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il ponte

Le contraddizioni dell’operaismo

di Marco Gatto

nw3017lIl revival operaista è ormai sotto gli occhi di tutti: il successo internazionale raggiunto da Toni Negri, il riconoscimento dell’importanza filosofica di Mario Tronti, i tentativi di innestarne la teoria politica sul post-strutturalismo di marca deleuziana, la proliferazione accademica di discorsi teorici fondati sull’autonomia e sulla soggettività rivoluzionaria, e via dicendo, segnano un orizzonte culturale in cui l’operaismo ha conquistato una rilevanza impensabile fino a qualche decennio fa. Si coglie, persino, una sorta di euforia galvanizzante nei sostenitori di quella stagione, oggi alfieri del post-operaismo: una narrazione culturale in cui i filosofi-politici diventano eroi titanici, scrivono ponderose autobiografie, diventano senatori dalla parte sbagliata, e nella quale la classe operaia è vista come una sorta di leggenda o di racconto delle origini.

A questa creazione dal nulla di un mito filosofico il nostro paese non è estraneo: chi si ostina, oggi, a riconoscere una supposta differenzialità teoretico-geografica nella tradizione filosofica italiana sembra servire, senza neppure troppi problemi, logiche forse eccessivamente somiglianti a quelle del mercato culturale più ordinario. Ogniqualvolta venga fuori dal niente un’identità costruita a tavolino, non possono che affiorare preoccupazioni.

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blackblog

Stato d'eccezione o statalismo autoritario

Agamben, Poulantzas e la critica dell'antiterrorismo

di Christos Boukalas

1448954007074.jpg la jihadL'antiterrorismo viene spesso compreso in termini di emergenza e di sospensione dello Stato di diritto. Contro questa lettura eccezionalista sviluppata soprattutto da Giorgio Agamben, Christos Boukalas sostiene un approccio strategico-relazionale delle mutazioni degli Stati capitalisti e degli apparati securitari, rispetto a cui lo statalismo autoritario appare come una forma normale di potere politico nella società capitalista. In questa prospettiva, i potenziali di resistenza alle strategie del potere non devono essere trovati nella "nuda vita" ma nelle forze sociali e nelle lotte concrete che caratterizzano la situazione attuale.

Il contributo di questo articolo alle analisi critiche del terrorismo consiste nel presentare e confrontare i due approcci alla sicurezza interna agli Stati Uniti [*1]: in primo luogo, l'approccio in termini di stato di emergenza, derivato da Carl Schmitt ed introdotto nei dibattiti contemporanei attraverso la sua riconcettualizzazione da Giorgio Agamben, e in secondo luogo, un approccio strategico-relazionale elaborato a partire dalla teoria dello Stato di Nicos Poulantzas e Bob Jessop [fs].

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pandora

Democrazia senza partiti? Prospettive, interrogativi e intelligenze artificiali

di Francesco Piccinelli

Se è vero che la democrazia rappresentativa e i partiti sono in crisi, essi devono cercare un modo per rinnovarsi anche se i modelli proposti negli ultimi 70 anni non sembrano essere particolarmente soddisfacenti

3947a321 4c0c 4ffe a671 8d322984ad98 largeE’ possibile immaginare una democrazia senza partiti? La risposta d’istinto è un fermo no, perché i partiti servono a mettere in contatto cittadini e istituzioni ed e attraverso la loro organizzazione che le domande che arrivano dall’esterno arrivano dove vengono prese le decisioni. Eppure, se c’è una cosa che stiamo imparando in questi ultimi anni è che i partiti tradizionali in Europa contano sempre meno e vengono progressivamente sostituiti da altro, da movimenti di estrema destra o da partiti antisistema.

Certo, vengono sostituiti da organizzazioni che sono comunque partiti. Il problema di questi nuovi partiti è che non hanno la democrazia nel loro orizzonte e, apparentemente, usano il consenso democraticamente costruito per abbattere la democrazia, come sta accadendo in Polonia e Ungheria, per esempio. È ancora presto per stabilire se siamo di fronte a due casi isolati o siamo davanti a un nuovo vento dell’Est che contagerà anche il resto del Continente. Quello che è certo, però, è che siamo davanti a un’Europa dove la democrazia rappresentativa è in crisi e dove va trovata una soluzione, soprattutto se la sinistra vuole avere un futuro.

