Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 3322
Perché ha vinto Trump?
Le Vere Cause della Vittoria di Donald Trump
di John Komlos, Salvatore Perri
La vittoria di Trump non è solo frutto di un voto di protesta, ma è il risultato di trasformazioni politiche e sociali in atto negli USA da più di trent’anni
La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2016 è stata determinata dal cambiamento della maggioranza di tre stati “contendibili” che sono passati dal votare il Partito Democratico a votare per quello Repubblicano. Tuttavia, ridurre questo risultato ad un voto di protesta oltre ad essere semplicistico risulta essere completamente sbagliato. La presidenza Trump è il risultato di una serie di dinamiche sociali ed economiche che si sono sviluppate attraverso più di tre decadi e che hanno trasformato profondamente la società americana, in modo probabilmente irreversibile.
L’onda lunga del Reaganismo
La vittoria di Ronald Reagan e le sue due amministrazioni consecutive hanno rappresentato un punto di svolta nella società americana. Dal punto di vista delle politiche economiche il messaggio era semplice quanto efficace, “meno tasse per tutti”. Appare evidente che una riduzione delle tasse per tutti vuol dire un guadagno in termini relativi per i grandi contribuenti ed un vantaggio modesto per la classe media e nessun vantaggio per i poveri. La logica economica che poteva giustificare una tale politica era la seguente, una riduzione delle tasse per i ceti alti avrebbe provocato un incremento delle somme disponibili per gli investimenti, riattivando gli “spiriti animali” e rimettendo in moto il motore neoclassico della crescita economica. La successiva crescita economica scaturente avrebbe investito a “cascata” anche le altre classi sociali. Più investimenti, più posti di lavoro, più ricchezza in generale. Un modello di sviluppo orientato ad una visione iper-liberista (Ravitch, 2017) dove, dal punto di vista sociale, chi non riesce a cogliere le opportunità “del paese delle opportunità” merita di essere povero in senso dispregiativo. La realtà è stata ben diversa. La concezione del c.d. “stato minimo” non solo ha coinvolto la protezione sociale dei meno abbienti, ma ha riguardato ad esempio, la deregolamentazione di vari settori tra i quali quello finanziario, ponendo sostanzialmente le basi per quelle manovre spericolate che hanno causato le recenti crisi finanziarie.
- Details
- Hits: 3032
Chi ha paura di Khalifa Haftar?
Libia, ultima battaglia
di Fulvio Grimaldi
Biscazzieri e bari
Nel paese del milione e mezzo di tossici da gioco d’azzardo, dei 70mila minori dipendenti, dei 19 miliardi spesi per il gioco, dei107 miliardi raccolti, delle 366.399 slotmachine, delle 55.824 videolottery e delle 529 concessioni tra sportive, online, bingo, lotto e lotterie, volete che non ci siano e trionfino i bari? E’ un’intuizione facile. Basta leggere nel giornale di oggi, prima, i dati allarmanti dei biscazzieri e delle loro vittime e, poi, i resoconti allarmatissimi sulle vicende di una Libia a rischio di essere unificata, diononvoglia, addirittura militarmente. Anatema, dopo che, negli 8 anni dalla frantumazione del più ricco e avanzato paese dell’Africa, tanto si era fatto per tenerlo diviso e spartito tra i vari interessi che, dopo averlo cucinato, si apprestavano a divorarlo.
Bari allora, quando ci trascinavano per i capelli alla guerra raccontandoci che Gheddafi bombardava la sua gente (e io ero proprio nel punto dove sarebbero cadute le bombe e non c’era che un tranquillo mercato), che allestiva fosse comuni e tutti vedemmo un cimitero normale con fosse scavate per morti normali, che rimpinzava di viagra i soldati libici perché stuprassero meglio le donne libiche (Save the Children, Ong ripresa da tutti), mentre io incontravo ragazze del liceo che, con i loro compagni, si addestravano alla resistenza. Bari oggi, quando ci terrorizzano con una Libia nel caos per colpa del “feldmaresciallo” militarista, mentre sul caos dai loro padrini militaristi, provocato dal 2011 in qua, ci hanno costruito traffici di petrolio e migranti.
Perché da quando il colonialismo è colonialismo, l’imperialismo è imperialismo, la Nato è Nato e il PNAC è PNAC (Piano per il Nuovo Secolo Americano dei Neocon), se non riesci a farne un boccone, del soggetto da abbattere, ne fai spezzatino. Approfittando del caos che, in mancanza di vittoria, ti sei lasciato dietro e che andrai potenziando.
- Details
- Hits: 2030
A proposito di scuola e pedagogia
Risposta a un documento dell’UdS
Marino Badiale, Università di Torino
Fausto Di Biase, Università di Chieti-Pescara
Paolo Di Remigio, Liceo Classico di Teramo
Lorella Pistocchi, Scuola Media di Villa Vomano
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente lettera firmata dai professori Di Biase, Badiale, Di Remigio, Pistocchi. Si tratta di una replica a questo documento UdS.
Nota bene: la Redazione è ben lieta di ospitare il dibattito, e desidera precisare che in generale le lettere e i documenti pubblicati su Roars sono espressione del pensiero dei loro autori e non necessariamente degli orientamenti della redazione.
Un paio di anni fa l’Unione degli Studenti ha pubblicato un documento[1] dallo stile rudimentale e contraddittorio nei contenuti, che prima rifiuta la valutazione nella scuola, poi attenua il rifiuto e ne chiede soltanto forme diverse; prima considera la bocciatura crimen exceptum, poi boccia senza istruttoria e senza processo questa società – “Di questa società, noi, (sic) possiamo farne (sic) a meno in quanto (sic) essa serve solo a mantenere lo stato di cose presenti” -; prima esige esattamente il modello di scuola che le riforme dell’ultimo ventennio hanno già attuato, poi lancia contro la scuola attuale, benché esaudisca già ogni sua richiesta, addirittura l’appello alla rivoluzione socialista. A differenza dei rivoluzionari di un tempo che, avendo frequentato la scuola gentiliana, sapevano “esprimersi molto bene oralmente e per iscritto”[2], i loro attuali epigoni, educati da una scuola perfettamente armonizzata con le esigenze sessantottine, si esprimono con difficoltà; in compenso, proprio come è accaduto ai loro precursori, resta loro celato che proprio là dove si credono più rivoluzionari non fanno che obbedire ai più profondi imperativi dell’ideologia neoliberale.
Veniamo innanzitutto al tema della bocciatura, che tanto indigna gli studenti estensori del documento. Se se ne continua a parlare dopo che è stata praticamente abolita in gran parte delle scuole, ciò accade perché in questo tema l’antipedagogia neoliberale ha trovato, più che un suo punto di forza, un punto debole della vecchia pedagogia. La bocciatura come problema perturbante è un’eredità della scuola gentiliana.
- Details
- Hits: 2392
La nuova edizione spagnola di «Genealogia della politica»
Gerardo Muñoz intervista Carlo Galli
Carlo Galli: Genealogía de la política. Carl Schmitt y la crisis del pensamiento político moderno, UNIPE Editorial Universitaria, 2018
Professor Galli, the Spanish edition Genealogía de la política (Buenos Aires, unipe, 2018), a classic of contemporary political thought, has just been realized in Argentina after twenty years. We should not forget that Argentina has always been a fruitful territory for the reception of Carl Schmitt’s work. Perhaps my first question is commonplace but necessary: how do you expect readers in Spanish to read your classic study?
