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La goccia del Bahrein
Nicola Sessa
[Riporto questo articolo di Peacereporter perchè mi sembra una delle poche analisi in lingua italiana che cerchi di capire anche il contesto in cui si stanno svolgendo i drammatici fatti qui in Bahrain. Il Bahrain è l'altra faccia dell'osceno regime saudita, contemporaneamente il bordello dell'ipocrita oligarchia wahabita, che, dopo aver tuonato contro la dissoluzione dei costumi, qui passa il suo week end a base di alcolici e prostitute, e la base della quinta flotta americana, con il compito di garantire il flusso ininterrotto del petrolio per l'occidente. La feroce repressione al Pearl Roundabout, l'attacco brutale ai medici del Salmaniya Hospital che cercavano di curare le centinaia di feriti, anziani, donne, bambini, le forze di sicurezza congiunte bahrenite e saudite che sparano su ragazzini inermi per le strade svelano la vera faccia di regimi basati, al di là dello scintillio dei grattacieli e della Disneyland di Dubai, su un controllo sociale brutale e ossessivo, sullo schiavismo di massa, sulla segregazione delle donne. La fragilità del regime saudita, un guscio vuoto costruito a suo tempo per garantire il petrolio all'Occidente e gestire i relativi flussi finanziari, è il vero nodo della situazione] tg da Manama
La rivolta nel cuore di Manama rappresenta un ulteriore aspetto del cambiamento in atto nel Medioriente
E ora, come finirà la rivolta in Bahrein? La scia di fuoco partita dalla Tunisia che sta percorrendo tutto il Medioriente ha raggiunto il regno della dinastia al-Khalifa, sull'isolotto nascosto in un'ansa del Golfo Persico. Non che l'opposizione sciita si sia svegliata solo adesso: il confronto con il potere sunnita è in atto da anni, ma adesso che anche il "Faraone d'Egitto" Hosni Mubarak è caduto, sembra essere giunto il momento della sfida finale.
La piazza Tahrir di Manama, capitale del Bahrein, si chiama Rotonda delle Perle. Da lunedì gli sciiti - che costituiscono i due terzi dell'intera popolazione (di poco superiore a 700 mila) - hanno occupato la piazza centrale della città per chiedere maggiori diritti e opportunità, le dimissioni del re Sheik Hamid ibn Isa al-Khalifa o, almeno, che il premier venga eletto dal popolo e non imposto dalla famiglia reale. Al momento, sembra che la casa reale non sia disposta al dialogo: i cinque morti, 60 dispersi e i quasi duecento feriti sono una risposta eloquente.
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Hereafter, Tahrir
di Augusto Illuminati
Dopo lo tsunami della richiesta di rinvio a giudizio e della rabbiosa reazione del Caimano contro magistrati e istituzioni abbiamo un assaggio umbratile di futuro come la protagonista dell’inizio del film ha dell’aldilà. Silenzio, luce filtrata, figure familiari ma indistinte. Ci passano davanti ectoplasmi della scena politica italiana: il saggio Presidente che ammonisce gli sfasciacarrozze, il nano pelato con satiriasi bionica, l’astuto Pierferdi, casanova prudente, l’orco devoto in mutande, l’inutile Bersani a maniche rimboccate, il ghignante La Russa in mimetica, il verme Frattini all’improvviso accortosi che il cuore del casino è il Mediterraneo e non Santa Lucia, il trasognato Fini impotente a gestire gli organigrammi del suo neo-partito. Esistono, ma non ci dicono nulla del nostro futuro, se non di un’infinita transizione verso il dissolvimento –dell’economia, dell’unità nazionale, dello spirito civico: qualsiasi cosa significhi! Esistono ma sono scavalcabili, come le patetiche transenne da cui il 13 scorso era blindato Montecitorio. Domina nel palazzo un senso di smarrimento che non lascia presagire nulla di buono, come se il cupio dissolvi dell’opposizione avesse contagiato anche la maggioranza. Stiamo freschi!
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La giostra impazzita
Marco Cedolin
Sta diventando un'impresa sempre più improba quella di riuscire a ghermire qualche coordinata che permetta di orientarsi nel cacofonico e tarantolato mondo dell'informazione urlata, etrodiretta, spettacolarizzata, decorata di spot, dove il cortocircuito logico ed il gossip sono ormai assurti a valori assoluti, attraverso i quali inebriarsi, senza alcuna reminescenza di malcelato pudore.
