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L’autodistruzione dell'Europa
di Thomas Fazi
Come possiamo dare un senso alla postura apparentemente autodistruttiva dell’Europa? Quattro dimensioni interconnesse possono aiutare a spiegare la posizione dei suoi leader: psicologica, politica, strategica e transatlantica
Per chi è esterno, la politica europea può essere difficile da decifrare oggigiorno, e questo è più evidente che mai nella risposta del continente all’evolversi della situazione in Ucraina. Dalla rinascita politica di Donald Trump e dalla sua iniziativa di negoziare la fine del conflitto russo-ucraino, i leader europei hanno agito in modi che sembrano sfidare la logica fondamentale delle relazioni internazionali, in particolare il realismo, secondo cui gli Stati agiscono principalmente per promuovere i propri interessi strategici.
Invece di sostenere gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra, i leader europei sono sembrati intenzionati a ostacolare le aperture di pace di Trump, indebolire i negoziati e prolungare il conflitto. Dal punto di vista degli interessi fondamentali dell’Europa, questo non è solo sconcertante, è irrazionale. La guerra in Ucraina, meglio descritta come un conflitto per procura NATO-Russia, ha inflitto immensi danni economici alle industrie e alle famiglie europee, aumentando drasticamente i rischi per la sicurezza in tutto il continente. Si potrebbe sostenere, naturalmente, che il coinvolgimento dell’Europa nella guerra sia stato fuorviante fin dall’inizio, frutto di arroganza ed errori di calcolo strategico, inclusa l’errata convinzione che la Russia avrebbe subito un rapido collasso economico e una sconfitta militare.
Tuttavia, qualunque sia stata la logica alla base della risposta iniziale dell’Europa alla guerra, ci si potrebbe aspettare che, alla luce delle sue conseguenze, i leader europei avrebbero colto con entusiasmo qualsiasi via praticabile verso la pace – e con essa, l’opportunità di ripristinare i rapporti diplomatici e la cooperazione economica con la Russia. Invece, hanno reagito con allarme alla “minaccia” della pace. Lungi dall’accogliere con favore l’opportunità, hanno raddoppiato gli sforzi: hanno promesso un sostegno finanziario e militare a tempo indeterminato all’Ucraina e hanno annunciato un piano di riarmo senza precedenti che suggerisce che l’Europa si sta preparando a una situazione di stallo militarizzato a lungo termine con la Russia, anche in caso di una soluzione negoziata.
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Trump 2.0: una svolta epocale?
di Raffaele Sciortino
“Il capitalismo cadrà come il muro di Berlino”
José Francesco Bergoglio
Un confronto sulla percezione che sulle due sponde dell'Atlantico si ha della crisi in corso è importante, ma deve scontare uno choc cognitivo dovuto alla difficoltà di mettere a fuoco una svolta forse epocale. In effetti, è in corso a Washington un vero e proprio regime change, contrappasso della politica da decenni perseguita dalla Foreign Policy Community statunitense a tutte le latitudini. Se a prima vista sembra regnarvi il caos, la sfida è individuare una logica di fondo in questo caos. Detto altrimenti, Trump è sintomo e prodotto di profonde spinte materiali interne ed esterne oltreché l'attore di un tentativo di svolta nella postura strategica degli Stati Uniti nel mondo, dal corso incerto e con esiti difficilmente prevedibili.
Come fattori immediati, Trump 2.0 è il prodotto dei tre fallimenti principali e tangibili dell'amministrazione Biden: 1) non essere riuscita a infliggere una ”sconfitta strategica” alla Russia nel conflitto ucraino, avendo anzi favorito l'ulteriore riavvicinamento tra Mosca e Pechino e con gran parte del Sud Globale; 2) aver mancato l'obiettivo del decoupling selettivo con la Cina, ovvero il blocco della sua modernizzazione tecnologica e della risalita nelle catene globali del valore; 3) non aver arrestato il deterioramento del quadro sociale interno (nonostante gli impegni per una middle class foreign policy e gli abbozzi di reshoring, che in realtà si sono fermati sulla soglia del friendshoring con paesi come Messico e Vietnam). Anche solo alla luce di questi fattori, non era difficile ipotizzare che non Trump era la parentesi, ma Biden (le cui misure, non a caso, si sono collocate sul solco protezionistico di Trump 1.0, sanzioni comprese). Ma c'è di più. I fallimenti dell'amministrazione Democratica si configurano non come errori contingenti, bensì come la coda di un lungo ciclo della politica Usa e mondiale, quello della globalizzazione ascendente, già duramente scosso dalla crisi del 2008.
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Le sfide dei negoziati di Donald Trump con l’Ucraina
di Thierry Meyssan
Il presidente Donald Trump non è riuscito a portare la pace in Ucraina, come aveva creduto di poter fare. Ha scoperto una situazione molto più complessa di quanto supposto.
Rifiutandosi di schierarsi con una parte o con l’altra, si è ritrovato in mezzo a un conflitto che perdura da un secolo tra due fratelli nemici; un conflitto che i suoi predecessori, Barack Obama e Joe Biden, alimentarono e strumentalizzarono. Prima di poter superare lo stallo, deve però chiarire la situazione ai propri concittadini.
* * * *
Dopo aver esaminato i negoziati con l’Iran [1], in questo articolo analizziamo i negoziati del presidente Trump con l’Ucraina. Purtroppo, non disponiamo di documenti dei nazionalisti integralisti ucraini, mentre abbiamo quelli dei nazionalisti integralisti israeliani. Questo perché l’Ucraina di oggi è una vera e propria dittatura militare. In Israele invece l’esercito è ancora il garante di ciò che rimane della democrazia, picconata dai sionisti revisionisti di Benjamin Netanyahu.
La questione ucraina è molto diversa da quella iraniana in quanto gli Stati Uniti non hanno miti in comune con l’Ucraina, mentre ne condividono con Israele. In Medio Oriente il presidente Trump sta cercando di negoziare una pace equa e duratura preservando al tempo stesso gli interessi di Israele (non quelli dei sionisti revisionisti, che aspirano a un Grande Israele). In Ucraina si rifiuta di schierarsi con una delle parti e si attiene a una posizione di stretta neutralità. I suoi predecessori Obama e Biden avevano invece concluso con i nazionalisti integralisti un accordo segreto contro la Russia. Trump deve innanzitutto scoprire la reale complessità della situazione, ma per conseguire un risultato è necessario che ne renda consapevole anche la propria amministrazione.