Come ci ha dimostrato il compianto Jorge Dotti, la recezione di Schmitt in Argentina è stata imponente e pervasiva, e si è intrecciata con la riflessione filosofica, giuridica e politica sullo Stato e sul suo destino. Ho fiducia che il mio libro, grazie alla traduzione spagnola, possa interessare gli specialisti di Carl Schmitt – giovani e maturi – che sono numerosi e agguerriti, non solo in Argentina ma anche in Europa: dopo tutto, la Spagna stessa ha un lungo e fecondo rapporto intellettuale con Schmitt, che, come ci ha mostrato da ultimo Miguel Saralegui, può anche esser definito «pensatore spagnolo».
This edition comes out in a timely moment, that is, in the wake of the centenary of the Weimar Republic (1919-2019); a moment that Weber already in 1919 referred as a point of entry into a ‘polar night‘. Does Schmitt’s confrontation in the Weimar ‘moment’ still speak to our present?
Schmitt è stato il più grande interprete della Costituzione di Weimar, in un’epoca in cui non mancavano certo i grandissimi costituzionalisti. La sua Dottrina della costituzione è una diagnosi geniale della situazione storica concreta in cui i concetti politici della modernità si trovano a operare. Ed è stato anche il più acuto interprete (nel Custode della Costituzione e in Legalità e legittimità) della rovina di Weimar, causata da uno sfasamento gigantesco fra spirito e strumenti del compromesso democratico weimariano, da una parte, e, dall’altra, la polarizzazione radicalissima in cui la crisi economica aveva gettato il popolo e il sistema politico tedesco. Una democrazia senza baricentro politico funzionante, senza capacità di analizzare le proprie dinamiche e di reagire attivamente, è alla mercé di ogni crisi e di ogni minaccia.
- Details
- Hits: 1947
“Potere digitale” di Gabriele Giacomini
di Diego Ceccobelli
Recensione a: Gabriele Giacomini, Potere Digitale. Come internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia, Meltemi Editore, Milano 2018, pp. 353, 24 euro (scheda libro)
L’incontro tra internet e democrazia ha immediatamente stimolato una corposa produzione scientifica volta a carpirne i principali tratti, processi ed effetti concreti, così come le principali tensioni e conflitti. Sono moltissimi gli approcci scientifici, gli ambiti di applicazione e i disegni di ricerca che hanno e stanno tuttora investigando gli esiti di questo incontro. Tra i più recenti, l’ultimo libro di Gabriele Giacomini – Potere Digitale. Come internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia – merita sicuramente una menzione.
In questo volume, Giacomini si concentra sul rapporto tra democrazia e tecnologie digitali della comunicazione e lo fa in maniera molto innovativa, scientificamente accurata e compiuta. Il suo non è un libro per nulla banale, né una copia o un semplice riassunto di quanto già presente nella letteratura. Piuttosto, questo suo ultimo sforzo scientifico apporta un importante contributo alla nostra conoscenza del modo in cui internet sta co-rimodellando alle fondamenta i processi democratici, la formazione e costruzione dell’opinione pubblica, passando infine per le potenziali soluzioni proposte dagli studiosi e dagli attori politici per ovviare alle potenziali storture indotte dal rapporto tra tecnologie digitali e configurazioni profonde del potere.
Il principale punto di forza di questo volume è forse nella sua metodologia di ricerca. Il contributo di Giacomini prende infatti le mosse dalla realizzazione e analisi di 11 interviste ad esperti di 3 paesi differenti, i quali si occupano del rapporto tra internet e democrazia all’interno di differenti settori scientifico-disciplinari, come la scienza politica, la filosofia politica e la sociologia dei media. A partire da queste interviste, Giacomini struttura il suo ragionamento seguendo varie direttrici tematiche, spaziando da concetti quali neointermediazione, paradosso del pluralismo, “incastellamento” della sfera pubblica e democrazia dialogica imperfetta (Giacomini 2016).
- Details
- Hits: 1899
Le radici di una disputa: ancora su antropocene e/o capitalocene
di Giuliano Spagnul
Antropocene o capitalocene è apparentemente una domanda che ricalca vecchie e classiche dispute sull’apoliticità o meno di determinate branche del sapere umano. È la scienza neutrale a qualsivoglia ideologia?[1] Appunto, vecchie dispute. Oggi sappiamo[2] che sapere e potere sono indissolubilmente legati. E allora sostituendo il termine antropocene con capitalocene possiamo, probabilmente, evitare lo spettro di un qualsivoglia risorgente ‘neutralismo’. Ma se capitalocene esprime, senza equivoci di sorta, una ben definita visione politica riguardo le motivazioni che certificano il passaggio da un’era geologica ad un’altra, per contro questa stessa visione ha il difetto di oscurare tutta una serie di punti di vista altrettanto politici ma di differente prospettiva.
Ecco così che, in questo contesto, abbiamo Isabelle Stengers come Donna Haraway, per fare qualche esempio, che si sottraggono sia “alla normativa dell’Antropocene che vede in Homo Sapiens (nozione su cui, peraltro, si iscrivono stratificazioni di genere e razziali)[3] la causa e, simultaneamente, il rimedio alla catastrofe ecologica” sia “all’idea sostenuta tra gli altri da Toni Negri, che la crisi climatica è questione subordinata alle politiche industriali, e affrontabile solo sulla base della critica ad esse”[4].
È così che chi si oppone alla logica che vuole l’odierna crisi come l’inevitabile prezzo da pagare per accedere a un superiore stadio dell’evoluzione umana, quell’inevitabile progresso di una natura umana costituitasi al di fuori del dato di natura, si ritrova in due differenti, e forse opposte, prospettive; radicalmente antagoniste entrambe al pensiero globalmente dominante ma da due punti affatto diversi.
L’abbattimento del sistema capitalistico e la costruzione di un nuovo soggetto rivoluzionario da una parte; l’urgenza del chiedersi ora ‘come vivere altrimenti’ e la conseguente produzione di una soggettività differente dall’altra.
- Details
- Hits: 2906
Banca d’Italia e debito pubblico: un matrimonio che non s’ha da fare
di coniarerivolta
La Banca d’Italia ha recentemente comunicato che trasferirà al Tesoro circa 6 miliardi di euro derivanti dai suoi utili maturati nel 2018. In un periodo caratterizzato da una cronica scarsità di fondi pubblici, con i governi in perenne affanno nel trovare le risorse e far quadrare i conti, è davvero curioso che questa notizia sia passata in sordina: per una volta che i soldi cadono dal cielo – perché non c’è alcun italiano che abbia dovuto sborsarli, quei 6 miliardi, che provengono freschi freschi dal conio della banca centrale – nessuno sembra volersene occupare. Nemmeno un Cottarelli di turno che si prenda la briga di spiegarci bene da dove arrivino queste risorse aggiuntive disponibili per la realizzazione di scuole, ospedali, infrastrutture. Eppure, benché relativamente banale dal punto di vista tecnico, la questione, come vedremo, è carica di conseguenze politiche.
