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Nord Stream: il sabotaggio della follia
di Giovanna Visco*
Il sabotaggio delle linee offshore Nord Stream è un fatto che segnala un salto preoccupante dello scontro Usa/Nato-Russia, spostando il confronto bellico in atto, su oleodotti e cavi sottomarini. Colpire le infrastrutture critiche di beneficio comune transazionale sbatte in faccia il bisogno urgente di pace del sistema degli approvvigionamenti vitali.
Volendo circoscrivere gli effetti politici di questo sabotaggio nel contesto in cui è stato attuato, al di là della propaganda e della sua retorica, si potrebbe prospettare un allentamento della pressione interna dal basso che chiede sempre più diffusamente l’abolizione delle sanzioni contro la Russia e trattative di pace, pochi giorni fa in Ungheria si è svolta una ennesima grande manifestazione di piazza.
Una pace che, peraltro, lo scorso aprile sembrava vicina, naufragata per i venti contrari soffiati dal blocco militare Nato/Stati Uniti.
Allo stesso tempo, il sabotaggio indebolisce la forza negoziale russa e divarica ulteriormente i suoi rapporti con l’Europa, avversati da lungo tempo dalla alleanza anglo-statunitense, tutta protesa a conservare l’egemonia unipolare, sempre più insostenibile, sul mondo.
Tra le ipotesi possibili di risposta nulla ne vieterebbe una uguale e contraria, o semplicemente l’innesco di reazioni a catena, tanto che la Norvegia, paese Nato, il più grande fornitore di gas d’Europa e uno dei principali di petrolio a livello globale, con oltre 90 giacimenti in gran parte collegati a una rete di gasdotti estesa quasi 9.000 km, all’indomani dei sabotaggi del Nord Stream, ha deciso di schierare le sue forze armate per proteggere le installazioni offshore e inshore.
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È vero che l’Europa si sta distaccando dalla Cina?
di Vincenzo Comito
Alcune grandi compagnie come Apple, Google e Amazon stanno spostando produzioni in Vietnam e India dalla Cina ma il processo di decoupling va lento e presenta spinte in senso contrario. L’Europa si allinea agli Usa ma grandi aziende tedesche continuano a investire nel paese asiatico
Il decoupling
Ormai la lotta per l’egemonia tra gli Stati Uniti e la Cina è la questione principale che si pone a livello economico, militare, politico, tecnologico, a livello mondiale. E’ in tale quadro che da qualche anno, e con una crescente intensità negli ultimi mesi, si discute molto della possibile separazione – o decoupling – tra l’economia cinese e quella statunitense e, almeno per alcuni versi, di quella più generale tra i paesi occidentali e il gigante asiatico. Sull’argomento c’è però un grande livello di confusione. Il testo che segue cerca di fare in qualche modo il punto su un tema certamente molto complesso da interpretare, centrando l’attenzione in particolare sul caso degli investimenti europei.
Quanto appare reale la tendenza al decoupling?
La guerra in Ucraina, il Covid e la decisione cinese di privilegiare la lotta alla malattia rispetto allo sviluppo economico hanno portato a rotture parziali delle catene di fornitura globali, in particolare in alcuni settori a partire da quello dell’auto, e a ritardi nelle consegne di merci, oltre all’intasamento dei porti e così via, nonché soprattutto ad una rinnovata volontà statunitense, peraltro già avviata ai tempi di Trump, di contrastare a tutti i costi la crescita economica e tecnologica cinese. Bisogna ricordare anche il fatto che negli ultimi dieci anni i salari degli operai cinesi sono aumentati di tre volte, ciò che per le imprese pesa spesso molto.
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Per una critica dell'economia politica dei corpi
di Christian Marazzi
Tratto dal volume AA.VV. L’enigma del valore dei corpi perduti e dei corpi ritrovati, Atti del convegno organizzato da Effimera, 10 ottobre 2020, Milano, Casa delle Donne, a cura di Cristina Morini
Esiste una “economia politica dei corpi” da quando esiste, storicamente e politicamente, la forza lavoro, da quando, cioè, esiste la questione della riproduzione di questa merce particolare, “scrigno che contiene la facoltà più importante della vita”, la condizione che rende possibile il lavoro vivo e la sua capacità di produrre valore32. La biopolitica foucaultiana, il nesso tra esercizio del potere e vita biologica, è di fatto un'economia politica dei corpi iscritta nei processi di accumulazione del capitale. Riprendendo sinteticamente una riflessione iniziata tempo fa33, vorrei ragionare sul divenire macchina, cioè capitale fisso, del corpo della forza lavoro a partire dalla fine del capitalismo industriale fordista. A partire, anche, dal “Frammento sulle macchine”, il capitolo dei Grundrisse in cui Marx, situando il general intellect, cioè il sapere astratto, la scienza e la conoscenza impersonale, nel capitale fisso, definisce il lavoro necessario, vivo e immediato, come “una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata e che è stata creata nel frattempo dalla grande industria stessa”34. L'ipotesi da cui parte questa riflessione è che, nella transizione al postfordismo, il general intellect si sia per così dire risituato nel corpo della forza lavoro, trasformandolo in contenitore non solo della facoltà di lavoro vivo, ma anche del suo opposto: capitale fisso, macchina, lavoro passato. Questa metamorfosi, questa trasposizione delle principali funzioni del capitale fisso nel corpo della forza lavoro, è stata possibile con l'ingresso del linguaggio e della comunicazione direttamente nei processi produttivi. È il linguaggio che ha veicolato il capitale macchinico nel corpo stesso della forza lavoro, rovesciando il “lavoro superfluo” del Marx del Frammento in “lavoro necessario”, lavoro vivo di cui il capitale si appropria per riprodurre sé stesso, per crescere oltre sé stesso.