Il punto è che cittadini e politici non sono mai stati così distanti. Lo racconta benissimo Peter Mair in “Ruling the Void”, libro che mette in evidenza come la politica sia, ormai, una questione privata per politici che governano isolati dal resto del mondo mentre i cittadini osservano da spettatori data la crisi – per esempio – del partito di massa novecentesco.

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lanatra di vaucan

La non-autonomia dello Stato e i limiti della politica1

Quattro tesi sulla crisi della regolazione politica

di Robert Kurz

Introduzione

banksy 1273933375 0008Il testo che segue, un intervento del 1994 nel corso di un seminario sul tema dei rapporti tra capitale e Stato, in seguito pubblicato su un periodico economico brasiliano, discute in maniera schematica il ruolo dello Stato e della politica nella società moderna, mettendolo in relazione con la sfera dell’economia, del mercato e quindi del denaro. L’antagonismo ideologico tra Stato e mercato che ha finora caratterizzato la modernità, è ingannevole perché riposa su una base comune ad entrambi i poli della contesa. L’idea socialista che vede nello Stato il lato autentico e positivo dell’universalità sociale, addirittura la leva dell’emancipazione sociale, antitetico all’anarchia del mercato, è altrettanto unilaterale dell’idea liberale che lo giudica come un mostro burocratico, oppressivo e parassitario, contrapposto all’efficienza e all’auto-regolazione del mercato. In realtà Stato e mercato sono i due volti della testa di Giano della società capitalistica e il loro rapporto indissolubile, nella crisi della terza rivoluzione industriale, manifesta tratti paradossali in una fase in cui la crisi strutturale del capitalismo mette spietatamente in luce la dipendenza dello Stato dai processi di valorizzazione. L’espansione della spesa pubblica, tanto biasimata da neo-liberali e conservatori, si origina, in realtà, dalle numerose funzioni che lo Stato deve assolvere per garantire i presupposti generali di una società articolata e basata sulle dinamiche di mercato (produzione di norme, riparazione dei costi sociali ed ecologici, realizzazione di infrastrutture, sovvenzioni e politiche protezionistiche etc.), che i singoli capitali privati non sono in grado di realizzare autonomamente.

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linterferenza

Capitale, tecnica e ideologia

Fabrizio Marchi

Il mio intervento al seminario “La ragione e la forza” promosso dalla Rete dei Comunisti e svoltosi a Roma sabato 18 giugno 2016

metropolis 06La relazione introduttiva ha un merito fondamentale, e cioè conferma un approccio analitico e un punto di vista di classe rispetto al contesto storico in cui ci troviamo. Questo può apparire scontato, specie per dei marxisti ma, a mio parere, oggi, in una fase di grande confusione ideologica come questa, dove la concezione (e relativa coscienza) di classe hanno subito un attacco massiccio fino ad essere state messe in discussione, ad essere concepite come dei relitti, dei reperti archeologici da consegnare ai musei e agli archivi della storia, non lo è affatto. E questo è un punto fermo, un discrimine che a mio parere è determinante per fare chiarezza. Pensiamo ad esempio ai cantori del presunto superamento del conflitto di classe (per lo più dell’area neoliberale e neoliberista ma non solo) e ai sostenitori (in parte gli stessi ma non solo, anche in questo caso) del presunto superamento delle categorie di “destra e di sinistra”. Ora, questo è un punto assai delicato perché non c’è alcun dubbio che allo stato delle cose le attuali declinazioni e determinazioni storiche e politiche della destra e della sinistra siano due facce dello stesso sistema capitalista che utilizza ora l’una e ora l’altra a seconda delle necessità. Anzi, la “sinistra” è oggi considerata per tante ragioni addirittura più funzionale per garantire la famosa “governance” tanto cara ai padroni del vapore, cioè al grande capitale trans e multinazionale che governa sul mondo.

