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La guerra messianica-apocalittica all'Iran
di Davide Malacaria
“Lunedì, durante un briefing, il comandante di un’unità militare ha detto ai sottufficiali che la guerra in Iran fa parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump è stato ‘unto da Gesù per accendere un segnale di fuoco in Iran e provocare l’Armageddon che produrrà il suo ritorno sulla Terra’”, secondo quanto denunciato da un sottufficiale. Da sabato mattina laMilitary Religious Freedom Foundation degli Stati Uniti ha ricevuto 200 chiamate da più di 50 basi militari di tutti i servizi nelle quali venivano segnalate simili inquietanti dichiarazioni da parte di “comandanti cristiani fanatici”.
L’intervento in Iran, cioè coinciderebbe con l’Armageddon, la battaglia finale apocalittica che avrà come esito il ritorno di Cristo. Non è una barzelletta, né si spiega solo col fatto che il Capo del Pentagono Pete Hegseth sia un fanatico religioso e abbia infarcito gli alti gradi dell’esercito di evangelicals.
La teologia apocalittico-messianica degli evangelicals, infatti, ha radici lontane. “Nel XIX secolo, il teologo John Nelson Darby ipotizzò che Dio si relazionasse con l’umanità in epoche distinte o ‘dispensazioni’. Questa teologia dispensazionalista si diffuse rapidamente negli Stati Uniti raggiungendo le masse cristiane mainstream con la diffusione della Bibbia di riferimento Scofield del 1909″.
“Darby sosteneva che Ezechiele 38 descrivesse una guerra futura in cui le nazioni si schiereranno contro Israele e Dio emetterà il suo giudizio contro di esse. Scofield prese questa affermazione e iniziò ad applicarla alla geopolitica moderna, con il nemico di Israele identificato nella Russia”.
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Una storia antica dell’Iran
di Eros Barone
Dopo le tre guerre del Golfo Persico (1980-1988, 1991, 2003), dopo l’aggressione alla Serbia e l’intervento nel Kossovo (1999), dopo l’occupazione dell’Afghanistan (2002), dopo l’assassinio di Gheddafi e la distruzione della Libia (2011), dopo lo scatenamento della guerra civile in Siria (2011-2024), dopo la “guerra dei dodici giorni” sferrata da Israele contro l’Iran (2025), dopo il colpo di Stato e il rapimento del presidente della repubblica in Venezuela (3 gennaio 2026), dopo l’assassinio della “guida suprema” dell’Iran (28 febbraio 2026), fermo restando nel corso del tempo (1948-2026) il totale appoggio alla politica espansionista e genocida di Israele nel Vicino Oriente, dovrebbe essere chiaro che le cause per cui l’imperialismo americano intraprende o sostiene una guerra sono sempre più di una. Pesano, infatti, almeno tre fattori: l’economia, la geopolitica e la storia. Rispetto a due di questi fattori (storia ed economia), determinanti per la conquista e il mantenimento dell’egemonia, gli Stati Uniti stanno segnando il passo. E questa è la ragione per cui sono sempre più pericolosi. Consideriamo dunque il fattore geopolitico.
Orbene, basta dare un’occhiata a una carta geografica per notare che nel ‘limes’ lungo circa 10.000 chilometri che, saldamente presidiato dalle forze armate statunitensi, parte dalla Turchia e, passando attraverso l’Iraq e l’Afghanistan, giunge al confine nord-occidentale della Cina, c’è solo un anello che manca: l’Iran, un paese che, con la sua estensione di oltre un milione e seicentomila chilometri quadrati, con le sue risorse naturali e con la sua posizione strategica, è il vero gigante del Medio Oriente.
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Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione
di Andrea Fumagalli
L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.
1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.
2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.