Una giostra impazzita che gira e gira in maniera vorticosa, senza offrire punti di riferimento, analisi, riflessioni. Solamente brandelli di notizie e scampoli di verità annegati in un mare di fiction, aneliti di realtà che galleggiano per qualche secondo, prima di scomparire senza lasciare traccia, fagocitati dalla forza cenrifuga e sostituiti da altre notizie che troppo spesso notizie non sono.
Conosco ormai perfino i più piccoli dettagli della telenovela fra Berlusconi e Ruby rubacuori, la cronistoria dettagliata delle feste di Arcore, ogni parola pronunciata durante le poco edificanti ed assai sgrammaticate conversazioni telefoniche intercorse fra Nicole Minetti e le sue amiche del cuore.
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Con il laburismo italiano vince Marchionne... Ma forse non in Egitto*
di Karlo Raveli
Mentre il capitalmarchionne attacca a livello di classe operaia globale, qui l'abbrutimento cristiano-laburista ci spinge o ci consente di lottare solo al livello del settore (statale) lavoratore (impiegato) della classe operaia. Quindi partiamo già sconfitti. Ciò che poi spiega la funzione reazionaria (rispetto alla lotta di classe) dei sindacati. Tutti, in questa fase, almeno in Italia, Fiom compresa.
Il virus vatican-socialista del laburismo riesce tutt’ora a incancrenire il marxismo italiano, producendo concezioni corrotte della classe antagonista al Capitale. Che è pur sempre al centro del presente e della lotta anticapitalista, Egitto compreso, anche se molte mode ideologiche e paraocchi vari lo sconsigliano. Una classe che, proprio grazie all’infezione laburista, viene definita come classe lavoratrice, permettendosi di fondarla solo sul lavoro, o sul “segreto laboratorio della produzione”, soprassedendo alla condizione (materiale prima di tutto e storica, non si dimentichi) di base da cui sorge: l’alienazione/appropriazione capitalista dei beni comuni, dei mezzi di produzione innanzitutto, ciò che obbliga i più al lavoro salariato.
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Quando la guerra è “giusta”
Stefano Di Ludovico
Il recente ritiro dall’Iraq e quello prossimo annunciato dall’Afghanistan da parte delle forze americane e dei loro alleati segnano per molti aspetti la fine di un ciclo ventennale di guerre, quello apertosi nel 1991 con la guerra del Golfo o quanto meno la fine di una sua fase - quella più recente legata al presunto pericolo islamo-terrorista –, in vista di guerre prossime venture che già sembrano profilarsi all’orizzonte (vedi le continue minacce e i preannunciati attacchi all’Iran in merito alla questione nucleare). Si tratta delle cosiddette guerre “umanitarie”, delle cosiddette guerre “giuste”, ovvero delle guerre “moderne” per eccellenza, le guerre figlie del tramonto del nomos che per secoli, almeno fino all’Ottocento, aveva retto le sorti dei rapporti tra gli Stati europei e che nel secolo XX solo il bipolarismo della Guerra fredda aveva per molti versi congelato per poi esplodere in modo dirompente a partire dagli anni Novanta con il crollo di uno dei due blocchi.
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Berlusconismo: "nuova strategia della tensione"
Emanuele Maggio
Berlusconismo. Cos’è? In sintesi: è la principale connotazione politico-culturale che la Repubblica Italiana ha assunto negli ultimi 17 anni, ovvero è la specifica conformazione politica di quella che è stata chiamata “Seconda Repubblica”.
Vorrei però tentare di offrire un’analisi più dettagliata. Innanzitutto, oserei affermare che il berlusconismo è una forma di “fascismo”. Ora, qui dobbiamo essere molto cauti. L’intellighenzia liberale e di sinistra da tempo dibatte il problema. Le posizioni sono soprattutto due: c’è chi crede che il berlusconismo sia un vero e proprio “regime” fascista, basato sulla costruzione propagandistica del consenso, sul rapporto diretto capo-massa e su alleanze parlamentari razziste e nostalgiche del duce, un regime fortunatamente limitato dalle garanzie costituzionali ma costantemente minaccioso verso di esse (questa è l’opinione dominante); c’è poi invece chi ridimensiona drasticamente il fenomeno, distinguendo chiaramente il presunto “regime” berlusconiano dal regime fascista che l’Italia ha conosciuto nel ventennio, escludendo categoricamente qualsiasi pericolo di “svolta autoritaria” e negando l’esistenza stessa del berlusconismo, relegandolo magari a semplice fenomeno di degrado culturale, demagogico e populistico.