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La Gran Bretagna non può più sbagliare la sua strategia globale
di Fulvio Bellini
Premessa. Cosa significa essere uno Stato “quasi sovrano”
In questo articolo analizzeremo la Gran Bretagna e il suo ruolo nello scacchiere internazionale. Parleremo dell’avvenimento principale del mese di settembre: la morte della Regina Elisabetta II e la successione al trono da parte del figlio Carlo III. Insieme all’incoronazione di Carlo, anche l’inquilino di Downing Street è cambiato: Boris Johnson ha lasciato il Numero 10 a favore di Liz Truss, la quale parrebbe dare l’idea di non cambiare la linea politica del predecessore, e invece potrebbe essere di sì. Un mutamento così significativo al vertice dello Stato britannico e del Commonwealth delle Nazioni cade in un momento storico particolarmente delicato, che vede da un lato la continuazione dell’Operazione militare speciale dell’esercito russo in Ucraina, e dall’altro il violento attacco che gli Stati Uniti, con la scusa della crisi tra Kiev e Mosca, stanno conducendo contro l’Unione Europea e l’Euro; vedremo anche di spiegare quest’affermazione. Va, inoltre, ricordato che la Gran Bretagna, il 31 gennaio 2020 e con singolare tempismo, è uscita dall’Unione Europea, riacquistando una maggiore agibilità politica, fino ad oggi usata per allinearsi, e spesso anche per scavalcare, la politica degli Stati Uniti e della Nato di sostegno del regime del Presidente-attore-burattino Volodymyr Zelensky e di contrasto alla politica di Vladimir Putin.
Prima di iniziare la nostra analisi, quanto mai ricca di temi, gettiamo un’occhiata fugace alle recenti elezioni in Italia del 25 settembre al solo scopo di evidenziare la differenza tra un Paese parzialmente sovrano come la Gran Bretagna e uno totalmente privo di qualsiasi forma di sovranità come l’Italia.
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La crisi ecologica e’ causata (indotta) dal capitalismo
di Erin McCarley
Proponiamo un articolo di Erin McCarley, giornalista e autrice indipendente statunitense, sul tema della crisi ecologica e della sua relazione con il sistema economico capitalista. L’articolo è originariamente apparso – il 16 Settembre 2022 – sul sito dell’organizzazione marxista rivoluzionaria britannica “Counterpunch“
Un terzo del Pakistan è sommerso dall’acqua. Le ondate di calore registrate ricoprono il globo facendo aumentare le temperature oltre quelle a cui gli esseri umani possono sopravvivere. I ghiacciai polari si stanno sciogliendo molto più velocemente di quanto previsto dagli scienziati. Siccità, incendi e inondazioni stanno devastando il pianeta, costringendo allo sfollamento decine di milioni di persone. E questo è solo l’inizio.
È tempo di dire la verità. Non possiamo permetterci di aspettare oltre. Non possiamo permetterci di fingere che lo stesso sistema politico-economico che ha causato i più alti livelli storici di distruzione ecologica nella storia umana sia lo stesso sistema che li risolverà. Qui, negli Stati Uniti, – il paese al mondo responsabile dei più alti livelli di emissioni di carbonio nell’atmosfera terrestre – abbiamo un compito politico e sociale molto difficile a cui far fronte. Dobbiamo dire la verità sui limiti ecologici della Terra, sulle leggi della fisica e su ciò che sta causando il collasso dei nostri ecosistemi, se vogliamo avere qualche possibilità di un futuro abitabile per noi stessi, i nostri figli e nipoti. Dobbiamo dire la verità, se nutriamo qualche speranza nella civiltà umana.
Ma nell’affermare questa verità, ci troviamo di fronte a una terribile realtà politica che pochi sono disposti ad ammettere. Molti di noi comprendono la scienza. Sappiamo che la capacità del nostro pianeta di ospitare l’uomo dipende da un equilibrio molto delicato di condizioni fisiche ed ecologiche che sono state presenti solo per un breve periodo durante la vita della Terra. La Terra esiste da miliardi di anni, ma gli esseri umani moderni, come li conosciamo, sono qui solo da circa 200.000 anni.
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Draghistan: “la libertà non è un spazio libero, la libertà è partecipazione”*
di Luca Busca
Analisi del voto
Il giorno dopo le elezioni ogni partito celebra la propria vittoria. Risulta, infatti, difficile trovare un dirigente di partito che riconosca la propria sconfitta, i propri errori e soprattutto che chieda scusa al popolo che ha tradito con le proprie azioni politiche. Se andiamo a guardare, però, i risultati effettivi ci si rende conto che la realtà è completamente diversa e, ad ogni tornata elettorale, diventa sempre più evidente. Qui sotto vengono riportati i dati numerici degli elettori dei singoli partiti con le percentuali calcolate sul totale degli aventi diritto invece che sui votanti.
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Nota introduttiva alla ristampa di «classe operaia»
di Antonio Negri
Nel 1979 Machina Libri decideva di ristampare «classe operaia», affidando l’introduzione a Toni Negri. Riproponiamo qui il testo per dare seguito al dibattito ex post su quell’esperienza, perché esso non si limita affatto a uno scritto di circostanza. Al contrario, Negri riflette criticamente sui limiti e sulle impasse di «classe operaia», per non tramutarla in un’inutile reliquia o in un vacuo simbolo di rassicurazione «in tempi così atroci». In particolare, sostiene che la trasformazione della composizione di classe e del soggetto di riferimento, ossia il passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale, necessita nuovi strumenti per affrontare le inedite ambiguità e contraddizioni che le lotte hanno fatto emergere.