Indebitarsi costa. Lo Stato si indebita emettendo titoli del debito pubblico (principalmente Buoni del Tesoro Poliennali, BTP) che fruttano ai sottoscrittori (ossia i detentori di quei titoli) un certo tasso di interesse: quel tasso è il costo del debito. Se ci indebitiamo per 300 miliardi di euro ad un tasso del 2%, dovremo pagare ai nostri creditori 6 miliardi di euro ogni anno per il servizio del debito. Considerato che l’Italia ha un debito pubblico di circa 2.300 miliardi di euro, possiamo capire subito per quale ragione ogni anno lo Stato è costretto a pagare circa 65 miliardi di euro di interessi su quel debito. Per cogliere appieno l’ordine di grandezza, è sufficiente riflettere sul fatto che provvedimenti quali il Reddito di Cittadinanza e Quota 100 – le due principali misure economiche varate da questo governo che tanto hanno scandalizzato i puristi del pareggio del bilancio – hanno avuto un costo complessivo per il 2019 di circa 15 miliardi di euro, meno di un quarto delle risorse pagate dallo Stato ai suoi creditori.
- Details
- Hits: 3332
Serbia: vittime, carnefici e loro vivandiere
di Fulvio Grimaldi
Parla il ministro degli Esteri di Milosevic in margine a un convegno a Firenze
Una Serbia che non muore
Zivadin Jovanovic ha 80 anni, ne dimostra venti di meno, da viceministro degli Esteri fino al 1998 e poi ministro fino alla caduta del governo nel 2000, è stato protagonista e testimone serbo, accanto a Slobodan Milosevic, dell’intera vicenda jugoslava e balcanica. Oggi è il protagonista della custodia, rivendicazione e propagazione della memoria di quanto fatto alla Serbia dalla Nato. Contro le turbe di occultatori e mentitori, è anche il combattente della verità sui Balcani e sulla Serbia di oggi e sui complotti che l’Occidente insiste a tessere a danno di sovranità, integrità e autodeterminazione della Serbia. Alto, snello, dritto e determinato, come uno di quegli abeti rossi che nel Sud Tirolo svettano verso la luce del sole, ha appena organizzato, nel XX dell’aggressione Nato e nel LXX della fondazione dell’Alleanza Militare Atlantica, l’ennesimo convegno internazionale del Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali, da lui presieduto e al quale ho avuto il privilegio di partecipare. Ve ne ho riferito in www.fulviogrimaldicontroblog.info: Convegno internazionale a vent’anni dall’aggressione - “DIMENTICARE? PERDONARE? MAI !” Inviato sotto le bombe, testimone di oggi.
Ci siamo trovati fianco a fianco, in amicizia e causa comune, grazie al modesto contributo che ho potuto dare da responsabile del “Comitato Ramsey Clark per la Jugoslavia” e poi da portavoce, insieme a Enrico Vigna, del “Comitato Milosevic”, che si batteva per la liberazione del Presidente della Federazione Jugoslava e della Repubblica Serba, e per la demistificazione delle menzogne che ne volevano giustificare l’arresto e il processo da parte di un tribunale-farsa.
Le trombe degli eserciti
Jovanovic mi ha concesso l’intervista sull’oggi dei Balcani, sottoposto a nuove minacce da parte degli stessi criminali di ieri e di sempre. La leggerete più avanti. Prima, mi vorrei soffermare brevemente sul contributo che alla tragedia serba hanno fornito quelli che chiamerei “vivandiere”, o “corifei”, dei carnefici.
- Details
- Hits: 2477
Disoccupazione e altri spettri tecnologici
di Valerio Pellegrini
Intelligenza artificiale: La forza-lavoro androide è la protagonista della serie televisiva britannica Humans
L’umanità è sotto attacco. Nella serie britannica Humans (due stagioni e una terza all’orizzonte), ideata da Sam Vincent e Jonathan Brackley, c’è un gruppo di robot atipici che cerca un’esistenza piena al di fuori degli schemi imposti dai creatori; Humans è stata tratta una precedente serie tv svedese, Real Humans (2012-2014), ideata da Lars Lundström. Il contesto è una società in cui la disponibilità di forza-lavoro androide (i synth) diventa un dato di fatto con notevoli conseguenze. L’attualità della serie deriva dalla vicinanza al mondo dei consumi reali, ai settori trainanti del mercato tecnologico odierno: domotica, assistenti a interfacce vocali, software e servizi basati su algoritmi predittivi, smartphone sempre più smart, sensori ovunque e l’internet delle cose che parlano tra loro senza disturbare gli umani. Ma l’incontro tra robot e umani oggi sembra davvero dietro l’angolo e non è più solo uno scenario narrativo. L’immaginario collettivo influenza il marketing così come il marketing influenza il design degli artefatti industriali. Tecnica e narrazione finiscono con l’associarsi non solo per rappresentare ma anche per creare. Si prenda ad esempio quella clamorosa convergenza tra fantascienza ed elettronica di consumo che è l’automobile a guida autonoma (cfr. Wikipedia): di “automobili fantasma” (cfr. Lafrance, 2016) si comincia a parlare negli anni Venti del secolo scorso; oggi appare evidente come la nostra percezione in materia si stia spostando lentamente ma inesorabilmente dalla finzione alla realtà. Categorie tecnico-economiche che diventano forme dell’immaginario. E viceversa. Allora se, con Erik Davis, possiamo dire che tecnologia e immaginario si riflettono e alimentano reciprocamente (cfr. Davis, 2001) la convivenza conflittuale tra synthe umani è l’ennesima mappa fantascientifica utile a mostrarci i punti in cui il mostro di Frankenstein potrebbe liberarsi generando una nuova umanità con nuovi patti sociali e nuove forme di convivenza civile. Bene patrimoniale da preservare o minaccia per la forza lavoro umana? E, ancora più in profondità sul versante antropologico, cosa implica il fatto di affidare mansioni sempre più importanti alle intelligenze artificiali?
- Details
- Hits: 2582
La crisi economica e le banche centrali
di Eric Toussaint
Gli elementi di una nuova crisi finanziaria internazionale sono tutti presenti; non si sa quando essa scoppierà ma quando accadrà il suo effetto su tutto il pianeta sarà importante.
I principali fattori di crisi sono da una parte l’aumento ingente dei debiti privati delle imprese, dall’altra la bolla speculativa sui prezzi degli attivi finanziari: borse valori, prezzi dei titoli del debito, e, in certi paesi (Stati Uniti, Cina …), di nuovo il settore immobiliare. I due fattori sono strettamente interconnessi. Anche le imprese che hanno un’enorme liquidità a loro disposizione come Apple si indebitano massicciamente perché approfittano dei bassi tassi di interesse per prestare ad altre il denaro che esse prendono a prestito. Apple e numerose altre imprese prendono a prestito per prestare a loro volta e non per investire nella produzione. Apple prende a prestito anche per riacquistare le proprie azioni in borsa. Ho spiegato questo in un articolo intitolato «» , pubblicato il 9 novembre del 1917.
