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Fine del lavoro come la fine della storia?
di Sergio Bologna
Parte I
Era il 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, quando Francis Fukuyama abbozzava su una rivista la sua teoria della fine della storia, quella che avrebbe poi esplicitato nel libro, dallo stesso titolo, che lo ha reso famoso, pubblicato nel 1992. Tre anni dopo Jeremy Rifkin pubblicava il suo “La fine del lavoro”.
Sollecitato da un vecchio compagno, ho letto alcuni pezzi di un dibattito riguardante il lavoro che ha percorso le pagine de “Il Manifesto” all’inizio dell’estate 2019. Vi ho trovato molte somiglianze con discorsi che sono circolati largamente altrove, più o meno nello stesso periodo, per esempio nelle iniziative della Fondazione Feltrinelli con il ciclo di conferenze-dibattito dal titolo Jobless Society. L’idea che il lavoro sia destinato a sparire con l’automazione o che sia già scomparso per lasciare il posto a non so quali altre cervellotiche forme di rapporti sociali mi ha riportato alla memoria le teorie di Fukuyama o, meglio, l’interpretazione volgare e banale che di quelle teorie è stata data, perché Fukuyama era molto meno stupido dei suoi fans e intendeva per fine della storia il processo di modernizzazione concluso.
Ora, se noi interpretiamo il salto tecnologico in atto (digitalizzazione, IoT, blockchain ecc.) come un processo di modernizzazione, può andar bene, anzi è persino banale, ma se pretendiamo di qualificarlo come un processo concluso o come una frontiera oltre la quale non c’è più nulla, cadiamo nel ridicolo.
Innanzitutto dobbiamo esigere da coloro che parlano di lavoro di essere espliciti su un punto: si sta parlando del lavoro come generica attività umana o di lavoro per conto di terzi in cambio di mezzi di sussistenza? Si parla di lavoro come espressione di sé, delle proprie aspirazioni, dei propri talenti, o si parla di lavoro salariato, cioé retribuito da un soggetto terzo?
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Il diritto al dissenso in tempo di emergenza
di Giulio Di Donato
Negli ultimi due anni, sull’onda della crisi pandemica prima e della guerra in Ucraina poi, abbiamo assistito a una crescente compressione del dibattito pubblico, con forme sempre più estreme di delegittimazione e marginalizzazione del dissenso. L’elemento più paradossale è che in questo caso le opinioni divergenti non sono quelle di una avanguardia avventurista che promuove istanze potenzialmente eversive, ma quelle di chi si schiera in difesa dei principi costituzionali e quindi, come avviene nel nostro paese, reclama una maggiore fedeltà ai valori fondativi della Repubblica. Giocando con le parole, potremmo dire che assistiamo all’insorgenza di un dissenso diffuso dal basso contro i protagonisti del dissenso antisistema dall’alto (i fautori della cosiddetta “ribellione delle élite” verso il nucleo profondo delle democrazie costituzionali, che non può essere oggetto di dissenso). Contro questo ricorrente “sovversivismo delle classi dirigenti”, ovvero contro il polo della subalternità al vincolo esterno e del neoliberismo nelle sue diverse varianti, va fatto appunto valere un dissenso radicale dal basso, il quale, se vuole essere efficace, non può limitarsi a denunciare il baratro nel quale stiamo precipitando ma deve puntare a rigenerare un nuovo consenso attorno all’indirizzo politico fondamentale contenuto nella nostra Costituzione, che ha subito nel tempo una progressiva disattivazione. Rilanciando il senso dei principi basilari della sovranità democratica, della piena occupazione e della libertà incarnata, in relazione.
La democrazia, scriveva Bobbio ne Il futuro della democrazia, non è caratterizzata soltanto dal consenso, ovvero se essa può contare sul consenso dei consociati, ma anche dal dissenso. Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è ostracizzato, censurato, intimidito? Dove dunque non c’è scelta fra consenso e dissenso?
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La NATO cambia pelle?
di Michela Arricale
Un anno fa, nel Giugno 2021, la NATO ci informava che la guerra era cambiata e che questa non si combatteva più solo con le armi convenzionali, ma anche attraverso strumenti cosiddetti ibridi, ideati cioè per scopi altri rispetto alla guerra ma comunque funzionali ad obiettivi strategici. Ad esempio, l’informazione viene identificata come uno di questi strumenti ibridi, ed è pertanto - ci dicono - da considerare come una vera e propria minaccia alla sicurezza qualsiasi campagna di disinformazione attraverso le cd fakenews, se e quando questa sia in grado di incidere sulle dinamiche democratiche di un Paese alleato mettendone a rischio la stabilità.
Pertanto, le analisi sulle minacce alla sicurezza avrebbero dovuto – da allora in poi - comprendere non solo scenari militari convenzionali, ma anche questi scenari ibridi. Poiché le analisi sulle minacce comprendono anche la predisposizione delle risposte a queste minacce, è diventato altresì necessario allargare le competenze strategiche della NATO per permetterle di adattarsi a tali mutamenti di prospettiva.
E è per questi motivi che i capi di Stato e di Governo hanno deciso di aggiornare lo Strategic Concept della NATO, il documento politico che guida e concerta l’azione dell’Alleanza Atlantica e che sarà formalizzato nel prossimo summit di Madrid, il 28,29 e 30 Giugno.
Non solo l’informazione – ci raccontano gli esperti della NATO - ma anche l’ambiente web, l’economia, lo Spazio e persino il cambiamento climatico dovranno entrare a far parte degli scenari di sicurezza da analizzare in chiave bellica per assicurarsi i propri obiettivi strategici.