* * * *
Perché ristampare «classe operaia»? La decisione non è stata mia: alcuni compagni ritengono utile intraprendere questa iniziativa e mi chiedono di fare una introduzione. Debbo comunque rispondere alla proposta, in maniera affermativa o negativa. Tanto vale dunque fare l’introduzione. Ma solo per argomentare: che cosa?
Il mio consenso o il mio dissenso. Sfoglio le pagine della rivista: mi ci ritrovo, il mio ricordo ci si ritrova. Quante riunioni, quante amicizie fatte e disfatte, quante giornate di tipografia (sì, perché eravamo io e Manfredo Massironi a impaginarla e a farla in tipografia per un paio d’anni). Quante emozioni. Dunque, «classe operaia» va ripubblicata; per quale ragione? Perché è la dimostrazione di una nobile ascendenza delle posizioni politiche che gran parte del movimento svilupperà negli anni successivi? Perché è, con i «Quaderni rossi», la solida pietra sulla quale una nuova corrente del pensiero politico italiano, marxista e proletaria, è venuta costruendosi? E non sono in Italia? Perché dunque ha una particolare importanza scientifica e le persone che hanno collaborato alla sua fattura, fanno – in una maniera o nell’altra – parte della storia del movimento proletario chez nous?
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L’attacco ai gasdotti Nord Stream: il bersaglio è l’Europa
di Gianandrea Gaiani*
L’annessione delle quattro regioni dell’Ucraina sud orientale alla Federazione Russa con le relative celebrazioni a Mosca e l’improbabile accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO accentuano l’escalation del conflitto e il rischio che possa allargarsi coinvolgendo un’Europa che appare sempre di più in ginocchio.
A compromettere, forse definitivamente, le sue precarie condizioni contribuisce anche l’atto dinamitardo (gli svedesi stimano che la potenza dell’esplosione fosse di 100 chilogrammi di TNT equivalente) che il 27 settembre ha visto esplodere i “tubi” sottomarini dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2, che trasportano il gas russo in Germania attraversando i fondali del Mar Baltico: il primo è fermo da alcune settimane e il secondo è stato ultimato poco prima dello scoppio della guerra in Ucraina e non è mai entrato in funzione.
Non ci sono dubbi circa il fatto che non si sia trattato di un incidente mentre più arduo è stabilire chi abbia effettuato un attacco multiplo che ha provocato la fuoriuscita di 500 milioni di metri cubi di gas per un valore di 800 milioni di euro e che determinerà con ogni probabilità la compromissione dell’efficienza dei due gasdotti a causa dell’acqua salata che penetrerà in profondità allagando e corrodendo le grandi infrastrutture metalliche.
Gazprom sembra valutare che occorreranno sei mesi per ripararli, altre fonti parlano di anni o ritengono che le infrastrutture siano irrimediabilmente compromesse.
Gas e gasdotto Nord Stream 2 sono di proprietà della stessa Nord Stream 2 AG, società di cui Gazprom è azionista al 100%. Anche il gas nel gasdotto Nord Stream 1 è proprietà di Gazprom: quindi i danni patrimoniali e in materia prima costituiscono interamente perdite finanziarie russe.
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La Russia, dall'Asia all'Europa (e ritorno?)
di Il Lato Cattivo
Introduzione a David B. Rjazanov, Karl Marx e le origini del predominio della Russia in Europa (1909)1
Dallo scorso 24 febbraio, ovvero dal giorno in cui le forze militari russe hanno varcato i confini settentrionali e orientali dell'Ucraina, la retorica dell'Occidente democratico in lotta per la difesa dei propri valori contro la Russia autocratica e perfino «imperialista» (!) è stata promossa al rango di verità ufficiale, di sola ed unica verità ammissibile nella sfera del discorso pubblico – soprattutto nell'Unione Europea. Tacere questo fatto equivarrebbe a sminuire la straordinaria pervasività della guerra psicologica nell'epoca dei social media, e la nostra stessa esposizione ad essa. Triste ma vero, la propaganda e l'infowar fanno presa anche sulle menti meno propense a farne le spese, e ciò non tanto per il loro carattere ubiquo e martellante: «Il segreto che non ha mai smesso di avvolgere tutto ciò che riguarda la guerra sembra essere una condizione intrinseca e necessaria della società attuale. “Ignoriamo ogni cosa della guerra”, questo significa, fra l'altro, che non abbiamo alcun potere su ciò che ignoriamo.» (Karl Korsch, Guerra e rivoluzione)2. Finché si persiste a considerarla come una faccenda di esclusiva competenza dei militari, ciò che in una certa misura avviene sempre fintanto che la società si riproduce normalmente, la guerra – vicina o lontana – ci coglie inevitabilmente di sorpresa (perché non seguiamo con sufficiente attenzione l'insieme dei focolai di tensione suscettibili di esplodere) e ci fa inciampare nelle false evidenze (perché non padroneggiamo gli indicatori che permettono di comprendere l'evoluzione dei conflitti sul campo). L'antimilitarismo di principio non aiuta, se si riduce a tapparsi occhi e orecchie di fronte al fatto militare, o nascondersi dietro a qualche slogan buono per tutte le stagioni. Lo scopo di quest'introduzione, comunque sia, non è di ristabilire il vero, o meglio il verosimile sulla guerra in corso in Ucraina – ciò che viene e continuerà ad esser fatto da altri3 – ma di abbozzare una riflessione più generale sulla traiettoria del capitalismo russo.