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La controriforma dell'Università
Guido Liguori
La situazione dell’università italiana e le responsabilità del centrosinistra. Come la «controriforma Gelmini» peggiora la situazione: privatizzazione, precarizzazione, fine del diritto allo studio, controllo sui contenuti della ricerca e sulla trasmissione del sapere. La lotta degli studenti e dei precari è destinata a continuare, per il diritto allo studio, al lavoro e al reddito.
La «riforma Gelmini», una vera e propria «controriforma» dell’università, è stata approvata subito prima di Natale da un Parlamento insensibile alle proteste non solo delle piazze, ma anche di vaste componenti del mondo universitario: studenti, ricercatori (precari e non), docenti, presidi, interi consigli di facoltà e corpi accademici hanno invano provato a far sentire le proprie ragioni, hanno invano provato a fermare questo ulteriore e più grave passo della università pubblica verso il baratro.
Il governo Berlusconi anche in questa occasione non ha mancato di mettere in moto la propria principale risorsa – una macchina propagandistica e massmediatica fondata sulla ripetizione ossessiva delle proprie «verità» di comodo – cercando di confondere l’opinione pubblica e di nascondere ai non addetti ai lavori la gravità dei provvedimenti assunti, la situazione reale delle università italiane, le responsabilità e le finalità che stanno dietro il loro stato attuale.
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La società della miseria (2)* [nuova stesura]
Count Down
I. Diversamente da quanto solitamente immaginato, la politica non ha mai avuto alcun ruolo rilevante nelle società capitalistiche. Essa ha goduto dei favori della crescita economica un tempo (Golden Age) come è caduta in disgrazia quando si è entrati in una fase di pronunciato declino economico.
I. 1 Il tanto sbandierato "primato della politica" è stato un riflesso proprio della ingovernabilità dei processi economici - come la religione lo fu di quelli naturali - da quando l'economia è divenuta una dimensione sovra-determinante gli individui a tutti gli effetti, sicché quel "primato" nel contempo ha fatto da "visione del mondo" con cui gli apparati politico-istituzionali sorti col capitalismo hanno rappresentato e legittimato loro stessi, come un tempo, appunto, gli apparati religiosi
II. A partire in specie dal secondo dopoguerra, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso ed ampio incremento dell'occupazione. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.
III. In questa fase il capitalismo ha portato a compimento la sua più essenziale natura, quella di trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati.
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Su Howard Zinn, storico radical del popolo americano
di Bruno Cartosio
… Marx aveva detto che la storia è la storia della lotta di classe; Zinn – da marxista che è avvertito sulla storicità dello stesso marxismo – aggiorna il maestro e alle classi aggiunge sesso, razza, appartenenza culturale e nazionale
Un piccolo gioco di specchi: il 6 novembre 2008 Howard Zinn risponde su “The Nation” all’articolo con cui Edward Rothstein ha commemorato Studs Terkel sul “New York Times” di tre giorni prima. Terkel, giornalista radiofonico e storico era morto il 31 ottobre. Rothstein ha scritto che Terkel “sembrava un liberal incoerente…ma se lo guardi più da vicino non riesci a individuare il punto in cui il suo liberalismo scivola nel radicalismo”. Dello storico Studs Terkel – contro l’ideologia mistificante dell’obiettività come “assenza di ideologia” – Zinn difende il fatto che la sua “visione politica” sia presente nelle storie orali da lui raccolte e assemblate; ne difende le posizioni, che definisce “così ragionevoli da fare onore al ‘radicalismo’”.
Zinn contesta varie altre affermazioni e giudizi di Rothstein, ma per quanto riguarda la definizione della fisionomia ideologico-politico-umana di Terkel fa ricorso alle parole di un altro intellettuale, Norman Mailer. Infatti, Zinn cita una lettera che Mailer scrisse a “Playboy” nel 1962, dopo che la rivista lo aveva contrapposto come liberal al conservative William Buckley: “Non mi interessa se mi chiamano radical, ribelle, rosso, rivoluzionario, outsider, fuorilegge, bolscevico, anarchico, nichilista o perfino conservatore di sinistra, ma per piacere non mi si chiami liberal”. Probabilmente, scrive Zinn, Terkel avrebbe dato una simile definizione di se stesso.