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Il mondo rovesciato
di Alessandro Visalli
Fino a ieri, sicuri che il ‘dolce commercio’[1] avrebbe portato con sé attraverso la spinta interna del consumo l'allineamento del mondo agli standard dell'occidente e garantito quindi il relativo dominio di fatto, erano i paesi guida anglosassoni (e gli Usa in primis) a spingere sull’interconnessione. L’idea era anche di considerare la “modernizzazione”[2] compiuta storicamente, ed in innumerevoli conflitti, dalle società europee nel torno di anni tra il XV ed il XIX secolo come una “tappa”[3], storicamente necessaria, dei “progressi”[4] della “Ragione”[5] che porta con sé il necessario -biunivocamente connesso- sviluppo delle forze produttive. Nessuno sviluppo autentico è possibile, né civile e morale, né produttivo autosostenuto, senza che si aderisca a questo movimento ineluttabile e progressivo, irreversibile, scritto nella “Storia”[6], e del quale l’Occidente rappresenta il modello e l’alfiere. Questa costellazione di idee, nelle quali è incorporata la mente di ogni “buon” cittadino occidentale, democratico e progressista, sicuro della propria superiorità e del destino manifesto che aspetta il mondo intero quando lo riconosca, è sfidata dalla direzione che stanno prendendo i fatti.
Le ultime tre presidenze statunitensi hanno progressivamente invertito di fatto le prescrizioni di questa visione, accorgendosi crescentemente che non accadeva quanto previsto dagli scheletrici modelli ideologici settecenteschi (per certi versi cinque-seicenteschi) inconsapevolmente attardati nella mente collettiva delle élite. Ed allora hanno virato sul confronto diretto, ideologico (la lotta “democrazia/autocrazia”[7]) ed economico (sanzioni e reshoring delle produzioni critiche[8]), ora anche militare[9] (che nella tradizione occidentale è sempre stata la prima istanza).
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Non c'è alcuna soluzione alla crisi energetica
di Sandrine Aumercier
Questo testo costituisce la versione scritta della presentazione del libro "Le mur énergétique du capital" (edizioni Crise & Critique), che si è tenuta presso Mille bâbords (61, rue Consolat, 13001 Marsiglia) il 5 giugno 2022
Inizio dalla fine e arrivo subito alla conclusione dicendo che non c'è soluzione alla crisi energetica, neppure una «soluzione minima». Nel caso dovesse emergere una società post-capitalista emancipata, essa allora smetterebbe di preoccuparsi del problema energetico, semplicemente; non lo risolverebbe diventando «più razionale» e «più efficiente» in materia di energia. Una società che mette alla sua base la penuria - come fa il modo di produzione capitalista - si auto-impone di razionare sempre più il consumo di energia, a partire dal fatto che essa si sta avvicinando sempre più a un limite assoluto. Così facendo, si condanna a sprofondare in una gestione totalitaria delle risorse, scatenando delle guerre di stabilità, e a piombare in delle crisi socio-economiche che hanno un impatto sempre più crescente... Ma questo è un limite che fa parte di quelli che sono i principi fondanti di questa società, e non si riferiscono alla natura.
La categoria «energia», è astratta così come lo è quella di «lavoro», e una volta che viene posta a fondamento delle attività umane, non può fare altro che procedere in direzione di un abisso, per effetto della sua stessa logica. Mi ci è voluto molto tempo per capirlo, a causa del fatto che il discorso sui «limiti del pianeta» si impone nella sua falsa evidenza, come se si trattasse di un problema geofisico. Ma il vero problema riguarda le premesse del capitalismo, da cui anche i cosiddetti Paesi socialisti reali non si sono mai staccati. Se mettiamo in fila, uno dietro l'altro, i diversi scenari di «transizione energetica» che si stanno contendendo la palma di vincitore, diventa chiaro come sia proprio il discorso di fondo a combinare due tendenze contraddittorie, in quanto presuppone che: 1) L'impossibile è possibile e che, allo stesso tempo, 2) Se l'impossibile nonostante tutto è impossibile comunque, allora si deve trattare di un fatto di natura (di natura umana, di natura geofisica o di entropia universale). Così facendo, ecco che smette di essere necessario dover esaminare le specificità del modo di produzione capitalistico.
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Pensare la scuola con Gramsci
di Salvatore Bravo
Pensare la scuola significa pensare il proprio tempo. Gramsci è stato critico verso la scuola del suo tempo, la critica necessita di domande profonde. La domanda che guida le osservazioni di Gramsci e pervade i suoi scritti non è un monologo celebrativo come accade normalmente nell’attuale assetto istituzionale e culturale, ma si confronta con un modello teorico di scuola e di pedagogia fondato a livello veritativo. L’essere umano è comunitario, da tale verità sorgono domande sulla scuola del suo tempo e sulla necessita di un’alternativa rispettosa della natura umana. L’istituzione scolastica non è separabile dalla realtà storica ed istituzionale, ne è parte viva, e specialmente mediante ed attraverso di essa si esplica l’egemonia culturale delle classi dirigenti. La scuola è il luogo per eccellenza nel quale la struttura economica si riproduce, l’educazione è il campo di battaglia dove l’egemonia culturale incontra resistenze e consolida il dominio economico e culturale. L’integralismo del plusvalore deve necessariamente abbattere ogni attività intellettuale disinteressata per modellare l’intellettuale organico alla finanza. L’utile è il valore del capitalismo, non esistono fini, ma solo mezzi, al punto che mezzi e fini si confondono fino a fondersi. L’intellettuale organico è specializzato, in modo da essere utilizzabile dalla struttura. Il pensiero specializzato mutila l’essere umano della sua natura generica rendendolo utilizzabile dal potere. L’egemonia culturale dev’essere assediata ed erosa con proposte che preparino la nuova coscienza collettiva e la nuova egemonia di classe. Alla scuola orientata alla specializzazione, oggi più di allora, Gramsci contrappone la scuola unitaria di base, con la scuola unitaria l’essere umano “ritrova” la sua natura generica e comunitaria:
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Hic sunt leones
di Piero Pagliani
1. Un buon modo per smettere di sognare e cercare di vedere la realtà così com'è, è analizzare il ragionamento dell'avversario. Posto quindi che per decreto ministeriale è nostro avversario tutto ciò che non è “Occidente”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, o non si assoggetta all'Occidente, riporto brevi estratti di due analisi, una dal campo russo e l'altra da quello cinese [1].
Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, al Forum Economico di San Pietroburgo, il 17 giungo u. s.:
Gli Stati Uniti, dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, si sono anche dichiarati messaggeri di Dio sulla terra, privi di obblighi, ma solo portatori di interessi che hanno dichiarato sacri. Non sembrano aver notato che sul pianeta si sono formati nuovi potenti e sempre più assertivi centri. Ognuno di essi sviluppa il proprio sistema politico e le istituzioni pubbliche secondo il proprio modello di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli e di assicurare la sovranità nazionale… . I cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo sono basilari, cruciali e inesorabili. Ed è un errore credere che in un momento di cambiamenti così turbolenti si possa semplicemente tener duro o aspettare che passi finché tutto si rimette in riga e ritorna come prima. Perché non sarà così!
E ora la “Strategia dei tre cerchi” nelle parole di Cheng Yawen, dell'Istituto per le Relazioni Internazionali e Affari Pubblici dell'Università di Studi Internazionali di Shanghai:
Cento anni fa, i vertici del Partito Comunista Cinese proponevano la via rivoluzionaria “accerchiare le città partendo dalle campagne”. In questo momento di “cambiamenti senza precedenti”, la Cina e i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di interrompere l'ordine centro-periferia della contemporaneità e l'azione dei Paesi occidentali di prevenzione e repressione dei Paesi non occidentali, nonché di migliorare la solidarietà e la cooperazione nelle aree “rurali” globali.
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La guerra e il lato oscuro dell’Occidente
di Fabio Ciabatti
I. Il nemico esterno
E ci risiamo. Mondo libero contro autocrazia, bene contro male. L’orso sovietico si è estinto ma è stato sostituito da una specie di predatore se possibile ancora più pericoloso, la Russia di Putin. Ma stiamo davvero assistendo al remake della guerra fredda? In realtà la ripetizione porta con sé una significativa variazione. Il nemico attuale ha un carattere diverso da quello passato. Se l’Unione Sovietica rappresentava un’alterità reale rispetto al mondo occidentale, la Russia di Putin può essere caratterizzata come il versante osceno del nostro mondo. O, per dirla in altro modo, la cosiddetta democratura putiniana può essere considerata come il lato oscuro della postdemocrazia occidentale (quest’ultima intesa, sulla scia di Colin Crouch,1 come un sistema che è svuotato progressivamente da ogni reale possibilità di partecipazione collettiva alle decisioni politiche, lasciando in vita le sole procedure formali della democrazia). Per questo il rapporto con il nemico oggi dà luogo ad una dinamica differente per quanto riguarda la costituzione della soggettività occidentale. Se in passato il confronto con nemico venuto dall’Est aveva avuto degli esiti per certi versi positivi nei paesi a capitalismo avanzato, oggi assistiamo ad una dinamica sostanzialmente regressiva. Partendo da questo punto di vista, la riflessione che segue non ha come obiettivo quello di stabilire chi ha torto e chi ha ragione nell’attuale guerra o come andrà a finire il conflitto. Vuole essere soprattutto un ragionamento sugli effetti della guerra sull’immaginario occidentale.
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Danni collaterali
di Linda Maggiori
La guerra al virus ha moltiplicato le depressioni e i disturbi d’ansia, è stata fonte di enormi discriminazioni, ha ricordato che in emergenza e in guerra non si dibatte, si obbedisce. Con l’invasione russa all’Ucraina il clima di isteria e la caccia alla streghe si sono sovrapposti e trasferiti dalla pandemia alla guerra. Malgrado tutto c’è chi si ostina a cercare di rendere le crisi un terreno fertile di trasformazione sociale. L’introduzione al libro Semi di pace! La nonviolenza per curare un mondo minacciato da crisi ecologica, pandemia e guerra (Quaderni Satyagraha Centro Gandhi Edizioni)
“Lo scopo della shockterapia è aprire una finestra.
per enormi profitti in brevissimo tempo”
(N. Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli)Da una crisi all’altra.
Dalla crisi ecologica e climatica, che continua a pendere come una spada di Damocle sulle nostre teste (e su quelle delle future generazioni), alla crisi sanitaria, sociale e democratica di questi anni pandemici, fino alla crisi bellica ed energetica scatenata dall’invasione russa in Ucraina, che rischia di innescare un devastante conflitto mondiale nucleare. Non fa in tempo a concludersi lo stato di emergenza per pandemia che già viene proclamato lo stato di emergenza per guerra. Un’emergenza permanente in quello che ormai è a tutti gli effetti il “capitalismo dei disastri” come lo definì Naomi Klein.
Un capitalismo dei disastri che avvantaggia i grandi gruppi industriali e finanziari, facendo al contempo aumentare la forbice del divario sociale: secondo un report di Oxfam, in questi due anni di pandemia in Italia (così come nel resto del mondo) è cresciuta la quota di ricchezza nelle mani di pochi super-ricchi mentre oltre un milione di individui e 400mila famiglie sono precipitati nella povertà.
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L’incubazione della guerra/3. Il conflitto nel Donbass del 2014
di Sergio Cararo
Il violento colpo di stato armato, compiuto a Kiev alla fine di febbraio 2014 ha aperto il vaso di Pandora della guerra in Ucraina, sia nelle regioni russofone dell’Est (Donetsk e Lungansk), sia sul fronte interno contro le minoranze russofone, le organizzazioni comuniste e antifasciste.
Il pretesto della violenta rivolta conosciuta come la seconda “Euro Maidan” fu il rifiuto dell’allora presidente ucraino Janukovič di firmare l’Accordo di associazione all’Unione europea, su cui insisteva pesantemente la Ue.