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La guerra vista da Pechino
di Michele Paris
A quattro giorni dall’inizio della guerra di aggressione non provocata di USA e Israele contro l’Iran, il presidente americano Trump non ha ancora formulato chiaramente la ragione ufficiale dietro alla decisione di attaccare il paese mediorientale. La questione del nucleare non è mai stata un fattore nei calcoli di Washington, come hanno più volte confermato le stesse agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno a “proxy” regionali nel quadro dell’Asse della Resistenza sono invece al centro delle preoccupazioni dei due paesi aggressori. Le pressioni e, forse, i ricatti di Netanyahu nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, verosimilmente nel quadro della vicenda Epstein, sono un altro elemento che ha fatto precipitare la situazione. In un contesto più ampio, la guerra appena iniziata è però soprattutto da ricondurre ai piani dell’Impero in declino per cercare di contrastare l’ascesa e la “minaccia” della Cina, che della Repubblica Islamica è il partner economico e strategico numero uno.
È quindi fondamentale osservare l’evoluzione del conflitto dal punto di vista di Pechino. La leadership cinese guarda senza dubbio con apprensione alle vicende di queste ore in Medio Oriente, temendo la possibile destabilizzazione o peggio di un alleato con cui, tra l’altro, ha firmato pochi anni fa un accordo di cooperazione e sviluppo della durata di 25 anni che spazia in vari settori strategici. Quello della sicurezza energetica è senza dubbio l’ambito primario della partnership tra i due paesi.
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Il peggio è già qui
di Carlo Lucchesi
Sempre più spesso si parla di una guerra inevitabile e imminente con la Russia. Da parte della UE e della Nato lo si fa addebitando alla Russia la volontà di aggredire l’Europa. E’ questa una tesi palesemente inconsistente, verrebbe da dire idiota. Non si citano mai i Paesi che sarebbero oggetto dell’attacco, non si dice che colpirà un Paese baltico, o la Finlandia, o la Polonia, cosa che, per quanto inventata, rientrerebbe comunque nel campo del teoricamente possibile. Si fa credere che tutta l’Europa sia sotto attacco. Ma i fatti, non le chiacchiere, dicono che la Russia, avendo deciso di combattere con armi convenzionali, è in guerra con l’Ucraina, anche se in realtà con la Nato, da oltre tre anni. Come si può immaginare in buona fede che potrebbe sostenere un fronte grande quanto l’Europa? E poi, una volta che avesse vinto la guerra, come potrebbe mai mantenere il controllo dei Paesi conquistati? E quale vantaggio ne trarrebbe visto che già dispone di un territorio immenso e di preziosissime risorse che in Europa non ci sono? Domande che non vengono poste perché le sole risposte possibili svelerebbero l’inganno che questa tesi cela. Del resto, tutti sanno perfettamente che la Russia preferirebbe mille volte tornare a fare buoni affari con l’Europa come è accaduto fino a poco fa e, se avesse nei governanti europei interlocutori affidabili, lo farebbe subito. Dunque, dire che la Russia è in procinto di aggredire l’Europa è una balla gigantesca. Questa guerra, Russia contro Europa, non ci sarà. Resta da capire, ma non è difficile, perché i governanti europei e i media vogliano farlo credere.
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La fine della distensione tra Stati Uniti e Russia?
di Thomas Fazi
Mentre Washington intensifica la sua guerra economica contro la Russia, incoraggiando gli elementi più falchi all’interno dell’establishment della sicurezza russa, la pace appare inafferrabile come sempre
Dall’incontro dello scorso agosto in Alaska tra Putin e Trump, i funzionari russi hanno spesso invocato lo “spirito di Anchorage” per descrivere il quadro di intesa che si presume sia stato raggiunto tra i due leader. In pratica, possiamo supporre che ciò mirasse a conciliare l’istinto transazionale di Trump, sotto forma di accordi economici vantaggiosi per le aziende statunitensi e per il prestigio dello stesso Trump, con l’insistenza di Putin sulla necessità di affrontare le “cause primarie del conflitto”: ovvero la necessità di un nuovo accordo di sicurezza in Europa. Questo accordo, tuttavia, si è sempre basato su basi molto instabili, proprio perché le due parti hanno attribuito ad Anchorage due significati molto diversi. Dal punto di vista di Mosca, la posta in gioco è niente meno che una rinegoziazione fondamentale delle regole alla base della sicurezza europea e globale; Washington, al contrario, vede la questione in termini più ristretti: un conflitto specifico da gestire e contenere, senza disturbare la più ampia struttura del potere internazionale che va benissimo a Washington.
