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Ecco perchè l’Europa deve cominciare a temere gli Usa
Mauro Bottarelli
La fuga di massa è iniziata. Dopo la clamorosa decisione del fondo governativo di Singapore, Temasek, di lasciare sul tappeto 4,6 dei 7,6 miliardi di dollari investiti pur di uscire dal colosso creditizio Bank of America, a sua volta “cavaliere bianco” di Merrill Lynch e la decisione del fondo sovrano di Abu Dhabi di convertire le obbligazioni di Barclays che possedeva e di liquidare in tempo reale le azioni ordinarie appena ottenute (costringendo Barclays a vendere a Blackrock il suo gioiello del fund management Bgi per 13 miliardi di dollari), ecco un’altra notizia che ci segnala come la terza ondata di crisi sia ben oltre la soglia di casa.
Due hedge fund che gestivano complessivamente 1,3 miliardi di dollari dei loro sottoscrittori hanno chiuso, dalla sera alla mattina: accadde così anche nel giugno di due anni fa, quando due fondi speculativi legati a Bear Stearns andarono a gambe all’aria dando il via alla crisi globale. Niente paura, era tutto previsto.
Non è un caso, infatti, che mentre i segnali che arrivano dal mercato segnano tempesta, qualcuno ricominci con le previsioni al rialzo e l’ottimismo a prezzo di saldo: Goldman Sachs, infatti, ha fissato a 85 dollari il prezzo che raggiungerà a breve il barile di petrolio. Lo scorso anno parlavano di quota 200 dollari e fallirono, ma in parecchi fecero molti, molti soldi grazie alle montagne russe del greggio che schizzò a luglio a 147 dollari il barile dando vita a una danza dei futures mai vista. Questo nonostante non ci sia alcuna ripresa reale in corso per quanto riguarda economie e soprattutto industrie: il fabbisogno energetico della Cina è calato del 10% e sul mercato, anzi nei magazzini, ci sono 100 milioni di barili di greggio pronti alla consegna ma che non verranno consegnati. Se non riparte la crescita, nessuno ha bisogno di petrolio in più.
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Le sberle del voto
Rossana Rossanda
Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile. Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare.
Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.
Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto.
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Il continente nero?
di Fabrizio Casari
Lo sfondamento di Berlusconi non c’è stato, è vero. Il leader del Pdl, che vaticinava un risultato intorno al 45% e la sua popolarità al 75%, si è dovuto accontentare di perdere due punti percentuali dalle precedenti politiche. Lui sostiene essere colpa di Veronica, Noemi e Kaka, dei comunisti e di Murdoch, ma questo conta poco. Il fatto è che i voti che perde sono in parte minore l’esito di una cannibalizzazione interna alla destra, che sposta sulla Lega consensi prima forzitalioti, e in parte maggiore il segnale di un elettorato che comincia ad essere stanco del personaggio. Ma il parziale ridimensionamento del Pdl appare sì come un dato importante, ma non certo l’elemento attorno a cui far ruotare l’analisi del voto, che dev’essere ben più ampia e dolorosa. Non è il momento delle pietose bugie o delle sfumature linguistiche.
Il risultato elettorale italiano - che vedremo di seguito - è frutto del contesto europeo. Nell’Europa allargata senza costruzione politica, impoverita, senza progetto economico e abbandonata nel suo orizzonte ideale, la crisi del sistema neoliberista ha prodotto milioni di disoccupati e decine di milioni di paure generalizzate. Che vanno analizzate e comprese, non ignorate. Il tentativo di scaricare la crisi sui più deboli ha prodotto un rifiuto generalizzato della politica, manifestatosi con un astensionismo storico, o ha fatto vincere ovunque una destra xenofoba spesso dai tratti neonazisti, attorno alla quale si spalmano le incertezze, le paure e l’odio sociale che la crisi economica ha inoculato come virus micidiale nel corpo europeo.
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Non di solo gossip…
varie
C’è veramente ai piani alti del potere chi vedrebbe bene una messa da parte del Berluska, e perché e con quali obiettivi? La domanda diventa legittima, a patto di porsela senza dozzinali ipotesi complottiste, visto il rovesciarsi relativamente rapido dell’operazione “veline” da arma di distrazione di massa (rispetto ai possibili effetti della crisi globale, principalmente) in un mezzo boomerang per B. via vicende “familiari” e “personali”. Le virgolette sono d’obbligo contro chi ritiene che si tratti di gossip, presunta privacy da salvaguardare, ecc. Niente di più fuori della realtà. Non solo perché si tratta dell’ennesima aggressione, tutta politica, giocata sui corpi delle donne che d’un balzo ci porta indietro per certi versi a prima del Sessantotto. Ma anche perché il passaggio che abbiamo davanti rivela, e costruisce insieme, l’intreccio strettissimo tra una certa autorappresentazione del potere -ben oltre la rappresentanza formale e sociale irreversibilmente svuotate, con tratti di quasi impazzimento- e profonde linee di disgregazione radicate nella società (solo?) italiana.