A tale scopo fu organizzata una provocazione contro la polizia, la risposta di questa fu registrata su video e diffusa immediatamente dai media occidentali. Tutto ciò avveniva alle 4 del mattino, sulla piazza centrale della capitale ucraina (la Maidan che significa appunto piazza), dove, “in modo perfettamente casuale”, si trovavano già diverse troupe, che registravano tutto su video e lo trasmettevano.
Fu l’innesco che scatenò la seconda “Majdan” che, sotto la direzione dell’ambasciata USA e con le visite di incoraggiamento in piazza dei leader europei, si trasformò in colpo di stato armato.
Sono state sfacciate le interferenze negli affari interni dell’Ucraina con senatori e diplomatici USA (Biden, McCain, Nuland) e Presidenti ed ex presidenti polacchi (Gribauskajte, Kaczyński, Kwaśniewski, Wałęsa) che arrivavano di persona a Majdan appositamente per incoraggiare le persone nella loro rivolta contro governo. Il primo sangue a Kiev venne versato il 22 gennaio 2014, quando viene uccisa una persona ed accusata la polizia.
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Unità contro la guerra imperialista e contro la Nato
di Coordinamento Nazionale Comunista contro la guerra e contro l'imperialismo
In controtendenza alla continua divisione del movimento comunista italiano si è costituito, sulla base del Documento politico che presentiamo, il "Coordinamento Nazionale Comunista contro la guerra e contro l'imperialismo"
La spinta imperialista alla guerra segna totalmente di sé questa fase storica. Da questa spinta assume verosimiglianza anche la tragica possibilità di una terza guerra mondiale, che addirittura potrebbe essere già iniziata, anche se non si combatte su tutti i fronti.
Tre fattori, tra gli altri, concorrono a determinare quel “combinato disposto” che si offre come base materiale all’estensione, sul piano planetario, del “sistema” di guerra imperialista:
– Primo, dopo l’89 e il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco dei Paesi del socialismo reale la storia non è finita, come al contrario aveva teorizzato il politologo statunitense Francis Fukuyama. Si è rivelata totalmente illusoria e priva di basi storiche concrete l’idea secondo cui il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice alla fine del XX secolo, snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale.
Fin dagli inizi degli anni ’90 del XX secolo, i fatti si sono incaricati di smentire clamorosamente quella, idealistica, teoria.
In America Latina una potente pulsione assolutamente contraria, avversa alla prepotenza imperialista inizia a segnare di sé l’intero continente: non solo Cuba resiste e rilancia il proprio progetto socialista rivoluzionario, ma in molti Paesi prende forma, a partire dal Brasile di Lula e dall’avanzato progetto socialista della Bolivia, un progetto di liberazione dal dominio nordamericano che giunge sino alla proclamazione di un inizio di percorso volto al socialismo, come nel Venezuela di Hugo Chávez.
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Tecno-scienza e tardo-capitalismo: otto tesi per una discussione inattuale
di Franco Piperno
Nella nostra epoca, quella del tardo-capitalismo, pressoché tutte le forme dei saperi propriamente scientifici sono stravolte: l'originaria «filosofia della natura» coltivata nelle università da piccoli gruppi di ricercatori, se non da singoli individui, si è via via dislocata all'interno del complesso militare-industriale, divenendo appunto Big Science: una vera e propria fabbrica di innovazioni tecnologiche caratterizzata dai costi immani e da decine e decine di migliaia di ricercatori che lavorano in un regime di fabbrica di tipo fordista. Si può affermare che il Progetto Manhattan, ovvero la costruzione della bomba atomica americana, costituisca il punto di non ritorno che separa la scienza moderna da quella tardo-moderna, la Big Science appunto. A dispetto di una opinione tanto fallace quanto diffusa, non esiste né può esistere un «capitalismo cognitivo»; semmai v'è, in formazione, un «capitalismo tecnologico», un modo di produzione che promuove una furiosa applicazione della scienza alla valorizzazione del capitale – applicazione che genera continue innovazioni di processo e di prodotto, ma queste non hanno alcun significativo rapporto con l'accumularsi delle conoscenze. Infatti, per loro natura, le scoperte scientifiche non possono essere né promosse né tanto meno programmate, perché esse sono in verità risposte a domande mai formulate – come accade nei viaggi o nei giochi. Le tesi che seguono presuppongono la constatazione nel senso comune del basso livello culturale e l'alto grado di specializzazione della forza-lavoro nelle società tecnologicamente più sviluppate, e.g. gli USA; e cercano di porre, su un piano non-metafisico, la questione di una «nuova scienza» che recuperi l'autonomia della conoscenza rispetto al complesso militare-industriale.
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I saperi antichi: teoria, tecnica, morale
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Inflazione più recessione
di Ascanio Bernardeschi
La radice dell'inflazione e della nuova grave recessione che si annuncia sta nelle politiche imperialistiche. Occorre intrecciare le lotte contro l'imperialismo con il conflitto sociale. Per questo serve l'unità dei comunisti
La crisi perdurante e la pandemia avevano promosso il passaggio della BCE, e delle politiche economiche europee in genere, da rigide custodi della dinamica dei prezzi a elargitrici di moneta facile – naturalmente solo per alcuni – perché, balbettavano i think tank dell'UE, riluttanti ad ammettere che l'austerità aveva ridotto diversi Paesi europei sul lastrico, l'inflazione troppo al di sotto del famigerato e arbitrario 2% non è desiderabile.
Eravamo facili profeti quando sostenevamo che i colli di bottiglia nei comparti industriale e dei trasporti, dovuti al fermo caotico di una serie di attività a causa della pandemia e accentuati dal modello just-in time e scorte zero, impostosi dopo la chiusura della fase fordista, avrebbero determinato uno shock da offerta il quale, in presenza di questa nuova alluvione di liquidità, avrebbe innescato processi inflattivi.
Così come la pandemia è stato il capro espiatorio di una crisi che covava già prima e che il virus ha solo reso manifesta e accentuato, oggi ogni colpa dell'inflazione viene attribuita alla guerra che, non lo neghiamo, sta pur contribuendo al suo sviluppo.