La Russia ha cercato di gestire questa tensione attraverso quello che potremmo definire un approccio a doppio binario.
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L’Iran preso sul serio
di Antonio Martone
L’urto bellico scatenato dalle forze israelo-americane sull’Iran agisce su una realtà che non è solo geografica o militare ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia storico-culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della resilienza come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’Iran abita lo spazio come una missione ontologica, percependo sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice assediata dalle tenebre esterne del caos – quel concetto archetipico di Aniran che oggi assume le forme del Pentagono o del Mossad, così come in passato avevano preso le fattezze di Gengis Khan o delle compagnie petrolifere britanniche: una topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del proprio presente.
Questa topologia non è soltanto una metafora: è una teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con Zarathustra – probabilmente tra il XIV e il X secolo avanti Cristo – e con la sua rivelazione di un cosmo spezzato in due principi irriducibili: Ahura Mazda, il Signore Saggio della luce, e Angra Mainyu, lo spirito distruttivo delle tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come dramma morale orientato verso una fine – il Frashokereti, la rinnovazione finale del mondo.
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Una critica… d’Istruzione pubblica
di Caterina Donattini
Una decina di giorni fa ho avuto modo di vedere a Bologna il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo. Cinema pieno, lunghe code all’ingresso, molti non sono riusciti a entrare.
Il documentario ha avuto evidentemente il merito — oggi tutt’altro che scontato — di riportare al centro del dibattito pubblico una questione strutturale, che in molti evidentemente sentono come urgente: l’istituzione scolastica è stata progressivamente investita dalle politiche neoliberiste e dalle esigenze del capitalismo contemporaneo, le conseguenze sono potenzialmente spaventose e coincidono con lo smantellamento del mandato costituzionale della scuola pubblica la quale costituisce uno degli snodi cruciali attorno a cui si avvita il nostro sistema di riproduzione sociale.
Essa continua a essere un bivio che potenzialmente detiene in sé qualità morfogenetiche in senso più o meno progressista, altre volte più banalmente si limita a riprodurre l’esistente.
L’idea -formulata nel documentario da Miguel Benasayag- che il problema non sia semplicemente insegnare diversamente sempre allo stesso essere umano, ma insegnare diversamente per produrre un altro essere umano, individua con lucidità la posta in gioco antropologica dell’istruzione oggi.
La scuola in questa prospettiva contribuisce a fabbricare soggettività precarie e sradicate, soggetti obbedienti poco consapevoli di sé e del mondo che li circonda, facilmente strumentalizzabili dal sistema. In questo senso, il film coglie un punto veritiero e urgente: la scuola di oggi è sempre meno un’istituzione autonoma di formazione critica, ma si pone come anticamera del mondo del lavoro, luogo di addestramento alla flessibilità, alla valutazione, alla meritocrazia che funge da anticamera alla legge dell’homo homini lupus. Per fare questo coscientemente o meno essa si sta impegnando con vari mezzi a creare un homo novus; non si limita più, soltanto, alla riproduzione dello status quo, come già Bourdieu denunciava negli anni ’70.
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Ritratto di famiglia:Trump, Epstein e la Silicon Valley
Tra controllo dei corpi e nuovo ordine tecnologico
di Infoaut
Trump pochi giorni fa al Congresso ha snocciolato una serie di orpelli discorsivi per dimostrare che tutto sta procedendo per “Rendere l’America Ancora Grande”
Dalla colpa agli immigrati per i crimini più efferati, al finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate dallo stesso di cui in questi giorni si sono magicamente perse le documentazioni. In questo show utile a camuffare la poca soddisfazione per la sua politica interna in vista delle elezioni di midterm non ha esitato a dare certezze sul prossimo obiettivo strategico, l’Iran, realizzato prontamente nei giorni successivi con l’avvio di una guerra diretta da parte di Usa e Israele.