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Appunti sulla fase politica
Collettivo Uninomade
Nell’attuale contingenza, la Fiom è costretta ad andare oltre la classica forma-sindacato. Costretta, certo, dal sostanziale isolamento politico in cui è stata lasciata dalla sinistra di fronte al modello Marchionne, sintesi brutale e realistica dell’interdipendenza tra le diverse forme di sfruttamento e di espropriazione nel capitalismo contemporaneo. Gli operai sono costretti ad accettare i ricatti del management Fiat e tendenzialmente di Federmeccanica, ma sono anche famiglie indebitate per l’acquisto della casa, che interpretano i cambiamenti delle università come chiusura definitiva dei canali di mobilità sociale nei quali credevano, che dovranno pagare di più per i servizi territoriali (acqua, sanità, energia, trasporti, ambiente) e che vivono, al pari di altre categorie sociali, un processo di declassamento ulteriormente aggravato dal ricollocamento al ribasso della sub-area italiana nella divisione cognitiva del lavoro. D’altro canto, il modello Marchionne non si può spiegare senza i mercati finanziari e il modello Richard Florida, cioè il modello di cattura del capitalismo cognitivo, la governance dei processi di deindustrializzazione nel segno della rendita metropolitana. In altre parole, nella nuova condizione operaia precipita tutta la violenza del capitalismo finanziario.
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E la lotta di classe si sposta tra i banchi
di Marco Lodoli
Per decenni le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente: sotto il velo della "meritocrazia" il nostro Paese è tornato ad essere classista in modo feroce
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti.
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Diritto d’asilo
di Giorgio Morbello e Luca Rastello
Il diritto d’asilo è uno dei pilastri dell’identità europea. "Chi, nel proprio Paese, non può godere dei diritti civili, venga da noi! Sarà accolto, tutelato, protetto, accudito. Siamo l’Europa! La patria, la culla della libertà e dei diritti umani". E non si tratta di enunciazioni di principio: è tutto stato messo nero su bianco e firmato nella Convenzione di Ginevra, per non dire delle Costituzioni dei singoli Stati. Ma a un certo punto, in modo più opportunistico che schizofrenico, questo elemento fondante è diventato un ostacolo. Terminato il pericolo del comunismo sovietico, quando noi eravamo il "bene" pronto ad accogliere chiunque riuscisse a scappare da "oltrecortina", oggi il diritto d’asilo viene di fatto negato. Non nella sua enunciazione, certamente, ma di sicuro lo è nella sua prassi.
Da questa idea di fondo è nato il saggio La frontiera addosso (Luca Rastello, Laterza): dalla constatazione che l’Europa ha mosso una vera e propria guerra al diritto d’asilo. E non in senso figurato. Si tratta di una guerra con il suo esercito, i suoi soldati, i suoi elicotteri, i suoi aerei, le sue armi. E ci sono i nemici: tutti quelli che, in fuga dai propri Paesi, cercano di entrare in Europa. E ci sono anche i "danni collaterali": gli oltre 15.000 tra uomini donne e bambini che negli ultimi dieci anni sono morti alle frontiere della fortezza nel tentativo di trovarvi rifugio da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema (è il dato dei morti "certificati" raccolto dal preziosissimo fortresseurope, il numero reale è sicuramente molto piu alto).