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blackblog

L'avvizzimento dello Stato

di Paul Mattick

Mattick web17In questi giorni, i critici della politica elettorale possono mettersi a sedere compiaciuti e gustarsi lo spettacolo dei partiti politici allo sbando; le preoccupazioni dell'1%, che in realtà vogliono dai loro governi poco più che tasse basse, sussidi alti, pace sociale e tranquillità, e quanto basta di azione militare sufficiente a tenere il mondo al sicuro per la democrazia; e le elucubrazioni dettate dal panico degli esperti politici cercano di dare un senso a tutto questo reclamando la loro funzione ormai perduta di profeti e di interpreti. Naturalmente, quando (com'è più probabile) Bernie alla fine è stato fatto fuori dalla macchina Democratica e si sta chiedendo ai "progressisti" di tapparsi il naso - come hanno finora fatto in tutte le elezioni - per votare l'odiata Hillary e fermare così il terribile Donald, sembrerà di trovarsi solo ad un passo dal precipizio, l'apparentemente inevitabile risultato degli sforzi elettorali volti a non sacrificare il bene per l'impossibile meglio.

Ma stavolta sempre ci sia qualcosa di speciale. Per prima cosa, entrambi i contendenti più dinamici, Trump e Sanders, sono apparentemente entrati in lizza senza aspettarsi di vincere, e si sono impegnati a fare del loro meglio quando hanno scoperto un inaspettato livello di risposta da parte del pubblico votante. Questo è un altro aspetto della quasi completa assenza di contendenti credibili a parte loro due (e, certo, la Clinton, ma senza Sanders lei sarebbe stata la sola del suo schieramento).

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ubure

Linux o barbarie!

di ubu re 

Schermata del 2016 02 13 213613"Care compagne e cari compagni",  venticinque anni fa nasceva Gnu/Linux (auguri!), un “adorabile”,  efficiente e stabile sistema operativo “libero”, che io utilizzo con grande soddisfazione, su una vecchia, obsoleta ma gloriosa macchina. Una macchina che ad un certo punto, quattro anni fa, decise autonomamente e contro la mia ferma volontà di disfarsi di Windows 7. Ero a letto per un malanno di stagione e dopo inutili, reiterati quanto disperati tentativi di resuscitare la creatura di Bill Gates, ho provato, in un gesto di forsennata visionarietà, forse causata dai cattivi farmaci, ad installare Ubuntu "Precise Pangoline": e magicamente ha funzionato! Ancora oggi, guarito, osservo con stupore  questa macchina che continua egregiamente e un po' rumorosamente a lavorare  (è quella con cui sto scrivendo).

Linux d'altronde si comporta bene: fa “quasi sempre” ciò che gli viene detto di fare, anche se, naturalmente, ha il carattere  deciso che ci si aspetta e che  in alcune circostanze può sfociare in una parziale scontrosità. Ma in genere, alla fin fine, oltre che affidabile, Linux sa essere anche più che affabile: frugale!... e quando serve, luminosamente ed eminentemente sontuoso. 

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blackblog

Atene come metafora

di Luciano Canfora

dtzeLe3XRb1. Parliamo di un libro di storia, scritto “alla macchia”, durante l’occupazione tedesca della Francia, da un professore ebreo mentre le donne della sua famiglia venivano annientate ad Auschwitz. Parliamo di un libro che parla di Atene ma intende parlare della caduta della Francia, di un libro che apparentemente non fa che raccontare con passione di parte quello che soprattutto Tucidide e Senofonte ci hanno lasciato scritto intorno all’oligarchia ateniese al potere.

Prima diremo molto brevemente della forza di Tucidide come ispiratore – nel turbine novecentesco – di storici che hanno parlato del loro presente. È la “grande guerra” innanzi tutto che sospinge i grandi studiosi, e non solo loro, verso Tucidide. Per Wilamowitz, che perde l’unico figlio subito all’inizio della guerra, sul fronte russo, è dapprima l’Iliade, il libro di guerra per eccellenza, l’oggetto di una rinnovata riflessione; ma poi daccapo Tucidide. Curiosa combinazione: egli studia i capitoli complicati e in parte oscuri sulla tregua annuale intervenuta tra Sparta e Atene (423), proprio nell’anno in cui, rettore a Berlino, sarà incaricato di una missione segreta per una pace di compromesso, che fallirà. Eduard Schwartz, che perde entrambi i figli l’uno all’inizio, l’altro alla fine della guerra, scrive in quegli anni, e pubblica nel ’19 uno dei libri capitali su Tucidide (Das Geschichtswerk des Thukydides).