Francesco Dall’Aglio commenta così la conferenza di Monaco per la sicurezza di qualche settimana fa: “è stata, in linea di massima, un gran circo con pochi acrobati e moltissimi clown. I clown non devono però distrarci dalle conclusioni alle quali i nostri leader sono giunti, ovvero che l’Occidente, qualsiasi cosa intendiamo con questo termine, è nei guai. Questa non è una novità ma è sicuramente un problema, e non solo perché in Occidente ci viviamo pure noi: è un problema perché ormai è chiaro che l’unico modo di venirne fuori è la guerra, non quella che la Russia, la Cina e gli altri cattivi faranno a noi, perché non hanno né necessità né intenzione né mezzi per farla, ma quella che noi faremo a loro e per la quale stiamo preparando la nostra opinione pubblica, la nostra legislazione, la nostra economia.” E poi continua elencando i motivi dei guai dell’Occidente: la scarsità di risorse e dunque il colonialismo come strumento adottato su più livelli; la pavida rincorsa alle indicazioni dell’imperialismo USA, tradotto in una sorta di continuo punzecchiamento nei confronti di Russia, Cina e Iran – Paesi che due su tre hanno l’arma atomica.
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E. Ilienkov e il materialismo dialettico
di Salvatore Bravo
La Filosofia vive dei suoi eroi e dei suoi martiri. Gli uomini e le donne che hanno trasformato la filosofia in testimonianza vivente riaprono gli orizzonti della storia nel nostro presente e dischiudono il futuro.
E. Ilienkov è stato filosofo sovietico che ha pagato con la vita la sua coerenza: è morto suicida nel 1979. Le persecuzioni e la depressione dovute al disagio relazionale causato dal contesto politico segnato dal pensiero unico lo spinsero verso la solitudine estrema e il vuoto dialogico e ciò lo hanno indotto al gesto estremo. La burocrazia sovietica aveva trasformato il marxismo in “religione di stato”, egli invece voleva rendere vivo il materialismo dialettico con il quale oltrepassare il soggettivismo e decostruire la naturalizzazione di dati e concetti. Il materialismo dialettico con la sua logica rigorosa e con le sue categorie era il metodo con cui l’uomo sovietico doveva emanciparsi dalla violenza del potere. Certamente non sapremo mai le ragioni profonde e ultime che inducono a fuggire dalla vita, possiamo solo immaginare situazioni che ne favoriscono la genesi.
Ilienkov è rimasto sepolto sotto il crollo del muro di Berlino e sotto la fine dell’Unione Sovietica. Fedele al comunismo autentico e all’emancipazione degli uomini dagli ideali socialmente imposti che lo vorrebbero servo e passivo nel pensiero, non ebbe “padrini” e “protettori”. La sua scelta di libertà e per la libertà di pensiero è stata vissuta fino all’estremo. Le sue opere sono poco pubblicate e molte di esse attendono la traduzione dal russo. Era un materialista dialettico, dunque, e un filosofo, ma si interessò anche di estetica e di psicologia. Diede un valido contributo allo studio per l’apprendimento dei bambini sordi e ciechi. Lo sguardo rivolto alla totalità degli esseri umani, alle concrete condizioni che limitano lo sviluppo è tipico dei pensatori che “ascoltano il dolore del mondo” e in cui la razionalità si completa con il thumos. La ragione senziente può ricercare orizzonti che gli uomini piegati alla sola ratio intesa limitatamente come calcolo non possono comprendere.
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Capire l'Iran
di Agata Iacono
Siamo stati abituati a guardare all'Iran attraverso stereotipi, costruiti per fomentare rivoluzioni colorate e regime change.
È difficile, per noi figli del positivismo e dell'illuminismo, della narrazione suprematista della nostra storia imperialista e colonialista, nonché consumatori compulsivi e schiavi del neoliberismo, concepire che vi possa essere sincretismo tra spiritualità e azione politica.