Gli aumenti dei prezzi, soprattutto dei prodotti energetici e alimentari, i quali poi si riversano nei costi di produzione e quindi nei prezzi della generalità dei prodotti (per esempio il 60% del tasso di inflazione è dovuto ai prodotti energetici), si sta verificando in ogni parte del globo; ma in gran parte delle economie capitaliste, tra cui quella italiana, tale crescita non è affiancata da quella dei salari che quindi perdono in potere d'acquisto. In particolare energia e alimenti costituiscono una fetta rilevantissima della spesa delle famiglie a basso reddito le quali oltretutto, lo certifica anche milanofinanza, “possono contare solo su risparmi limitati e hanno un ridotto margine di azione sui consumi discrezionali”.
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Un reset monetario in cui i ricchi non possiedono tutto
di Ellen Brown
Abbiamo un serio problema di debito, ma soluzioni come il “Great Reset” del World Economic Forum non sono il futuro che vogliamo. È tempo di pensare fuori dagli schemi per alcune nuove soluzioni
Nell’antica Mesopotamia era chiamato Giubileo. Quando i debiti a interesse sono diventati troppo alti per essere rimborsati, la lista è stata cancellata. I debiti furono condonati, le prigioni dei debitori furono aperte e i servi tornarono a lavorare i loro appezzamenti di terra. Ciò poteva essere fatto perché il re era il rappresentante degli dei che si diceva possedessero la terra, e quindi era il creditore a cui erano dovuti i debiti. La stessa politica è stata sostenuta nel Libro del Levitico , anche se non è chiaro fino a che punto sia stato attuato questo Giubileo biblico.
Quel tipo di condono del debito su tutta la linea non può essere fatto oggi perché la maggior parte dei creditori sono istituti di credito privati. Banche, proprietari terrieri e investitori di fondi pensione andrebbero in bancarotta se i loro diritti contrattuali al rimborso venissero semplicemente cancellati. Ma abbiamo un serio problema di debito, ed è in gran parte strutturale. I governi hanno delegato il potere di creare moneta alle banche private, che creano la maggior parte dell’offerta di moneta circolante sotto forma di debito a interesse. Creano il capitale ma non gli interessi, quindi è necessario rimborsare più denaro di quello creato nel prestito originale. Il debito cresce quindi più velocemente dell’offerta di moneta, come si vede nel grafico di WorkableEconomics.com sotto. Il debito cresce fino a non poter essere rimborsato, quando il consiglio di amministrazione viene cancellato da una qualche forma di crollo del mercato come la crisi finanziaria del 2008, che in genere allarga il divario di ricchezza durante la discesa.
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Dugin contro la fine
La Quarta Teoria Politica. I
di Nicola Licciardello
Italia oggi così ubriaca per il crollo d’affluenze ai referendum, e per il crollo di Lega e 5 stelle alle comunali, da quasi dimenticare la guerra della gloriosa Ukraina, la carestia mondiale dovuta al sanguinario Putin, come pure i balletti di Ursula e il Drago. Mentre il quasi premio Nobel per la Pace Zelensky piange per le armi promesse e non mantenute, o per non saperle usare, i russi sparano su chi non è ancora scappato fuori dai velenosi rifugi del Donbas, tanto che qualcuno di “Storia Segreta” (Sinistra in Rete 14 giugno) si spinge a decretare che La guerra è finita e che la Russia ha vinto. Situazione tuttora virtuale, ma certo probabile e conseguenziale.
E se “Storia Segreta” non esita a indicare in due esponenti della lucidità ebraica, Carlo De Benedetti ed Henry Kissinger, gli autori che per primi hanno definito la presente guerra dell’Occidente contro la Russia un “errore strategico” – in primis per l’ovvia conseguenza di favorire un’alleanza Russia-Cina, poi per l’incompetenza valutaria (il rublo, agganciato all’oro, premiato sul dollaro) infine per l’eccessivo squilibrio geopolitico di un’Europa occidentale succube della Nato – c’è chi aveva previsto alla lettera gli attuali eventi bellici, in effetti da Putin assai posticipati rispetto al 2014: si tratta di Aleksandr Dugin, “tradizionalista” moscovita e grande ammiratore della storia d’Italia, di cui parla anche la lingua.
Nella Prefazione all’edizione italiana (2020) de La Quarta Teoria Politica (forse il suo trattato più organico) Dugin infatti mostra una conoscenza anche della filosofia italiana contemporanea. Di Massimo Cacciari, ad esempio, riferisce su quel problematico ma suggestivo Geofilosofia dell’Europa (1994) che ribadiva il destino di un’Europa Arcipelago[1], mentre di Giorgio Agamben elabora una geniale lettura ‘sincretica’, in cui la “vera natura politica della Modernità è la nuda vita del lager”.
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Recensione di “Contro la sinistra neoliberale” di Sahra Wagenknecht
di Leandro Cossu
…Unsere Parolen sind in Unordnung. Einen Teil unserer Wörter
Hat der Feind verdreht bis zur Unkenntlichkeit…
Bertolt Brecht
Baizuo, radical chic, gauche caviar. Ogni lingua ha oramai un’espressione per descrivere l’ideologia dei vincitori della globalizzazione: un guazzabuglio melenso di multiculturalismo, ambientalismo e identity politics che, dietro la maschera di una tolleranza benevola, nasconde la propria natura classista ed essenzialmente neoliberale. Ora, la critica a questo tipo di posizioni rischia di sfociare in un moralismo spicciolo (e nei casi estremi nella reazione) se si accetta di decostruire queste posizioni rimanendo nel campo morale e post-ideologico dell’avversario. Le domande da porsi, in realtà, sono diverse. Qual è la relazione tra questa narrazione e il sostrato economico? Quali sono i suoi meccanismi di propagazione ideologica? C’è un rapporto con lo scivolamento a destra di un elettorato che tradizionalmente si riconosceva nell’altra parte del quadrante politico?