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Karl Korsch
di Salvatore Bravo
La filosofia è libertà, è capacità critica che coniuga la teoria con la prassi. La relazione teoria-prassi attraversa la storia della filosofia, essa è concretezza, in quanto la filosofia è implicata nella realtà storica, ma nel contempo la contempla per trasformarla. La pone tra parentesi per leggerla e decodificarla secondo categorie che consentono di coglierne le contraddizioni e le potenzialità del “non ancora”. Metafisica umanistica e relazione teoria-prassi sono un corpo unico e dinamico, poiché pongono al centro del movimento della storia l’essere umano, il quale non è un assoluto, pertanto può emanciparsi ma mai totalmente dalle forze e dalle strutture della reificazione, può pensarle per ridefinirle e può scegliere tra possibilità storicamente condizionate. Si pone in atto, quindi, l’ontologia dell’essere: il soggetto pensa dialetticamente la realtà storica con la mediazione del logos, in tal modo si rende “oggettiva”. Gradualmente pensiero e realtà si approssimano senza coincidere, se vi fosse coincidenza e perfetta corrispondenza il lavoro dello spirito-concetto terminerebbe.
La filosofia non vive all’ombra del potere, perché lo pensa per fluidificarlo e riportarlo alla sua condizione umana e storica. Dove vi è filosofia, non può che esservi uno “sbattere di sciabole” tra pensiero filosofico e potere.
Karl Korsch1 è stato un eretico del marxismo, non si è riscaldato alla corrente fredda del potere, ma ha criticato il marxismo e il suo strutturarsi in scuola di pensiero dogmaticamente ancorata a una lettura del pensiero di Marx organica al partito comunista. Filosofo dialettico ha conservato e innovato l’impianto filosofico marxiano difendendolo dallo scientismo marxista. Filosofi borghesi e marxisti raggiunto il potere hanno cercato di neutralizzare la dialettico con il pensiero adialettico e astratto.
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Democrazia sotto assedio
Recensione di Monica Quirico
Emiliano Brancaccio, Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico. 50 brevi lezioni, Piemme, Milano, 2022, pp. 287, Isbn 978-88-566-8378-3
Oltre a insegnare Politica economica presso l’Università degli studi del Sannio (Benevento), Emiliano Brancaccio svolge un’intensa attività di divulgatore e opinionista. Viene spesso presentato come un economista eretico, al quale tuttavia i colleghi mainstream prestano ascolto, dandogli talvolta perfino ragione. Nel suo ultimo libro, l’autore parte dalle ricerche empiriche condotte da lui e da altri studiosi per offrire anche a un pubblico non specialistico una chiave interpretativa del rapporto tra capitalismo e democrazia. L’alternarsi di pagine più per addetti ai lavori (come quelle sulla “Modern Monetary Theory”), riferimenti all’attualità politica e proposte di un’alternativa per il medio-lungo termine suscita a tratti un’impressione di scarsa omogeneità, anche se il filo conduttore è chiaramente individuabile: la riscoperta del Marx “scientifico”.
Nell’Introduzione, Brancaccio sfida la narrazione trionfalistica degli ordinamenti democratici occidentali. Innanzitutto, essi hanno smesso di perseguire una qualche forma di redistribuzione della ricchezza, favorendo anzi l’aumento delle diseguaglianze con ripetuti attacchi ai diritti del lavoro; una situazione che spinge moltə ad allontanarsi dalla politica. In secondo luogo, le democrazie capitaliste non garantiscono più neanche la tutela dei principi liberali; emblematica in tal senso è la normalizzazione della metafora bellica (e ora, potremmo aggiungere, della guerra nella sua drammatica concretezza, purché al di fuori dei confini occidentali). Nell’indagare i processi sottostanti a tale involuzione, Brancaccio, rifiutando teoremi complottisti, guarda, richiamandosi alla tesi althusseriana della storia come processo senza soggetto, alle marxiane “leggi di movimento” del capitalismo.
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Enzo Traverso, “Rivoluzione”
di Alessandro Visalli
Il libro[1] del 2021 di Enzo Traverso reca come sottotitolo “1789-1989: un’altra storia”, ed è un’ampia ed interessante ricostruzione della logica e della pratica storica dell’età rivoluzionaria nel ciclo aperto dalla Rivoluzione francese e concluso (in occidente) con il crollo dell’Urss. La rivoluzione viene vista come improvvisa interruzione del continuum storico, secondo una nota formula di Walter Benjamin, ed inseguita sia nelle sue determinazioni teoriche, sia nella pratica vicenda e nei protagonisti.
Rivoluzione e leggi storiche
Contrariamente a molte interpretazioni il testo valorizza quell’interpretazione della rivoluzione non determinista che si può ritrovare anche in Marx, nel quale, secondo Traverso se ne trovano anzi due, a combattere una silenziosa battaglia: una determinista ed una non determinista.
La prima è esemplificata nel notissimo passo di “Per la critica dell’economia politica”:
“a un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura”[2].
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Rischio stallo
di Enrico Tomaselli
Anche se l’Europa, contro ogni logica, sembra indifferente ad una qualsiasi prospettiva di pace, la guerra ucraina rischia di scivolare lentamente verso una situazione di stallo, che è esattamente lo scenario peggiore per i paesi europei. Trovare una via d’uscita, che salvaguardi gli interessi europei, ma che al contempo possa risultare percorribile per i contendenti, è qualcosa che però richiede non soltanto abilità diplomatica, ma una visione anche militare del conflitto, in modo tale da poter operare affinché la situazione sul terreno non si cronicizzi – premessa indispensabile per qualsivoglia iniziativa di pace.
L’aggressore riluttante
Uno dei tanti paradossi di questa guerra è che, mentre la narrazione occidentale dipinge la Russia come un paese estremamente aggressivo, questa in realtà si rivela essere estremamente riluttante nell’uso della forza.