Noi occidentali crediamo di essere i detentori della democrazia e della libertà: siamo cresciuti a nutella, McDonald's e libertà:
libertà di arricchirsi sulla pelle degli altri, libertà di sfruttare i più deboli, libertà di avere successo e arricchirsi, di occupare e depredare, di imporre la legge del più forte, di consumare ed elevare il prodotto di consumo a status simbol....
Salvo, poi, essere anche liberi di perdere il lavoro, di non trovare nessuno disposto ad aiutarci o almeno a condividere empaticamente la nostra sofferenza, liberi di fallire, di essere "perdenti", di suicidarci o cadere in preda a droghe e depressione, senza assistenza, senza welfare, senza sanità e istruzione pubbliche.
Liberi di mercificare il corpo della donna, di essere indifferenti se 20.000 bambini a Gaza vengono uccisi deliberatamente, se i nostri potenti (la Coalizione Epstein) abusano di minorenni, stuprandoli, torturandoli, uccidendoli in riti antropofagi...
In Iran tutto è pubblico, è diritto dovere di ognuno partecipare alla pari alla vita politica.
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Siamo di fronte a una svolta storica
di Stefano Vespo
Il dado è lanciato. Giulio Cesare, varcando il Rubicone, comprese perfettamente di stare tentando la sorte: le possibilità di qualunque sviluppo erano state aperte da quel gesto.
L’ attacco di Israele al regime iraniano lancia i dadi dei possibili scenari critici che questo attacco produrrà, scenari che coinvolgono l’intero pianeta. Esso accelera enormemente i processi dello sviluppo storico.
Occorre intanto definire che i reali antagonisti sono Israele e Iran e che la motivazione principale del conflitto non è affatto economica ma politica; o meglio, è quel misto di millenarismo apocalittico e imperialismo che è la dottrina del Grande Israele.
Israele vede nell’ Iran il più grande ostacolo al completamento dello sterminio dei Palestinesi e alla sua supremazia nel Medio Oriente.
Che tipo di guerra, quindi, sta per coinvolgerli? Essi sentono minacciata reciprocamente la propria sopravvivenza: si tratta quindi di un conflitto senza possibilità di soluzione che non sia la sconfitta o preferibilmente l’ eliminazione di uno dei due avversari.
La strategia di Israele si affida totalmente alla forza bellica e alla efficienza dell’ intelligence, oltre che alla strettissima collaborazione, quasi sudditanza, degli USA.
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Russia: i missili su Teheran insegnano a comportarsi nelle trattative con gli USA
di Fabrizio Poggi
Alla luce dell'aggressione yankee-sionista all'Iran e in particolare delle modalità e dei tempi dell'attacco, vari osservatori in Russia si interrogano sia sul ruolo di “mediatore” apparentemente svolto dagli USA per addivenire a un accordo sul cessate il fuoco tra Ucraina e Russia, sia sulle più recenti notizie su una probabile fornitura di componenti nucleari a Kiev da parte di Francia e Gran Bretagna.
Su questo sfondo, non sorprendono certo le acclamazioni del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij per quanto compiuto da USA e Israele; ha detto anzi che «il regime iraniano ha deciso di diventare complice di Putin e gli ha fornito droni tipo “Shahed”; e non solo i droni stessi, ma anche la tecnologia per produrli, e ha fornito alla Russia altre armi». Zelenskij si è quindi accodato alla vomitevole omelia europeista, blaterando che «è giusto dare al popolo iraniano la possibilità di liberarsi del regime terroristico». Che, proclamato dal pulpito della “democrazia” nazigolpista, suona peggio di una beffa per le martoriate masse ucraine.
Ora, guardando ai missili che si abbattono su Teheran e ricordando che, secondo l'intelligence estera russa (SVR), Francia e Gran Bretagna pianificano di trasferire componenti nucleari a Kiev, il pensiero va direttamente al colpo che potrebbe essere pianificato contro la Russia. Naturalmente, scrive Dmitrij Popov su Moskovskij Komsomolets, il trasferimento verrà mascherato da uno “sviluppo tecnico ucraino”, come è stato, ad esempio, con i missili “Flamingo”.
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Piccola riflessione sul "male"
di Andrea Zhok
Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.