Proviamo a formulare per analogia un’ipotesi accompagnata da una serie di distinguo importanti. Qualcuno dall’alto sta pensando -che è meno che preparare- a un cambio della guardia ai vertici dell’esecutivo che potrebbe per certi versi ricordare quanto si diede tra il ’92 e il ’93 con la dissoluzione della prima repubblica. Ovviamente in un contesto del tutto mutato. Allora si trattava di rispondere ad una crisi economica e monetaria (svalutazione della lira, indebitamento pubblico alle stelle) già precipitata mentre oggi i tornanti più duri paiono plausibilmente dover ancora arrivare. Allora si trattava di far fuori un’intera classe politica e un certo tipo di patto sociale divenuti eccessivamente onerosi per il capitale, oggi si tratterebbe “solo” di liberarsi di un personaggio, o poco più, che rischia di divenire scomodo e sempre meno presentabile.
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Spostando i riflettori un po' più in là in questa lunga notte
di HS
Probabilmente quando che scorrerete queste righe con la tastiera del mouse avrete già per le mani i risultati delle ultime elezioni europee e amministrative. In ogni caso non una virgola in più muterebbe il quadro che si è venuto progressivamente a formare in queste ultime settimane, specie rispetto agli sviluppi della “storia infinita” che avvince e perseguita gli italiani tutti…
Nel mentre ci “godiamo” le attrazioni offerte dal Bengodi, dal Paese dei Balocchi edificato dal nostro Omino di Burro che, per l’occasione, si presta anche ad indossare spesso e volentieri i panni dell’allegro Pinocchio che mente a qualsiasi costo pur di non smentire sé stesso.
Candidature di veline, partecipazioni a feste di compleanno di ragazze fino ad allora sconosciute, le reazioni della moglie Veronica, le insinuazioni su presunti rapporti con minorenni, i pettegolezzi, la baldoria a Villa Certosa, gli aerei militari messi a disposizione di menestrelli e cantanti napoletani graditi al premier. Una carovana di nani, ballerine, veline, paparazzi, cantatorelli, pupazzi, pagliacci, buffoni di corte e altri freaks postmoderni… E si vuole far intendere che tutto ruoti attorno alla “privacy” del nostro Imperatore così felice ed intento a dare di sé un’immagine che ben risponde allo stereotipo della plebaglia più volgare, cialtrona e canagliesca.
Certo, molto di quel che viene contestato e tirato in ballo in merito all’onorabilità (??????) del premier è indubbiamente grave e ha rilevanza penale – vedi la questione dell’utilizzo privato di aerei adibiti ad uso militare -, ma rimane impressa nella mente degli osservatori più attenti e poco propensi a farsi ingabbiare nella trappola di un’informazione ora gossippara, ora superficiale o latitante una sensazione di incompiutezza e di irrisorietà che lascia in bocca un gusto assai amaro. Per chi voglia o possa mettere e mettersi a nudo… Per chi voglia sinceramente e senza remore fare a pezzi le proprie illusioni e mettersi a confronto con la realtà della nostra Repubblica (quale? La Prima, la Seconda o addirittura una Terza appena appena percepibile ?) è sufficiente spostare i riflettori un po’ più in là in questa lunga notte. A prima vista vi si ravvisano mille colori sgargianti e arlecchineschi, tinte di gusto riprovevole ma in fondo innocue, ma scostandosi un poco il buio riempie i nostri occhi e ci parla di noi… Il nostro è il paese dell’eterna corruzione, della degradazione ambientale e dell’incuria per il nostro patrimonio storico artistico.
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L’ideologia del Libro bianco e il futuro del lavoro
Angelo Salento*
Che cosa sarà del lavoro, in Italia, oltre la crisi? A giudicare dalle promesse del Libro Bianco su “La vita buona nella società attiva”[1], pubblicato all’inizio di maggio dal ministro Sacconi, nulla di luminoso. Non c’è nessun elemento che possa indicare una “via alta” per superare la crisi, nel Libro bianco. Si ha l’impressione, piuttosto, che il Governo in carica non si stia lasciando sfuggire l’occasione che gli si presenta allorché le funzioni di indirizzo politico in materia di lavoro, sanità e inclusione sociale sono attribuite ad un unico Ministero, e gli equilibri parlamentari consentono una pressoché immediata traduzione degli intenti di governo in atti di legge: l’occasione, cioè, per portare a compimento la destrutturazione delle regole emerse dal compromesso fordista. Le statistiche del lavoro – insieme a innumerevoli ricerche – mostrano come la destrutturazione del mercato del lavoro abbia reso strutturale l’instabilità lavorativa e abbia prodotto una tendenza alla contrazione della popolazione attiva (soprattutto fra le donne e nel Mezzogiorno)[2], contribuendo anche alla deresponsabilizzazione dei ceti imprenditoriali e al decadimento del tessuto industriale del Paese[3]. Quanto alla crisi in corso, poi, già il rapporto Istat 2008 ne prefigura l’impatto disastroso sul mondo del lavoro: cresce la disoccupazione (anche a fronte di un aumento degli attivi, sollecitato proprio dall’emergenza), cresce il ricorso alla cassa integrazione; e la perdita del lavoro riguarda soprattutto i tradizionali breadwinners dell’economia italiana.
