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Salvini ha ragione solo sull’euro (ma il resto conta molto meno)
Alberto Bagnai
L’invito rivoltomi dal Fatto Quotidiano a commentare il programma economico della Lega è un’ occasione per leggere un documento del quale, lo confesso, fino ad oggi sapevo solo quanto ne avevo sentito dire da un brillante esponente della minoranza Pd: “Alla fine, sei punti su dieci sono giusti”. Soffocando il “retroscenista” (leggi: pettegolo) che è in me (si dice il peccato ma non il peccatore), entro nel merito. Avverto di essere in conflitto di interessi. Ad oggi, infatti, la Lega resta l’unica forza politica a fondare il proprio programma sul superamento dell’euro, elemento a mio avviso cruciale, se non altro perché le circostanze potrebbero imporcelo (come la telenovela greca ci ricorda quotidianamente, e come ho argomentato nei miei ultimi due libri). L’analisi dei limiti dell’ Eurozona svolta nel programma è inoppugnabile e ormai non solo condivisa, ma anche espressa (gaudeant angeli!) da politici di sinistra come Stefano Fassina (l’ultima volta ieri a Omnibus, La7).
Duole dirlo, a un abitante di Roma ladrona, ma a Salvini è chiaro quello che sfugge a tanti politici più forbiti di lui: che il superamento dell’euro è condizione necessaria, ma non sufficiente per riappropriarsi della politica di bilancio. L’austerità, secondo lo stesso Monti, non serviva a risanare i conti pubblici (che infatti lui ha peggiorato), ma a riequilibrare i conti esteri, abbattendo le importazioni e favorendo, via disoccupazione, il calo del costo del lavoro. L’euro è questo, se piace: una suicida disoccupazione competitiva, praticata solo nell’Eurozona, al posto di fisiologici riallineamenti del cambio, praticati ovunque.
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Grecia: il coraggio che serve adesso
di Sergio Cesaratto
Agli occhi della sinistra, indipendentemente dall’esito del referendum greco, da questa vicenda l’Europa dovrebbe uscire politicamente distrutta - ma il condizionale è ahimè d’obbligo. Come abbiamo già scritto su questo giornale, le richieste di Syriza sono state più che moderate, fondamentalmente accondiscendenti alla continuazione dell’austerità. La moratoria sul debito richiesta da Syriza era qualcosa che l’Europa era comunque pronta a concedere, perché tanto un debito che non si è in grado di pagare non sarà pagato. In cambio la Troika ha chiesto la conferma delle politiche di austerità affinché la Grecia si ponesse in condizione di non dover richiedere ulteriori prestiti. E su questo la trattativa si è rotta, nel senso che la Troika non si è fidata delle misure pur accomodanti proposte da Syriza, volendo tagli più certi e immediati.
La ricostruzione della saga greca che va avanti da cinque anni, e del capitolo delle illusioni di Syriza che qualcosa in Europa potesse davvero mutare, occuperanno gli storici per decenni. In questo momento la scelta per il popolo greco è drammatica. Un voto sì rappresenta la più evidente sconfitta politica per Syriza, e per il popolo greco la continuazione dell’austerità.
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Note fredde sul prossimo referendum greco
di Giulietto Chiesa
In caso di vittoria al referendum, la battaglia non è finita. Invece comincia. Sono in gioco interessi enormi e i maggiordomi saranno feroci
(risposta a una lettera del signor Barone che qui riproduco in parte)
[...] Se il governo greco avesse accettato le condizioni poste dai burattinai della finanza mondiale si sarebbe rischiata la rivoluzione ma un simile artifizio non solo stoppa la reazione sul nascere ma anche se qualche fazione si arrischiasse a sollevarsi ne giustificherebbe anche la repressione. L'uscita della Grecia dall'euro innescherebbe dei meccanismi che metterebbero a rischio l'attuale status quo politico europeo e forse l'esistenza stessa della Nato, una cosa del genere non puo' essere affidata, da chi gestisce davvero il potere, all'esito incerto di un referendum senza trucchi. Signor Chiesa, che ne pensa?
Caro Barone, rispondo a lei per cercare un po' di chiarezza nel mare di congetture che sta dilagando.
Innanzitutto starei cauto nel valutare la situazione.
Syriza è andata al governo con il 37% dei voti. Non con il 95%. Tant'è che ha dovuto fare coalizione con un partito di destra per formare un governo.
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Grecia: il gioco che si profila
di Aldo Giannuli
Quella che si apre, in questa settimana, è una partita a scacchi a mosse obbligate per entrambi i contendenti. E’ evidente che Tsipras ha bisogno di una squillante vittoria dei No all’accordo. Se vincessero i si a lui non resterebbe che dimettersi, la troika avrebbe vinto e i partiti di centro cercherebbero di fare una coalizione “europeista” (magari con una scissione fra i deputati di Syriza) per un governo di servizio (di servizio alla Merkel, naturalmente).
Per Syriza sarebbe una disfatta e per la Grecia inizierebbe un calvario ancora peggiore di quello attuale, perché il referendum legittimerebbe qualsiasi misura, anche la più aberrante. Magari non da subito, anzi la Troika potrebbe mostrarsi inizialmente più comprensiva con un governo “moderato” e fare anche qualche regalino, magari sino a novembre, giusto il tempo di far affondare (o addomesticare) Podemos, ma dopo sarebbe un crescendo, sino all’inevitabile default.
Si capisce quindi, l’apertura della Merkel (che tiene d’occhio anche lo slittamento di Atene in campo sino-russo) alla Grecia, ma non al suo governo attuale e il rinvio della questione a dopo il referendum. Questa sarà la campagna elettorale della Troika e, per essa, della Merkel: sbarazzatevi di Tsipras e Varoufiakis e ragioniamo.