Se guardiamo alla storia complessiva del conflitto, dal 2014 ad oggi, possiamo rilevare che ogni passo compiuto da Mosca mostra una estrema riluttanza a spingersi oltre, sia sul piano politico-diplomatico che su quello militare. Quando, dopo il golpe di piazza Maidan e l’inizio delle violenze anti-russe nel Donbass, la Russia si attiva rispetto alla nascente guerra civile ucraina, lo fa sul piano diplomatico: gli accordi di Minsk – I e II – di cui continuerà per anni a chiedere l’applicazione, sono infatti il tentativo di risolvere la questione senza intervenire direttamente. Intervento che arriverà solo dopo otto anni di guerra civile, a fronte della crescente minaccia ucraina.
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A proposito de Il Capitale. Il nuovo libro di Paolo Favilli
di Salvatore Tinè
Il libro di Paolo Favilli (A proposito de Il Capitale. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea, FrancoAngeli 2021) è un immaginario corso universitario di storia contemporanea su Il capitale di Marx, rivolto quindi a un pubblico non solo di studenti ma anche di lettori non specialisti. Come lo stesso titolo ci suggerisce, non è il capolavoro di Marx in quanto tale, come opera puramente teorica e scientifica, a costituire il suo tema specifico.
Tuttavia, è pur sempre “a proposito” de Il capitale, ovvero a partire da esso e sempre in strettissima relazione con la sua teoria economica e le sue categorie analitiche, che viene dipanandosi, nel libro di Favilli, una ricostruzione straordinariamente ricca e suggestiva della fortuna e dell’enorme influenza che la principale opera economica di Marx ha avuto sull’intera vicenda storica e politica della nostra contemporaneità, identificata dall’autore con il “lungo presente” della modernità capitalistica, dentro il quale siamo ancora immersi.
E’ dentro questa “lunga” continuità storica destinata ad giungere fino ai nostri giorni che Favilli inscrive la stessa eccezionale ed estrema vicenda del “secolo breve”, pure segnata da una straordinaria capacità di incidenza storica e di egemonia, nella cultura e nella scienza mondiali, sia della teoria marxista in quanto tale che del marxismo politico.
Alla tragica fine dell’Urss e al suo drammatico impatto negativo sulle forme teoriche del marxismo nonché su quelle politiche ed organizzative del suo tradizionale radicamento e della sua egemonia nel movimento operaio si è accompagnata infatti la fine di un lungo ciclo espansivo dell’accumulazione capitalistica e la conseguente imposizione per via legislativa e “giuridico-costituzionale” da parte delle classi dominanti di una politica economica di stampo neo-liberista particolarmente regressiva e sostanzialmente analoga a quella che aveva preceduto la grande crisi del 1929.
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Il progetto strategico della Nato
di Manolo Monereo*
"Cumpanis" ringrazia il compagno Monereo per averci inviato questo articolo, che sarà anche pubblicato dalla prestigiosa rivista spagnola "El Viejo Topo". Traduzione di Liliana Calabrese
L’ottavo Concetto strategico della NATO, approvato a Madrid nel giugno 2022, sostituisce il settimo (Lisbona 2010), chiaramente superato e incapace di raccogliere le sfide di un’Alleanza Atlantica in permanente ricostituzione. Questo documento riprende le raccomandazioni fondamentali del rapporto degli esperti (NATO 2030. Uniti per una nuova era) approvato al Vertice di Bruxelles del 2021 e una serie di iniziative che sono state prese a ritmo accelerato dopo l’intervento russo in Ucraina nel 2014. Come è noto, questo documento è stato approvato quattro mesi dopo l’inizio della guerra in Ucraina. È molto interessante.
La NATO è un’organizzazione che ha più di 70 anni e ha un proprio particolare linguaggio. I suoi documenti richiedono un’interpretazione specifica nella consapevolezza – ed è importante sottolinearlo – che si tratta di testi pubblici seguiti da testi più precisi e concreti, specificati. I concetti strategici sono le disposizioni più importanti dell’Alleanza dopo il Trattato istitutivo. Sono oggetto di numerose discussioni in cui si mescolano descrizioni geopolitiche, approcci politico-strategici più o meno elaborati e piani operativi e organizzativi strettamente militari, espressi in un linguaggio diplomatico, in questo caso, eccessivamente espressivo. Il suo scopo ultimo è quello di definire gli elementi peculiari dei rapporti di forza internazionali, le loro conseguenze politiche, economiche e strategiche e i piani operativi alternativi di cui la NATO si dota. Si tratta di un trattato con vocazione alla continuità, militarmente organizzato, che definisce un attore internazionale che non ha più limiti geografici e che – cosa fondamentale – tende a organizzare in un unico piano (strategico, operativo, organizzativo e tecnologico) tutte le forze armate di ciascuno dei Paesi considerati.
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The United States Is Waging a New Cold War: A Socialist Perspective
di Alessandro Visalli
Il Tricontinental Institute for a Social Research[1], insieme alla rivista Monthy Review[2] ed alla piattaforma No Cold War[3], hanno elaborato un importante rapporto dal titolo “The United States Is Waging a New Cold War: A Socialist Perspective”[4]. Il testo contiene un’introduzione di Vijay Prashad, quindi un articolo dal titolo “Che cosa spinge gli Stati Uniti a incrementare l’aggressione militare internazionale?” di John Ross, un altro di Deborah Veneziale dal titolo “Chi sta guidando gli Stati Uniti alla guerra?”, ed infine un articolo del caporedattore dei Monthly Review, John Bellamy Foster, “Note sull’esterminismo, per i movimenti per l’ecologia e la pace del XXI secolo”.