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Scenari di intelligenza condivisa
di Gioacchino Toni
Ethan Mollick, L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss Univerity Press, Roma 2025, pp. 184, ed. cartacea € 18.00, ed. ebook € 9,99
Che con la comparsa dell’intelligenza artificiale generativa il mondo stia cambiando in aspetti tutt’altro che marginali è certo e tutto lascia pensare che sia destinato a cambiare ancora più radicalmente in un futuro non troppo lontano, sebbene nessuno sia in grado di prevedere in che termini, come ammette lo stesso Ethan Mollick nel suo saggio Co-intelligence. Living and Working with AI (2024) ora pubblicato in italiano da Luiss Univerity Press. «Nessuno sa davvero dove stiamo andando. Non lo so neanch’io. Non ho risposte definitive», scrive l’autore, «nessuno ha un quadro completo del significato della AI e […] perfino le persone che creano e si servono di questi sistemi non ne comprendono in pieno le implicazioni» (p. 16).
Insomma, con l’AI si naviga davvero a vista ma, soprattutto, l’impressione, almeno da parte di chi guarda al fenomeno con spirito critico, è che si sia entrati in un meccanismo che rischia di diventare sempre meno “umanamente governabile”. L’incapacità di immaginare con una certa precisione in che termini l’intelligenza artificiale impatterà sul mondo, modificandolo, sembra dipendere, più che dalla velocità con cui sta procedendo il suo sviluppo, dall’imprevedibilità di quest’ultimo, che infatti si sta dimostrando ben poco lineare nel suo procedere prendendo direzioni inaspettate (autonome, direbbero i più preoccupati) rispetto a qualsiasi pianificazione umana.
Rispetto a quella umana, quella delle macchine pensanti è un tipo diverso di intelligenza (artificiale, appunto) che, per quanto nutrita di conoscenze umane, segue traiettorie di ragionamento sue e si avvia a oltrepassare i limiti dell’umana intelligenza e comprensione. Di pari passo all’incapacità umana di prevedere gli scenari determinati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, questa, invece, si sta appropriando del linguaggio oracolare per interpretare e giudicare il mondo e una volta che ha previsto quanto dovrebbe accadere, derivandolo dalla mera analisi statistica, propone agli esseri umani di assecondare il futuro prefigurato.
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Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale
di Carlo Formenti
4. Processo di socializzazione e transizione socialista
Avvertenza. Proseguendo nel lavoro di riflessione critica su alcuni nodi teorici che Marx tratta nei Libri II e III del Capitale, mi sono reso conto dell'opportunità di apportare un paio di varianti al progetto iniziale: 1) in questa quarta parte ho inserito un cenno alla integrazione della classe operaia nel capitale, argomento che inizialmente avevo pensato di discutere in una sesta parte dedicata alla “de-naturalizzazione” di lavoro e terra. Ciò perché mi sono reso conto che non avrei potuto scriverne senza studiare a fondo la questione della rendita fondiaria, il che, al momento, mi è impossibile, per cui la sesta parte è stata esclusa dal progetto; 2) quanto all’annunciata appendice sulle critiche della Luxemburg agli schemi marxiani dell’accumulazione allargata, sarà integrata nella quinta e ultima parte su centralizzazione del capitale, caduta del saggio di profitto e crisi. Colgo infine l’occasione per chiarire (ove ve ne fosse bisogno) che con questi cinque testi non intendo offrire niente più che un elenco di dubbi e problemi relativi alla misura in cui certe categorie marxiane appaiono applicabili ai giorni nostri (un lavoro sistematico sulla seconda e terza sezione del Capitale avrebbe richiesto ben altre dimensioni). Quanto agli autori citati, oltre a Marx ed Engels, si tratta di mie personalissime scelte, per cui mi scuso in anticipo con tutti coloro che mi rimprovereranno di avere trascurato questa o quella voce dell’immane bibliografia che la tradizione marxista (e non solo) ha sfornato su queste questioni.
I brani del Capitale in cui Marx mette in evidenza il peso determinante del fattore sociale nel modo di produzione capitalistico sono talmente frequenti e numerosi che, a volerli citare tutti, si accumulerebbe una quantità di pagine non molto inferiore a quelle del Capitale stesso. Ecco perché le citazioni seguenti non hanno la pretesa di essere esaustive dell’argomento, ma rappresentano una scelta inevitabilmente limitata e arbitraria.
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All Quiet On The School Front. L’educazione nella nuova fase di transizione globale
di Marco Maurizi
Introduzione
Costruire oggi un ragionamento lucido e critico sulla scuola risulta particolarmente complesso, immersi come siamo in una fase di profonda e convulsa trasformazione geopolitica. Da tempo, del resto, la scuola ha cessato di essere un motore di rinnovamento sociale: si è ridotta a campo di battaglia simbolico, dove si affrontano istanze ideologiche contrapposte che offuscano l’origine materiale dei propri discorsi. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l’apparente polarizzazione tra conservatori identitari e progressisti inclusivi cela in realtà una profonda convergenza strategica. Nell’epoca neoliberale, la scuola segue traiettorie imposte, che solo un’analisi di classe può rendere visibili: è in questo contesto che si rivela il gioco a somma zero tra la pedagogia liberal e la destra reazionaria, poli complementari di un medesimo orizzonte sistemico.
Tuttavia, l’attuale scenario segna un cambio di fase. La globalizzazione che sembrava irreversibile viene ora rimessa in discussione dell’avventuroso “primato della politica” inscenato dall’amministrazione Trump e nuove configurazioni geopolitiche cominciano a delinearsi. In questo quadro, è plausibile attendersi che anche la scuola si allinei docilmente alle nuove direttive esterne, questa volta provenienti da un’Unione Europea disorientata, priva di strategia, ma intenzionata a ridefinirsi in chiave difensiva e identitaria. Il nostro paese vive infatti in pieno la stagione dell’euro-nazionalismo, cioè della torsione autoritaria del progetto europeo in chiave militarista con i suoi meccanismi di ristrutturazione politica, economica e ideologica. In questo scenario, tuttavia, la scuola viene coinvolta suo malgrado come uno dei luoghi in cui si rifrangono le tensioni tra blocchi geopolitici e tendenze interne del capitale. Al tempo stesso, è proprio questa crisi convulsa che rende oggi più chiara la validità delle analisi critiche sin qui sviluppate dalla sinistra di orientamento marxista. Il problema, semmai, è che ci coglie impreparati a ripensare in modo radicale il ruolo della scuola nella fase che si apre.