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Varoufakis, la questione democratica e un problema di leadership
di Mauro Poggi
Sul suo blog, Yanis Varoufakis commenta il suo intervento all’ultima riunione dell’Eurogruppo (mie le enfasi e le parentesi quadre):
La riunione Eurogruppo del 27/6/2015 non sarà un evento nella storia dell’Europa di cui andare fieri. I Ministri hanno rifiutato la richiesta del Governo greco di garantire ai cittadini ellenici una settimana [di dilazione] durante la quale essi potessero esprimere il loro Sì o No alle proposte delle Istituzioni [Troika], proposte cruciali per il futuro della Grecia nell’Eurozona.
La sola idea che che il Governo consulti i propri cittadini su un tema così critico ha suscitato incomprensione, ed è stata trattata con uno sdegno che rasentava il disprezzo.
Mi è stato persino chiesto: “Come può aspettarsi che la gente comune possa capire problemi così complessi?“
Davvero non è stato un momento felice per la democrazia la riunione dell’Eurogruppo di ieri! Ma nemmeno lo è stato per le Istituzioni europee. Dopo aver rifiutato la nostra richiesta, il Presidente dell’Eurogruppo [l’olandese Jeroen Dijsselbloem] è venuto meno alla convenzione che richiede l’unanimità e rilasciato una dichiarazione [a nome dell’Eurogruppo] senza il mio consenso. Ha persino preso la dubbia decisione di convocare un successivo incontro senza il Ministro greco, ostentatamente per discutere “i prossimi passi”.
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Referendum in Grecia: le responsabilità dei “creditori”
di Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati*
Le istituzioni europee, il governo tedesco e i suoi alleati (Italia inclusa) hanno tirato la corda, avanzando una proposta ancor più stringente e sbilanciata a favore dei ceti ricchi
Il fallimento della trattativa sul debito greco è stato causato soprattutto dal comportamento dei cosiddetti “creditori”, vale a dire le istituzioni europee, il Fondo monetario internazionale, il governo tedesco e i suoi principali alleati. Tra il 2010 e il 2014 i governi greci hanno applicato le ricette della Troika. La pressione fiscale è cresciuta di 5 punti percentuali rispetto al Pil, la spesa pubblica è diminuita di un quarto e i salari monetari sono caduti di 20 punti percentuali. Le conseguenze di questa politica sono state disastrose: la domanda, la produzione, l’occupazione e i redditi dei greci hanno fatto registrare un crollo senza precedenti in tempi di pace, il miglioramento del saldo estero è dipeso quasi esclusivamente dalla caduta delle importazioni e il rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale è aumentato di 30 punti. L’applicazione della dottrina dell’austerity, dunque, ha affossato l’economia greca molto più di quanto le tolemaiche istituzioni europee e il FMI avessero previsto e non ha affatto contribuito a risanare i conti, come anni di evidenza empirica avevano dimostrato. Ciononostante, Alexis Tispras si era impegnato, pochi giorni fa, a restringere ulteriormente il disavanzo di bilancio pubblico e a ridurre la spesa per le pensioni. Svariati economisti avevano sollevato dubbi sulla sua bozza d’intesa, ritenendola in sostanziale continuità con la perniciosa logica dell’austerity e potenzialmente in grado di dar luogo a una nuova recessione. Promuovendola, Tispras oltretutto era ben consapevole di rischiare una frattura interna al suo partito e una perdita di consenso in Parlamento.
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Un no per la libertà
Militant
Un anno fa, nel giugno del 2014, organizzavamo la prima e ancora unica manifestazione “di sinistra” contro l’Unione europea in Italia. Una manifestazione che non fu un successo numerico, in questo sfavorita sia dalla data (un sabato di fine giugno), sia dal contesto (l’assenza ormai cronica di manifestazioni di massa in questo paese), sia – soprattutto – dall’incomprensione di fondo che suscitava la lotta alla Ue. Il deposito ideologico sedimentato dal sistema mediatico e culturale mainstream sovrappone ancora oggi, sembra incredibile a dirsi vista la degenerazione della questione europeista, il concetto di Europa con quello di Unione europea. Lottare contro una determinata costruzione economico-politico-ideologica, la Ue, equivale, per il sistema politico-mediatico e nella forma mentis dell’approccio alla questione, a lottare contro l’Europa, cioè contro il contesto geografico di riferimento. Una evidente assurdità, che però l’assenza di ragionamento ha portato alla tautologia deformante. Non c’è Europa senza Unione europea. Fuori dalla Ue ci sarebbe solo Isis e “putinismo”, il ritorno allo stato di natura e ovviamente il fallimento economico. Andateglielo a spiegare agli svizzeri, o ai serbi, gli albanesi, i norvegesi, i croati, eccetera. Ovviamente, il primo passo verso l’homo homini lupus sarebbe l’uscita dall’euro, catastrofe geologica paragonabile all’estinzione dei dinosauri. In effetti non possiamo dire che inglesi e polacchi, danesi e norvegesi, cechi, islandesi, ungheresi o romeni, albanesi e svizzeri, se la stiano passando alla grande, ma insomma, non sembrano messi così male, eppure non hanno l’euro. Per riferire di un esempio immediato e forse banale, ma che rende bene l’idea, quando l’Italia entrò nell’euro aveva un Pil nominale più grande di quello della Gran Bretagna. Nel 2006, l’anno prima dello “scoppio della grande crisi”, la divaricazione a favore degli inglesi era già ampia. Dal 2008 il divario ha continuato a crescere. E la Gran Bretagna non ha l’euro.
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Oxi. Il momento della verità
Francesca Coin
È bastata una parola. Referendum. Re-fe-ren-dum. Sembra una parola banale, ma come un corpo pieno di lividi che innalzi uno specchio davanti al suo aggressore, l'Europa per qualche ora ha perso il controllo.