È piuttosto difficile riassumere brevemente i contenuti del testo; all’avvio Prashad ricorda come a maggio del ’22, a Davos, Kissinger ha invitato ad un accordo pace che soddisfi i russi, invece di scivolare in una guerra con loro. Più significativamente ricorda una conversazione del 2003 con un importante esponente del Dipartimento di Stato che candidamente ammetteva che gli Usa fondamentalmente sono disponibili a far sopportare al mondo (ed ai propri lavoratori) un “dolore a breve termine”, se questo ha possibilità di portare ad un “guadagno a lungo termine” (per sé). Tale guadagno si riduce in sostanza a mantenere quel primato che hanno avuto dalla fine della Seconda guerra mondiale. In altre parole, essi cercano di impedire con ogni mezzo una tendenza storica, quella alla integrazione euroasiatica, che minaccia in modo esistenziale il predominio atlantico. Secondo quanto scrive “Le strategie per indebolire Russia e Cina includono un tentativo di isolare questi paesi attraverso l'escalation della guerra ibrida imposta dagli Stati Uniti (come le sanzioni e la guerra dell'informazione) e il desiderio di smembrare questi paesi e poi dominarli in perpetuo”.
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Nelle braccia del Leviatano
Note contro lo Stato
di Un amico di Winston Smith
Dalla rivista anarchica “i giorni e le notti”, numero 14, luglio 2022
La “volontà di potenza” è stata finora uno dei motori più forti nello sviluppo delle forme della società umana. L’idea che tutti gli eventi politici e sociali siano soltanto il risultato di determinate condizioni economiche non resiste ad un’attenta considerazione. Rudolf Rocker
[Il Capitale di Marx è] l’unico grande testo di demonologia che l’età borghese ha prodotto. Roberto Calasso
Mi rifiuto di accettare il declino del nostro ordine mondiale. John McCain (noto “falco” neocon statunitense, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2017)
Contro l’eterno presente
Se c’è una questione che la dichiarata pandemia ha rimesso all’ordine del giorno, questa è senz’altro la questione dello Stato. Non potrebbe essere diversamente. Dopo anni in cui, da destra a manca, si è vaneggiato sul suo decadimento o addirittura della sua progressiva scomparsa, lo Stato si è infatti ripresentato nella sua interezza. Se nessuno, di fronte alla sua pretesa di interferire e regolare, autorizzare o negare anche i comportamenti più minuti, ha potuto ignorare il suo carattere sfacciatamente poliziesco (con tanto di tremori e timori di rinascita dello Stato etico che, da sinistra a destra, hanno assalito anche gli statalisti più convinti), stavolta lo Stato non ha fatto sentire la sua mancanza neppure dal lato economico, tra interventi straordinari di riconversione produttiva (come per le fabbriche messe da un giorno all’altro a produrre mascherine) e santificazione del «debito buono», funzionale prima all’affrontamento della Grande Emergenza e poi a una «ripartenza dell’economia» ancora tutta da vedere. Se ai piani alti della società il ritorno dello Stato è stato salutato in pompa magna (con un investimento propagandistico che dovrebbe già bastare a intendere le reali intenzioni della classe dominante), ai piani bassi non ha fatto che dare la stura alle ipotesi più strampalate, soprattutto per quanto riguarda le diverse aree militanti che si richiamano, con varietà di accenti, al pensiero marxista.
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Tempi storici della lunga accumulazione capitalistica
di Massimiliano Tomba
Da L. BASSO , S. BRACALETTI , M. FARNESI CAMELLONE , F. FROSINI , A. ILLUMINATI , N. MARCUCCI , V. MORFINO, L. PINZOLO , P.D. THOMAS , M. TOMBA: Tempora multa. Il governo del tempo, Mimesis, 2013
Il lavoro che il capitale cerca di appropriarsi direttamente e indirettamente può presentarsi nelle forme più diverse: dal lavoro di cura svolto in famiglia, necessario per riprodurre la forza-lavoro, alla scienza, che, nel Capitale, è presentata come un caso di lavoro altrui appropriato senza pagarlo: «la scienza non costa in genere ‘niente’ al capitalista, il che non gli impedisce affatto di sfruttarla. La scienza ‘altrui’ viene incorporata al capitale, come lavoro altrui»1. Nel modo di produzione capitalistico «tutti i modi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese del lavoratore individuale; tutti i mezzi per lo sviluppo si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore»2. L’enfasi prometeica sullo sviluppo macchinico, ancora presente nei Grundrisse3, non ha più come esito il passaggio immediato al comunismo. L’«individuo sociale», per quanto suggestivo laboratorio di ricerca su un mutamento antropologico, lascia il posto allo storpiamento del singolo operaio, mettendo così in evidenza l’esito capitalistico di quel possibile mutamento. I mezzi per lo sviluppo della produzione, scrive Marx, «mutilano il lavoratore facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del lavoro stesso», e non solo, ma
gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza au- tonoma; deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo lo assoggettano a un dispotismo odioso nella maniera più meschina, trasformano il periodo della sua vita in tempo di lavoro, gli gettano moglie e figli sotto la ruota di Juggernaut del capitale4.
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Sul 24 febbraio
di Enrico Tomaselli
C’è da tempo una narrativa filoucraina e una narrativa filorussa sui fatti che precedono e seguono l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio e di quale fosse la reale strategia russa. Enrico Tomaselli mette in luce i limiti propagandistici di entrambe le versioni e propone una lettura diversa
Tre linee d’attacco
Può sembrare poco rilevante esaminare oggi il senso degli avvenimenti della prima fase dell’operazione speciale, eppure una interpretazione di quegli eventi può essere utile non solo per comprendere meglio le fasi successive, ma anche per mettere tutto in prospettiva e, quindi, provare a comprendere quali potrebbero essere gli sviluppi a breve-medio termine.
È interessante notare, al riguardo, come esistano sostanzialmente due chiavi di lettura di quella fase iniziale, ovviamente opposte e quasi speculari, che potremmo ricondurre a due diverse letture di parte degli avvenimenti.