Banche centrali e bolla in arrivo
Le bolle speculative ora citate sono il risultato delle politiche condotte dalle grandi banche centrali (Federal Rèserve degli Stati Uniti, BCE7, Banca d’Inghilterra, da 10 anni, e dalla Banca del Giappone dallo scoppio della bolla immobiliare negli anni 1990) che hanno iniettato migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline, yen nelle banche private per mantenerle a galla. Queste politiche sono state chiamate Quantitative easing o allentamento monetario quantitativo. I mezzi finanziari che le banche centrali hanno distribuito a profusione non sono stati utilizzati dalle banche e dalle grandi imprese capitaliste degli altri settori per l’investimento produttivo. Essi sono serviti a acquistare attivi finanziari: azioni di borsa, obbligazioni di debiti delle imprese, titoli di Stato sovrani, prodotti strutturati e derivati… Questo ha generato una bolla speculativa sul mercato borsistico, sul mercato obbligazionario (vale a dire le obbligazioni dei debiti) e, in alcuni paesi, nel settore immobiliare. Tutte le grandi imprese sono sovra-indebitate.
- Details
- Hits: 8294
La Cina è capitalista?
Intervista a Rémy Herrera
“La Cina è capitalista?”. Questo il titolo del nuovo di libro di Rémy Herrera (economista marxista francese, ricercatore al CNRS e alla Sorbona, Parigi) e Zhiming Long (economista marxista cinese della Scuola di Marxismo all’Università Tsinghua, Pechino), uscito a Marzo per le Éditions Critiques. Gli autori intendono smentire stereotipi e incomprensioni sulla Repubblica popolare cinese, ripercorrendo la storia dello sviluppo economico del paese dal 1950 a oggi. L’intervista che trascriviamo è stata realizzata da Le Média, un nuovo media alternativo legato alla sinistra francese.
* * * *
Il vostro è un libro controcorrente. Presenta un punto di vista piuttosto raro in Francia, che merita di essere segnalato e discusso. Innanzi tutto, come fate notare, quando si parla dell’economia cinese spesso lo si fa attraverso un prisma occidentale, usando dati prodotti da occidentali: secondo voi, ciò falsifica la visione che noi abbiamo del successo cinese.
Esattamente, ed è un punto fondamentale. Tutti infatti hanno un’opinione sulla Cina, ma che rischia di non essere necessariamente ben fondata. Ciò è dovuto, secondo noi, alle difficoltà rappresentate dalla lingua e dalla lontananza geografica. Difficoltà che rendono in qualche modo inaccessibili gran parte dei dibattiti interni alla Cina e che obbligano passare attraverso questo prisma occidentale. Uno sguardo esterno che occupa in pratica la totalità della nostra percezione della Cina. E questo è un problema, esso è dovuto innanzi tutto a una difficoltà di accesso ai dati, ma non certo perché le statistiche cinesi siano nascoste – al contrario esistono, sono molto numerose e diffuse. Tuttavia sono nella maggioranza dei casi in cinese, cosa che le rende di difficile utilizzo. Queste statistiche sono, contrariamente all’opinione comune, abbastanza serie, ben costruite e relativamente affidabili e questo da molto tempo – grazie all’Ufficio nazionale di statistica che esiste dal 1952. Tuttavia possono risultare incomplete, per noi che avevamo bisogno di un certo numero di indicatori che non esistevano oppure, laddove esistevano, non erano esenti da imperfezioni.
- Details
- Hits: 2061
7 aprile
di Girolamo De Michele
Una data che segna l’operazione giudiziaria e politica con cui vengono regolati i conti con pezzi importanti dei movimenti degli anni Settanta. Accusati di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”
Il 7 aprile 1979 decine di militanti (che diventeranno centinaia nel corso dell’inchiesta) dell’area dell’Autonomia furono arrestati, in esecuzione di un duplice mandato di cattura emesso dai giudici Pietro Calogero e Achille Gallucci delle procure di Padova e Roma, con l’accusa di associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a diciannove omicidi, fra i quali spiccava quello di Aldo Moro. L’accusa era di aver costituito una organizzazione segreta che dirigeva dietro le quinte ogni possibile formazione armata: come scriverà l’Unità due giorni dopo, «un unico filo, insomma, percorrerebbe tutte le formazioni terroristiche, dalla nebulosa del “terrorismo diffuso” alla perfezione militare delle Br. La mano che questo filo tira e manovra sarebbe quella dell’Autonomia», organizzazione nata dopo lo scioglimento di Potere Operaio e poi cresciuta nel corso degli anni Settanta, ovvero quella di Toni Negri, per il quale il giudice Calogero ricorre, prima volta nella storia dell’Italia repubblicana all’articolo 284 del codice penale «per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato».
L’operazione 7 aprile svolge un ruolo nevralgico nello scontro sociale che si è consumato negli anni Settanta, un decennio eccezionale dal punto di vista delle lotte sociali e del protagonismo operaio. La sostenne un battage giornalistico impressionante. Nel giro di pochi giorni l’Italia apprendeva l’esistenza di una sorta di Spectre nostrana, la cui esistenza si affermava con certezza essere comprovata da solidi elementi e testimoni inconfutabili: fra questi un uomo del generale Dalla Chiesa e un brigatista pentito padovano. In particolare, era l’Unità a distinguersi nel distillare, giorno per giorno, le rivelazioni provenienti dalla procura di Padova: Negri era ideatore dei primi sequestri di persona effettuati dalle Br, membro della direzione Br sin dalla metà del ’73, il telefonista che comunicava con la famiglia Moro durante il sequestro del leader Dc, ma anche, con estrema versatilità, l’uomo che «insegnava la tecnica di costruzione delle bottiglie molotov».
- Details
- Hits: 3087
Una guerra civile ancora invisibile
di Sandro Moiso
Marco Revelli, La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Einaudi, Torino 2019, pp. 224, 14,00 euro
Nell’attuale buriana di riflessioni, più ideologiche che seriamente politiche, foriere più di confusione che di chiarezza, la riunificazione e la rielaborazione in un unico volume di tre saggi di Marco Revelli già precedentemente apparsi in libreria appare davvero come cosa utile e necessaria. Si tratta infatti di Populismo 2.0 (Einaudi 2017), Finale di partito (Einaudi 2016) e Poveri noi (Einaudi 2010) e fin dai titoli si comprende come siano tutti indirizzati a comprendere la rinascita del fenomeno populista e la crisi dei partiti politici così come si sono caratterizzati nel corso del ‘900 (in particolare di quelli di ‘”sinistra”) nel corso dell’ultimo decennio. Guarda caso quello determinato, socialmente e politicamente, dalla più grave crisi economica successiva a quella del 1929 e sicuramente non inferiore alla prima sia in termini qualitativi che quantitativi (miliardi di dollari e di euro perduti, disoccupazione, riduzione degli apparati produttivi e fallimenti bancari e aziendali).