Il comunicato dell'Eurogruppo delle ore 16 del 27 Giugno, poi elegantemente commentato da Varoufakis sul suo blog, era chiaro: i diciotto ministri all'unanimità – cioè, senza il collega greco, in una forma eccezionale di unanimità, diciamo - hanno convenuto che la Grecia avesse rotto “unilateralmente” le trattative, concludendone che, a fine mese, cioé martedì, scadrà il programma d'assistenza alla Grecia, e con esso la possibilità per la Grecia di accedere all'assistenza europea oltre che ai proventi delle privatizzazioni e profitti Anfa e Smp. La reazione dei creditori all'ipotesi referedum in altre parole è stata scomposta, minacciosa, addirittura quasi onesta, come se quella parola proibita “re-fe-ren-dum” avesse innescato un desiderio di vendetta: se tu rivendichi la democrazia noi ti facciamo saltare le banche.
L'ha scritto Yanis Varoufakis, con la sua solita, spericolata aplomb. “La democrazia aveva bisogno di un incoraggiamento in Europa. L'abbiamo dato. Lasceremo decidere la popolazione. Ma fa sorridere quanto sembri radicale questo concetto!” L'aplomb di Varoufakis, quella stessa postura che gli è stata così spesso criticata, tradisce, infatti, un'ovvietà esplosiva: il fatto cioé che la democrazia non è affatto permessa, oggi. Anzi, la democrazia è proibita, e lo è in modo strutturale. Èquesta la verità proibita che i creditori cercano di occultare.
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Non è mai abbastanza, dunque è troppo
di Sergio Cesaratto
Con le proposte di lunedì scorso il governo Tsipras si è spinto molto in là nelle concessioni alla Troika. All’inasprimento della pressione fiscale sulle imprese si è aggiunto un inasprimento non banale dei contributi sociali che colpisce imprese, salari e pensioni. Queste in Grecia sono piuttosto basse con il 60% dei pensionati con un reddito netto sotto i 700 € mensili, malgrado le sciocchezze che si sentono —martedì sera dal prof. Quadrio Curzio su Radio 1— di pensioni a livello tedesco. E spesso la pensione è l’unico reddito della famiglia estesa.
Nonostante ciò la Troika non è soddisfatta, soprattutto nei riguardi delle misure sulle imprese (che non necessariamente sono un bene). Si tratta comunque di misure recessive che non interrompono l’austerità. Non ci deve infatti consolare l’alleggerimento del target di surplus primario del bilancio pubblico dai 3 o 4,5% chiesti dalla Troika al’1% nel 2015 (e 2% nel 2016). La differenza è nell’uccidere subito il condannato o torturarlo ancora più a lungo. Perché di una indegna e inutile tortura stiamo parlando. Eppure la soluzione ragionevole c’è, e Varoufakis l’ha riproposta all’Eurogruppo la scorsa settimana: il fondo salva-Stati europeo emetta titoli per acquistare i titoli greci in mano alla BCE (26 miliardi) con il duplice effetto di: (a) dilazionare la restituzione di questo debito fra dieci o vent’anni dando respiro al bilancio greco e (b) consentire alla Grecia di entrare nel programma di quantitative easing della BCE (ora quest’ultima non può acquistare titoli greci perché già ne ha troppi in pancia).
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Quell’antiamericanismo lasciato alle destre
Militant
C’è un immagine circolata in questi giorni sui principali media internazionali passata colpevolmente sotto traccia, quasi casuale, ininfluente a capire la mentalità perversa del killer di Charleston. Quella di Dylann Storm Roof che da fuoco alla bandiera degli Stati uniti. Per chi ignora le correnti profonde della politica statunitense, una manifesta contraddizione. Invece è una delle chiavi di lettura principali per capire una parte dell’odio suprematista bianco pienamente in vigore negli Usa. In via teorica il razzismo bianco dovrebbe difendere una presunta purezza della nazione e della sua etnicità, mentre qui il razzismo viene declinato in critica dell’origine statale-nazionale. Letta tramite chiavi interpretative europee, la politica Usa è una politica “di destra”, imperialista, neoliberista, nazionalista, eccetera (e infatti lo è). Il problema è che la federazione in Stati, la nascita stessa dell’unione, la spinta neoliberista, il processo di globalizzazione, negli Usa sono sempre state caratteristiche fondanti quella che dovrebbe essere la “sinistra”, il Partito democratico, non a caso definito laggiù “liberal” (mentre da noi liberal dovrebbe connotare un’impostazione politica più vicina alle destre che alle sinistre). E’ la sinistra che da sempre è stata portatrice di quella politica di destra, non la destra repubblicana.
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Dove sbaglia Habermas
di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli
Il filosofo e politologo Jürgen Habermas sostiene, come molti altri, che l’Unione Europea soffra di un deficit di legittimità democratica. È una banalità, e come tale è vera. Occorre però intendersi su cosa questo significhi. Habermas ritiene che alla moneta comune non corrisponda un forte e integrato governo comune legittimato da un forte e integrato parlamento dei popoli europei. E ritiene che tale istituzioni risolverebbero il deficit democratico dell’UE. Si sbaglia. In un contesto come quello attuale, una ricetta come la sua servirebbe solo a dare legittimità a un sistema che è solo formalmente e superficialmente democratico.
Il recente articolo – pubblicato in italiano da Repubblica – in cui Habermas dà la sua interpretazione del negoziato tra il governo greco e la troika (i creditori) è interessante. Nella versione integrale, di cui Repubblica ha purtroppo tradotto solo alcuni pezzi, Habermas dice che Syriza ha il merito di aver ripoliticizzato la discussione sul debito, che era stata colpevolmente lasciata in mano ai tecnocrati. Allo stesso tempo però Habermas accusa Syriza di scarsa competenza, di aggrapparsi a una visione etno-centrica della solidarietà, e di non aver fatto alleanze più larghe.