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Il crepuscolo di internet e l'alba di Oligonet
di Roberto Quaglia
Premetto che io ero uno di quelli che ci capivano qualcosa di Internet. Mi ero sprofondato in internet appena il World Wide Web fece capolino in Italia nel 1995, con VideoOnLine. Non c’era quasi nulla, su Internet, e i motori di ricerca facevano schifo, eppure si trovava tutto. Quindici anni dopo il paradigma si è invertito: su Internet c’è tutto, e i motori di ricerca sono intelligentissimi, ma non si trova più nulla. Quindici anni fa i motori di ricerca erano decisamente stupidi, si limitavano ad indicizzare le pagine web e l’unico criterio di ricerca che usavano era contare quante volte una parola chiave compariva all’interno di una certa pagina. Dato che io producevo pagine web e non ero altrettanto stupido, compresi quindi che bastava ripetere centinaia di volte una parola chiave all’interno di una pagina per finire in testa ai motori di ricerca, il più importante dei quali era Altavista.
Iniziai quindi a fare proprio così usando praticamente tutte le parole chiave che mi venivano in mente, colorando le migliaia di parole chiave dello stesso colore dello sfondo, così che non si vedessero. Adesso questo suona oggi banale, ma all’epoca era un’idea brillante. Tanto brillante che tutti me la copiarono (forse anch’io copiai qualcosa da altri, ma in Italia fui uno dei primi e, di sicuro, per almeno un paio di anni il più efficiente) e ben presto il web italiano divenne in parte un immondezzaio.
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Facciamo fallire i referendum reazionari del 21 giugno
Mettiamo fine alla subalternità “democratica” verso l’egemonia della destra
I referendum del prossimo 21 giugno, segnano l’ennesimo assalto reazionario nella vita politica e democratica del nostro paese. L’obiettivo dei referendum è l’imposizione di un sistema politico blindato dal bipartitismo e dal sistema elettorale maggioritario, una operazione questa, tesa a liquidare dallo scenario politico ogni parvenza di rappresentanza e di opposizione degna di questa parola. La nuova legge che scaturirebbe dalla eventuale vittoria dei SI al referendum, modificherebbe ancora in peggio l’attuale legge imposta dalla maggioranza di destra nel 2006. A sua volta la legge elettorale superata da quella attualmente in vigore (la famosa “porcata”) era stata imposta nel 1993 sull’onda di un referendum reazionario che aveva abrogato il sistema elettorale proporzionale.
E’ indicativo sottolineare come ogni nuova legge elettorale introdotta nel nostro paese– con la complicità cosciente e suicida del centro-sinistra - abbia sempre avvantaggiato la destra. Era già accaduto agli albori del ventennio fascista quando i liberali insistettero per il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario spianando così la strada all’avvento del regime fascista. Non a caso il tentativo analogo fatto dalla DC nel ’53 (la Legge Truffa) fu sventato dalla sinistra e dalle forze democratiche. Ma nulla di tutto è servito come lezione alle forze e alle soggettività “progressiste” ormai subalterne alla logica della governabilità a tutti i costi. Costoro, quotidianamente si lamentano del “regime di Berlusconi”, ma gli regalano sistematicamente tutti gli strumenti per rafforzare la sua egemonia populista e reazionaria nella società e la sua maggioranza in Parlamento.
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La nuova ondata di crisi è già partita. Quando colpirà?
Mauro Bottarelli
La terza ondata è arrivata mercoledì pomeriggio. Per ora sottoforma di cavallone inaspettato che ribalta i materassini e fa la gioia dei bagnanti ma l’effetto domino che può innescare è di quelli degni di uno tsunami.
L’altro giorno, infatti, nel silenzio generale è andata completamente a vuoto un’asta di titoli di stato per il controvalore di 100 milioni di dollari in Lettonia, chiaro segnale che il paese baltico è sull’orlo di un default sul proprio debito pubblico. La notizia ha immediatamente innescato una reazione a catena colpendo tutte le monete dei paesi Ue dell’Est: il fiorino ungherese è crollato dell’1,97% contro l’euro e del 2,85% contro il dollaro; lo zloty polacco ha ceduto lo 0,75% contro l’euro e l’1,56% contro il dollaro; la corona ceca è scesa dello 0,25% contro l’euro e dell’1% contro il dollaro. Direte voi, nulla di che. In effetti, vista così la situazione non appare drammatica.