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Per la critica della concezione borghese dell’eguaglianza
di Eros Barone
La rivendicazione dell'eguaglianza ha così, sulle labbra del proletariato, un duplice significato. O, ed è quanto avviene specialmente nei primi inizi, per es. nella guerra dei contadini, è la reazione naturale contro le stridenti disuguaglianze sociali, contro il contrasto di ricchi e poveri, di signori e servi, di crapuloni e affamati; e come tale è semplicemente espressione dell'istinto rivoluzionario, e trova la sua giustificazione in questo contrasto e solamente in esso. O invece è sorta dalla reazione contro la rivendicazione borghese dell'eguaglianza e da questa trae esigenze più o meno giuste che la oltrepassano e serve come mezzo di agitazione per eccitare i lavoratori contro i capitalisti con le affermazioni proprie dei capitalisti, e in questo caso essa si regge e cade con la stessa eguaglianza borghese. In entrambi i casi l'effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell'eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell'assurdo.
F. Engels, Anti-Dühring, Prima Parte, Cap. X: Morale e diritto. Eguaglianza.
- Razzismo e genetica
In un periodo di crescente “scontro delle civiltà” 1 e di risorgenti etnocentrismi, il razzismo sembra avere un grande futuro davanti a sé. Come è noto, si tratta del mito di una razza superiore, alla quale sarebbero dovuti tutti i vantaggi della civiltà, le creazioni della cultura, l’ordine morale e civile, e alla quale viene contrapposta una razza inferiore incapace di tutto questo, vivente da parassita a spese dell’altra, quindi indegna di partecipare ai benefici e ai diritti, e destinata a vivere nell’isolamento dei ghetti. Ridotto in forma pseudoscientifica in uno scritto di Alfred Rosenberg del
1930, 2 questo mito divenne l’insegna del nazismo hitleriano, che si avvalse di esso per giustificare sia la sua pretesa di dominare il mondo sia lo sterminio degli ebrei. 3
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I segni del presente e le difficoltà di pensare il nuovo
di Massimiliano Civino
La condizione tragica dell’uomo
L’uomo è l’unico essere vivente capace di scegliere consapevolmente la morte per qualcosa che giudica più importante della propria sopravvivenza: la libertà, la dignità, la fedeltà a un principio. Questa possibilità, paradossale e profondamente umana, nasce dalla nostra condizione mortale e, allo stesso tempo, la riflette. Proprio perché sappiamo di essere finiti, costretti a confrontarci con il limite della morte, siamo spinti a produrre senso, a cercare direzioni che diano valore e orientamento alla nostra esistenza.
Questa relazione è circolare: la consapevolezza della morte genera il bisogno di senso, e il senso che costruiamo può arrivare a rendere accettabile, perfino necessaria, la scelta della morte per qualcosa che consideriamo superiore.
Le società umane, infatti, non possiedono un fine immanente, inscritto nella loro natura: devono darselo. Hanno bisogno di costruire scopi, significati condivisi, visioni collettive del vivere insieme.
Umanizzarsi significa allora entrare in questo processo di costruzione culturale: dar forma alla propria vita e a quella della comunità attraverso narrazioni, valori, orientamenti che ci permettono non solo di convivere, ma di dare un senso al nostro essere mortali.
Non dobbiamo confondere la formalizzazione dei significati — come li troviamo espressi nelle leggi, nelle norme o nelle istituzioni — con il loro reale processo di nascita. I significati autentici prendono forma nell’esperienza vissuta: si generano attraverso i comportamenti collettivi, le pratiche quotidiane, le relazioni, le emozioni e i desideri delle persone concrete. Essi cambiano con il tempo e variano da una società all’altra, perché riflettono ciò che gli esseri umani rappresentano gli uni per gli altri in un determinato momento storico: quali valori condividono, quali obiettivi si pongono, cosa giudicano degno o indegno.
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Per una filosofia del divenire storico: dalle necessità all’impossibile
di Luciano Vasapollo - Rita Martufi - Mirella Madafferi
«I sogni non si vendono».
Armonica, in C’era una volta il West, di Sergio Leone
Il presente Trattato è frutto di un’attenta e completa rielaborazione, attualizzazione e importanti inserimenti di aggiornamento, a partire anche, come base iniziale di riferimento, dai volumi MAAT. Capitale, crisi e guerra. Metodi di Analisi Antimperialiste per le Transizioni1 e SIDUN. In direzione ostinata e contraria…Capitale, crisi e guerra2.
L’analisi dei fenomeni della società capitalistica, oggetto di studio dei numerosi testi3 della Scuola Marxista Decoloniale per la Tricontinental del Pluripolarismo, ha permesso l’individuazione dei pilastri portanti della critica dell’economia e dell’economia critica, che sono da inquadrare nella produzione e riproduzione di uomini nel divenire storico, ossia alla luce dei rapporti storici e sociali determinati.
Negli ultimi decenni, si è sviluppato un ricco dibattito sulle prospettive del sistema mondiale, evidenziando le tendenze mondiali già chiaramente evidenti a livello internazionale secondo modelli e leggi dello sfruttamento capitalistico nelle relazioni tra paesi. Questo dibattito si è intensificato dagli anni ’70, evidenziando una maggiore consapevolezza delle dinamiche globali e delle disparità economiche tra le diverse regioni del mondo. Rifuggendo da qualsiasi meccanicismo, positivismo o messianismo socialista, sono state superate le concezioni che contemplavano la tendenza del capitalismo a evolvere, naturaliter, in modello socialista.
Citando Amin4, la frontiera tra questi due modelli è senza dubbio rappresentata da una vera e propria rivoluzione sociale. Stante la condizione endemica delle diseguaglianze e delle asimmetrie nello sviluppo delle forze produttive tra paesi, nel quadro del sistema mondiale dominato dal capitalismo, sono state – a partire dal dibattito poc’anzi ricordato – tentate delle formulazioni di scenari, proprio relativi allo sviluppo di sistema. Fattore determinante di questi scenari non può che essere l’esito della lotta di classe, nel pieno solco della lezione marxiana fondata sull’assunto per cui «la storia di ogni società sinora esistita è storia delle lotte di classe»5.
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Alcune questioni circa la Cina, confronto tra universalismi. Parte Seconda
di Alessandro Visalli
Scopo del testo e articolazione
Questo articolo è diviso in tre parti, di cui il presente rappresenta la seconda, la prima qui. Si tratta di una riflessione che attraversa e mette a confronto due diverse forme di universalismo, riassumibili (pur con le commistioni storiche che si sono date nel tempo) in “Occidentale” e “Orientale”. Prestando la dovuta attenzione al carattere politico e ricostruttivo di queste due etichette, come insegna Said[1], affrontare questo nodo richiede valutazioni sulla filosofia della storia, le diverse ontologie sottostanti e antropologie filosofiche, la teoria politica e culturale, la geopolitica e i diversi pensieri critici che nel tempo sono stati prodotti intorno a due centri tematici, quello marxista e quello decoloniale.