In Europa, le larghe intese sono servite e servono a fare ciò che vuole la troika: è per questo che Syriza, almeno finora, le ha rifiutate. E gli appelli di Syriza alla solidarietà nazionale non sono xenofobi, ma nascono semplicemente dal fatto che le istituzioni europee hanno isolato la Grecia, trasformando un conflitto tra oligarchie e gente comune in un conflitto tra stati. L’accusa di etno-centrismo (di nazionalismo miope e xenofobia) è un’accusa con cui molto furbamente i governanti europei – promotori di un internazionalismo che va tutto a favore delle élite economiche, finanziarie e politiche – stigmatizzano gli oppositori. Habermas, purtroppo, fa il loro gioco.
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Raffica di attentati Isis: che sta succedendo?
di Aldo Giannuli
Al momento le notizie sono scarne e possiamo riassumerle così:
a- raffica di tre attentati contemporanei (nei pressi di Lione, a Sousse in Tunisia ed in Kwuait)
b- rivendicazione Isis per Sousse, e drappo Isis lasciato sul posto nell’attentato francese, mentre per ora nulla per il Kwait
c- appello di due giorni fa dell’Isis a moltiplicare gli attentati in occasione del Ramadan
cui dobbiamo aggiungere due eventi contemporanei:
d- perdita della città di Derna capitale delle forze filo Isis in Libia
e- nuova offensiva Isis contro Kobane in Kudistan.
Ovviamente la coincidenza fra i tre attentati non può essere casuale ed è chiaro che si tratta di azioni coordinate. La prontezza con cui hanno fatto seguito all’appello per il Ramadan fa capire che ci sono cellule pronte ad agire e con piani già predisposti, che si sono immediatamente attivate appena è partito l’ordine. E’ ragionevole ipotizzare che possano seguire altri attentati a catena nei prossimi giorni.
Nessuno di questi attentati ha avuto caratteri particolarmente spettacolari o una gravità paragonabili all’11 settembre o alla strage di Atocha, ma l’effetto mediatico è garantito dalla simultaneità delle azioni, che lascia capire le dimensioni internazionali della rete di appoggio all’Isis. Anzi, a questo punto è lecito prendere in considerazione l’ipotesi che possa essere intervenuto un accordo con Al Quaeda per azioni congiunte.
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“Pover* e povertà”
Elisabetta Teghil
Nella tradizione cristiana che tanta parte ha avuto nella storia dell’Europa e di questo paese, la chiesa rifacendosi alla frase riportata nel vangelo, quella che dice “è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco vada in paradiso”, ha prestato molta attenzione ai poveri assolvendo, però, un ruolo di assopimento della loro voglia di lotta e della loro capacità di riscatto con una cultura che teorizzava che le povere e i poveri avrebbero avuto il premio per le pene e le miserie di questa vita in quella dopo la morte.
Non solo, ma facendo proprie le teorie di Tommaso d’Aquino secondo cui ci si salva attraverso le opere, invitava i ricchi e i potenti a fare elemosina per guadagnare il paradiso. Così il cerchio era chiuso, i poveri accettavano la loro condizione e i ricchi e i potenti si mettevano a posto la coscienza.
Il tutto veniva fatto rientrare nell’ordine naturale delle cose.
La rivoluzione d’ottobre ha scompaginato questa impostazione quando il comunismo si è fatto potere. Attese millenaristiche e catartiche c’erano sempre state, ma la novità rappresentata dalla rivoluzione bolscevica è stata enorme, queste attese, per dirla come la chiesa cattolica, si sono fatte carne e sangue.
La condizione delle classi subalterne entra prepotentemente nello scenario della storia e della politica.
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A sinistra del Pd un nuovo inizio
Guido Liguori
Coalizione in movimento. Soggetto plurale, saldamente collegato all’Europa di Syriza, Linke e Podemos. Con una «tavola dei valori» sui temi fondamentali, ma soprattutto una «fusione a caldo» delle diverse anime. Con un orizzonte che non sia elettorale
Sembra si sia finalmente giunti alla sia pur faticosa gestazione di un nuovo soggetto unitario della sinistra. È un tema ineludibile, non più rinviabile. Le recenti elezioni regionali hanno infatti visto due vincitori: nell’area di centrodestra la Lega, nell’area di centrosinistra il non voto.
È ragionevole pensare che il Pd renziano sia imbrigliato in contraddizioni destinate a durare, vista la linea politica del premier e il suo blocco sociale di riferimento. Oggi le paga soprattutto in termini di astensionismo, poiché le forze che si muovono alla sua sinistra non sono state ancora in grado di rendersi visibili al paese. Che non è fatto – chiariamolo una volta per tutte – di militanti capaci di spaccare il capello in quattro, o di avidi lettori di giornali e social network, ma di persone «in carne e ossa», più che mai alle prese con problemi materiali notevoli e con alle spalle un deserto pluridecennale in termini di cultura politica, che ha tolto loro la possibilità di leggere la realtà mediante occhiali in grado di fondere interessi, passioni, progetti.
La sinistra a sinistra del Pd fino a ora non cresce. E come potrebbe? Appare da anni divisa e rissosa, piena di personalismi. In ogni elezione si presenta in ordine sparso (addirittura, nelle ultime elezioni, in alcune regioni in alleanza e in altre in alternativa al Pd), con sigle sempre differenti, localmente con nomi diversi, riconoscibili solo per un piccolo gruppo di militanti «irriducibili». Ma ciò che può avere un senso per i militanti, non lo ha automaticamente a livello elettorale, a livello di grandi numeri. Qui, ci piaccia o no, valgono altre leggi: più semplici, solo in apparenza più facili, forse più rozze.
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L'Eurogruppo caccia la Grecia e cerca il "piano B"
Redazione Contropiano
Benvenuti in “terra incognita”. Le facce stravolte di Jeroen Dijsselbloem e degli altri componenti dell'Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro) ieri sera la dicevano molto più del comunicato finale. Firmato da 18 ministri, ma non dal greco Yanis Varoufakis. Ad Atene, nello stesso momento, Alexis Tsipras riuniva il governo per discutere delle misure d'emergenza da prendere prima che i mercati e le banche riaprano, lunedì mattina.