Qualche preoccupazione in più sorge quando si vanno a vedere le ripercussioni patite in Svezia a causa del mancato introito di 60 milioni di lats lettoni da parte dello Stato a causa dell’asta andata deserta: la corona svedese ha subito un brusco calo e le azioni delle due principali banche, Svedbank e SEB, sono scese rispettivamente del 15,9% e dell’11%. Come già scritto, qualcosa di sistemico sta arrivando dall’Est europeo. Le banche svedese, infatti, sono esposte per 75 miliardi di dollari verso i paesi baltici e la crisi lettone rischia di innescarne una politica, sociale ed economica in tutta l’area.
Lo conferma Bartosz Pawlowski, analista di BNP Paribas: «La Lettonia è sì un piccolo paese ma ha vaste ripercussione su tutta l’area. Se la moneta lettone crolla porterà con sé quella estone, non escludendo scossoni su Bulgaria e Romania». Guarda caso, l’epicentro di quegli 1,3 trilioni di euro di esposizione a Est delle banche europee, italiane comprese.
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Il secolo CHE BRUCIA
L'EVENTO DI UNA POLITICA «SENZA PARTITO»
di Fabio Raimondi
«L'ipotesi comunista» e «Il secondo manifesto per una nuova filosofia», gli ultimi due volumi di Alain Badiou. Ripensare i movimenti sociali e la prassi teorica a partire dalle esperienze, le sconfitte e l'eredità della Comune di Parigi, del Sessantotto e della Rivoluzione culturale
Parlare di comunismo oggi è certo per molti il segno di una malattia inguaribile, di un'ostinazione a perseverare nell'errore che rende ridicoli o pericolosi. Come predica l'«anticomunismo americano» dagli anni Cinquanta, il comunismo, cioè lo stalinismo, è il Male. Per il filosofo francese Alain Badiou, ormai uno dei pochi che prova pervicacemente a «ri-pensare» il comunismo, parlarne è invece il segno tangibile del coraggio, la «virtù» politica odierna contraria all'«espressione di sé», a cui costringe il capitalismo contemporaneo.
Virtù che si manifesta nella fedeltà all'«Idea comunista» e al fatto che non ci sia vita senza Idee, rifiutando sia l'opinione che grida «vivi solo per la tua soddisfazione e, dunque, vivi senza Idee» sia il «terrorismo linguistico», che trasforma in sovversivo chiunque osi pronunciare certe parole. Con Saint-Just, Badiou ricorda che chi non vuole né la virtù né il terrore vuole solo la corruzione.
Ne L'hypothèse communiste (Lignes, pp. 208, euro 15), raccolta di scritti più e meno recenti, il comunismo è un'ipotesi, i cui fallimenti, dando luogo dialetticamente, come nelle scienze, alle condizioni per il suo ripensamento, sono considerati tappe di un cammino di costruzione, esaminato analizzando tre episodi: la Comune di Parigi del 1871, il Maggio '68 francese, ma più in generale il decennio 1968-78 (evento complesso e stratificato) e la Rivoluzione culturale cinese del 1965-76.
Oltre il muro del ruolo
Il comunismo ha innanzitutto a che fare con la fine dei «ruoli» ossia con un tipo di «società ugualitaria che, tramite il proprio movimento, abbatte i muri e le separazioni» e, dunque, con una società il cui modello di organizzazione politica «non è la gerarchia dei ruoli». Rispetto a una «vecchia concezione» della politica, secondo la quale esiste «un agente storico «oggettivo» che porta la possibilità dell'emancipazione» e che, dunque, deve solo essere organizzato (dal partito, dalle organizzazioni di massa, dal sindacato.), si fa strada una nuova concezione, che non accetta «di lasciare ciascuno al proprio posto» e che, ricercando «percorsi inediti, incontri impossibili, riunioni tra persone che normalmente non si parlano», tende verso «uno sconvolgimento delle classificazioni sociali» che dovrebbe portare non a conservare «ciascuno al proprio posto, ma, al contrario, a organizzare degli spostamenti, materiali e mentali, stupefacenti».
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La crisi climatica si combinerà con la crisi del capitale.
di François Chesnais*
Il punto di visto che sosterrò è che con la crisi iniziata nell’agosto 2007 si è prodotta una vera e propria rottura che pone fine a una lunga fase di espansione dell’economia mondiale. Questa rottura annuncia l’inizio di un processo di crisi le cui caratteristiche, quanto al numero dei fattori che vi si intrecciano, sono paragonabili a quelle del 1929, anche se si svolge in un contesto molto differente e se i fattori sono necessariamente differenti. È importante in primo luogo ricordare che la crisi del 1929 si è sviluppata come un processo: un lungo processo che è iniziato nel 1929 con il crac di Wall Street, ma il cui punto culminante si è avuto in seguito, nel 1933, e che la crisi è stata seguita da una lunga fase di recessione che ha avuto per sbocco la seconda guerra mondiale. Dico questo per sottolineare che, a mio avviso, stiamo assistendo alle prime fasi, veramente le primissime, all’inizio di un processo di un’ampiezza e di una temporalità analoghe, anche se le analogie finiscono qui. Quanto sta accadendo in questi giorni sulla scena dei mercati finanziari di New York, di Londra e degli altri grandi centri borsistici è solo una delle dimensioni –e quasi certamente non la più importante– di un processo che deve essere interpretato come una cesura storica. Siamo in presenza della forma di crisi della quale Marx diceva che segnava i limiti storici del capitalismo, dove tutte le contraddizioni si congiungono. Dire questo non significa sostenere una qualsiasi versione della teoria della «crisi finale» del capitalismo o alcunché di simile. Ciò di cui si tratta, a mio avviso, è comprendere che ci troviamo di fronte a una situazione nella quale i limiti storici della produzione capitalistica sono evidenti. Che cosa si intende con questa affermazione?