Sahra Wagenknecht, già leaderdel gruppo parlamentare del partito Die Linke di Germania, prova a dare una risposta a queste domande nel suo libro Contro la sinistra neoliberale, uscito nel 2021 in tedesco e tradotto quest’anno in italiano per Fazi Editore (20 €), con una preziosa introduzione di Vladimiro Giacché. Il titolo, oltre a non rendere giustizia all’originale tedesco (cioè Die Selbstgerechten, letteralmente “i pieni di sé”, “gli autocompiacenti”) è fuorviante. Il libro è diviso in due parti: più o meno, una prima pars destruens, il cui oggetto di discussione è la figura, appunto, del liberale di sinistra; e una pars costruens, in cui a partire da alcuni nuclei problematici, l’autrice abbozza un programma per un partito che volesse riportare la parola sinistra, almeno in Germania, al suo significato tradizionale ed economico.
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La BCE all’assalto dei salari
di coniare rivolta
Parte I
La Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato, giovedì 9 giugno, una storica virata nella politica monetaria dell’area euro. Due sono i profili di questa manovra monetaria che invertono la rotta avviata con la crisi dei debiti pubblici degli anni Dieci: l’aumento dei tassi di interesse e la fine degli acquisti diretti di titoli pubblici da parte della banca centrale.
Dopo undici anni di ribassi continui, la BCE ha annunciato che a luglio tornerà ad aumentare i tassi di interesse. Tra i compiti fondamentali di una banca centrale c’è la definizione del cosiddetto costo del denaro, ossia il tasso di interesse che le banche commerciali pagano alle banche centrali per prendere a prestito il denaro di cui hanno bisogno per il loro regolare funzionamento. La BCE, fissando i tassi di interesse pagati dalle banche commerciali per le loro operazioni di rifinanziamento, riesce ad orientare i tassi di interesse che le banche commerciali faranno poi pagare allo Stato, ai cittadini e alle imprese per l’erogazione di prestiti. In prospettiva, la BCE ha anche annunciato che quello di luglio sarà il primo di una serie di aumenti dei tassi di interesse che, progressivamente, porterà il costo del denaro ben al di sopra degli attuali tassi negativi, e dunque fuori dalla zona di eccezione in cui si è mossa la politica monetaria emergenziale dalla crisi dei debiti pubblici alla pandemia.
Secondo l’ideologia della BCE, la politica monetaria ha il compito fondamentale di garantire la stabilità dei prezzi e mantenere l’inflazione attorno al 2%.
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Il reale non è razionale ma piuttosto paradossale
di Roberto Paura
Il diario filosofico di Francesco D’Isa investiga e propone nuove soluzioni al paradosso dell’esistenza
Uno dei più influenti passi del pensiero occidentale risale allo pseudo-Dionigi, un autore del V secolo che si spacciava per quel Dionigi l’Areopagita che Paolo di Tarso aveva convertito per primo ad Atene. Nella sua Teologia mistica, lo pseudo-Dionigi aprì la strada alla cosiddetta teologia negativa, secondo cui tutto ciò che possiamo dire della Causa di tutte le cose (cioè di Dio) è ciò che non è:
“[…] non è parola né pensiero, non si può esprimere né pensare; non è numero, né ordine, né grandezza né piccolezza né uguaglianza né disuguaglianza né similitudine né dissimilitudine; non sta fermo, né si muove né riposa; non ha potenza e non è potenza; non è luce, non vive, né è vita; non è sostanza, né eternità né tempo; non è oggetto di contatto intellettuale, non è scienza, non è verità né regalità né sapienza; non è né uno, né unita né divinità né bontà; non è spirito come lo possiamo intendere noi, né filiazione né paternità; non è nulla di ciò che noi o qualche altro degli esseri conosce, e non è nessuna delle cose che non sono e delle cose che sono […]”
(pseudo-Dionigi, 2020).
Circa tre secoli prima, qualcosa del genere fu proposto anche da uno dei principali filosofi buddhisti, Nāgārjuna (ca. 150-200 d.C.), fondatore della scuola dei Mādhyamika, sostenitori della “vacuità” del Tutto. Secondo la loro tesi, non esiste nulla a cui possa essere conferito il concetto di essere come proprietà di per sé, poiché l’esistere è possibile solo in relazione a qualcos’altro. Ne consegue che il pensiero umano deve allenarsi a comprendere la non-sostanzialità attraverso “tanto una determinazione positiva (della negazione) quanto una determinazione negativa (della natura propria), essendo caratteristica propria del pensiero appunto il definire escludendo” (Torella, 2020).
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Menti raffinatissime
di Rosso Malpelo
L’età del disordine, ovvero chi semina vento raccoglie tempesta
La caduta di un impero, quando non avviene per una sconfitta militare, è spesso preceduta da una fase di estremo disordine. Un caos volutamente diffuso per l’incapacità di mantenere il controllo imperiale con strategie di ordine e stabilità che contemperino ed armonizzino i diversi interessi dei territori e delle popolazioni assoggettate con quelli del potere centrale. Quando viene meno ciò che è stato definito soft power, ovvero la pervasività culturale del potere imperiale attraverso meccanismi di seduzione del suo modello sociale e culturale, non resta che la forza bruta per assicurarsi la tenuta del potere su vaste aree e molteplici nazioni, i cui interessi soffocati e subordinati, creano faglie di scontro e divisioni all’interno dell’impero. Incapace di governare le forze centrifughe così generate, l’oligarchia imperiale risponde con il caos, ovvero con la diffusione della frammentazione e del disordine, nella convinzione suicida che sia più facile governare un insieme frammentario di elementi, caotico ed in conflitto tra loro, con la preponderante forza militare di cui l’impero dispone. E’ la teoria del martello di Abraham Maslow, “se l’unica cosa che hai è un martello inizierai a trattare tutto come fosse un chiodo”, meglio poi che i chiodi siano molti e piccoli anziché pochi e grandi.