Naturalmente sullo sfondo di tutto ciò è da considerare il conflitto ibrido in corso tra i due principali egemoni dei due campi, gli Stati Uniti e la Cina. E’ utile a tal fine la lettura di un recente intervento in tre parti di Giacomo Gabellini, alla cui lettura rimando[2]. In sostanza Giacomo racconta, con l'usuale abbondanza di fonti e particolari, la storia degli ultimi venti anni durante i quali si è manifestata (dalla Presidenza Obama) la sempre crescente divaricazione strategica tra l'economia debitrice e quella creditrice, la prima impegnata a consumare e la seconda a produrre, rispettivamente americana e cinese. Parte da lontano, dalle ragioni della rottura di Bretton Woods da parte di Nixon (1971) e della crisi degli anni Settanta, risolta dalla cosiddetta “globalizzazione” e dalla caduta dell'Urss; parte essenziale di questo processo, durato un trentennio, è stata l'estensione alla Cina delle filiere produttive in uno scambio per il quale le merci a buon mercato contenevano la perdita di capacità d'acquisto interna americana e il riciclo via finanza dei surplus (da parte di Cina, Giappone e paesi arabi) consentiva l'indebitamento. Questo meccanismo alla lunga non era e non è stato sostenibile, gli Usa sono passati da creditori netti nel 1983 a debitori oggi.
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Il Papa del popolo: Bergoglio e il populismo
di Alessandro Volpi
Il pontificato di Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, ha rappresentato per molti aspetti una novità. È stato infatti il primo papa gesuita, ma anche il primo a scegliere il nome del Santo povero di Assisi, e il primo non europeo da più di un millennio. Ma più specificamente: il primo latinoamericano e argentino. Su questa sua provenienza geografica, che egli stesso ha sottolineato fin dal suo esordio, dicendo che i cardinali erano andati a prenderlo “quasi dalla fine del mondo”, si sono soffermati molti nell’analisi delle sue posizioni su temi politici, sociali ed etici. È interessante allora chiedersi che rapporto Bergoglio abbia avuto con la tradizione politica del suo paese, e in particolare con il populismo, fenomeno che nella variante peronista, ha dominato la politica almeno a partire dagli anni ’40. Questo ci permetterà anche di gettare luce su alcune dinamiche della politica contemporanea che hanno a che vedere con trasformazioni – forse – epocali che ci attendono.
Il 4 aprile 2025 sul Wall Street Journal Joshua Chaffin e Aaron Zitner hanno parlato di quella parte conservatrice e tradizionalista di chiesa cattolica statunitense, che ora vede nel vicepresidente J. D. Vance un suo riferimento, e che è fortemente critica dell’operato di Papa Francesco. I due giornalisti hanno citato le parole di Stephen P. White (Direttore esecutivo del Catholic Project, una iniziativa di ricerca della Catholic University di Washington, D.C.) il quale definisce queste posizioni come parte di un movimento “populista” diffuso in tutto il mondo. Parla quindi, e con lui gli autori che lo hanno citato, di un cattolicesimo populista e tradizionalista contro l’eredità di Francesco, con la prospettiva di superare il suo pontificato imprimendo una svolta conservatrice.
Dall’altro lato però il Papa argentino è stato egli stesso definito spesso populista, a partire dalla sua provenienza geografica e in rapporto al suo discorso pubblico.
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Lo Sbroglio
di Satyajit Das
Parte 1: Furie Economiche e Finanziarie
Condizioni così insostenibili devono finire come i nostri divertimenti. Come scrisse Fred Schwed in “Dove sono gli yacht dei clienti?”: “Quando le «condizioni» sono buone, l’investitore… compra. Ma quando le «condizioni» sono buone, le azioni sono alte. Poi, senza che nessuno abbia la cortesia di suonare un campanello d’allarme, le “condizioni” peggiorano”. Questo sta accadendo ora. Il fattore scatenante della tumultuosa fase finale del crollo è sconosciuto. Come aveva capito Mao Zedong: “una singola scintilla può appiccare un incendio nella prateria”. Potrebbe trattarsi di una recessione, perdite sul credito, crolli del prezzo delle azioni, il fallimento di una strategia di trading, il fallimento di un’azienda di grandi dimensioni, una frode o un evento geopolitico. Il mondo di oggi è una polveriera.
La prima parte di questa serie esamina i fattori che potrebbero rendere inevitabile una nuova crisi finanziaria. La seconda parte esaminerà la trasmissione degli shock, la resilienza e la capacità di rispondere per contenere una nuova emergenza.
Una nuova crisi finanziaria è alle porte. L’era sorprendentemente duratura dell’iperfinanziarizzazione si trova ad affrontare la prova più dura di sempre, a causa della concomitanza di condizioni economiche e finanziarie, unite a crescenti pressioni geopolitiche e ambientali. La mancanza di resilienza e la limitata capacità di risposta sono fattori aggravanti.
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Blackout: è il liberismo bellezza!
di Leonardo Mazzei
Tranquilli, dietro il blackout spagnolo, che ha coinvolto pure il Portogallo, non ci sono né complotti né misteri. Ci sono piuttosto silenzi e reticenze di un sistema di potere che non può disvelare la vera causa, che è innanzitutto economica e dunque politica, di quel che è successo.
A questo proposito l’imbarazzo di Sanchez è apparso evidente. Il capo del governo spagnolo avrebbe preferito poter additare una delle tante cause fasulle di cui si è cianciato sui media: un “misterioso” evento atmosferico, i sempre buoni “cambiamenti climatici”, la cattiva manina di hacker ovviamente filo-russi. Non ha potuto farlo, forse perché consapevole che il ridicolo può davvero uccidere la credibilità di un politico. Si farà, invece, una Commissione d’inchiesta, che è il classico modo per non arrivare a nulla.
Come avvengono i blackout
Siamo dunque ben lontani da una verità ufficiale, ma le notizie che cominciano a trapelare sono già sufficienti a indicare una prima e robusta ipotesi. Ma prima di arrivarci bisogna capire che cos’è un blackout generale, come quello verificatosi nella penisola iberica lo scorso 28 aprile. Mentre i blackout locali sono molto frequenti, basti pensare alle zone di montagna durante i temporali, i blackout generali (che interessano, cioè, interi paesi o porzioni importanti degli stessi) sono eventi piuttosto rari, ma che tuttavia capitano.
Senza scomodare i “mitici” blackout newyorchesi, in Europa, l’esempio più eclatante riguarda proprio l’Italia, che il 28 settembre 2003 rimase completamente al buio con l’eccezione della Sardegna. In questi casi, infatti, le isole – che hanno sistemi elettrici largamente indipendenti dal continente – sono in genere avvantaggiate. E’ stato così anche stavolta nel caso delle Baleari.