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Liberismo IN CADUTA LIBERA
Le radici profonde della crisi economica
di Christian Marazzi
Il crollo della borsa e il fallimento di importanti banche sono state le premesse per la chiusura di imprese e l'aumento della disoccupazione. Questo è dovuto al fatto che la finanza non è più un aspetto parassitario dell'attività economica, ma una sua componente centrale. È venuta cioè meno la contrapposizione tra economia reale e finanza che ha segnato l'analisi storica del capitalismo.
Un'anticipazione da «Finanza bruciata», volume pubblicato da Edizioni Casagrande
L'economia finanziaria è oggi pervasiva, si spalma cioè lungo tutto il ciclo economico, lo accompagna per così dire dall'inizio alla fine. Oggi si è nella finanza, per dirla con un'immagine, anche quando si va a fare shopping al supermercato, dal momento in cui si paga con la carta di credito. L'industria automobilistica, per fare solo un esempio, funziona interamente su meccanismi creditizi (acquisti rateali, leasing), tant'è vero che i problemi di una General Motors riguardano tanto la produzione di automobili quanto, se non soprattutto, la debolezza della Gmac, la sua filiale specializzata nel credito al consumo indispensabile per vendere i suoi prodotti ai consumatori. Siamo cioè in un periodo storico nel quale la finanza è consustanziale a tutta la produzione stessa di beni e servizi.
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Quell’ombra in fondo al tunnel
Emiliano Brancaccio*
E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4],e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].
Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito
Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone.
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Berlusconi in cerca del plebiscito
di Alberto Burgio
Che cosa sta succedendo in questa nervosa vigilia elettorale? L'impressione è che gli eventi precipitino, impedendo una riflessione pacata sulla situazione politica e sociale del Paese. Fermiamoci un momento, cerchiamo di capire.
Silvio Berlusconi occupa il centro della scena politica e mediatica, è il protagonista indiscusso delle cronache con la sua faccia truce, alterata, con la sua maschera stravolta dal rancore. C'è la storia delle veline e delle minorenni, un'ondata di spazzatura che ci ammorba. Del resto, sin dall'inizio questa legislatura è stata segnata da un tripudio di volgarità e di malcostume, con inopinate carriere politiche di ministri della Repubblica dal curriculum a dir poco desolante. Ma c'è ben di peggio. C'è, soprattutto, la condanna di un cittadino inglese colpevole di falsa testimonianza, che - come la magistratura milanese ha dimostrato - è stato corrotto da Berlusconi affinché nascondesse le sue responsabilità in materia fiscale. La reazione del presidente del Consiglio è stata furibonda. Ha scagliato insulti, ha lanciato anatemi, ha disseminato minacce. Perché?
Che Berlusconi non gradisca che gli italiani siano informati delle sue malefatte si capisce. Ma questa reazione appare spropositata. Prevedendo probabili processi a suo carico, egli ha preteso che il Parlamento promulgasse una legge anticostituzionale che gli assicura l'impunità. Il cosiddetto "lodo" Alfano lo tiene lontano dalle aule di giustizia. Perché, allora, questa reazione estrema?
Se leggiamo i termini in cui si articola l'ultima minaccia rivolta da Berlusconi contro la Costituzione repubblicana, forse troviamo una risposta. Il presidente del Consiglio medita di mobilitare la "sua gente" per lo scontro finale contro lo Stato di diritto, la divisione dei poteri, il Parlamento e l'indipendenza della magistratura. Ha imparato a usare la democrazia contro la democrazia. Vuole raccogliere milioni di firme, inscenando una sinistra replica del plebiscito mussoliniano, per ridurre le Camere a una inerte appendice dell'esecutivo.
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GEAB Report n. 35
Crisi sistemica globale: il mondo esce da una cornice di riferimento vecchia di sessant'anni
Il surrealismo finanziario che è stato il cuore dei trend dei mercati azionari, degli indicatori finanziari e dei commenti politici negli utlimi due mesi è a tutti gli effetti il canto del cigno della cornice di riferimento all’interno della quale il mondo ha vissuto dal 1945.