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pierluigifagan

L'evoluzione della teoria di Darwin

di Pierluigi Fagan

charles robert darwin by john collierLa sopravvivenza del più adatto, questa è la sintesi che condensò l’intuizione e la successiva teoria su essa basata di Charles Darwin. Non è, nello specifico, una frase di Darwin ovvero non fu Darwin a dare questa sintesi, essa quindi è una ricezione, come venne recepito il discorso del naturalista. Queste ricezioni, dovendo sussumere tanto in poco (l’Origine delle specie è abbastanza voluminoso e l’argomento di cui tratta è complesso ed originariamente poco determinato nello specifico), fanno scelte linguistiche che vengono operate da mentalità orientate epistemicamente, a loro volta orientate a comunicare qualcosa ad altre menti epistemicamente orientate secondo i codici vigenti in una data epoca.

Cosa succede se pluralizziamo la frase se cioè il condensato del pensiero darwiniano diventasse “la sopravvivenza dei più adatti”? Apparentemente poco ma in realtà, invece, si crea subito una scena diversa. In questa scena non c’è più l’Uno contro Tutti ma i Molti. Questi Molti poi potrebbero ben essere in competizione tra loro e con Altri per sopravvivere ma anche in competizione con Altro. Questo “altro” sarebbe l’impersonale fronte naturale, l’ambiente, il contesto in cui ogni situazione biologica è di sua natura posta. In effetti, il registro naturale che è ciò che affascinava Darwin, è spesso il venirsi a creare di progressivi affinamenti di organi o di prestazioni di organismi, relativamente al loro ambiente. La gran parte di queste caratteristiche fenotipiche, non sono volte alla competizione inter-individuale ma alla fitness con l’ambiente. Del resto, Darwin titolò la sua opera al plurale, parlò delle” specie” e terminò il volume con la famosa dichiarazione di meraviglia per questo bellissimo e complesso spettacolo delle diversità biologiche, un vero inno all’autocreazione del Molteplice[1] che è la “vita”. L’essenza dell’intuizione di Darwin sembra proprio essere il come la relazione con l’ambiente modelli le varie specie.

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blackblog

Il fantasma di Deleuze in place de la République

di Julius (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.)

«La differenza fra le persone comuni ed i professori universitari consiste nel fatto che questi ultimi sono arrivati all'ignoranza dopo lunghi e difficili studi.» (Oscar Wilde - Aforismi).

deleuze et guattariC'è qualcosa di profondamente corrotto nel regno del pensiero radicale alla francese. Non utilizzo il termine "corrotto" in senso morale, ma nel senso delle merci "andate a male" dal momento della loro produzione. Ovviamente, il fenomeno non attiene all'oggi e lo spettacolo politico-culturale che offre la place de la République ne è solo la manifestazione più recente. Nel supermercato delle ideologie che in quella piazza ha montato i suoi stand, il postmodernismo occupa il posto principale. In particolare il "deleuzismo", il quale, in maniera del tutto evidente, costituisce uno dei denominatori comuni al cittadinismo mille volte riciclato e aggiornato che regna ai piedi della statua della dea tutelare dello Stato esagonale, e che punteggia i discorsi dei politici alla moda, a cominciare da Lordon. Vista la mitologia favorevole che ha permesso di nobilitare il deleuzismo, di attribuirgli il titolo di pensiero sovversivo, e visto il ruolo che gioca attualmente, vale la pena di tornare brevemente sul percorso di Deleuze e dei suoi accoliti, senza pretendere esaustività ma mostrando quali sono state le sue prese di posizione durante i periodi chiave della storia con cui si sono confrontati. Deleuze fa parte di quei personaggi che, all'indomani del maggio 68, avevano la pretesa di essere dei filosofi impegnati in attività originali e di aprire dei percorsi di riflessione e di azione che andavano oltre i confini tracciati e bloccati dal militantismo tradizionale. Benché le sue prese di posizione non esauriscano la questione dell'analisi critica della sua "cassetta degli attrezzi" concettuale, le prime dipendono dalla seconda e in molti casi ne rivelano il senso. Cosa che i riciclatori di oggi preferiscono occultare.

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megachip

Complessità, scienza e democrazia

Paolo Bartolini intervista Giuseppe Longo

NEWS 259058Prof. Longo, quali limiti intravede nell'utilizzo massivo delle metafore provenienti dall'informatica per spiegare il vivente e la complessità della natura umana?