Tutti - me incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.
Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?
Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle regole"?
Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?
Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?
C'è da uscirne pazzi.
A meno che...
A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.
Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.
Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali.
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L’AI va in guerra (c’era già, ma qualcosa è cambiato?)
di Carola Frediani
È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.
Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.
Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società che produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.
Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra AI e sistemi d’arma e d’intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.
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Psicosi rossobruna: l’accusa che assolve chi la pronuncia
di Alex Marquez
L’accusa di rossobrunismo funziona come alibi morale di una sinistra americanizzata che sostiene guerre, neoliberismo e identità performative. Un dispositivo psichico e politico per espellere il conflitto di classe e autoassolversi.
La sindrome rossobruna come alibi politico
C’è una parola che oggi circola come una moneta falsa ma accettata ovunque: rossobrunismo. Non serve definirla, basta pronunciarla. Funziona da scomunica laica, da scorciatoia morale, da dispositivo disciplinare per rimettere in riga chi devia. In suo nome si assolvono guerre, si benedicono alleanze imbarazzanti, si riscrive la storia in tempo reale. L’accusa non descrive: cancella. Non argomenta: espelle. Ed è proprio questa sua efficacia brutale, più che il suo significato evanescente, a renderla centrale nel lessico politico contemporaneo.
L’uso della psicoanalisi in politica è sempre una tentazione pericolosa. Freud non è un editorialista e l’inconscio non vota. Tuttavia, come strumento euristico minimo, può aiutare a leggere certe ossessioni ricorrenti del dibattito pubblico. Una di queste è – appunto – la famigerata accusa di “rossobrunismo”, formula magica brandita come manganello simbolico contro chiunque osi deviare dalla retta via dell’ortodossia progressista contemporanea.
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La Cina è vicina
di Luciano Vasapollo
Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.
Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.
L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.
Colpire il concorrente più temuto: la Cina
Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.
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Il sistema internazionale e la guerra
di Tiberio Graziani
Norme, potere e transizione geopolitica
L’articolo propone una distinzione tra sistema internazionale e ordine geopolitico per interpretare la crisi attuale delle relazioni internazionali. La guerra in Ucraina viene letta non come una rottura improvvisa dell’ordine liberale, ma come l’esito di una progressiva erosione della credibilità normativa durante la fase unipolare. La politicizzazione selettiva del diritto internazionale ha indebolito la funzione regolativa del sistema, rendendo strutturale il disallineamento tra norme e distribuzione della potenza. La transizione in corso solleva quindi un interrogativo più profondo: è possibile ricostruire un principio di legittimità condiviso in assenza di egemonia?
Sistema internazionale e ordine geopolitico
Per affrontare questo tema è necessario chiarire una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistema internazionale e ordine geopolitico.
Con il sintagma sistema internazionale ci riferiamo all’insieme di regole, norme, istituzioni e principi che organizzano formalmente le relazioni tra gli Stati. Si tratta di una dimensione prevalentemente normativa e istituzionale, che comprende concetti come la sovranità statale, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Il sistema internazionale fornisce quindi il quadro di legittimità entro cui gli attori dovrebbero agire, almeno nelle fasi in cui il sistema mantiene una capacità regolativa effettiva che dipende a sua volta dalle configurazioni dell’ordine geopolitico entro cui opera.
L’ordine geopolitico, invece, riguarda la distribuzione concreta della potenza: chi possiede capacità militari ed economiche decisive, chi esercita influenza, chi costruisce alleanze e chi è in grado di imporre vincoli agli altri attori. Qui il principio regolatore non è la norma, ma l’equilibrio di potenza.
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Libercomunismo o solita narrazione?
di Gianni Petrosillo
Abbiamo letto, questa volta per intero, il libro di Brancaccio “Libercomunismo” dopo la pre-recensione degli scorsi giorni che si basava non sull’immaginazione di chi scriveva, ma su quanto apparso su alcuni giornali. Dopo aver completato la lettura del saggio, possiamo affermare che effettivamente la disamina è stata avventata, perché c’è molto di più da dire, il che costringerà a essere ancora più critici. Questa non sarà una recensione, diciamo che sono solo appunti che condividiamo con tutti. Chi li leggerà se ne assumerà la noia, perché insieme saremo costretti a sprofondare in linguaggi lontani e in epoche trapassate.