Già nel gennaio 2007, la 11esima edizione del GEAB Report descriveva che la svolta dell’anno 2006/2007 era avvolta in una “nebbia statistica” tipica dell’ingresso in recessione, create per sollevare dubbi tra i i passeggeri che il Titanic stesse realmente affondando.
Oggi il nostro team ritiene che la fine della primavera del 2009 sia caratterizzata dalla definitiva uscita del mondo dalla cornice di riferimento usata per sessant’anni dai protagonisti globali economici, finanziari e politici per prendere le loro decisioni, in particolare la versione semplificata [della cornice di riferimento, NDFC] usata massicciamente dalla caduta del blocco comunista del 1989 (quando la cornice di riferimento divenne esclusivamente centrata sugli USA).
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I consumi di Cindia
di Jayati Gosh
L'Occidente teme il benessere di Cina e India, che «brucia» risorse che considerava sue
Una visita in Europa occidentale lo scorso marzo mi ha offerto una visione lievemente diversa, e un po' inquietante, circa lo svolgersi degli avvenimenti economici e delle loro coordinate. Quando una crisi si sviluppa, in ogni parte del mondo ci si interroga sulle attuali istituzioni economiche - e naturalmente paure, insicurezze e preoccupazioni incidono pesantemente sulla visione del futuro. Le principali domande riguardano le entrate economiche e la distribuzione delle risorse (non succede sempre cosí?), ma in questi tempi di crisi globale le argomentazioni possono diventare piú taglienti e perfino laceranti. Due sono gli argomenti piú usati pubblicamente. Il primo consiste in un'animosità, appena o per niente dissimulata, nei riguardi di Cina e India (inevitabilmente associate, nonostante le enormi differenze), indicate come beneficiarie della globalizzazione e voraci divoratrici di risorse globali. Il secondo rivela una generale incapacitá di concepire una via di uscita dalla crisi attuale che non sia semplicemente replicare il passato, persino quando ció risulti chiaramente insostenibile.
L'atteggiamento europeo nei confronti dell'Asia é stata a lungo caratterizzata da una combinazione variabile di paura e fascinazione, rispetto e repulsione, competizione e colonialismo - come gli studi sull'Orientalismo hanno reso fin troppo evidente.
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Tremonti e la paura dei riflessi di Pavlov
Ruggero Paladini
Il governo italiano, a differenza degli altri, non ha fatto praticamente nulla contro la crisi perché ha prevalso il timore della reazione dei mercati all'aumento del debito, che agisce come un riflesso condizionato. Ma rinuncia anche a risparmi efficaci che però toccherebbero interessi lobbystici
Negli ultimi tempi le dichiarazioni di ottimismo si sono moltiplicate; ovviamente da parte dei governi, tra i quali si distingue il nostro, che è riuscito a sostenere che senza “la stampa e la sinistra” della crisi non ce ne saremmo accorti. Ma dichiarazioni di fiducia sono venute da operatori ed osservatori. I motivi principali sono:
1) la ripresa delle Borse; le perdite dei primi mesi dell’anno sono state recuperate (ma restano quelle dell’anno scorso, che sono state quelle più pesanti), e, si dice, le Borse anticipano di alcuni mesi la ripresa reale; tuttavia abbiamo visto che le Borse si sbagliano spesso e volentieri;
2) la ripresa dei prezzi delle materie prime; dai minimi di febbraio il petrolio e gli input industriali sono risaliti in modo significativo, ma restano comunque bassi (il petrolio si colloca al livello del 2006); questo è dovuto al ciclo delle scorte, che una volta azzerate, vanno ricostituite; a questo ciclo la Cina in particolare sta dando un contributi significativo, acquistando a prezzi di saldo grandi quantità di materie, che comunque le servono, visto che la crescita continua a livello sostenuto;
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Una storia italiana
di Guido Viale
Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia ventun anni fa. E' stato ammazzato per far tacere le sue trasmissioni con cui tutti i giorni denunciava amministrazioni locali e malavita organizzata. E' stato ammazzato alla vigilia di un potenziamento del segnale della sua stazione trasmittente che avrebbe esteso il suo ascolto dalla provincia di Trapani a tutta la Sicilia. E' stato ammazzato, verosmilmente, anche perché era sulle tracce di un gigantesco traffico di armi che coinvolgeva mafia e servizi segreti. Ma è stato ammazzato soprattutto all'indomani della sua pubblica e conclamata incriminazione comemandante, insieme ad altri ex dirigenti di Lotta Continua, dell'omicidio, avvenuto diciassette anni prima, del commissario Luigi Calabresi. Questo è stato sicuramente l'elemento scatenante che, delegittimandolo come ex-terrorista agli occhi dell'opinione pubblica, ha messo la mafia sull'avviso che il «momento giusto» per mettere a tacere Mauro era arrivato.