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L'Italia, fabbrica cacciavite della Fiat
Guido Viale
Nessuno si è chiesto che cosa sarebbe successo se a Mirafiori avessero vinto i no. Non è una domanda peregrina; in fin dei conti i sì hanno vinto per pochi voti. Se avessero vinto i no, Marchionne, i sindacati gialli (Cisl, Uil, Fismic e compagnia) e Sacconi (in rappresentanza di un governo che non esiste più) avrebbero subito uno smacco ancora maggiore; ma nei fatti non sarebbe successo niente di diverso da quello che accadrà. Con la vittoria dei sì gli operai andranno in Cig per almeno un anno. Quando, e se, Mirafiori riaprirà, la situazione in Italia e nel mondo potrebbe essere molto cambiata. Nel frattempo verranno costituite, a Pomigliano, a Mirafiori, e poi in tutti gli altri stabilimenti Fiat, tante nuove società (all'inglese, NewCo) che assumeranno con contratti individuali e vincolanti gli operai che serviranno. Alla Zastava (l'impianto serbo della Fiat) ne stanno scartando tantissimi. A Mirafiori, con un'età media di 48 anni, un terzo di donne e un terzo con ridotte capacità lavorative, a essere scartati saranno forse ancora di più. Poi cominceranno ad arrivare motori, trasmissioni e pianali prodotti negli Usa per essere assemblati con altre componenti di varia provenienza, trasformati in suv e Jeep (che è l'«archetipo» di tutti i suv) e rimandati indietro: fino a che l'«esportazione» dagli Usa in Italia di quei motori e pianali non avrà raggiunto un miliardo e mezzo di dollari, come da accordi presi tra Marchionne e Obama. Poi si vedrà: di sicuro cesserà quell'avanti e indietro di pezzi tra Detroit e Torino che non ha senso; e per Mirafiori bisognerà trovare una nuova produzione e, forse, un nuovo «accordo».
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Le contraddizioni e il no alla crociata
di Maria Nadotti
Ricevo da più fonti, a sciame, attraverso gli effimeri e non sempre aggreganti canali di Internet un Invito alle donne italiane a partecipare ad una giornata nazionale di mobilitazione domenica 13 febbraio 2011. Si intitola «Se non ora, quando?» e porta firme eccellenti e curiosamente trasversali, da Rosellina Archinto a Giulia Bongiorno, da suor Eugenia Bonetti a Margherita Buy, da Livia Turco a Emma Fattorini, da Inge Feltrinelli a Natalia Aspesi, da Susanna Camusso a Claudia Mori, da Gae Aulenti a Valeria Parrella. Poiché ogni segno di vitalità civica merita attenzione, l'ho letto con cura e disponibilità a «mobilitarmi». E così, a modo mio, mi mobilito, chiosando e segnalando quel che di questo «appello all'indignazione attiva» mi sgomenta, mi disturba, mi offende. Rivolgo dunque alle firmatarie e alle donne che hanno sottoscritto il loro appello un paio di domande il cui fine non è sabotare la loro iniziativa, ma renderla più trasparente, meno ecumenica e universalistica, più situata. Quando qualcuno ci chiede di riconoscerci in una proposta, in una parola d'ordine, in uno slogan, anche solo in una giornata di tardo inverno all'insegna dello sdegno, il minimo che possiamo fare è chiederci chi si indigna per cosa, contro chi, e perché proprio ora. E, soprattutto, se può parlare anche a nome nostro e transitoriamente rappresentarci, saturando lo spazio mediatico e l'arena politica.
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Come le banche e gli investitori stanno facendo morire di fame il terzo mondo
Ellen Brown
L'aumento dei prezzi alimentari e l'acciarino egiziano
"Quello che per un povero è una crosta, per un uomo ricco è una classe di attività cartolarizzate". - Futures trader Ann Berg, citato nel Guardian UK
Una crescente crisi globale innescata dal rialzo dei prezzi alimentari e dalla disoccupazione è il motivo di fondo dell'improvvisa, volatile rivolta in Egitto e Tunisia. L’Associated Press riporta che circa il 40 per cento degli egiziani si dibatte attorno al livello di povertà stabilito dalla Banca mondiale di meno di 2 $ al giorno. Gli analisti stimano che l'inflazione dei prezzi alimentari in Egitto è attualmente un insostenibile 17 per cento annuo. Nei paesi più poveri, il 60-80 per cento del reddito della gente serve per il cibo, rispetto al solo 10-20 per cento dei paesi industrializzati. Un aumento di un quarto di dollaro o giù di lì nel costo di un litro di latte o di pezzo di pane per gli americani, può significare la morte per fame per le persone in Egitto e in altri paesi poveri.
SEGUIRE IL DENARO
La causa della recente impennata dei prezzi alimentari mondiali è ancora fonte di dibattito. Secondo alcuni analisti, la colpa è del programma "alleggerimento quantitativo"(quantitative easing) della Federal Reserve (aumentare l'offerta di moneta con il credito creato con le scritture contabili), dal quale mettono in guardia in quanto causa d’iperinflazione.