Ho scritto molto su questo, in particolare in collaborazioni con biologi del cancro cui devo molto nei tentativi di esplorazione del vivente - questa tremenda malattia si può capire forse solo analizzando il rapporto triangolare tessuto-organismo-ecosistema, quindi con una buona teoria dell'organismo, in primis. Vediamo di sintetizzare una critica sviluppata altrove (mi permetterò di inserire riferimenti ad alcuni miei testi, talvolta in italiano, dove si può trovare la bibliografia, inevitabilmente molto ampia).

La nozione di informazione si è specificata in almeno due teorie scientifiche rigorose ed importanti: l'elaborazione dell'informazione, a partire da Turing, diciamo, e la trasmissione dell'informazione (Shannon). Entrambe hanno individuano fondamentali invarianti matematici, ovvero nozioni e strutture che possono esser trasformate da un contesto ad un altro, conservando quel che conta. Le caratteristiche dell'informazione, in entrambi i casi, non dipendono dalla codifica (se non per piccoli costi di trascrizione: 0 ed 1, o 0-9 od altri segni qualsiasi) e, soprattutto, non dipende dal supporto materiale: si possono elaborare segni in valvole, chips, silicio... o trasmettere segnali su cavi, tamburi, fumate... Questa grande ed antica invenzione, formalizzata da Turing nel 1936, ma poi essenziale anche a Shannon, ha permesso di distinguere il software dallo hardware e di proporre quindi una autonoma teoria della programmazione o della trasmissione indipendente dal supporto materiale (grande ricchezza della pratica informatica).

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pierluigifagan

Tempo e politica

Pierluigi Fagan

Portrait of Niccolò Machiavelli by Santi di TitoCon “politica” s’intendono le attività svolte da individui e gruppi per risolvere i problemi del vivere associato. Per “attività”, s’intendono sia gli aspetti teorici, le idee, i sistemi di idee, che orientano i giudizi e progettano l’azione politica; sia le pratiche interne alle istituzioni giuridiche e sociali che danno forma al vivere politico associato. Le prime danno il pensare politico, le seconde danno l’agire politico ma data la loro inestricabile correlazione le nominiamo “attività” entrambe.

Con “tempo” intendiamo sia il tempo investito singolarmente e collettivamente in politica, sia il tempo che si prevede necessario per conseguire gli obiettivi dell’azione politica che è sempre una attività trasformativa, sia il rapporto che s’instaura nel mondo del pensiero tra descrizione (ciò che è) e normazione (ciò che dovrebbe essere) il quale può esser traguardato tanto a breve quanto a lunghissima scadenza. Quest’ultimo senso attiene quindi al pensare politico, i primi due, all’agire politico.

La riflessione (articolata in tre puntate) verte sulla finalità di traguardare i vari sensi del tema “tempo e politica”, in funzione di un potenziamento della democrazia come metodo per trovare le soluzioni ai problemi del vivere associato. Con “democrazia” non s’intende il sistema misto oggi in vigore in occidente[1] ma l’autogoverno del sistema sociale e politico, quanto più in-intermediato, partecipato e diretto possibile.

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Pensiero politico tra breve e lungo termine

La diade iniziale del pensiero politico occidentale è quella nota: Platone ed Aristotele.

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linterferenza

Settarismo e politica estera

Michele G. Basso

servo e padroneAgli inizi del movimento operaio il carattere di setta era pressoché inevitabile, a causa delle persecuzioni, della clandestinità e dell’influenza delle stesse organizzazioni rivoluzionarie borghesi. La Lega dei Giusti non sfuggiva a questa regola. Il superamento di tali limiti e la trasformazione in partito di classe avvenne sotto l’influenza di due fattori: il trasferimento del centro a Londra, dove era possibile il contatto con la classe operaia, e l’influenza crescente della forma più aggiornata di comunismo, elaborata da Marx ed Engels. Quest’ultimo li pose in contatto con i cartisti.  Il primo congresso (estate del 1847), sotto la spinta di Engels e Wolff (Lupus), spazzò via tutto ciò che vi era di vecchio, regolamenti forme organizzative arcaiche, la terminologia settaria, e si costituì in partito di classe. Al vecchio motto “Tutti gli uomini sono fratelli” subentrò “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. In certi paesi, per ovvi motivi, fu necessario mantenere la clandestinità, ma il programma venne diffuso a livello internazionale. Il secondo congresso incaricò Marx ed Engels di redigere il Manifesto.