Revelli, docente di Scienze della Politica presso l’Università del Piemonte orientale, costituisce una delle poche voci superstiti e menti ancora lucide dell’esperienza torinese di Lotta Continua e la parte migliore di quell’ormai lontana stagione politica si riflette nell’attenzione con cui l’attuale insorgenza di movimenti anomali e potenzialmente fascisti viene esaminata non a partire da principi assoluti e universali, ma dalle reali cause economiche e sociali che li hanno determinati. Così come, ad esempio, quel gruppo politico, scomparso a Rimini nel 1976, aveva cercato già di fare nei confronti del malessere del Meridione d’Italia a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, da quello indirettamente manifestato dal sottoproletariato napoletano fino ai fatti di Reggio Calabria e ai boia chi molla che ne avevano preso in mano le redini.
- Details
- Hits: 2294

Le asimmetrie della zona euro
di Sergio Farris
Relazione presentata al convegno UE: riforma o uscita, tenuto ad Udine 30 marzo 2019 su invito del gruppo locale di Senso comune
1. Ci vuole più Europa e meno Europa?
Serve meno Europa.
Il processo di aggregazione dei paesi europei è il portato dell'ideologia del libero mercato, condotta ai suoi estremi. L'unificazione monetaria rappresenta l'apice di tale processo.
La storia che ha condotto all'euro è una storia tutta incentrata su tentativi di ricostituire un accordo di cambio valutario dopo la cessazione del sistema di Bretton Woods, avvenuta nel 1971. Risiede alla sua base il postulato che - innanzitutto - l'integrazione dei mercati incentivi gli scambi internazionali e rechi vantaggi generalizzati; oltreciò, tale risultato si otterrebbe tramite l'abolizione di fattori di impedimento o di incertezza per gli scambi commerciali e la circolazione finanziaria.
L'euro, in particolare, è il risultato di diverse esigenze, condensate in un compromesso: da un lato la Germania - da sempre titubante per via della propria concentrazione sul pericolo dell'inflazione -, la quale ha acconsentito all'istituzione della moneta unica dopo varie proposte avanzate nei decenni, da parte francese. Pare che, alla fine, la Germania abbia acconsentito all'istituzione della moneta unica con l'occhio rivolto alla possibilità di difendersi dalle svalutazioni competitive dei vicini e, si dice, anche per ottenere il via libera alla riunificazione. Dall'altro lato la Francia, con le sue mire rivolte a contenere il potere del marco e altri paesi - come l'Italia - preoccupati dell'inflazione, dovuta anche alle svalutazioni e alle fluttuazioni dei tassi di cambio (oltre che mossa dalla richiesta padronale di frenare la dinamica salariale).
Ne è emerso un modello fondato sull'esasperazione della concorrenza e sull'ossessione per l'inflazione (i sistemi di cambio valutario fisso hanno infatti - quale costante giustificazione, il timore per l'inflazione e per i presunti danni che l'incertezza derivante dalle oscillazioni del cambio arrecherebbe alle relazioni di mercato).
- Details
- Hits: 1827
Critica, occasione e disciplina
Appunti sparsi sull’oggi
di Marco Gatto
Con un sentito ringraziamento all’autore, pubblichiamo di seguito un estratto del libro di Marco Gatto, Resistenze dialettiche. Saggi di teoria della critica e della cultura, Roma, manifestolibri, 2018
1.
Introducendo Minima moralia (1951), Renato Solmi così si esprimeva sul carattere solo apparentemente frammentistico della raccolta di Adorno: «i trapassi bruschi, e a prima vista sconcertanti, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, e viceversa», non sono la manifestazione di «un linguaggio metaforico e suggestivo», non hanno nulla di «arbitrario e di fantastico», bensì rappresentano «le scorciatoie della dialettica». La rinuncia al sistema o all’esibita unitarietà, «mentre corrisponde alla dispersione apparente dell’oggetto, serve, nello stesso tempo, a un’intenzione precisa»: «l’analisi disimpegnata», nel momento in cui «confuta la pretesa del particolare a valere come essenza, si ritorce contro il cattivo universale; mentre l’esposizione sistematica finirebbe per dare ragione al sistema». Il meccanismo hegeliano della critica all’assolutizzazione assumeva, nelle mani del filosofo più influente della Scuola di Francoforte, un’ulteriore funzione demistificatoria: mostrava il carattere falso della realtà o, per dirla in termini schiettamente adorniani, della “vita vera”, cautelando il discorso intellettuale nei riguardi di qualsivoglia diretta presa di posizione. Di fronte allo strapotere dell’americanizzazione, capace di affossare i tradizionali modelli interpretativi di origine borghese e di disinnescare la persistenza dei grandi orientamenti di senso, la critica ha pertanto l’obbligo di una permanente autoverifica, in larga parte consistente nel sorvegliare la propria tendenza a porsi come falsa universalità o come opposizione passibile di integrazione in un sistema che ha dimostrato d’essere, nella sua coerenza sistematica, più ampio e agguerrito. «In questo senso – insiste Solmi –, nel sistema del dominio, l’apparenza è la sede della verità. Ma non appena si ritiene tale, si capovolge nel suo contrario», generando quell’ambivalenza che è costitutiva del pensiero di Adorno, moralista e pessimista intransigente, ma «pronto ad aprirsi alla speranza», seppure irrisolto nel saper convertire «la critica dell’interiorità» in una «critica della prassi», senza che la prima diventi un alibi per il disimpegno e la disillusione.1
- Details
- Hits: 2643
Post-democrazia e fabbrica tecno-capitalista
di Lelio Demichelis
La crisi della democrazia è legata all’egemonia della tecnica nel capitalismo moderno. Solo ri-democratizzando l’impresa e la tecnica sarà possibile uscire dalla crisi politica dei nostri giorni
La democrazia politica è in crisi. Scriverlo è scrivere niente di nuovo. Ma la relazione di causa-effetto tra capitalismo e crisi della politica e della democrazia nasce non solo dal 2008 o dagli anni ‘70, ma dall’egemonia della tecnica come apparato/sistema tecnico integrato al capitalismo; dall’immaginario collettivo che questo tecno-capitalismo sa produrre; ma soprattutto dal fatto che la forma/norma tecnica (Anders[i]), è in sé e per sé a-democratica/antidemocratica ma tende a divenire forma/norma sociale e oggi anche politica.
Ovvero, il tecno-capitalismo confligge in premessa con la democrazia[ii]. E produce antidemocrazia.
Il populismo e la disruption tecno-capitalista della democrazia
Perché i populismi, fomentando la rabbia popolare contro caste ed élite (ma non contro le vere nuove caste/élite globali, quelle della Silicon Valley[iii]) in realtà sono il proseguimento dell’egemonia tecno-capitalista con altri mezzi, perché tutti i populismi al potere oggi sono neoliberali e insieme tecnici, nel sostenere questo modello di crescita. Perché se non deve esistere la società – obiettivo del neoliberalismo, ormai pienamente raggiunto – può essere invece utile al sistema creare il popolo: molto più attivabile e plasmabile, molto più bisognoso di un pastore o di un Capitano, molto meno riflessivo/responsabile, ma soprattutto funzionale a sostenere l’incessante disruption (il populismo incarnando esso stesso la disruption del demos) richiesta dal sistema.
Uno degli elementi del populismo, uno dei suoi usi politici infatti, è anche quello di ottenere la modernizzazione e di proseguire nella rivoluzione industriale mediante il ricorso alle figure della tradizione e dell’identità[iv], cioè a meccanismi/dispositivi di compensazione emotiva/identitaria utili a ristabilire (in apparenza) un certo equilibrio psichico individuale e sociale.