Questo lavoro di Brancaccio si basa su studi suoi, ma anche o di altri, solo citati ovviamente per la natura divulgativa del testo, sulla tendenza o sulle tendenze del Capitale che, almeno per quanto ci riguarda, non suonano del tutto nuove, poiché richiamano concetti di tanti autori che nei decenni si sono cimentati sul tema, a partire da Marx. Tuttavia, per Marx la tendenza andava a parare da qualche parte e ovviamente sarebbe sfociata nel comunismo, “un movimento reale”, che avrebbe sostituito il modo di produzione capitalistico e cambiato tutta la struttura della società. Non in astratto, come moto dei sentimenti, ma per situazioni concrete ed esiti storici. Allora si diceva per dinamica oggettiva perché i soggetti della trasformazione non erano inventati ma discendevano da questa in quanto Marx aveva individuato il fattore oggettivo, della divaricazione delle classi (proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione), con tutte le conseguenze discendenti.
Per Marx la metamorfosi sistemica sarebbe avvenuta nel giro di poco tempo, perché le contraddizioni del Capitale, alimentate proprio dalle sue tendenze, avrebbero modificato la composizione delle classi e del processo produttivo. Il pensatore tedesco lo descrive senza fraintendimenti nel Libro III del Capitale (Formazione Società per Azioni). Riporto i passi commentati da Gianfranco La Grassa:
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Capitalismo – Guerra – Rivoluzione
Comprendere il presente per sovvertirlo
di V. Pellegrino
Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
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Iran. Il suicidio di Trump mette a rischio il mondo
di Davide Malacaria
Trump minaccia un’invasione di terra dell’Iran e dichiara che l’America può continuare la “guerra per sempre” grazie alle sue scorte, riecheggiando le guerre infinite care ai neocon e che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere. Inutile sottolineare il tradimento delle promesse, che ha fatto infuriare i suoi sostenitori, più utile verificare se un’invasione è realistica.
Questa non si organizza da un giorno all’altro. Ammassare una compagine per conquistare un Paese esteso come l’Iran e portarla in loco richiede mesi e le perdite americane sarebbero insostenibili data la consistenza delle forze iraniane.
È fattibile però organizzare un attacco delle milizie del Kurdistan iracheno con gli Usa a supporto. Ne avevamo accennato in una nota pregressa e lo scenario sembra confermato da un articolo di Strana che spiega così l’intenso bombardamento americano sul confine tra Iran e Kurdistan iracheno.
Scenario che sembra confermato da Axios che riferisce come Trump avrebbe contattato i leader delle due più importanti fazioni del Kurdistan per interagire sulla crisi iraniana. Da tempo il Kurdistan iracheno è usato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, perché insiste sulle regioni iraniane con una forte presenza curda, di cui alimentano il separatismo. E qui si trovano le basi delle milizie curde contro cui di tanto in tanto le forze iraniane incrociano le spade.
Nella nota pregressa accennavamo a come le forze del Kurdistan potrebbero essere rimpolpate dai miliziani dell’Isis, 20mila dei quali sono fuggiti da un campo di detenzione siriano poco prima dell’attacco all’Iran.
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Iran, l’aggressione della coalizione Epstein
di Fabrizio Casari
Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.
Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.
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Il delirio irrealizzabile dell'impero: spegnere una civiltà
di Pasquale Liguori
Quello a cui il mondo assiste non è l’ennesimo sussulto di una tensione regionale mai risolta, né un’escalation calcolata tra potenze rivali che si confrontano da decenni. È qualcosa di radicalmente diverso: l’assurdo disegno di cancellare uno Stato dalla mappa della storia. Definire l’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran una “guerra esistenziale” è ormai un eufemismo che non rende neppure lontanamente giustizia alla realtà dei fatti, perché ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi è una campagna di tentato annichilimento statale condotta alla luce del sole, mentre gran parte del mondo finge di non vedere.