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Gaza, USA e Cina: il futuro della guerra e la fine della civiltà
di Roberto Iannuzzi
La tendenza a reinterpretare le leggi di guerra è destinata ad avere serie conseguenze sulla distruttività dell’azione militare nei futuri conflitti. Gaza rappresenta un pericoloso precedente
Avevo scritto più volte in precedenti articoli che la portata della tragedia di Gaza va ben al di là degli angusti confini di questa martoriata striscia di terra sulle coste del Mediterraneo:
Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale.
Avevo scritto già in passato che
Sotto le macerie di Gaza rischiano dunque di rimanere sepolti anche l’ordine internazionale che l’ONU ha rappresentato dal 1945, e il ruolo di garante della legalità internazionale di cui gli USA si sono sempre fregiati.
Ora un’inchiesta della rivista americana The New Yorker dal titolo “What’s Legally Allowed in War”, passata perlopiù sotto silenzio, aiuta a chiarire meglio la pericolosità del “precedente” rappresentato dallo sterminio in corso a Gaza.
Il reportage a firma di Colin Jones racconta come gli esperti giuridici dell’esercito americano si stiano confrontando con l’operazione militare israeliana nella Striscia, considerandola una sorta di “prova generale” per un possibile conflitto con una potenza come la Cina.
L’articolo esordisce descrivendo due visite compiute nella Striscia da Geoffrey Corn, professore di legge presso la Texas Tech University ed ex consulente senior delle forze armate USA sulle leggi di guerra, altresì note come Diritto Umanitario Internazionale (DIU) o Diritto Internazionale dei Conflitti Armati (DICA).
Per spiegare il livello di distruzione di cui è stato testimone a Gaza, Corn lo ha paragonato a quello di Berlino al termine della seconda guerra mondiale. Egli non è stato né il primo né l’unico a proporre un simile confronto.
Già nel dicembre 2023, ad appena due mesi dall’inizio del conflitto, esperti militari consultati dal Financial Times avevano equiparato la distruzione di Gaza nord a quella di città tedesche come Dresda, Amburgo e Colonia a seguito dei bombardamenti alleati.
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György Lukács, un’eresia ortodossa / 5 – Sul filo del tempo
di Emilio Quadrelli
La lettura del conflitto di classe non avviene stilando una statistica al fine di individuare il punto medio della conflittualità ma osservando e facendo proprie le istanze strategiche che provengono dalle punte avanzate della classe. Su ciò si plasma la tattica cosciente del partito. Dalla prassi d’avanguardia della classe al partito dell’avanguardia di classe al fine di riversare e generalizzare in questa, quella tendenza. Il partito, quindi, non si accoda semplicemente alla lotta di classe, non si limita a portare solidarietà a questa, cosa che può fare chiunque, e neppure, come le letture burocratico-organizzative di Lenin offrono, si limita a porsi alla testa delle lotte. Certo, il partito solidarizza con la lotta e cerca di prenderne la direzione ma perché? A qual fine? Qui sta il nocciolo della questione. Il partito deve, soprattutto, trasformare coscientemente quella lotta in qualcosa che sta nella lotta ma solo in potenza. Non ha senso prendere la direzione di qualcosa che rimane in potenza, ma lo ha se questo prendere la direzione vuol dire realizzare la potenza. Detta in altre parole la tattica del partito mette la classe nella condizione di compiere un salto nell’elaborazione della strategia. In altre parole il partito più che prendere la testa del movimento è la testa del movimento. Facciamo un esempio: nel 1905 le masse organizzano una dimostrazione la quale, come noto, sfocia nel sangue e in seguito a ciò, in piena spontaneità, iniziano a battersi. Il partito sicuramente solidarizza con la lotta e cerca di mettersi alla testa di questo movimento, ma fare questo significa operare per far fare un salto qualitativo a quanto sta andando in scena. Questo salto è l’indicazione pratica dell’insurrezione quindi, di fatto, essere la testa del movimento. Dalla classe al partito, dal partito alla classe. Il partito non si è inventato nulla, non fa nulla, esso agisce come elemento cosciente e d’avanguardia dentro il punto più alto della conflittualità di classe. Ecco che, in quel momento, tutto il suo lavoro preparatorio emerge in maniera cristallina. Ma, una volta fatto ciò non è che all’inizio del suo lavoro perché la stessa pratica dell’insurrezione non farà altro che dare vita e forme qualitativamente diverse alla strategia della classe e inevitabilmente ciò porterà a una nuova lettura della strategia di classe e a una successiva rielaborazione della tattica di partito.
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Il valore della cultura classica
di Francesco Coniglione
Ha ancora senso affaticarsi su testi scritti in un linguaggio scarsamente comprensibile, con strutture sintattiche molto lontane dalla agilità e stringatezza oggi diffuse con i sistemi di comunicazione elettronica; o immedesimarsi in concetti distanti, spesso superati e comunque non sempre in sintonia con le più diffuse sensibilità odierne?
Sono queste le domande alla base del sempre rinnovato attacco di tutti coloro i quali ritengono qualcosa di superfluo, di dispensabile, i classici e in generale la cultura umanistica in cui questi sono per lo più rappresentati (non bisognerebbe però dimenticare che ci sono “classici della scienza” ancora oggi assai utili da rileggere, per l’umanista e per lo scienziato). Un fardello “inutile” se confrontato ai saperi che si ritengono immediatamente produttivi perché capaci di stimolare, crescita, produttività, innovazione, mantra dell’odierna cultura. Ne viene che siano da marginalizzare gli studi e le scuole che a esse danno un qualche peso, come il Liceo classico, la cui stessa esistenza è da molti indicata come un esempio dell’arretratezza culturale e scientifica dell’Italia.
I classici sono in sostanza ritenuti opere vetuste, volumi da riporre in qualche polverosa scaffalatura, utili semmai a imbellettare auguste biblioteche di rappresentanza, magari nei negozi di mobili; non strumenti del pensiero ancora significativi per l’uomo d’oggigiorno. Ai classici si attribuisce semmai il solo valore di essere una testimonianza del passato, il ricordo nostalgico di un “come eravamo” e non certo una piattaforma per proiettarsi nel futuro, scintillante dei prodotti della tecnologia moderna, guidato da sempre più potenti sistema di intelligenza artificiale e orientato solo al consumo voluttuario e di intrattenimento.
Ma questa è una visione superficiale e per molti aspetti parziale.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Terza parte
Cari compagni,
ci eravamo lasciati nell’ultima puntata dopo aver abbozzato un collocamento del caso sovietico all’intesto di un contesto mondiale laddove, il caso cinese, rappresentava un caso decisamente “limite” di “importazione” del marxismo.