- Details
- Hits: 2194
La superstizione scientista
di Salvatore A. Bravo
La verità è qualche cosa di infinitamente più dell’esattezza scientifica
L’epoca della superstizione è il “credo” senza la mediazione del logos. Scienziati ed economisti, ma non solo, assumono la postura riduzionista, ovvero non riconoscono la pluralità dei piani della conoscenza, giudicano il fondamento veritativo flatus vocis.
La verità ama la maschera affermava Nietzsche: la conoscenza è prismatica, da ogni piano traluce un aspetto fondamentale dei possibili, ma necessita dello sguardo della mente che, per giungere alla verità, individua la contraddizione della rappresentazione fenomenica.
Nei confronti della finitudine, vera sostanza della condizione umana, si può assumere una posizione di difesa (per cui si può rimuovere il problema per assolutizzare un piano e cadere nel riduzionismo) o aprirsi alla logica della modalità, dei potenziali aspetti conoscitivi che attraversano la condizione umana e non li esauriscono.
La Filosofia è disciplina del dialogo, insegna il logos, ma non vi è logos senza il limite, per cui il logos[1] è il ponte che pone in relazione con la dialettica, per trascendere i limiti.[2] L’epoca dell’assimilazione e del nichilismo economicistico – nel suo gran rifiuto della finitudine umana – tende a fagocitare ogni opposizione. L’onnipotenza dell’economicismo scientista non vuole vincoli e limiti, per cui – come un dio onnipotente – è autoreferenziale. Il Demiurgo platonico è ancora interno alla logica del limite, la chora (Χώρα) e le idee lo limitano. Lo scientismo economicistico ha piuttosto gli attributi del dio onnipotente, mondano ed unico: ambisce ad affermare se stesso ed a ridurre a nulla ogni posizione che si pone in dialettica con esso. Il primo suo imperativo è nell’affermarsi dell’unica conoscenza degna di tale nome, ovvero, la scienza. Pertanto la metariflessione – la riflessione teoretica sulla verità come fondamento – è tacciata d’essere semplicemente vuota astrazione, priva di ogni spessore conoscitivo e veritativo:
- Details
- Hits: 2478
Autonomia differenziata: il convitato di pietra è l’Unione Europea
di Rete dei Comunisti
Come è stato osservato in più interventi tenuti in una recente e riuscita assemblea a Napoli (09 marzo – “Il Sud Conta”) sulla questione del regionalismo differenziato, dalla riforma costituzionale del 2001 la “questione meridionale” (a prescindere dalle sue varie declinazioni) è stata espulsa dalla agenda politica nazionale e, anche formalmente, la questione settentrionale è entrata a far parte del discorso politico dominante, con chiara legittimazione costituzionale.
Il tema del recupero del “grande divario” tra Nord e Sud del Paese è stato, di conseguenza, del tutto obliterato. Le stesse politiche di orientamento della spesa pubblica nazionale hanno guardato altrove.
Nel 2001 lo Svimez, analizzando l’andamento dell’anno precedente, da un lato si rallegrava del fatto che il Sud da qualche anno presentasse incrementi del prodotto interno lordo, dei consumi e degli investimenti maggiori di quelli del resto del paese, mentre dall’altro lato evidenziava (come a dire qui lo dico e qui lo nego) delle tendenze che mostravano come tale miglioramento fosse illusorio:
«… l’economia del Mezzogiorno si presenta con dati e prospettive certamente migliori rispetto all’esperienza della prima parte degli anni ’90, avendo saputo arrestare la tendenza ad un ulteriore arretramento dei livelli relativi di prodotto, di occupazione e di investimenti. Un consolidamento ed ulteriori progressi del processo di crescita dell’economia dell’area restano più che mai legati, oltre che alla congiuntura nazionale e internazionale, all’intensità e alla regolarità dell’azione volta a rimuovere i vincoli strutturali e gli elementi di debolezza che continuano a gravare sul Mezzogiorno».
In effetti questa ripresa del mai compiuto processo di convergenza si inseriva in un quadro che la rendeva meramente congiunturale, ossia dipendente dal ciclo italiano, europeo e più propriamente mondiale.
- Details
- Hits: 2729
Cosa resterà
di Giovanni Iozzoli
Nel 2017 abbiamo celebrato l’anniversario del movimento del ’77. L’anno dopo è toccato è toccato al ’68. Nel 2019? L’autunno caldo, forse? Sia pur in forme sempre più blande, gli anniversari scandiscono anche una memoria generazionale, al di là della grande Storia, una memoria di persone concrete, in carne e ossa, che ridefiniscono dinamicamente il rapporto con il loro passato. Uomini e donne, ogni anno più vecchi, che discutono di sé, della loro storia, del senso del loro stare al mondo.
Il susseguirsi (più o meno ritualistico) delle celebrazioni mi porta a ripensare alla mia generazione – gli attuali cinquantenni – e al suo destino di apparente mediocrità. Una generazione che non pare aver depositato un vero lascito, una generazione senza slanci epici, senza una sua mitologia da tramandare – se non qualche autoironia sulla propria balbuzie tecnologica, tipica delle “generazioni di mezzo”. Quindi: non avremo anniversari, in futuro, da proporre alla memoria collettiva; niente seminari o monografie in cui sarà esaltato il nostro ruolo di “testimoni”; non riascolteremo nostalgicamente canzoni che celebrano eventi in cui siamo stati protagonisti. Siamo cresciuti con vecchi film in bianco e nero e ci siamo ritrovati all’improvviso nel più fasullo e colorato degli universi virtuali: e tutto nello spazio di un mattino, quasi senza accorgercene.
Vecchia storia, questa della “transizione”: tutte le generazioni sono sempre in transizione, ma la mia, chissà perché, mi dà l’idea di averla subita unilateralmente, più di altre. Una generazione mai davvero protagonista, come se fosse cresciuta in un vuoto artificioso, in un deserto della storia, nel quale non ha ricevuto linfa, impulsi vitali, un ambiente sterile in cui non ha interagito e a cui non ha saputo reagire.
- Details
- Hits: 4392
“Il capitalismo? Va ridiscusso, ora serve radicalità”
Giacomo Russo Spena intervista Fabrizio Barca
A partire da 15 proposte elaborate per contrastare le crescenti disuguaglianze nella società, l’ex ministro spiega come non sia sufficiente battersi per la sola redistribuzione delle ricchezze: “Su questo il pensiero keynesiano ha mostrato i suoi limiti, si deve ricominciare ad incidere sui meccanismi di formazione della ricchezza”. Sa che la battaglia sarà lunga, anche per costruire un’alternativa credibile al salvinismo: “Bisogna mettere insieme i mondi della ricerca e della cittadinanza attiva e pensare nuovi luoghi che possano acquistare egemonia culturale e politica nel Paese”.
