vita del bambino ma nella cultura, ha il diritto di impadronirsi del gioco là dove la biologia e la psicologia lo trascurano. Egli trova il gioco nella cultura come una data grandezza, esistente prima della cultura stessa che ne viene accompagnata poi e attraversata, dal principio sino alla fase di cultura in cui l'indagatore stesso vive. (…) Le grandi attività originali della società umana sono tutte già intessute di gioco. Prendiamo il linguaggio, quel primo e supremo strumento che l'uomo si crea per poter comunicare, imparare e comandare. Il linguaggio col quale egli distingue, definisce, stabilisce, insomma nomina, cioè attira le cose nel dominio dello spirito. Lo spirito creatore della lingua, giocando, passa continuamente dal materiale allo spirituale. Dietro a ogni espressione dell'astratto c'è una metafora, e in ogni metafora c'è un gioco di parole. Così l'umanità ricrea sempre la sua espressione per tutto ciò che esiste, crea un secondo mondo immaginato accanto a quello della natura1”.
Solo con il recupero del senso umano del divertimento e con la liberazione dai lacci dell’economicismo e dello sfruttamento il divertimento tornerà a essere una delle forme, tra le più preziose, con cui si impara a conoscere se stessi e a comunicare empaticamente. Disalienare e politicizzare è il primo gesto educativo e di cura per formare giovani e meno giovani alla consapevolezza della realtà in cui si muovono e per poterla decodificare con l’intelligenza etica di colui che pone nella progettualità individuale e sociale il suo fine oggettivo. Uscire dal divertimentificio significa riappropriarsi della capacità umana di porre fini pensati e resi concetti con la comunicazione. Quest’ultima è munus è il dono della condivisione che sembra mancare ad ogni livello e spinge a forme di fuga dalla realtà, perché in essa si vive sempre in uno stato di febbrile competizione innaturale, perché l’essere umano ha la sua eccellenza nella solidarietà e nella condivisione. Dovremmo congedarci dalla logica capitalistica secondo cui gli eccessi-vizi producono benessere come Bernard de Mandenville descrive ne La Favola delle api:
“Essendo cosí ogni ceto pieno di vizi, tuttavia la nazione di per sé godeva di una felice prosperità. era adulata in pace, temuta in guerra. Stimata presso gli stranieri, essa aveva in mano l’equilibrio di tutti gli altri alveari. Tutti i suoi membri a gara prodigavano le loro vite e i loro beni per la sua conservazione. Tale era lo stato fiorente di questo popolo. I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica. Da quando la virtú, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia, e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i piú scellerati facevano qualcosa per il bene comune. Le furberie dello stato conservavano la totalità, per quanto ogni cittadino se ne lamentasse. L’armonia in un concerto risulta da una combinazione di suoni che sono direttamente opposti. Cosí i membri di quella società, seguendo delle strade assolutamente contrarie, si aiutavano quasi loro malgrado. La temperanza e la sobrietà degli uni facilitava l’ubriachezza e la ghiottoneria degli altri. L’avarizia, questa funesta radice di tutti i mali, questo vizio snaturato e diabolico, era schiava del nobile difetto della prodigalità. Il lusso fastoso occupava milioni di poveri. La vanità, questa passione tanto destata, dava occupazione a un numero ancor maggiore. La stessa invidia e l’amor proprio, ministri dell’industria, facevano fiorire le arti e il commercio. Le stravaganze nel mangiare e nella diversità dei cibi, la sontuosità nel vestiario e nel mobilio, malgrado il loro ridicolo, costituivano la parte migliore del commercio. Sempre incostante, questo popolo cambiava le leggi come le mode2
La Prosperità si può ottenere anche con altre modalità conformi alla natura umana. Il divertimento come assoluto irrinunciabile e feticizzato serve anche a impedire l’elaborazione dell’alternativa. Si vive nel mondo dei sogni e delle aspettative e nel frattempo la vita scorre via tra attimi sempre eguali e sempre insoddisfacenti. La felicità come la filosofia ci insegna è pienezza di sé, Plenitudo vitae, ovvero vivere intensamente le proprie passioni, sono i tesori nascosti del nostro sé profondo che il modo di produzione capitalistico combatte. Colui che conosce se stesso e vive le personali passioni è colmo di pienezza e tale densità ontologica lo invita alla condivisione nella fermezza della progettualità. Abbiamo tanto, ma manca il necessario (l’invisibile) e ciò è il problema nella sua radicalità. Questo è il punto nodale da cui si dovrebbe partire per comprendere l’irrazionalità-razionale dell’industria del divertimento.








































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