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Caso Battisti. Una sintesi
di Valerio Evangelisti
La parola all’espressione iperrealistica dell’ignoranza più totale.
CESARE BATTISTI, NON DEGNO DEL NOME
Mi stupisco che, a proposito di Battisti, l'individuo spregevole, l'infame, il vigliacco, il maestro nell'arte della menzogna e della fuga, nessuno si sia ricordato dell'altro Cesare Battisti, il patriota, l'irredentista, l'eroe. Io vorrei dare un consiglio al signor (da notare la minuscola) Battisti e rivolgergli un invito. Se avesse una briciola di senso dell'onore dovrebbe fare una cosa sola, far cambiare il suo nome di battesimo, perché non è degno di chiamarsi come un uomo che è stato impiccato per non aver voluto tradire i suoi ideali e l'Italia.
Roberto Giordano, Tende, Alpes Maritimes Da il manifesto (che vergogna! Senza nessun commento!) del 5 febbraio 2011
E’ forse il caso di ricordare, in maniera sintetica, i motivi per cui, nel 2004, divulgammo un appello contro l’estradizione di Cesare Battisti dalla Francia. E perché manteniamo, in circostanze cambiate (oggi è prigioniero in Brasile), il nostro sostegno.
Un processo dubbio
- Quando Battisti subì il primo processo, nel 1981, fu condannato a 12 anni di prigione per possesso di armi e associazione sovversiva. La pena risultò pesante perché aumentata da finalità terroristiche. Evase, riparò in America Latina.
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Scene da una patrimoniale
Ruggero Paladini
Il prelievo straordinario proposto da Carlo De Benedetti e ripreso di recente da Giuliano Amato e poi da Walter Veltroni potrebbe risolvere il problema di un debito pubblico che ci costa attualmente circa 80 miliardi l’anno, ma sarebbe difficile prevederne gli effetti e ancora più difficile applicarlo in modo equo
Verso la fine dell’anno il rapporto debito pubblico sul Pil si collocherà intorno al 120%; sarà cioè tornato, in pratica, ai livelli di 16 anni fa. Il rapporto era sceso fino al 103,8% nel 2004, ma dal 2001 l’avanzo primario diminuiva fino ad azzerarsi; pertanto nei due anni successivi il 2004 il rapporto risale al 106,6%. La prima finanziaria del governo Prodi lo riduce al 103,6% (2007), ma con lo scoppio della crisi il debito sale velocemente, per via di un maggior deficit, ma soprattutto di un forte calo del Pil.
Avere un debito del 120% è come andare in barca con l’elefante: ci costa un’ottantina di miliardi. E’ evidente che, obblighi europei a prescindere, è necessaria una discesa del rapporto a livelli più ragionevoli. Esiste una aritmetica piuttosto semplice per quanto riguarda la dinamica del rapporto debito-Pil. Se prescindiamo dalle vendite di patrimonio pubblico (dove potremmo dire che il più lo “abbiamo già dato”) per mantenere invariato il rapporto dobbiamo calcolare l’avanzo primario necessario. Si prende la differenza tra costo del debito e tasso di crescita, e la si moltiplica per il livello percentuale del debito. Pertanto se fissiamo in un punto e mezzo percentuale la differenza, l’avanzo primario (differenza tra entrate ed uscite sul Pil) necessario a stabilizzare il debito è pari ad 1,8%.
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Disinnescare la sollevazione. Obama al lavoro con un occhio al “nuovo” Medio Oriente
di Raffaele Sciortino
In Egitto la partita decisiva non è a due, è a tre: la piazza, il regime e Washington. Il tentativo del regime di scatenare i suoi sgherri armati contro la piazza senza riuscire a “liberarla” ha accelerato i passaggi verso il cambio della guardia togliendogli ogni residuo credito anche internazionale. L’amministrazione Obama ha così cambiatopasso: dalla transizione ordinata alla transizione now appoggiandosi sui vertici dell’esercito che possono passare all’incasso dell’atteggiamento “neutrale” tenuto in questi giorni verso i manifestanti. Salvo colpi di coda dello stato di polizia mubarakiano – possibili vista la spropositata consistenza numerica con ricadute anche sociali – il secondo venerdì di piazza Tahir potrebbe aver sancito il nuovo equilibrio che per gli Usa deve sporgersi il meno possibile verso le richieste più radicali della piazza, in primis la dipartita immediata di Moubarak. Su queste basi Washington ha spinto per i colloqui iniziati domenica che coinvolgono l’opposizione compresi i Fratelli Musulmani (attestati su posizioni moderate).[1]
Ancora due venerdì fa a Washington non si sapeva come procedere – pur nella sensazione/timore che oramai il regime di Moubarak fosse agli sgoccioli – per evitare che la situazione sfuggisse completamente di mano.[2]
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Governabilità!