Al tempo dell’Internazionale, il problema si ripresentò in forme diverse. Molti non compresero che, se il proletariato non ha patria, ciò non significa ignorare la funzione storica della nazione, e la necessità di appoggiare i movimenti di liberazione nazionale. Bisognava lottare contro il rifiuto di fatto della politica estera e convincere l’Internazionale a battersi per la liberazione della Polonia. Marx voleva porre – come disse una volta- “tra l’Europa civile  e la barbarie della Russia Zarista, una barriera di venti milioni di eroi”.

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pandora

La lanterna di Wallerstein: introduzione ai sistemi mondo

di Francesco Scanni

galileoTINA (There is no alternative). Con questo slogan, Margaret Thatcher tentò di instillare, nell’immaginario collettivo, la convinzione che non ci fosse reale alternativa alla globalizzazione neoliberista. Una valutazione storica sul come e sul quanto questa convinzione abbia fatto breccia, non potrebbe che partire dalla forza con la quale, il termine globalizzazione, si sia imposto nel senso comune. La modernizzazione neoliberista delle strutture statali (rigorosamente) è stata caldeggiata da una panglossiana epopea, la quale prefigurava un mondo perfetto nell’avvenire, in cui il mercato avrebbe dispiegato la sua hybris sostenendo la crescita di ogni Paese che avrebbe investito.

Molti studiosi criticarono questa prospettiva, con chiavi di lettura differenti. I pionieri dell’analisi dei sistemi-mondo sottolineavano, ad esempio, che nonostante l’enfasi posta sugli Stati-nazionali come attori primi e principali del processo di globalizzazione, essi sono sempre inseriti in un contesto specifico, al cui interno esistono: altri Stati, istituzioni, regole e strutture ben precise. Un tale sistema storico va sotto il nome di sistema-mondo.

Questo approccio si innesta nel solco del costruzionismo sociale anche se in maniera del tutto originale, poiché promuove una visione olistica della società, portando in dote una concezione monista che rifiuta la frammentazione tra le diverse discipline che caratterizza il sapere moderno.

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il rasoio di occam

L'idea di socialismo

di Axel Honneth

Pubblichiamo in anteprima, per gentile e gradita concessione della casa editrice Feltrinelli, la prefazione e l'introduzione dell'ultimo libro di Axel Honneth, "L'idea di socialismo". Il libro, tradotto in italiano da Marco Solinas, sarà nelle librerie a partire dal prossimo 5 maggio

GIOVANI Socialismo INTPrefazione

Sono trascorsi meno di cento anni da quando il socialismo era un movimento così forte all’interno delle società moderne che pressoché nessuno dei grandi teorici sociali del tempo ritenne di potersi astenere dal dedicargli una trattazione dettagliata, talvolta critica talvolta invece fortemente simpatetica, ma sempre comunque attenta e rispettosa. Iniziò John Stuart Mill, ancora nel XIX secolo, seguito da Émile Durkheim, Max Weber e Joseph Schumpeter, per citare soltanto i più importanti; nonostante questi autori mostrassero grandi differenze quanto a convinzioni personali e programmi teorici, tutti però concordavano nel vedere nel socialismo una sfida intellettuale che avrebbe dovuto accompagnare il capitalismo per lungo tempo. Oggi la situazione è completamente diversa. Posto che nell’ambito dell’attuale discussione di teoria sociale il socialismo venga ancora menzionato, sembra sia ormai una convenzione quella di considerarlo alla stregua di un residuato bellico, di un sopravvissuto; non lo si ritiene infatti più in grado di riaccendere l’entusiasmo delle masse, né tantomeno di indicare delle valide alternative al capitalismo contemporaneo. Quasi in una sola notte – Max Weber si sarebbe stropicciato gli occhi, meravigliato –, due grandi antagonisti del XIX secolo si sono scambiati i ruoli: ora la religione sembra una promettente forza etica lanciata verso il futuro, mentre il socialismo è percepito come una creatura spirituale del passato.