Mauro è stato ammazzato dalla mafia e per qualsiasi persona onesta e di buon senso non c'era, fin da subito, alcuna possibilità di ipotizzare un movente del suo omicidio diverso dalla volontà di interrompere le sue denunce svolte con l'intelligenza, la creatività e il rigore che lo avevano sempre caratterizzato. Ma ci sono voluti ventun anni perché questa verità evidente venisse fatta propria dal documento giudiziario che da ieri prescrive la «custodia cautelare» per due mafiosi già in carcere.
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Perché i piani di Obama & C. non funzioneranno
Pino Cabras
Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.
A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.
La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche.
I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.
Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà.
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India, vince la politica. Di sinistra (ma in Italia non si dice)
Alessandro Cisilin
Frizzi, lazzi e paparazzi. Storie dinastiche, a cominciare dai Nehru-Gandhi. La saga di Sonia, volo di sola andata dal Piemonte a Delhi. L'avanzata politica e mediatica del figlio Rahul, specialista di gaffes ma carisma da donnaiolo. E poi la sua mite sorella Pryanka, l'inflessibile nonna Indira, per non parlare del bisnonno Jawaharlal, padre dell'Indipendenza. La stampa italiana racconta le elezioni indiane come fossero italiane. I contenuti seppelliti da elucubrazioni su immagini da telenovela.
Un approccio comprensibile nel paese del monopolio delle tv. Ma, parola di antropologo, a dispetto delle etichette esotiche di matrice coloniale in India non si vota sui simboli. Si sceglie su altre categorie, dichiarate fuori moda dai nostri tuttologi. Si chiamano destra e sinistra.
Per farla breve, i fondamentalisti indù del “Partito del Popolo Indiano” (il Bjp, Bharatiya Janata Party) hanno completamente fallito nella campagna antimusulmana e anticristiana della paura, mentre il centrosinistra guidato dal Congresso ha allargato i consensi grazie a una sia pur timida politica in favore dei poveri.
Bastavano tre righe, dunque. Ma quelle tre righe non sono state scritte da alcun giornale mainstream. Solo qualche cenno alla sconfitta della destra, senza peraltro sottolinearne il significato dirompente: quello del no alla “strategia della tensione” di marca induista, costruita in almeno vent’anni di campagne d’odio e fisiche aggressioni nei confronti delle persone e dei simboli delle altre comunità religiose.
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Aggressione a Rinaldini: i giornali di sinistra condividono le logiche comunicative del potere
di Pietro Ancona
Ieri i telegiornali hanno martellato duramente tutto il giorno e fino a notte tardissima la notizia della "aggressione" subita da Rinaldini ad opera di un gruppo di facinorosi appartenente ai Cobas. Naturalmente tutte le forze politiche ed i grandi capi delle Confederazioni hanno espresso solidarietà a Rinaldini e stigmatizzato duramente il comportamento "teppistico" dei Cobas. La dichiarazione più dura è stata del Ministro Sacconi che si è riferito all'azione di "soliti noti" mentre la Marcegaglia non ha fatto mancare la solidarietà sua e degli industriali italiani al Segretario della Fiom.
Il martellamento massmediatico continuerà anche oggi e durerà dal momento che viene utilizzato da una sapiente regia per criminalizzare le "reali" resistenze alla manovra padronale, nel caso della Fiat, per la realizzazione di accordi che ridurrebbero considerevolmente i dipendenti di Pomigliano d'Arco o di Termine Imerese. Il martellamento serve ad isolare e ridurre alla stregua di teppisti quanti lotteranno per salvare il pane delle loro famiglie. Molti di loro, da un anno vivono con 650 euro al mese, che è l'equivalente della somma che la signora Marcegaglia spende in una notte di albergo.
Stupiscono in questo contesto due cose: il fatto che Rinaldini non abbia smentito l'episodio ma anzi definisce teppisti i presunti aggressori quando sembra che il tafferuglio sia nato da persone del palco che volevano impedire al rappresentante dei Cobas di prendere la parola; stupisce la durissima condanna pronunziata dal "Manifesto" con un corsivo durissimo. "Da oggi, o di qua o di la". E' stata inferta una dolorosa ferita che fa da spartiacque".
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Come ottenere consenso politico in Italia?
Nicolò Bellanca*
Se guardiamo al dipanarsi delle esperienze storiche di riforme radicali, oppure di transizione da un assetto sociale ad un altro, constatiamo che una loro dimensione ricorrente risiede nella capacità degli innovatori istituzionali di catturare consenso politico attorno ad una strategia di discontinuità[1]. In queste occasioni, la formazione del consenso non si verifica cumulando singole adesioni fino alla maggioranza, semplice o qualificata. Al contrario, il consenso è un percorso egemonico lungo il quale si ottiene la collaborazione di alcuni gruppi e il contrasto di altri. Non di rado, passaggi simbolici drammatici – in cui qualche gruppo viene esplicitamente sconfitto – appaiono cruciali momenti di non-ritorno, oltre cui è la vicenda di un’intera collettività a mutare direzione[2].