Il Parlamento di Atene ha approvato la proposta del governo a proprosito del referendum con con 179 sì e 120 no. Contrari i conservatori di Samas e gli “europeisti complici” di To Potami e Pasok. Da sottolineare il taglio del discorso con cui il premier greco ha presentato il referendum, usando le stesse parole con cui la Grecia rifiutò “l'offerta” di Mussolini nel 1940: "Amiamo la pace, ma quando ci dichiarano guerra siamo capaci di combattere e vincere".
Il riferimento è tutt'altro che secondario, nella storia e nella memoria collettiva dei greci. Ogni 28 ottobre il paese celebra il "Giorno del No" per ricordare il 28 ottobre 1940, quando l'ambasciatore fascista italiano ad Atene (tal Emanuele Grazzi) presentò l'ultimatum per intimare di lasciare libero accesso alle forze dell'Asse. Il primo ministro d'allora, Ioannis Metaxas, rispose usando una sola parola: "No". Quella Grecia antifascista è dunque esplicitamente chiamata a compattarsi contro il nuovo "invasore", anche se usa i mezzi finanziari inece che i carri armati.
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B come Bullshitter
di Alessandra Daniele
Com’era facile immaginare, la reazione di Renzi alla sconfitta è stata completamente berlusconiana.
Ha dato la colpa alla sinistra per non averlo lasciato lavorare.
S’è rammaricato di non essere stato abbastanza arrogante e accentratore. Di non aver piazzato abbastanza dei suoi incompetenti galoppini nei posti di potere del partito.
Ha annunciato l’abolizione delle primarie.
S’è lamentato d’un deficit di comunicazione. Poi s’è esibito per un’ora da Vespa in istrioniche autocelebrazioni, e stizzose minacce trasversali.
Non ha ammesso nessuno dei suoi veri errori.
Non ha riconosciuto nessuna delle reali cause della sconfitta, a cominciare dall’ennesima Deforma della Scuola.
Ha parlato di se stesso in terza persona.
Plurale.
Non ci sono due Renzi. Ce n’è uno solo. Un cazzaro.
E in questo modo non vincerà mai più.
In appena un paio d’anni, Renzi ha già raggiunto il terzo stadio del berlusconismo. Il suo tessuto degenera ad una velocità persino superiore al previsto.
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Grecia. Il cavallo della democrazia
Dante Barontini
Nell'orgia di titoli che accompagna la notizia del referendum ellenico sui diktat della Troika uno – parto delle fervide menti di Repubblica - ci ha colpito davvero molto: L'ira delle cancellerie: "Tsipras ha tradito tutti".
Si tradisce, in genere, la propria parte. Il traditore è quello che vende gli amici, la causa comune, il popolo, al nemico in cambio di soldi, potere o semplicemente della vita. L'unico tradimento che Tsipras avrebbe potuto commettere sarebbe stata una firma sotto un accordo che avrebbe messo ancora di più la vita dei greci in mano a quattro criminali che se ne fottono ampiamente dei propri popoli e rendono conto unicamente “ai mercati” e al capitale multinazionale.
Al contrario di loro, Tsipras è un “delegato” inviato a fare un negoziato, con un mandato chiaro per quanto impossibile da realizzare (restare nell'euro e nell'Unione Europea, ma mettendo fine all'austerità). Quando ha dovuto ammettere il tramonto delle proprie speranze di ”riformare” l'Unione Europea, o quantomeno di ammorbidirne le politiche distruttive, ne ha tratto l'unica conseguenza logica: andare avanti o no su questa strada è una scelta che coinvolge tutto il popolo e il popolo va dunque chiamato a decidere.
Qualcuno accusa Tsipras di aver fatto "la mossa del cavallo", come un consumato giocatore di scacchi. Ma il "cavallo" su cui è salito è anche l'unico essere dotato di vita in questo gioco. E' il cavallo della sovranità popolare - non nazionale - che decide liberamente di sé.
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Occupy Troika
di Francesca Coin
A prendere l’iniziativa è stato un gruppo di attivisti, accademici e sindacalisti irlandesi chiamato Greek Solidarity Committee che, complice la centralità del negoziato greco nel dibattito irlandese, qualche ora fa ha occupato gli uffici dell’Unione Europea a Dublino per dare un segnale chiaro di solidarietà europea dal basso alla Grecia. L’azione arriva in un momento cruciale dei negoziati e per una volta la stampa nazionale e internazionale ne sta dando notizia.
Quello che sta avvenendo in queste ore a Bruxelles non è un normale negoziato.
Paul Krugman ha fugato ogni dubbio con un articolo di qualche ora fa sul New York Times nel quale poneva una domanda secca alle istituzioni europee: “ma cosa si credono di fare”? Krugman si riferisce alla giornata di negoziati di ieri nella quale la proposta greca alle istituzioni è stata rifiutata. A causare l’indignazione del Nobel dell’Economia sono state in particolare le cause di tale rifiuto in netto antagonismo con le priorità espresse dalle stesse istituzioni nel corso degli scorsi cinque mesi. La proposta presentata ieri dal Governo greco alle istituzioni, da molti definita una sorta di programma d’austerità di sinistra, descriveva, infatti, un compromesso che con difficoltà andava incontro alle richieste dei creditori senza gravare troppo sui redditi bassi e medi. Un compromesso lontano, dunque, dal programma iniziale di Syriza, che tuttavia si faceva carico di ridurre la distanza con le richieste dei creditori nel tentativo di uscire da un’impasse durata diversi mesi e di consentire alla Grecia di fare ciò che il Governo greco ha sin dall’inizio tentato di fare: liquidare i creditori e proteggere le fasce deboli della popolazione senza esacerbare una situazione di agonia sociale già esasperata. Ed è qui che l’articolo di Krugman si fa impietoso. “Non siamo al liceo”, scrive il Nobel. “E ora sono i creditori, ben più che i greci, a cambiare le regole del gioco. Che cosa stanno facendo? Intendono spaccare Syriza? Intendono forzare la Grecia verso un disastroso default?”