Esiste una chiave di lettura, diciamo così, filo-ucraina, secondo la quale le operazioni militari russe iniziate il 24 febbraio miravano all’invasione del paese, con l’intento di rovesciarne il governo ed occuparne l’intero territorio. Come si ricorderà, in effetti, le direttrici di attacco russe furono tre, di cui soltanto una riguardava la parte sud-orientale dell’Ucraina: le aree del Donbass ancora sotto il controllo di Kiev e le altre due – da est, verso Kharkiv ed oltre, e da nord verso Kyev – territori rispetto ai quali non vi erano rivendicazioni indipendentiste. In base a questa interpretazione, sarebbe stata la formidabile resistenza delle forze armate ucraine, nonché la determinazione del governo, a fermare prima e a respingere poi le forze russe penetrate da nord e da est, costringendo quindi Mosca a ripiegare entro i propri confini, per poi ridislocare le truppe più a sud e concentrare gli sforzi sui due oblast di Lugansk e Donetsk.
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Frammenti di un discorso su Marx e le teorie novecentesche della dinamica economica
di Alessandro Volponi*
Presentiamo l'intervento svolto dal professor Volponi alla Festa Nazionale di "Cumpanis" tenutasi a Castelferretti (Ancona) dal 2 al 4 settembre scorso
Com’è noto, toccò ad Engels il duro compito di mettere ordine nel vasto lascito di Marx dando veste organica alla massa di appunti che costituirono, tra l’altro, il secondo e il terzo libro del Capitale e proprio nel secondo libro del suo capolavoro Marx espone un’idea che si rivelerà assai feconda: dividere l’apparato produttivo in due grandi settori e descrivere le relazioni che necessariamente intercorrono fra di essi in due situazioni diverse che sono quella di un’economia stagnante e quella di un sistema in crescita (riproduzione semplice e riproduzione allargata).
Proprio questa seconda rappresentazione fornisce la base di una teoria della dinamica che nel ‘900 darà i suoi frutti più maturi, in particolare dopo il terribile ‘29. Si ricordi che nel secolo di Marx il pensiero economico dominante nega la possibilità delle crisi che sarebbero, dunque, sempre prodotte da cause extraeconomiche (cause esogene). Per Marx, le crisi sono non solo possibili ma necessarie, esse producono periodicamente un temporaneo aggiustamento dei rapporti tra le grandezze fondamentali del sistema; da esse, per tutta la durata della giovinezza del capitale, si fuoriesce con rinnovato slancio verso più gloriosi destini del sistema. Egli, però, nei suoi schemi della riproduzione, non descrive la crisi ma, con esempi aritmetici, presenta un percorso ideale in cui tutto il plusvalore è consumato o investito dai capitalisti, tutto il salario è consumato dai lavoratori, i beni di consumo prodotti da un settore equivalgono esattamente alla domanda complessiva e allo stesso modo i beni di investimento prodotti corrispondono esattamente alle necessità di entrambi i settori. Nello schema della riproduzione allargata una quota di questi beni, soprattutto di investimento, è in eccesso e costituisce una base più larga della produzione nel periodo successivo.
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Dov’è il fascismo oggi?
di Stefano G. Azzarà (Università di Urbino)*
Processi di concentrazione neoliberale del potere, stato d’eccezione e ricolonizzazione del mondo
1. Antifascismo degradato a propaganda
Non c’è dubbio che in Fratelli d’Italia – il partito di Giorgia Meloni che tutti i sondaggi indicano come vincitore delle prossime elezioni con il 24% circa dei consensi – ci siano forti nostalgie fasciste o fascisteggianti. Diversi suoi esponenti nazionali e locali rappresentano già per la loro biografia la continuità con il MSI, la formazione che dopo la nascita della Repubblica italiana aveva raccolto gli eredi del fascismo sconfitto e che è stato a lungo guidato da Giorgio Almirante (un funzionario della Repubblica di Salò che nel contesto della Guerra Fredda seppe subito riposizionarsi in chiave filoamericana e anti-PCI).
E la stessa Meloni è stata dirigente del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI incline a un impegno “sociale” e “movimentista” e attiva nelle scuole e nelle Università; un’organizzazione il cui nome venne cambiato in Azione Giovani dopo che quel partito era stato a sua volta ridenominato come Alleanza Nazionale da Gianfranco Fini, allo scopo di essere ammesso al governo, e della quale la Meloni divenne a quel punto leader. Tra l’altro, se Alleanza Nazionale si presentava nel 1994 come un’operazione di fuoriuscita della destra italiana dall’orizzonte della nostalgia e di apertura a un’impostazione dichiaratamente liberalconservatrice, Fratelli d’Italia – che nasce nel 2012 proprio dal fallimento di quell’operazione – ha certamente rappresentato ai suoi esordi un ritorno verso un orizzonte più chiuso. Dobbiamo poi notare un’inquietante ricorrenza storica: il partito che sin dal simbolo si richiama all’eredità del fascismo (la fiamma tricolore che si innalza dalla bara stilizzata del Duce) potrebbe andare al potere esattamente 100 anni dopo la Marcia su Roma di Mussolini.
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Il Metaverso come il migliore dei mondi possibili
di Costantino Ragusa
Là fuori le Big Tech stanno correndo, anzi, al momento ancora la dentro nel chiuso dei loro laboratori, ma non ancora per molto. Si apprestano a fornire soluzioni, ma soprattutto prospettive al dopo emergenza sanitaria. Non tanto come la fine di una fase e la creazione di un’altra, piuttosto è la continuazione della precedente: proprio la dichiarata emergenza sanitaria rinominata pandemia ha permesso quell’accelerazione che sta permettendo inediti tempi e velocità, ma soprattutto possibilità uniche nella possibilità di trasformare il mondo.