Per capire meglio l’esigenza di una simile strategia di discontinuità, ricordiamo due tra le più autorevoli e dibattute letture del nostro sistema politico: quella di Sartori-Farneti e quella di Pizzorno. Secondo Giovanni Sartori[3], la stortura del caso italiano nasce dal “pluralismo polarizzato”. Fino agli anni settanta dello scorso secolo, vi fu la presenza di importanti partiti antisistema: quello comunista e quello neofascista. Di fronte ad opposizioni mutuamente esclusive e caratterizzate da posizioni estreme, il partito moderato, la Democrazia cristiana (DC), fu “costretto” a restare al governo.
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Oltre il pensiero dell'Occidente
Faremondo
Bologna, estate 2008
Questo documento si rivolge a quanti, dentro e fuori la rete, vogliono avviare una discussione di lungo respiro sugli argomenti proposti. A novembre pensiamo di fare un primo convegno a Bologna. Nel frattempo, mentre il documento girerà in rete, raccoglieremo scritti, commenti e riflessioni che gli autori potranno anche presentare al convegno. Ovviamente ci riferiamo a contributi che entrino nel merito delle questioni da noi sollevate. Ci aspettiamo densità d’argomenti, critiche e anche scintille polemiche, ma respingeremo gentilmente al mittente i testi “fuori contesto” o estranei allo spirito del convegno. Che non vuole essere una kermesse, bensì un primo momento di conoscenza personale e di responsabile, approfondito confronto intellettuale. Per arrivare, se possibile entro la primavera del 2009, ad un incontro organizzativo che dia vita ad una sorta di centro di ricerca per l’analisi della società in rete. Responsabili di siti, frequentatori assidui, bloggers, commentatori, uomini di scienza, intellettuali e cani sciolti mentalmente fuoriusciti dalle paludi che furono i “marxisti”, la “sinistra” e la “destra”: abbiamo bisogno di un nostro pensiero, da costruire insieme mentre tutti i giorni ci muoviamo fra le macerie. Questa può diventare la prima iniziativa italiana lungo questo sentiero. Per inviare contributi potete utilizzare la seguente casella: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..
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L’ipotesi della instabilità finanziaria e il ‘nuovo’ capitalismo
di Riccardo Bellofiore*
Questa introduzione ha un triplice obiettivo. Chiarire organicamente, passo passo, in modo il più possibile elementare, un pensiero non sempre facile, come quello esposto nel libro che qui si presenta. Integrare le tesi di questo volume con gli sviluppi contenuti nei due libri successivi di Minsky, così come nella sua ultima riflessione sul money manager capitalism e sulla ‘cartolarizzazione’, fornendo così al lettore un quadro aggiornato e d’insieme. Mostrare infine la sorprendente attualità dell’approccio dell’economista americano, quale rivelata dalle dinamiche del ‘nuovo’ capitalismo e dal ritorno della crisi finanziaria (e reale). Una interpretazione ‘finanziaria’ della teoria di Keynes
Il pensiero di Hyman P. Minsky ha ruotato attorno a tre questioni. Innanzitutto, una rilettura di Keynes come economista monetario eterodosso che sottolinea il ruolo essenziale dei mercati finanziari e l’intrinseca non neutralità della moneta. In un mondo caratterizzato dall’incertezza, le oscillazioni degli investimenti privati determinano il ciclo, mentre gli investimenti sono a loro volta influenzati dai rapporti finanziari. Di questo versante della riflessione di Minsky fanno parte integrante il c.d. Modello ‘a due prezzi’ e la ripresa delle equazioni di Kalecki per la determinazione dei profitti.
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Il fantasma del“New Deal”
Alessandro Riccini
Si dovrà pur partire da un punto nel descrivere questo fenomeno che curiosamente molti si ostinano a definire “crisi finanziaria” o “crisi dei mercati”. Dove è il peccato originale? Il germe del problema, l'origine? La retorica dominante tenderebbe a distinguere il mondo dell'economia in due settori: il settore dell'economia reale e quello della finanza. Si è cercato, un po' ovunque, di far passare questa crisi come una problematica esclusivamente finanziaria. Finché si è potuto, si è fatto finta di ignorare la paralisi economica mondiale, in nome dei mitici “fondamentali sani”. Poi, quando proprio non se ne è potuto fare a meno, si è ammesso che la crisi “finanziaria” ha “contagiato” la mitica “economia reale”. Il 19 ottobre, un articolo su “Repubblica” di Paul Krugman (mutuato dal NY Times) dice finalmente come stanno le cose: l'articolo si intitola tutti al capezzale dell'economia: “Mentre il mercato azionario in fase maniaco-depressiva domina sulle prime pagine dei giornali, l'avvenimento più importante è la deprimente notizia che riguarda l'economia reale. È chiaro ormai che il salvataggio delle banche non è che l'inizio: l'economia non finanziaria è anch'essa in disperato bisogno di aiuto”.
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