Qualcuno se lo sarà chiesto: che fine ha fatto Fabrizio Barca, l’ex ministro 'illuminato' che doveva rigenerare i circoli Pd e rilanciare la sinistra? La risposta è arrivata quando, lo scorso 25 marzo, ha illustrato a Roma un rapporto con 15 proposte programmatiche che mirano a modificare i principali meccanismi che determinano la formazione e la distribuzione della ricchezza: dal cambiamento tecnologico al salario minimo, dal concetto di sovranità collettiva al campo della ricerca. “L’ingiustizia sociale e la percezione della sua ineluttabilità sono all’origine dei sentimenti di rabbia e di risentimento dei ceti deboli verso i ceti forti e della dinamica autoritaria in atto”, evidenzia Barca. Lontano dai riflettori, ha ideato il Forum disuguaglianze e diversità collaborando con le migliori menti in circolazione ed aprendo a volti noti come l’ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini, il direttore del Servizio Analisi statistiche di Bankitalia Andrea Brandolini e a diverse onlus come la Fondazione Lelio Basso, ActionAid, Cittadinanzattiva, Caritas e Legambiente.
* * * *
Partiamo dai numeri: i dati Oxfam evidenziano come nell’era della crisi ci sia stata un’accumulazione delle ricchezze nelle mani di pochi a scapito di molti. Ciò dimostra che la crisi non è stato un fenomeno generalizzato?
Da come si evince dal grafico relativo al periodo tra il 1995 e il 2016, la quota di ricchezza dell’1% più ricco della popolazione adulta è passata dal 18 al 25%, quella del 10% più ricco dal 49 al 62%: l’andamento, quindi, è cominciato vari anni prima della crisi economica.
- Details
- Hits: 2455
Sulle “operations” di Mezzadra-Neilson
di Toni Negri
Recensione letta alla riunione di EuroNomade, Bologna, 15 marzo 2019
Nel Capitale, il “modo di produzione capitalista” è dato in una postura definitiva, è lì. Nei Grundrisse, invece, Marx introduce un discorso su Die Formen (che precedono la produzione capitalista) proprio nel momento nel quale dovrebbe passare dalla definizione della teoria del plus-valore (punto centrale e scoperta fondamentale, proprio qui, di Marx) alla teoria della circolazione, quindi alle teorie del capitale sociale e del General Intellect ecc. Perché fa questa sosta (confessiamolo, talora imbarazzante per la genericità nella quale mondo antico e civiltà asiatiche sono trattati) proprio quando ha scoperto nel plus-valore il cuore del modo di produzione capitalista e l’analisi potrebbe procedere velocemente verso la piena esposizione di quella scoperta?
Mi è sempre sembrato che ciò avvenga perché la scoperta del plus-valore apriva due piste decisive per la critica dell’economia politica: la determinazione del modo di produzione capitalista come movimento antagonista (il capitale come rapporto sociale antagonista) e, d’altra parte, la dialettica di soggettivazione che dal rapporto di capitale sorgeva e che poteva innescare la ricerca politica rivoluzionaria. Così, nei Grundrisse, proponendo dentro quell’insieme problematico, il programma cui il Capitale non riuscirà a dare definitiva risposta – ivi mancando appunto il libro sul salario e quello sullo Stato.
Il libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson (The Politics of Operations. Excavating contemporary capitalism, Duke University Press, 2019) si propone di percorrere quelle due piste, a partire da un approccio analitico al capitalismo globalizzato contemporaneo, e di muoversi nella transizione verso le forme che seguono il modo di produzione capitalista classico, così come l’abbiamo conosciuto: industriale, keynesiano, nazionale, sviluppista, socialista, ecc., inaugurando l’epoca della globalizzazione. Inseguono dunque le operazioni capitaliste (meglio, le “politiche delle operazioni”) che definiscono, oggi, il quadro spaziale e dinamico (temporale) dello sviluppo, dal punto di vista del complesso gioco delle istituzioni e delle soggettività che sono in campo e del processo che, contemporaneamente, si apre sia al “nuovo modo di produrre” sia ad una nuova formazione sociale.
- Details
- Hits: 3459
La natura della UE e la sua immodificabilità
di Domenico Moro
Relazione al Convegno UE: riforma o uscita, Udine 30 marzo 2019
Il capitalismo può trionfare
solo quando si identifica con lo stato,
quando è lo stato.
Braudel
Per capire se la Ue sia riformabile o meno è necessario capirne la natura, cioè quale ne sia la funzione e la ragione d’essere storica. Per rispondere a questa domanda, è necessario fare quello che raccomandava Arrighi, uno dei maggiori sociologi italiani del XX secolo. Marx scriveva che, per capire il capitalismo, bisognava scendere di un livello al di sotto del mercato, seguendo il capitalista nel “laboratorio segreto” dove entra in contatto con il detentore forza lavoro allo scopo di produrre il profitto. Allo studio di questo laboratorio, la fabbrica, Marx dedica capitoli importanti de Il capitale. Arrighi, parafrasando Marx, dice che per capire pienamente il capitalismo è necessario penetrare in un altro “laboratorio segreto”, situato però al piano superiore rispetto al mercato, lì dove il possessore di denaro, ossia il capitalista, incontra un altro attore, il possessore del potere politico[1].
Il piano inferiore al mercato è quello che il marxismo chiama struttura, vale a dire i rapporti di produzione, mentre quello superiore è la sovrastruttura, ossia i rapporti giuridici e politici, in una parola lo Stato. Senza quest’ultimo, il mercato non potrebbe neanche esistere. Se, quindi, vogliamo capire la Ue, anche noi dobbiamo guardare sia al di sotto sia al di sopra del mercato unico, cioè ai rapporti tra struttura e sovrastruttura. La Ue e l’euro non eliminano lo Stato, ma lo rimodulano in base alle trasformazioni della struttura dei rapporti di produzione.
Sul piano della struttura la fase attuale è caratterizzata dalla tendenza alla caduta del saggio di profitto. Contro tale tendenza il capitale mette in atto delle “cause antagonistiche”, come le chiama Marx: la riduzione del salario, l’aumento dello sfruttamento, l’esercito industriale di riserva, la finanziarizzazione e, soprattutto, l’esportazione di merci e capitali.
- Details
- Hits: 2284
La crisi sfascia il governo
di Dante Barontini
In calce un articolo di Guido Salerno Aletta
Il governo soffre, la maggioranza scricchiola, Conte annuncia che non continuerà a far politica, Salvini minaccia-teme che “possa venir giù tutto”, Di Maio reagisce male alle iniziative fascio-integraliste come quella di Verona, Tria considera sconsiderato chi (Salvini e Di Maio) pensa di poter usare la Commissione parlamentare d’inchiesta sul credito come un tribunale per il comportamento delle banche o della Banca d’Italia (e Mattarella pone limiti invalidanti ai poteri della Commissione stessa)…
Che succede?
Quel che era abbastanza ovvio già al momento del varo di questo scombiccherato governo: la crisi economica ha ripreso a mordere, siamo in recessione da ormai nove mesi, in tutta Europa ma con più evidenza in Italia, l’Unione Europea non cambia registro nei confronti dei paesi non core (solo Francia e Germania, e magari l’Olanda, possono rivedere alcuni pilastri della governance), le misure “espansive” immaginate da questa maggioranza (quota 100 e reddito di cittadinanza, sostanzialmente) sono state sotto sferza ridotte a qualcosa di cosmetico senza effetti pratici (ma non sarebbero servite a molto neanche nella versione originale).