La lenta costruzione dell’Unipolarismo
di Walter G. Pozzi
Per sedici anni le élite economiche hanno raccontato sui loro quotidiani che il vero ostacolo sulla strada della famigerata governabilità era il confitto sociale. Caduta la prima Repubblica, con l’Italia in fase di restauro, pur di garantire continuità con il passato, il vero Potere ha accettato che un parvenu della politica, un affarista arricchito dal passato ‘misterioso’ come Berlusconi, diventasse presidente del Consiglio. In fondo era uno di loro, che, come loro, aveva affrontato la tempesta Tangentopoli e perciò consapevole del pericolo rappresentato da una magistratura troppo libera. Oltre a essere l’uomo più ‘motivato’ a realizzare la cosiddetta riforma della giustizia. E, comunque, in quel momento, sembrava sempre meglio di D’Alema ed ex compagni.
Dal canto suo, facendo proprio il concetto di governabilità, il centro-sinistra ha brigato per sopprimere ogni realtà politica che si muovesse alla propria sinistra. Salito finalmente al governo, nel quinquennio dal 1996 al 2001 si è impegnato al massimo per compiacere Confindustria: con Treu ha reso legge il precariato, con Bassanini ha iniziato il federalismo privatizzando il lavoro pubblico e con D’Alema, in un momento in cui la crisi economica avrebbe potuto creare pesanti problemi sociali, ha tenuto a bada i sindacati.
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La decrescita non è impoverimento
Marino Badiale, Massimo Bontempelli
L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.
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Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore
Laboratorio Sguardi sui generis
Walter Benjamin, 1940.
Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all'eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.
«Lo stupore non è filosofico». In prima istanza, la massima suggerisce di sgomberare il campo dalle posizioni che – se pur in modi e con intenti differenti – considerano l'accaduto una deviazione rispetto alla regola dell'esercizio del potere, il risultato scabroso di vizi e perversioni private da cui difendere il corpo sano della democrazia. Questa, come si evince dai maggiori quotidiani nazionali, è l'opinione dominante nella sinistra istituzionale, condivisa anche da molti cittadini italiani e fondata su una sorta di soglia etica minima, equiparabile al buonsenso. I comportamenti del premier – si legge nei vari editoriali e appelli – offendono la dignità delle donne e della democrazia.
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Se cade l’Egitto
Trema il sistema dei regimi arabi
La rivoluzione egiziana è scoppiata improvvisa e inaspettata, cogliendo impreparati i principali attori del panorama politico internazionale malgrado i segnali premonitori che erano giunti dalla Tunisia, dove un regime fino a quel momento considerato fra i più stabili del mondo arabo è crollato nel giro di poche settimane, travolto da una sollevazione popolare che ha assunto forme nuove ed in precedenza sconosciute nella regione.
Tuttavia, sebbene il momento esatto in cui scoppia una rivolta di massa non possa mai essere previsto con certezza poiché la scintilla che la determina dipende solitamente da fattori contingenti, le ragioni profonde ed i segnali premonitori di una possibile deflagrazione sociale in diversi paesi arabi erano sotto gli occhi di tutti (se non fosse per il fatto che tutti hanno voluto chiudere gli occhi o guardare altrove).
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La globalizzazione dei furbetti
Vladimiro Giacchè
Non passa giorno senza che una nuova voce si aggiunga al coro: “Chi lavora deve privarsi di qualche diritto. È la globalizzazione che lo impone”. Sul tema l’accordo è bipartisan. “La globalizzazione costringe ad abbandonare alcune conquiste sindacali ottenute in circostanze più favorevoli”: così Michele Salvati, economista di area Pd. Fiorella Kostoris, economista più vicina al governo, invece sentenzia: “C’è chi ancora crede che si possa stare nella globalizzazione senza cambiare nulla”. E lei, che non ci crede, cosa propone? Di lavorare di più a parità di salario: si deve “abbassare il costo del lavoro per dipendente e per unità prodotta, lavorando più ore e in più persone per produrre di più… Per aumentare la produttività, il mezzo più appropriato è l’incremento delle ore lavorate”. Le fa eco Guidalberto Guidi, presidente delle imprese elettroniche di Confindustria: “Nei Paesi che crescono si lavora dieci ore al giorno… Non è tirannia, sono le leggi del mercato”.