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Che gender di sinistra?
Stefano G. Azzarà
Che la sinistra - che pure sulle questioni di genere e sulla sessualità ha maturato una riflessione ultradecennale nella quale sono presenti posizioni anche molto diverse e difficilmente confondibili - si sia impastoiata con le proprie gambe in una polemica su una fantomatica "ideologia gender", scatenata in ambienti culturali precisi in un momento preciso con finalità politiche precise, è già di per sé indice di grave subalternità culturale e di irresistibile coazione a seguire la linea altrui pur di dimostrare di esistere ancora.
Anche con le migliori intenzioni, il solo fatto di prendere posizione accettando questi termini del discorso è un errore, a prescindere dalle tesi che vengono difese.
Che poi però qualcuno pretenda addirittura di richiamarsi a Marx e all'analisi marxiana del modo di produzione per schierarsi contro un presunto piano segreto di omogeneizzazione sessuale, con l'argomento che questo piano sarebbe coerente con un ammodernamento dei rapporti sociali capitalistici (nel senso di un rafforzamento delle tendenze consumeristiche tramite costruzione di forme di identità ibride artificiali) è grottesco. Sulla base di questo modo di ragionare, avremmo dovuto difendere l'istituto della schiavitù o della servitù della gleba contro la congiura del lavoro salariato, perché l'emergere di questa nuova forma di lavoro, con la scusa di emancipare il servo, consentiva in realtà il decollo del modo di produzione capitalistico segnando il tramonto di quel mondo di intensa felicità che era il medioevo...
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Una Nemesi greca per la Trojka
di Giuseppe Masala
Lascia veramente sconcertati la proposta fatta dalla ex Trojka alla Grecia per ottenere l’ultima rata da 7,2 miliardi di finanziamento. Da un lato il bastone dell’aumento dell’IVA sui beni primari e del taglio delle pensioni (ormai spesso ridotte ad un minimo di 200 euro e unica fonte di reddito familiare) e dall’altro lato mette sotto il naso la carota di un possibile taglio del debito pregresso, peraltro senza fare alcuna quantificazione.
Chiunque (a parte chi è in assoluta malafede) comprende che un aumento ulteriore dell’Iva e un ulteriore taglio delle pensioni precipiterà la Grecia in un’altra forte recessione con il risultato di rendere l’ipotetico e non quantificato taglio del debito perfettamente inutile: la contrazione del Pil lascerebbe insostenibile il debito anche se tagliato.
A che gioco giocano dunque le istituzioni creditrici? Semplice, fanno con la Grecia il medesimo, collaudatissimo, gioco fato negli ultimi cinquanta anni in Africa e in Sud America: usano il debito come leva di controllo sociale e politico tarpando le ali a qualunque possibilità di sviluppo dei paesi debitori e in definitiva li si pone nella condizione sostanziale di colonia che non ha alcuna possibilità di porre in essere una politica economica autonoma.
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Sull’enciclica Laudato Si
Riccardo Achilli
Lo dico con tutto il rispetto e l’umiltà. Bergoglio è un Papa straordinario, lascerà un’impronta storica nella Chiesa, è un vero innovatore, sia dal punto di vista organizzativo che teologico. Ha riconnesso con la società, con altre confessioni religiose, con le pulsioni di giustizia del grande bacino sofferente dell’umanità povera, persino con il pensiero scientifico e razionalistico (l’abbandono del miracolismo è un fatto di enorme importanza intellettuale; chissà, forse un giorno la Chiesa arriverà ad ammettere che la saga dell’uomo che camminava sulle acque e resuscitava i morti va intesa in senso metaforico e simbolico, e non letterale, come tutti i grandi miti religiosi dell’umanità). Ha scosso una Chiesa che appariva chiusa, sulla difensiva, reazionaria, in crisi di vocazioni. Chapeau.
La sua enciclica, e direi anche il suo esempio di pontificato ed il suo modello umano ne fanno un grande alleato di chi, da varie posizioni,cerca di recuperare spazi per una maggiore giustizia sociale, un maggiore ruolo del lavoro rispetto al capitale, specie quello finanziario, modelli di sviluppo più equilibrati sotto tutti i punti di vista.
Detto questo, evidentemente il pensiero sociale espresso da Bergoglio, fatto di decrescismo, tradizionalismo sociale, mondialismo politico, che male intende il rapporto fra lavoro e innovazione tecnologica, non può essere la base per la ricostruzione di un pensiero socialista moderno, che al più può trovarvi punti di contatto e di interlocuzione, ed una base comune che aspira a modelli più equilibrati, umani e giusti. Più di tanto la Chiesa ufficiale non può spingersi, ed è già tantissimo, perché quello dell’enciclica di Francesco è comunque un pensiero più profondo sul futuro dell’uomo e del mondo rispetto al liberalsocialismo, ed anche rispetto all’ecologismo compatibile con i modelli di sviluppo capitalistico.
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Scuola: uno, nessuno e centomila
di Walter Tocci
Non credete alle notizie tendenziose che si leggono sulla scuola nei principali giornali. A poche ore dal confronto decisivo in Senato è necessario fare chiarezza sul disegno di legge. Le principali mistificazioni sono cinque.
1. Assunzioni – E’ l’argomento più devastato dalla disinformazione. Intanto i posti disponibili non sono 100 mila ma circa 150 mila, come d’altronde ammise lo stesso governo nel documento iniziale della buona scuola. Ci sarebbero quindi la capienza e i soldi per assorbire già quest’anno quasi tutte le graduatorie a esaurimento, gli idonei e una parte degli abilitati, completando poi l’operazione con il piano poliennale.