E dunque la manovra da disegnare per il prossimo anno diventa una via crucis. Ce ne sarebbe una da fare subito, secondo Bruxelles, per “correggere” la differenza attesa tra previsioni della legge di stabilità e realtà economica. Ma nessuno può chiedere ad un governo “succube” di varare misure lacrime e sangue in piena campagna elettorale; per le europee, oltretutto.
Dunque si aspetterà giugno per cominciare a mettere nero su bianco la legge di stabilità 2020, in cui il massacro sociale sarà così evidente da non poter essere nascosto sotto misure-bandiera a costo zero (blocco dei porti e dei migranti, libertà di sparare e di armarsi, campo libero ai fascio-integralisti, ecc).
- Details
- Hits: 1759
Economia della miseria
di Piero De Sanctis
Sulla rivista mensile de Le Scienze del febbraio scorso, il premio Nobel per l'economia del 2001, Joseph Stiglitz sostiene - nel suo lungo articolo Un'economia truccata - che negli ultimi 30-40 anni, nei paesi occidentali più sviluppati, si è raggiunto il più alto livello di diseguaglianza mai visto prima, non certo per «leggi di natura», ma per leggi economiche. «I mercati non esistono nel vuoto -afferma- ma sono plasmati da norme e regolamenti che possono essere progettati per favorire un gruppo a discapito di un altro. Il sistema economico è truccato dal predominio dell'alta finanza e dalle multinazionali ereditarie di cui lo stesso Trump fa parte… Nella maggior parte dei paesi avanzati - seguita Stiglitz - la diseguaglianza è cresciuta per fattori come la globalizzazione, il cambiamento tecnologico e il passaggio a un'economia di servizi, ma il suo aumento negli Stati Uniti è stato il più rapido, secondo il World Inequality Database. Questo perché sono state riscritte le regole per renderle più favorevoli ai ricchi e svantaggiose agli altri. Alle grandi aziende è stato permesso di esercitare maggiore potere sul mercato, ma l'influenza dei lavoratori è diminuita. Tassazione e altre scelte politiche hanno favorito i ricchi».
«I difensori della diseguaglianza hanno una spiegazione pronta: fanno riferimento al funzionamento di un mercato competitivo in cui le leggi di domanda e offerta determinano salari, prezzi e persino i tassi di interesse. Forse questa storiella alleviava i sensi di colpa di chi era al vertice e convinceva gli altri ad accettare la situazione. Ma il momento cruciale cha ha rivelato questa menzogna è stata la crisi del 2008, in cui gli stessi banchieri che hanno portato l'economia globale sull'orlo del baratro con prestiti predatori, manipolazione dei mercati e altre pratiche antisociali, ne sono riusciti con bonus milionari, mentre milioni di statunitensi perdevano lavoro e casa,e decine milioni di persone in tutto il mondo capitalistico soffrivano per causa loro. Nessuno di questi banchieri ha dovuto rendere conto delle sue malefatte».
- Details
- Hits: 2405
America Latina: cosa fare dopo l’arretramento progressista
Le teorie di Andre Gunder Frank e di Albert O. Hirschman a confronto
di Riccardo Evangelista
Nonostante le ambiziose politiche economiche degli ultimi vent’anni, l’America Latina sta cambiando colore politico. Le lezioni da trarre sono molteplici
1. Suggestioni dalla fine del sogno progressista latino-americano: introduzione
La vittoria dell’ultraconservatore Jair Bolsonaro alle elezioni presidenziali brasiliane dello scorso ottobre sembra segnare un punto di non ritorno nella politica economica del continente latino-americano. Il variegato e altisonante ciclo progressista, iniziato con l’elezione di Evo Morales in Bolivia nel 1998 e poi proseguito con il trionfo di Hugo Chávez in Venezuela nel 1999, di Lula in Brasile nel 2002, di Néstor Kirchner in Argentina nel 2003 e di Rafael Correa in Ecuador nel 2007, può ritenersi concluso. Quelle speranze concrete di profondo cambiamento[1] si sono infrante sotto i colpi delle ravvicinate vittorie elettorali dei nuovi governi conservatori in tutti o quasi i paesi simbolo della precedente svolta progressista. Per di più, i successi delle destre hanno fatto ampiamente leva su una retorica di feroce opposizione verso l’espansione della spesa sociale promossa in maniere e tempi differenti dalle sinistre, ritenendola una perversa espressione di spreco, motivo di corruzione e sintomo di improvvisazione politica.
Una non nuova teleologia del fallimento rischia così di annichilire le istanze riformatrici dell’America Latina: ogni tentativo di trasformazione in senso più egualitario della struttura economica latino-americana è davvero destinato a fallire, conducendo in modo perverso alla reazione delle classi dominanti e quindi a un ciclico ritorno al passato? In termini più generali, è possibile individuare una qualche legge ferrea che ratifichi la caducità delle riforme economiche in nome di un ordine immutabile delle cose?
Due economisti profondamente critici della teoria economica mainstream, Albert O. Hirschman e Andre Gunder Frank, hanno avuto modo di imbattersi direttamente nelle difficoltà che le politiche progressiste tendono a incontrare in America Latina, arrivando a conclusioni agli antipodi di fronte al problema del sottosviluppo e della disuguaglianza economica. Ripercorrere il loro approccio metodologico, in particolare le critiche che Hirschman rivolge a Frank, conduce a interrogarsi in maniera paradigmatica sugli atteggiamenti di politica economica, ancor prima dei provvedimenti concreti, che ogni tentativo di critica dell’ordine esistente può manifestare di fronte al fallimento delle istanze trasformatrici.
Page 320 of 650
Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Antonio Martone: Giovani d’oggi
comidad: Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)
Carlo Formenti: Diritto internazionale? Non fatemi ridere!
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Ilan Pappè: “Il destino di Israele è segnato”
Nicola Casale: Palestina e Iran nella crisi dell'imperialismo e del capitalismo
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch
Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"
Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."
Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD
Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!
Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro
Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre
Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?
Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno
Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana
Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco
comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella
Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie
Manlio Dinucci: Washington caput mundi
Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica
Lavinia Marchetti: Il giornalista perfetto per un mondo impresentabile: Enrico Mentana e il consenso
Andrea Zhok: Vogliamo lasciarci alle spalle la vicenda pandemica?
Giorgio Agamben: Il medioevo prossimo venturo
Barbara Spinelli: La follia bellica Ue e l’arma di Čechov
Ilan Pappé: Sul panico morale e il coraggio di parlare
Chris Hedges: La nuova era oscura
Barbara Spinelli: Ucraina, l’ignavia dei 4 volenterosi
G. P.: Kiev, in difesa dei principi liberali
Thomas Fazi: L’UE prospera sulla paura. Prima il Covid, ora la Russia
Vincenzo Maddaloni: Un puzzo di Reich aleggia su Berlino
Fabrizio Verde: Il rublo russo (+38%) e la figuraccia dei media occidentali
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto















