L’obiettivo, del resto, non è più il contenimento nucleare, né il dichiarato cambio di regime spacciato per “democratizzazione”. Le parole di Trump sulla “demilitarizzazione totale” e le dichiarazioni dei vertici sionisti che promettono, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, di colpire la leadership iraniana “passata, presente e futura”, svelano un’agenda che trascende la politica: all’Iran non si chiede di smettere di essere una Repubblica Islamica, ma di smettere, semplicemente, di esistere come Stato.
Privare uno stato di ogni capacità di sviluppo tecnologico e difensiva significa molto più che neutralizzarlo, perché equivale a condannarlo alla precarietà, negandogli la possibilità stessa di ricostituirsi come entità sovrana in futuro. È una pretesa di sottomissione totale che va oltre la resa incondizionata, l’intimazione a non esistere più come soggetto politico della storia.
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Epstein-mania, ovvero il madornale errore della controinformazione
di Alessio Mannino
Come dimostrano le dimissioni del ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, il caso Epstein sta generando effetti a catena nelle prime file del gotha occidentale. Ma realismo impone di non scambiare la rimozione degli elementi più sacrificabili per un crollo dell’intera impalcatura su cui i grandi interessi internazionali si reggono. Per arrivare a questo non basteranno nemmeno i clamorosi arresti di Andrea, fratello di re Carlo d’Inghilterra, e di Peter Mandelson, ex braccio destro di Tony Blair. Né di altri in futuro. Anzi, tutto il contrario: la pur obbligata individuazione ed esposizione al pubblico ludibrio dei singoli segue il collaudato meccanismo di isolare e scaricare le “mele marce”, così da proteggere e puntellare l’istituzione o circolo di cui fanno parte. E anche quando la decapitazione dell’establishment assumesse proporzioni da valanga, le conseguenze ben difficilmente metterebbero in pericolo i meccanismi profondi che permettono alla classe dirigente di riprodursi. Per la semplice ragione che il piano giudiziario ed etico, di per sé, colpisce le storture del sistema. Ma non tocca il sistema. Facendo salire l’indignazione popolare, può provocare qualche terremoto dando maggiori appigli ai contestatori. Ma in assenza di una forza pronta a mettere in discussione non la sola gerenza sotto accusa, ma le fondamenta stessa dell’edificio, nessuna apocalisse politica potrà mai verificarsi. Non basta che i piani alti vengano squassati, per altro autogestendo gli scossoni: dev’esserci anche chi sa approfittare del momento per piazzare la dinamite alla base.
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Il sovranismo autocoloniale
di comidad
Ha suscitato imbarazzo il fatto che all’ultima conferenza per la sicurezza di Monaco il segretario di Stato USA, Marco Rubio, abbia riciclato il concetto di colonialismo indicandolo come valore da recuperare. A parte le ovvie considerazioni sull’inconsistenza di Rubio (un personaggio degno di nota solo per essere cognato di un narcotrafficante), va anche detto che, al di là delle ipocrisie ufficiali, il colonialismo non è mai tramontato. Sono state in parte superate le forme dirette di colonialismo, però con la rilevantissima eccezione della colonia sionista in Medio Oriente. Il colonialismo di stampo ottocentesco è stato in gran parte superato non per eccesso di bontà da parte occidentale, come vorrebbe far credere Rubio, bensì a causa del costo eccessivo che comporta l’occupazione dei territori.
Lo stesso concetto di “Occidente” non è altro che un eufemismo che sta a indicare il suprematismo e il colonialismo delle tribù bianche su quelle di colore. C’è una tendenza a “sinistra” a immaginarsi un occidentalismo scevro da implicazioni razziste e colonialiste, ma purtroppo non si può maneggiare il concetto di Occidente senza prendersi tutto il pacchetto. Si è avuto un ulteriore riscontro di questa concezione suprematista e tribale nel 2011, quando Rossana Rossanda ci informò che, non potendo essere considerato nostro amico, Gheddafi andava eliminato.
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