Restando nella metafora dei trasporti, ogni volta che “esportiamo” non uno spinterogeno, ma qualcosa di immateriale, dotato di un significante e di un significato, si pone il problema della sua “traduzione”, “importazione”, “selezione e adattamento”, “rielaborazione”. ANCHE IN UN CONTESTO COSÌ VICINO AL NOSTRO COME QUELLO RUSSO-SOVIETICO.
Si badi, questo “vicino” non ha alcuna intenzione provocatoria. Avendo passato ormai la maggior parte della mia vita, trenta su cinquanta grosso modo, a manipolare concetti di culture lontane diecimila chilometri da noi, il leggendario cinese wan li 万里, diecimila li, ogni volta che ritrovo “Gente del Libro”, come la chiamano i fratelli musulmani, ritrovo anche i binari noti del mio pensiero, del mio modo di vedere il mondo.
Ciò nonostante, paradossalmente forse per questa vicinanza, quando SI “ESPORTA” O SI “IMPORTA” QUALCOSA, spesso SI DÀ TROPPO PER SCONTATO CHE IL RICETTORE O IL MITTENTE SIA ESATTAMENTE SINTONIZZATO SULLE NOSTRE LUNGHEZZE D’ONDA. E così non è. Vale per i nostri traduttori di Lenin, ma valeva anche nel senso contrario.
L’obiezione è sempre la stessa: “epperò, non possiamo mica mettere una nota a piè pagina ogni due righe”. Giusto. Appesantisce il testo. Allora che facciamo, tagliamo con l’accetta? Semplifichiamo? Traduciamo pravda e istina sempre come “verità”, partijnost’ come “partiticità” e chi s’è visto s’è visto? Oppure, peggio ancora, le lasciamo in russo e cavoli di chi legge?
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Smascherata la truffa NATO: l'Europa è indifesa senza la "cavalleria americana"
di Kit Klarenberg
Il 23 aprile, Politico ha pubblicato uno straordinario articolo, “La cavalleria americana non arriva”, che documentava con dovizia di particolari quanto la pianificazione e le infrastrutture di difesa europee siano state per decenni esclusivamente “costruite sul presupposto del supporto americano” e “accelerare l’invio di rinforzi americani in prima linea”. Ora, “la prospettiva che ciò non accada sta gettando nel caos i piani di mobilità militare” e il continente “si trova solo”, indifeso, senza una direzione e privo di soluzioni ai disastrosi risultati della sua prostrazione per molti decenni all’egemonia statunitense.
L’articolo inizia con un tentativo mediocre di fantasy, tratteggiando uno scenario da incubo che si scatena nel marzo del 2030. “Nella nebbia di inizio primavera”, un attacco russo su più fronti inizia contro Lituania e Polonia, costringendo i soldati stranieri di stanza lì a cercare riparo, mentre “i paesi alleati si affrettano a rispondere”. Ma mentre Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e i paesi nordici mobilitano i loro eserciti per l’impresa, “c’è una netta assenza”:
Leader e soldati guardano a ovest, verso l’oceano, sperando nelle navi da guerra che sono sempre accorse in soccorso dell’Europa nell’ultimo secolo. Ma il mare offre solo silenzio. Gli americani non arrivano. La seconda presidenza di Donald Trump ha posto fine all’impegno degli Stati Uniti per la difesa europea.
Certo, Trump non ha ancora disimpegnato Washington dalla NATO. “Ma cosa succederebbe se l’America abbandonasse l’Europa?”, riporta Politico, è una domanda inquietante che riecheggia con crescente urgenza nei corridoi del potere occidentali. La risposta evidenzia una “realtà scomoda”: “senza il supporto degli Stati Uniti, spostare truppe in Europa sarebbe più lento, costoso e ostacolato da una serie di colli di bottiglia logistici”. In caso di guerra totale, queste carenze “potrebbero non solo creare inefficienze”, ma “potrebbero rivelarsi fatali”.
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I dazi nella temporalità del modo di produzione capitalistico
di Algamica*
Se esaminiamo attraverso una analisi storica il fatto che l’amministrazione americana è costretta a fare e disfare al riguardo dei dazi commerciali, possiamo ricavare alcuni elementi inconfutabili sullo stato avanzato di decomposizione del modo di produzione capitalistico.
Quando le nazioni e certi mercati nazionali erano in crescita e conseguentemente cresceva la popolazione nazionale, i dazi potevano impulsare la produzione nazionale di merci favorendo il consumo delle merci prodotte localmente. Si combinava lo sviluppo sulla base di fattori economici essenziali, quali la crescita della popolazione e il volume della domanda. Così fu nella seconda metà dell’800 e oltre per le nazioni dell’Europa, Stati Uniti e Giappone.
Quando il moto unitario dell’ accumulazione giunse a una certa maturazione, il moto stesso dovette infrangere i dazi che rappresentavano un ostacolo alla accumulazione generale. Il principale elemento di strozzatura era costituito dall’insieme delle tariffe imposte dalla forma del mercato mondiale segmentato secondo i confini coloniali. Ci vollero due guerre mondiali per completare questo processo già determinato.
Oggi, dove il consumo di merce è finanziato attraverso l’indebitamento delle famiglie e delle aziende, i dazi non sono in grado di combinare l’incombinabile. Ovvero di limitare se non tagliare il consumo e l’import di merci estere per continuare a sviluppare la produzione manifatturiera nazionale. Una produzione nazionale rispetto alla quale non corrisponde più uno sviluppo della popolazione e di un volume della domanda virtuoso. Così come l’input delle singole economie nazionali è costituito da una complessa catena del valore interconnessa. Inoltre sviluppare l’economia di un dato paese richiede la sovrapproduzione di merce, perché non vi è accumulazione senza sovrapproduzione.
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In ricordo di Michel Aglietta
di Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli
E così se ne è andato anche Michel Aglietta, a 87 anni, un altro degli scienziati sociali che più hanno segnato la nostra formazione.
Diplomato all’École polytechnique nel 1959, la sua sensibilità e il suo interesse per gli aspetti teorici del dibattito politico lo portano a scegliere l’ENSAE come scuola di formazione nel 1961.
Nell’ottobre 1974, Michel Aglietta ha difeso la sua tesi di dottorato all’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne, intitolata Régulation du mode de production capitaliste dans la longue période. Prendendo come esempio gli Stati Uniti (1870-1970). La commissione di laurea era composta da Raymond Barre, Hubert Brochier, Carlo Benetti, Joseph Weiller e Edmond Malinvaud.