Si poteva dare una risposta ai precari prima della “buona scuola”, come si fece guarda caso nei confronti degli imprenditori con il decreto Poletti approvato prima del Jobs Act. I fondi stanziati nella legge di stabilità consentivano di approvare già a gennaio una legge di poche righe per chiamare i nuovi insegnanti. Anche senza la legge bisognava comunque coprire 44 mila posti, anzi sarebbe un’omissione di atti d’ufficio non assumere nessuno. Le procedure dovevano essere attivate con largo anticipo, e invece si faranno le nomine in affanno ad agosto. Il governo rischia il caos all’inizio dell’anno scolastico per utilizzare i centomila come arma di pressione nell’approvazione di una legge sbagliata.
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Megabus, arriva la mobilità insostenibile
Alberto Ziparo
La nuova frontiera del low cost. Tariffe basse per viaggiare nelle principali città. Ma con l'incremento del trasporto su gomma a perderci sarà l'ambiente
Adesso c’è un’alternativa per chi trova l’Alta Velocità Torino-Milano-Roma troppo costosa: arrivano i megabus. L’omonima compagnia, operante già da oltre un decennio in Usa e in Nord Europa, avvia infatti la sua attività nel centronord del nostro paese, con automezzi che trasportano un centinaio di persone, un prezzo low cost di 15 euro a tratta e tempi poco meno che doppi rispetto a quelli della AV. Ma con un inconveniente non da poco per le infrastrutture e l’ecologia del Belpaese: lo sdoganamento, pure incentivato ed istituzionalizzato, dell’incremento del traffico collettivo su gomma; con tanti saluti ai problemi di inquinamento e congestione connessi.
Esulta — insieme al governo — l’Associazione Nazionale Autotrasporto Viaggiatori, che auspica addirittura una forte crescita del comparto; sistema che invece, secondo l’ultimo Piano Generale Nazionale della Mobilità e dei Trasporti (2001, ormai preistoria), doveva essere addirittura ridimensionato fino all’abbandono.
Colpisce su questi temi (come su molto altro) l’insipienza e l’ignoranza del governo, soddisfatto; che non perde occasione per mostrare la propria incapacità e miopia politica, non solo sui temi territoriali ed infrastrutturali, ma in generale su qualsivoglia capacità di esprimere uno straccio di programmazione innovativa ed orientata ai problemi reali.
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Ucraina: la vera sostanza del conflitto
di Aldo Giannuli
La crisi ucraina rischia di precipitare da un momento all’altro, ma nessun parlamento nazionale della Ue ha fatto un’ampia discussione assembleare sul tema, i mass media europei non dedicano alla questione alcuno spazio straordinario (come l’eccezionalità del momento vorrebbe) e l’opinione pubblica europea considera la crisi ucraina come “altro da sé”, una guerra che riguarda altri e che non c’è pericolo che coinvolga anche l’Europa. C’è bisogno di reagire a questo assurdo torpore e di richiamare l’opinione pubblica europea alla consapevolezza della gravità del momento. Anche per questo ho firmato l’appello No Guerra No Nato.
Già dai primissimi dell’anno sono circolate voci per le quali, fra giugno e luglio, la crisi ucraina dovrebbe avere un brusco peggioramento. Le accuse di preparare un’offensiva devastante sono rimbalzate dai due lati della barricata e non sono mancati segnali come l’omicidio Nemtsov o la momentanea scomparsa di scena di Putin, subito riemerso per dire, con aria normalissima, che un anno prima aveva meditato di usare l’atomica in caso di attacco alla Crimea.
Poi le cose sono andate di male in peggio, salvo la visita a Mosca di Kerry l’11 maggio, che ha dischiuso per un attimo l’uscio alla speranza di un accordo.
Due giorni prima, iI 9 maggio, una grandiosa parata si è svolta sotto le mura rosse del Cremlino, per celebrare la vittoria sul nazismo, ma anche per lanciare un avviso all’occidente. Sul palco, a fianco di Putin c’era Xi Jinping ed altri importanti esponenti di paesi asiatici e latino americani; insieme ai russi, hanno sfilato reparti cinesi, indiani, venezuelani, cubani in pieno assetto di combattimento. Un segnale che va molto oltre la celebrazione dell’anniversario e che lascia intendere che Mosca non è isolata.
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Il Jobs Act e il “modello Foxconn”
di Domenico Tambasco
L’approvazione in via preliminare del cosiddetto “schema di decreto sulla semplificazione” sembrerebbe aver introdotto la possibilità di controllare i lavoratori attraverso gli strumenti di svolgimento della prestazione lavorativa: al di là della sua dubbia legittimità ed efficacia pratica, appare ormai evidente l’orizzonte di riferimento del Jobs Act: più che la flexsecurity, è il “modello Foxconn”
Immaginatevi sul posto di lavoro, dinanzi al terminale mentre navigate su Internet, o al telefono mentre state parlando con un vostro collega, o mentre siete impegnati ad aprire un’applicazione sul vostro tablet.
Immaginate ora un datore che abbia il potere di controllare a distanza tutte le vostre attività lavorative, creando un pervasivo sistema di vigilanza.
Non è il distopico incubo del Grande Fratello orwelliano, ma è la realtà del modello “Foxconn”, così come descritto in recenti ed importanti studi (da ultimo “Morire per un iphone”, ricerca degli studiosi Pun Ngai, Jerri Chan e Mark Selden, Jaka Book, 2015), in cui si evidenziano le disumane condizioni lavorative degli operai del noto colosso cinese dell’elettronica, appaltatore di ancor più noti brand dell’elettronica mondiale.
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Che cosa s’intende per riforma? Lo strano caso della Grecia e dell’Europa
di James K. Galbraith
Mentre tornavamo da Berlino, martedì, il ministro greco delle finanze Yanis Varoufakis mi ha osservato che l’attuale uso del termine “riforma” ha le sue origini nel medio periodo dell’Unione Sovietica, in particolare sotto Kruscev, quando accademici modernizzatori cercarono di introdurre elementi di decentramento e di mercato in un sistema di pianificazione sclerotico. In quegli anni, in cui la lotta negli Stati Uniti era per i diritti e alcuni giovani europei sognavano ancora la rivoluzione, il temine “riforma” non era molto utilizzato in occidente. Oggi, in una strana svolta di convergenza, è diventato la parola d’ordine della classe dominante.