I lunghi mesi di chiusure con i vari confinamenti che si sono susseguiti nel tempo sono stati un ottimo campo sperimentale per capire come ideare una completa immersione nel mondo digitale, per capire quali resistenze vi sarebbero state e dove sarebbe subentrata l’abitudine e, soprattutto, negli ambienti di lavoro per comprendere gli effetti del nuovo addestramento che si andava applicando.
Il proseguo dello stato di emergenza dato dalla guerra con il suo continuo rischio atomico paventato continuamente aggiunge nuove paure e inquietudini, aumenta il malessere e la confusione, abitua a costruire e indirizzare odio e rancore dietro indicazione. Come già vi era abitudine a odiare i non inoculati o chi semplicemente metteva dubbi sulla narrazione ufficiale legata alla dichiarata pandemia. Ma, nel mentre, vi è distrazione tra i più e i tecnocrati spingono veloci per nuovi processi digitali, progettano e organizzano il mondo che abbiamo intorno, senza risparmiarsi nessuna possibilità e sfera di intervento, che sia lo spazio o il nostro genoma.
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Il declino economico degli Stati Uniti e l’instabilità globale
di Fabrizio Russo
Le minacce ai pilastri su cui si reggono gli USA
Gli Stati Uniti sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale come la principale potenza economica e militare del mondo. Settanta anni dopo, circa, il potere americano è in declino, una diretta conseguenza di decenni di politiche economiche neoliberiste, che spendono ingenti somme di denaro pubblico per l’esercito e il raggiungimento della “parità” economico/militare con Russia e Cina. Queste politiche hanno eroso la forza economica degli USA e stanno minando il ruolo del dollaro in veste di valuta di riserva mondiale, pilastri chiave del loro potere globale. In realtà, tutti i pilastri che sostengono il potere degli Stati Uniti sono ora minacciati dai decenni di politiche economiche neoliberiste sconsiderate. Il punto nodale è il collegamento tra il continuo declino economico e sociale negli Stati Uniti/UE (collettivamente indicati come “l’Occidente”) ed una politica estera statunitense sempre più sconsiderata, oltre al ruolo svolto dalle Media Corporation nel promuovere queste politiche presso il pubblico americano/UE di fronte all’ascesa di Russia, Cina assieme ad altri paesi del sud del mondo.
Ruolo delle Media Corporation
Primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti: «Il Congresso non promulgherà alcuna legge sul rispetto di un’istituzione religiosa, o vietandone il libero esercizio; o abbreviare la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente e di presentare una petizione al governo per una riparazione delle lamentele.’
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«Parole usurate, prospettive aperte»
Massimo Cappitti e Irene Conti intervistano Guido Viale
Massimo Cappitti: Il tuo libro (Slessico familiare. Parole usurate prospettive aperte. Un repertorio per i tempi a venire, ed. Interno4, 2017) si mantiene su un doppio livello: c’è una tesi portante come ipotesi teorica che lo regge, che si compone di più voci – poi le possiamo ovviamente vedere – ma c’è anche un aspetto pragmatico, il tentativo di non chiudersi in una sorta di rifugio, una teoria che ci metta al riparo dai problemi del mondo, perché i problemi del mondo vanno affrontati.
Guido Viale: È quello che cerco sempre di fare quando scrivo un articolo, cioè di mantenere la dimensione operativa, nella misura in cui si riesce a capire che cosa si potrebbe fare o pensare di fare. La teoria pura che non abbia una dimensione operativa a me non interessa, mi sembra un esercizio inutile.
MC.: Mi sembra un po’ il filo che attraversa tutti i tuoi lavori, un’attenzione alle esperienze e non solo alle ipotesi teoriche. Questo è già un primo punto, che in qualche maniera riesce a cogliere un tratto comune in una situazione di così difficile interpretazione. Mi sembra comunque un’acquisizione importante.
Poi ero partito da questa riflessione sulla naturalizzazione dell’esistente, ovvero una sorta di insuperabilità del sistema capitalistico, che si presenta come l’incarnazione del senso della storia. Il capitalismo chiude la storia – e noi con lui – e si presenta come una sorta di fenomeno naturale insuperabile. Questo mi sembra che emerga in più voci del tuo libro.
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La Russia è un paese imperialista?
di Leonardo Bargigli (Università di Firenze)
Introduzione
L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa ha innescato una forte controversia tra partiti comunisti. Il partito comunista greco (KKE) ha accusato il partito comunista della Federazione Russa (PCFR) di avere posizioni filo-imperialiste a causa del sostegno dato all’invasione.
L’accusa del KKE riflette l’opinione, accolta da una parte della sinistra occidentale, che individua nella Russia una potenza imperialista contrapposta all’Occidente. In particolare, alcuni interpretano il conflitto in Ucraina alla luce di un nuovo tipo di scontro inter-imperialista, quello tra debitori e creditori. Secondo questa interpretazione, l’Occidente sarebbe costretto sulla difensiva dalla crescente forza economica della Russia e della Cina, che hanno costituito un nuovo, aggressivo, polo imperialista.
Per argomentare la propria accusa, il KKE si è appoggiato sulla tesi leniniana secondo cui “la rapina imperialista è sempre l’unico contenuto e motivo reale della guerra”. Il PCFR ha ribattuto sottolineando che esistono diversi tipi di guerre e che, nel passo menzionato, Lenin si riferiva specificatamente alla Prima Guerra Mondiale.
Secondo il PCFR, accanto alle guerre imperialiste, l’esperienza storica del Novecento ha evidenziato l’importanza delle guerre di liberazione nazionale e delle guerre contro il fascismo. Spesso queste diverse guerre si sono così strettamente intrecciate da essere combattute, sugli stessi campi di battaglia, per motivazioni contradditorie1. Per questo, ogni guerra ha un carattere specifico e complesso, che deve essere individuato sulla base dei fatti.
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