Ha ricevuto l’agrégation (concorso pubblico nel sistema educativo francese) in economia nel 1976, primo passo per intraprendere la carriera accademica. Dopo aver conseguito il dottorato, Michel Aglietta ha tenuto seminari all’INSEE. Vengono discussi i sette capitoli della sua tesi. Ogni mese si tiene un incontro su uno dei capitoli. Si forma un gruppo di persone, tra cui Robert Boyer e Alain Lipietz, Pascal Petit provenienti dall’INSEE, dal CEPREMAP e dalle università. Sulla base di questi incontri, Aglietta scrisse il libro: Régulation et crises du capitalisme, Calmann-Lévy, 1976. Quando uscì, il libro ottenne una certa visibilità e fu tradotto abbastanza rapidamente in inglese (per Verso, Londra, 1979). Fu il battesimo della scuola francese della regolazione, che fu soprattutto portata avanti grazie al lavoro di Boyer, Lipietz, Coriat, Nadel e Petit. Aglietta ne fu l’ispiratore principale anche se non ha mai fatto parte del suo gruppo di ricerca. Di Aglietta, in italiano, sono stati tradotti solo due scritti: la postfazione alla terza edizione di Régulation et Crises du capitalisme nel 2001, accompagnata da un saggio sui compiti dello Stato di Giorgio Lunghini (Bollati Boringhieri), e Il dollaro e dopo: la fine delle monete chiave con una introduzione di Carlo Dadda, nel 1988 (Sansoni).
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Gli Stati Uniti ascoltano la posizione della Russia
Veronica Romanenkova per tass.ru/ intervista Sergei Shoigu
In un’intervista con la TASS, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu ha parlato dei successi dell’NMD, del dialogo tra Mosca e Washington, del pericolo di scoppio di una terza guerra mondiale a causa dei piani della “coalizione dei volenterosi” e delle condizioni affinché la Russia riprenda i test nucleari
Sergey Kuzhugetovich, è trascorso quasi un anno dalla sua nomina alla carica di Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa. Come valuta la situazione nell’ambito della sicurezza nazionale e i cambiamenti in questo ambito? Quali questioni vengono decise dal Consiglio di sicurezza?
La situazione nell’ambito della sicurezza nazionale della Federazione Russa rimane difficile. Gli Stati ostili sono consapevoli di non essere riusciti a infliggere una sconfitta strategica alla Russia, a minare la sua autorità internazionale, a distruggere la sua economia o a indebolire la sua stabilità politica interna. La Russia sta resistendo con successo alla crescente pressione politica, militare, economica e informativa esercitata su di essa. L’incapacità dell’Occidente collettivo di raggiungere i propri obiettivi si accompagna a un aggravamento delle contraddizioni tra i suoi membri, dei loro problemi socio-economici interni e delle differenze ideologiche, nonché a una divisione nelle élite dominanti. Allo stesso tempo, i paesi che non hanno aderito alle sanzioni anti-russe sono sempre più convinti dell’incompetenza di coloro che, fino a poco tempo fa, cercavano di costringere il mondo intero a vivere secondo le proprie regole determinate unilateralmente.
Questo sviluppo inaspettato degli eventi costringe l’Occidente a cercare nuovi modi per mantenere il suo dominio. La vittoria sulla Russia, se non sul campo di battaglia, almeno diplomaticamente – preservando l’Ucraina come “anti-Russia”, il principale antipodo del nostro Paese – rimane la priorità più importante per le élite occidentali. Allo stesso tempo, si stanno compiendo sforzi significativi per provocare instabilità interna nella Federazione Russa, negli stati vicini, soprattutto in Transcaucasia e Moldavia, per preparare “rivoluzioni colorate” nei paesi del Sud del mondo che lottano per una vera indipendenza: in Africa, Medio Oriente e America Latina.
Tutto ciò è accompagnato da un cambiamento nella natura della manifestazione delle minacce alla sicurezza nazionale della Federazione Russa, dalla formazione di nuove sfide e rischi, nonché di opportunità per il nostro Paese.
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Sovranità nazionali e divergenza dei populismi
di Emmanuel Todd
Apro questa rivista con la trascrizione di una conferenza tenuta a Budapest, in Ungheria, all’inizio di aprile, a Várkert Bazár, nell’ambito della Conferenza Eötvös organizzata dall’Institut du XXIe Siècle. Poiché questo viaggio non è passato inosservato, ho voluto renderlo pubblico il più possibile, in modo che tutti potessero farsi una propria opinione. In un’epoca in cui è facile trovarsi di fronte a calunnie e fantasie, ritengo sia importante garantire che le informazioni possano circolare liberamente e in modo trasparente in Europa [Emmanuel Todd, 29 aprile 2025].
Il mio debito con l’Ungheria
Grazie per questa introduzione molto gentile e lusinghiera. Devo confessare subito che sono piuttosto emozionato di essere a Budapest per parlare della sconfitta, della dislocazione del mondo occidentale, perché la mia carriera di autore è iniziata dopo un viaggio in Ungheria. Avevo 25 anni, ci andai nel 1975, entrai in contatto con studenti ungheresi, parlammo e mi resi conto che il comunismo era morto nella mente della gente. Ho avuto una visione intuitiva della fine del comunismo a Budapest nel 1975. Poi sono tornato a Parigi e, un po’ per caso, nelle statistiche dell’Istituto nazionale di studi demografici ho trovato i dati sull’aumento del tasso di mortalità infantile in Russia e Ucraina, nella parte centrale dell’URSS, e ho avuto l’intuizione dell’imminente crollo del sistema sovietico. Avete appena visto la copertina del mio primo libro (La chute finale: Essai sur la décomposition de la sphère soviétique). Tutto è iniziato a Budapest e sento di avere un debito di gratitudine nei confronti dell’Ungheria. È commovente e impressionante trovarsi in questa bella sala, dopo aver incontrato ieri il vostro Primo Ministro, e tenere una conferenza quando, mezzo secolo fa, sono arrivato qui in treno, all’ostello della gioventù, come un misero studente che non sapeva cosa avrebbe trovato a Budapest.
L’umiltà necessaria
L’esperienza di questo primo libro e il crollo del comunismo mi hanno reso cauto. Naturalmente la mia previsione era corretta, ero molto sicuro di me: l’aumento della mortalità infantile è un indicatore molto, molto sicuro. Ma poi, circa 15 anni dopo, quando il sistema sovietico è crollato, devo umilmente ammettere che non avevo compreso appieno ciò che stava accadendo. Non avrei mai potuto immaginare gli effetti di questa disgregazione sulla sfera sovietica nel suo complesso. Il facile adattamento delle ex democrazie popolari non mi ha sorpreso più di tanto. Nel mio libro, La caduta finale, ho notato le enormi differenze di dinamismo che esistevano tra Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia, ad esempio, e la stessa Unione Sovietica.