È stato questo il tam tam che ha accompagnato la vertenza di Mirafiori e, prima, quella di Pomigliano. Con l’inevitabile variazione sul tema: la Cina. John Elkann, ad esempio, ha sentenziato con aria grave: “La Cina esiste, è una grande realtà con la quale dobbiamo confrontarci”. Vero: e allora perché la società di cui è il principale azionista, la Fiat, non ci si confronta? Perché il fatto è che, mentre di automobili cinesi in Italia non se ne vedono, la Cina è invece inondata di auto occidentali. Tranne quelle della Fiat, che da quel mercato è assente.
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Occidente al tramonto
Franco Cassano
L'ultimo lavoro di Danilo Zolo non si limita alla critica dell'ideologia «progressista» usata dai potenti della Terra per legittimare il loro potere, perché punta a definire una agenda politica per uscire dall'irreversibile crisi della globalizzazione. Ma che sottovaluta la necessità di definire un orizzonte comune con l'Oriente
Danilo Zolo è una figura insolita nel panorama filosofico italiano. Egli, infatti, è da sempre un intellettuale disorganico, il cui forte impegno analitico e politico non è mai consolatorio, anzi è profondamente avverso a qualsiasi conciliazione risolutiva e rassicurante. Il suo stile intellettuale, sobrio ed inquieto, lo ha portato ad interrogare lungo il suo percorso anche tradizioni intellettuali diverse da quella italiana, e ad attraversare campi disciplinari spesso distanti, dalla filosofia politica alla teoria della conoscenza, senza concedere alibi né agli altri né a se stesso. In altre parole egli è l'opposto sia dell'accademico che del filosofo oracolare, che ama enunciare senza mai abbassarsi a dimostrare quanto dice.Negli ultimi due decenni, quelli che hanno fatto seguito al crollo del sistema socialista e hanno visto l'estendersi dei processi di globalizzazione, il lavoro di Zolo è stato particolarmente prezioso perché ha preso di mira a tutto campo quella che potremmo chiamare l'ideologia dei vincitori.
Anche in questa scelta si ritrova il tratto «scomodo» appena ricordato: Zolo non corre mai in soccorso dei vincitori, anzi potremmo dire che è preso dalla sindrome opposta, concentra il fuoco della sua critica proprio sui dispositivi ideologici, giuridici e istituzionali attraverso cui essi organizzano e riproducono il proprio dominio.
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Ma quest'Africa, poi, dove sta?
Professione Disastro
di Leonardo
Quello che è riuscito a fare Walter Veltroni nelle ultime settimane è incredibile. Stupefacente anche per chi pensava di conoscerlo un po', Walter Veltroni; di essersi assuefatto, a Walter Veltroni. No. Veltroni ha questo, che riesce a essere sé stesso e a stupirti lo stesso sempre.
Vogliamo riassumere? Due settimane fa - Silvio Berlusconi era già discretamente a mollo nelle sue stesse secrezioni - Veltroni pensò bene di convocare un'adunata della sua corrente, un Lingotto Due dove lanciò, tra le altre, l'idea fantastica di una patrimoniale. Fantastica, sì, peccato che la presentò in un modo per cui praticamente la dovremmo pagare un po' tutti, la patrimoniale di Veltroni. A questo punto, ed è un'incredibile coincidenza, no? Un vecchio amico di Veltroni, praticamente uno di famiglia, Giuliano Ferrara, si è scrollato di dosso la polvere clericale che si era accumulata in anni di abbandono, ed è tornato a contare qualcosa nello staff berlusconiano. Esempio commovente di topo che non abbandona la nave che affonda, Ferrara ha scritto per conto di Berlusconi una commovente letterina in cui scongiura Bersani di non fare la patrimoniale. Bel colpo, no? Bersani (che ovviamente ha dovuto respingere la proposta) si è ritrovato cucito addosso una patrimoniale che non era nel programma del PD.
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