Gli USA hanno raggiunto l’apice della propria parabola imperiale tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta del secolo scorso, ovvero dalla fase di decadenza e successiva dissoluzione dell’impero antagonista-nemico, cioè l’URSS. Si prospettò in quegli anni per gli USA un dominio assoluto del mondo e per un certo periodo di tempo andò esattamente così (vedere alla voce PNAC).
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Amministrative: come volevasi dimostrare
di Leonardo Mazzei e Moreno Pasquinelli
12 giugno: il divisionismo non paga
I risultati delle elezioni ci consegnano un’immagine fedele della società? Un po’ sì e un po’ no. Possiamo dire che le elezioni sono uno specchio deformante. Le urne consegnano una fotografia della situazione sociale, e come ogni fotografia consiste in un fermo immagine di qualcosa che invece è in movimento. Ancor più inaffidabile, questa rappresentazione della realtà, se il sistema elettorale è truccato, ovvero tende a premiare le forze di regime penalizzando quelle d’opposizione. A maggior ragione ciò è vero in caso di elezioni amministrative, dove fattori come vincoli clientelari, motivi localistici prevalgono sulle idee politiche.
Fatta questa premessa, posti i limiti metodologici di analisi puramente empiriche, la fotografia consegnata dalla urne ci è tuttavia utile per capire lo stato di salute di un dato sistema di dominio, il suo tasso di stabilità o instabilità, la forza egemonica della classe dirigente, la profondità del distacco tra chi sta in alto e chi sta in basso e, di converso, se esista un’opposizione e quanto questa sia consistente.
A livello macroscopico tre dati emergono con tutta evidenza. La crescita dell’astensionismo (fenomeno che raggiunge percentuali molto più alte proprio tra le classi subalterne); il doppio e fragoroso arretramento dei Cinque Stelle e della Lega salviniana (ricordiamo che essi uscirono vincenti nel marzo 2018, fatto che colpì a morte il sistema bipolare fondato sulla dicotomia centro-sinistra e centro-destra); il bipolarismo, che davamo per morto, sembra essere invece resuscitato (con la novità che sul fianco destro la forza trainante è adesso la Meloni, il cui successo premia tuttavia la sua opposizione alla ammucchiata pro-Draghi.
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A.G. Gargani: siamo solo al principio
di Ugo Morelli
“…l’unico modo fertile di ‘conservarsi in vita’
è quello di complicarla”
[Aldo Giorgio Gargani]
Con lo stile unico di chi la filosofia la vive e non solo la pensa e la scrive, ad Aldo Giorgio Gargani giocavano le lacrime dentro agli occhi, quando ci confidava, negli ultimi anni, un evento. Una sera, alla fine di un incontro, mentre il suo amato allievo Alfonso Maurizio Iacono usciva di casa, al momento del saluto, si era scoperto a dirgli: chiuditi bene il cappotto, c’è parecchio freddo stasera.
Senza forzare la mano all’intimismo, che in nessun modo riguardava Gargani – prova ne sia la scrittura di Sguardo e destino [Laterza, Roma-Bari 1988], nonostante le incomprensioni e gli usi impropri che spesso non ne hanno riconosciuto il valore di straordinaria testimonianza filosofica – Iacono inizia il contributo all’importante e meritorio gruppo di saggi che la rivista aut aut [n.393; marzo 2022] dedica al filosofo suo maestro, con una nota personale. Quella nota assume uno spessore e una rilevanza che parla di Gargani e della sua ricerca per abitare quello spazio creaturale che si colloca irriducibilmente tra il pensiero e la vita. Oltre ogni cerimoniale della scienza e criticando ogni feticcio epistemologico. Posizione che molto gli sarebbe costata in termini di un’emarginazione e una distrazione per uno dei più importanti filosofi del ‘900, che tuttora persiste.
Abitare il rischio del pensiero, in modo vibrante e febbrile, è la distinzione del percorso di vita e ricerca di Gargani.
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Il mondo nuovo non verrà con un pranzo di gala
di Leonardo Masella*
Il conflitto in corso in Ucraina non è una guerra locale, sia pure nel cuore dell’Europa, ma è una guerra mondiale dell’imperialismo americano contro la Russia e la Cina, “una guerra a pezzi” come spesso negli anni scorsi l’ha definita il Papa, o a tappe, che ora sta toccando il suo punto più alto (finora), più cruento e pericoloso. Il passaggio da un mondo unipolare dominato dagli Usa e dal dollaro ad un mondo multipolare non è e non sarà un pranzo di gala, parafrasando Mao, per la rivoluzione. Questa in corso è una rivoluzione, una rivoluzione mondiale, un passaggio epocale, uno spartiacque della storia, dopo di che tutto ne uscirà cambiato. Ne usciranno cambiati gli Usa, finalmente ridimensionati ad una potenza più o meno come le altre, non più gendarme del mondo; ne uscirà cambiata l’Europa con la fine della Ue e forse con un nuovo polo europeo fra quegli Stati che saranno in grado di dire NO agli Usa; ne uscirà cambiata la Russia, più vicina alla Cina sia nei rapporti diplomatici e commerciali sia nel modello di economia mista pubblico-privato a direzione statale; ne usciranno cambiati i paesi che facevano parte del Patto di Varsavia i cui popoli torneranno ad avvicinarsi alla Russia dopo un ventennio di sbornia liberista, anti-comunista e anti-russa; ne usciranno cambiati i paesi del Sud del mondo sfruttati e oppressi da secoli di colonialismo; ne usciranno cambiate le classi sfruttate nel capitalismo sviluppato; ne uscirà cambiata la coscienza del mondo.
Chi vive dentro le fasi storiche di cambiamento non ne è mai pienamente consapevole. Noi non siamo pienamente consapevoli che stiamo vivendo una fase storica di cambiamento epocale, rivoluzionario, del mondo, una delle fasi più rivoluzionarie della storia dell’umanità. Un cambiamento di doppia grandezza e importanza.