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Sul filo del rasoio: "pace", capitolazione, guerra. O Thawra!
Le trattative Usa/Iran
di Lo Sparviero
Proseguono le trattative “sul nucleare” iraniano fra i delegati della Repubblica islamica e i negoziatori statunitensi guidati da Steve Witkoff il quale Witkoff, miliardario immobiliarista ebreo americano “prestato alla politica” e presentato dai media come un “feroce negoziatore” nel senso della feroce e concreta attitudine di costui nel concludere proficuamente gli affari, è l’incaricato di Trump anche per le trattative “di pace” sul fronte russo-ucraino/NATO. Anche questo fatto di dettaglio indica come siano intrecciate le vicende degli attuali fronti di guerra aperti e della possibile “pace” che si sta contrattando. In questa nota ci preme dire unicamente di un paio di punti che riguardano lo scenario di guerra in Asia occidentale. Un paio di punti (a nostro avviso) fermi di carattere generale, attorno ai quali ruotano le molteplici e imprevedibili variabili della lotta per la vita o per la morte cioè della lotta suprema in corso.
Scriviamo sopra di possibile “pace” fra virgolette perché essa per l’imperialismo è concepibile a una non contrattabile condizione: la capitolazione politica e operativa delle forze combattenti dell’Asse della Resistenza. La capitolazione di Hamas, quella di Hezbollah, delle milizie popolari irakene, degli Houthi yemeniti. Tutte forze che sono sotto continua e feroce pressione strangolatoria nel mentre che fra Usa e Iran “si tratta”.
“Si tratta” in perfetto stile imperialista, cioè con la pistola puntata alla tempia del governo di Teheran e dell’intero popolo iraniano. Un imponente dispositivo militare imperialista è infatti e intanto schierato, pronto a colpire qualora i negoziati fallissero secondo il criterio che lo sceriffo americano riterrà valido. Da parte del regime di Teheran che è fatto da uomini dalla tempra fortissima a cominciare dalla Guida Suprema Alì Khamenei, niente affatto disposti alla sottomissione, si accetta il terreno della trattativa pur sotto evidente scacco per cercare di evitare o procrastinare il più possibile uno scontro militare diretto con il tandem Usa/Israel, forse cercando di spezzarlo. Un tandem criminale che non ha nessunissimo scrupolo a usare il suo armamento nucleare se decide per la guerra, che in ogni caso sarebbe guerra devastante per l’Iran.
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Le ambiguità del pontificato di papa Bergoglio
di Alessandra Ciattini
Papa Bergoglio un rivoluzionario o un conservatore mascherato? Né l’uno né l’altro: un papa può “salvare la Chiesa” spesso accettando compromessi più apparenti che sostanziali.
In questi giorni, ho letto molti articoli e ascoltato molte interviste di autori non solo italiani sulla figura di Papa Bergoglio e sono rimasta sorpresa per la quasi generalizzata accettazione della retorica enfatica con cui è stata affrontata la scomparsa di quest’ultimo papa, che certo si è distinto nello stile e nel gesto dai molti suoi predecessori. Lungi da me voler mostrare mancanza di rispetto verso il sentimento religioso, parte intima e nascosta degli esseri umani, legata alla nostra consustanziale precarietà, al senso della morte e del nulla, ma è bene ricordare che una cosa è questo sentimento, una cosa è l’uso che ne fanno le varie istituzioni storiche, che con atteggiamenti spesso divisivi e contraddittori lo hanno veicolato verso la sottomissione, la rassegnazione, alimentando sogni di speranze nebulose e astratte.
Nel caso della Chiesa cattolica, ricordo che si tratta di un’istituzione, che nonostante i suoi tentativi di modernizzarsi e di democratizzarsi (per es. il Concilio Vaticano II), possiede un cuore tutto medioevale; infatti, è retta da una monarchia sacra e assoluta, che si incarna nella figura di un pontefice reso infallibile, quando parla ex cathedra, da un apposito dogma (Pastor Aeternus), sostenuto dai Gesuiti, proclamato nel Concilio Vaticano I il 18 luglio 1870 sotto il Pontificato di Pio IX, che in precedenza aveva emanato il dogma dell’Immacolata Concezione. La Costituzione dogmatica su citata stabilisce che il pontefice, nella funzione di Pastore di tutti i cristiani, quando definisce una dottrina sulla fede e sui costumi, è infallibile e pertanto tutti i fedeli sono obbligati a conformarsi a quanto da lui affermato. Una minoranza di cardinali, convocati per il Concilio e provenienti dall’Europa centrale, non fu d’accordo con questa decisione e lasciò Roma per non votare.
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Il matrimonio di interessi tra Stati Uniti e Cina è saltato
Dalla Chimerica alla competizione globale: si rompe l’asse economico che ha segnato un’epoca.
di Giacomo Gabellini
L’idillio è finito. Per decenni Washington e Pechino avevano condiviso un rapporto di interdipendenza economica senza precedenti, fondato sulla delocalizzazione produttiva e sul finanziamento del debito americano. Ma l’era del matrimonio di interessi volge al termine. Le recenti dichiarazioni di J.D. Vance, le tensioni commerciali e l’ascesa tecnologico-industriale della Cina raccontano la fine di un equilibrio che ha dominato la globalizzazione post Guerra fredda. Ecco la prima puntata di una serie di approfondimenti di Krisis dedicati all’ascesa e al declino della Chimerica.
Parte I – Ascesa e declino di Chimerica
«Prendiamo in prestito denaro dai contadini cinesi per comprare i beni che quegli stessi contadini cinesi producono». Con questa sintesi, il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha spiegato le conseguenze, per gli Stati Uniti, della cosiddetta economia globalista. Lo scorso 10 aprile, nel corso di un’intervista rilasciata a Fox News, Vance ha difeso strenuamente la decisione del presidente Donald Trump di imporre dazi (quasi) a 360 gradi, e sferrato un attacco frontale all’assetto liberoscambista in vigore ormai da diversi decenni. Vance ha spiegato che la globalizzazione si è tradotta nel «contrarre un debito enorme per acquistare beni che altri Paesi producono per noi».
La reazione cinese è giunta pressoché istantaneamente. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato che «è allo stesso tempo sconcertante e deplorevole sentire questo vicepresidente fare commenti così ignoranti e irrispettosi». Hu Xijin, ex caporedattore del quotidiano Global Times, ha invece alluso alle origini che Vance, un hillbilly (contadino montanaro, ndr) ha sempre rivendicato per affermare che «questo vero “contadino” venuto dall’America rurale sembra mancare di prospettiva. Molte persone lo stanno esortando a venire a visitare la Cina di persona».
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