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Tempesta perfetta o caos sistemico?
di Alessandro Montebugnoli*
Cambiamento climatico, fame e carestie, conflitti armati, iniquità globali. Ma l’imperativo non può essere combattere i sintomi, bensì le cause attraverso una nuova forma di egemonia multilaterale e cooperativa
La guerra in Ucraina va ad aggiungersi ai tanti conflitti armati sparsi nel mondo, e i conflitti si aggiungono alla crisi alimentare e a quella climatica. Ma gli effetti non sono additivi, bensì moltiplicativi, così che i paesi simultaneamente affetti da due o tre crisi fanno registrare livelli di denutrizione fino a 12 volte maggiori di quelli dei paesi affetti da uno solo. Tanto più elevati i livelli di diseguaglianza di un paese, tanto più frequenti le crisi multiple e più gravi gli effetti moltiplicativi. I fattori all’origine dell’attuale, spaventosa, crisi alimentare non vanno considerati in modo isolato: l’essenziale sta piuttosto nei processi di reciproco rafforzamento. Le crisi dipendono dalle condizioni di disordine globale, nel senso che queste ultime sono l’esatto opposto di un quadro idoneo ad affrontarne le cause, alle quali, piuttosto, lasciano campo libero. Se la responsabilità dell’invasione dell’Ucraina ricade sulla Russia di Putin, lo stesso non può dirsi del quadro delle relazioni globali nel quale quella scelta ha preso corpo. Ed è di questo che occorre ragionare.
Iniquità globali
È cosa nota che la seconda metà degli scorsi anni Dieci ha segnato una pesante battuta di arresto sulla strada della lotta contro la fame. E così, anche, non siamo certo i primi a osservare che la guerra in Ucraina è venuta a esacerbare un problema già presente in forma acuta. In modo particolarmente incisivo, per esempio, lo ha fatto il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley: “Conflitti, crisi climatica, Covid 19 e costi crescenti del cibo e dei combustibili avevano già creato una tempesta perfetta – e adesso abbiamo la guerra in Ucraina, ad aggiungere una catastrofe in cima a una catastrofe”.
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Agamben. Tutto è reale
di Gianluca Solla
Non credo di essere il solo ad aver sempre amato nei libri di Giorgio Agamben la finezza con cui gli argomenti vengono prima posti e poi svolti, mediante riferimenti spesso sorprendenti. Da Walter Benjamin, di cui è stato curatore in Italia, Agamben pare aver appreso al meglio l’arte di coltivare percorsi all’apparenza marginali, ma che finiscono per andare al cuore delle questioni. Non sorprende, in un certo senso, che un lavoro teorico di tale finezza abbia spesso scontato un’accoglienza fredda, nonostante la sua ottima collocazione editoriale. Questa non-accoglienza, modesta quanto i suoi detrattori, ha significato dover passare dalla ricezione all’estero prima di ricevere attenzione nelle discussioni nella lingua in cui quei lavori erano originariamente scritti.
Un’altra caratteristica speciale dei suoi libri – penso in particolare al ciclo di Homo sacer – è sempre stata l’idea di costruire delle parti che si trovano a occupare una posizione eccentrica, ma strategica, rispetto al resto del libro. A queste sezioni, redatte in uno stile differente, viene solitamente affidata una funzione difficile da definire, ma essenziale rispetto all’argomento trattano. Accade così per i passi del progetto Homo sacer indicati da un alef (ℵ), che costituiscono come delle aperture improvvise di prospettiva rispetto a quanto il discorso andava sviluppando. O si pensi al Prologo iniziale di L’uso dei corpi (Homo sacer IV/2), dedicato alla figura di Guy Debord e alla sua vita, in un certo senso eterogeneo e, al tempo stesso, perfettamente calibrato rispetto alle finalità della ricerca (poi Debord non tornerà più all’interno di tutto il testo, se non en passant un’unica volta).
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Gott mit uns
di Lanfranco Binni
Non c’è tempo per un presente che rifiuta la storia e i suoi processi lunghi, complessi e contraddittori. I poteri senza storia di un capitalismo totalitario che assolutizza l’unico presente di un modo di produzione malthusiano e dei suoi devastanti miracoli finanziari, in un mondiale cortocircuito di imperialismi, guerre economiche e territoriali, stanno producendo il naufragio delle magnifiche sorti e regressive della globalizzazione occidentale. La guerra statunitense alla Russia in territorio europeo, una pragmatica resa dei conti con l’ex Unione Sovietica (conti aperti dal 1917), per la conquista delle sue materie prime, per il dominio militare ed economico dell’intero continente europeo di cui anche la Russia fa parte, sta producendo risultati inattesi e pericolosamente prevedibili. La guerra ucraina, dopo otto anni e 100 giorni di aggressioni Nato (non solo ad abbaiare) sul fronte orientale dell’Europa, sta producendo un nuovo Afghanistan “nel cuore dell’Europa”, per una guerra di lunga durata “sul campo”, con l’obiettivo di ridisegnare un preteso nuovo ordine mondiale a guida statunitense; sullo sfondo, la guerra (per ora) economica con la Cina (conti aperti dal 1949), i cambiamenti climatici in atto e inarrestabili, le epidemie connaturate allo “sviluppo” estrattivista, la crisi profonda (senza opportunità) del neoliberismo e delle sedicenti liberal-democrazie occidentali.
Pesi e misure
Sul piano geopolitico la tendenza in atto è alla guerra globale come continuazione dell’economia: c’è uno stretto legame tra la guerra economica (sanzioni, dazi e affini) e le atomiche «tattiche» di nuova generazione, tra il mercato globale delle armi e le politiche di guerra occidentali e atlantiste sul fronte sud (Siria, Libia, territori occupati della Palestina, fino al Niger), sul fronte est ai confini della Russia, sul fronte sud-est (Afghanistan, Iran) e sul fronte indo-pacifico.
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