Il termine, riforma, è oggi diventato centrale nel tiro alla fune tra la Grecia e i suoi creditori. Un nuovo sollievo dal debito potrebbe essere possibile, ma solo se i greci acconsentiranno a “riforme”. Ma a quali riforme e a qual fine? La stampa ha fatto circolare il termine, riforma, nel contesto greco come se ci fosse un vasto accordo sul suo significato.
Le specifiche riforme pretese dai creditori della Grecia oggi sono una miscela speciale. Mirano a ridurre lo stato; in questo senso sono “orientate al mercato”. Tuttavia sono la costa più lontana dalla promozione del decentramento e della diversità. Al contrario, operano per distruggere le istituzioni locali e per imporre un unico modello di politica in tutta Europa, con la Grecia non come fanalino di coda, bensì all’avanguardia. In quest’altro senso le proposte sono totalitarie, anche se il padre filosofico è Friedrich von Hayek, l’antenato politico, per dirla brutalmente, è Stalin.
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Da Craxi a Renzi
L'illusione dell'indipendenza nazionale sostenibile
di Comidad
Il Renzi ultra-occidentale e guerrafondaio del febbraio scorso, quello deciso ad intervenire in Libia e che aveva promesso un decreto a riguardo per il marzo successivo, nel giro di tre mesi sembra aver invertito la rotta di centottanta gradi, diventando anch'egli "amico" di Putin, e pregandolo di collaborare alla lotta contro l'ISIS. La svolta della politica estera italiana sembrerebbe davvero radicale, se si considera che l'intervento militare in Libia promesso da Renzi appariva oggettivamente come un modo per contrastare l'influenza che sta assumendo la Russia sull'Egitto e sul governo libico di Tobruk. La metamorfosi è avvenuta proprio agli inizi del fatidico marzo, con un viaggio di Renzi a Mosca, una trasferta che ha assunto quasi i toni del pellegrinaggio. Nell'occasione Renzi ha deposto un mazzo di fiori per onorare la memoria di Boris Nemtsov, un oppositore di destra al regime per la cui uccisione i media occidentali ovviamente incolpano Putin, in base a ciò che impongono gli inesorabili schemi della propaganda NATO. Non sono mancate osservazioni imbarazzate da parte di commentatori ufficiali per il fatto che Renzi incontrasse un Putin con le mani ancora sporche di sangue, e ciò è stato giustificato come realpolitik.
La visita di Renzi è stata ricambiata nei giorni scorsi da Putin, che ha onorato un Expo di Milano altrimenti ignorato da tutti. Nell'occasione Putin e Renzi hanno invocato insieme il ritiro delle sanzioni economiche contro la Russia. In questi giorni i media italiani hanno ricordato il danno che le sanzioni contro la Russia stanno infliggendo alle esportazioni italiane. Messa così la questione appare un po' troppo generica, poiché è difficile pensare che il governo si sarebbe lasciato commuovere dalle difficoltà della nostra economia, dato che si tratta dello stesso governo che, mentre parla di "crescita", compie continue scelte depressive.
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Il Pd perde la sfida dei comuni, ma la notizia peggiore per Renzi è un’altra
Aldo Giannuli
In sintesi, 7 a 4 per il centrodestra: Lecco, Macerata, Mantova e Trani al centrosinistra; Venezia, Arezzo, Chieti, Fermo, Matera, Nuoro, Rovigo al centro destra. Considerando che sui centri maggiori (Venezia, Arezzo, Mantova) la partita si schiude 2 a 1 per il centro destra, che il Pd aveva il sindaco uscente candidato in diverse di località, che la scommessa principale era Venezia e che Arezzo è antico feudo della sinistra, direi che non c’è dubbio che si tratti di una sconfitta secca. Ma questa non è neppure la notizia peggiore per Renzi.
Date un’occhiata a questi conti: nella colonna di sinistra troverete i voti in cifra assoluta in più o in meno ottenuti dai candidati del centro sinistra fra primo e secondo turno, in quella di destra troverete le differenze di quelli di centro destra sempre fra primo e secondo turno
Venezia: + 1.540 | + 19.615
Arezzo: – 867 | + 3.258
Chieti: + 1.188 | + 1.457
Fermo – 289 | + 5.812
Lecco + 1.425 | + 2.535
Macerata – 121 | + 1.882
Mantova +531 | + 598
Matera – 1.532 | + 2.518
Nuoro -955 | + 6.263
Rovigo + 266 | + 5.634
Trani – 1.193 | – 195
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Affondare il barcone... del neoliberismo
Nello Gradirà
Le migrazioni forzate sono una conseguenza della globalizzazione, si può invertire la tendenza solo con un grande “Piano Marshall” per il sud del mondo. Il numero di persone che vivono in un paese diverso da quello di nascita continua a crescere: dai 76 milioni del 1965 siamo passati ai 132 milioni del 1998. Proviamo a descrivere i principali fattori degli attuali flussi migratori
Alle origini della schiavitù del debito
L’aumento dei tassi d’interesse deciso dagli Stati Uniti a seguito della seconda crisi petrolifera (1979) mandò in rovina quasi tutti i paesi “in via di sviluppo”, che nei decenni precedenti avevano maturato un debito piuttosto ingente, come i paesi africani che subito dopo la conquista dell’indipendenza (anni ’50-’60) avevano chiesto prestiti per costruire infrastrutture e sistemi di welfare. Con l’aumento dei tassi gli importi da restituire ai creditori schizzarono alle stelle, mentre con l’affermarsi del neoliberismo si riducevano sensibilmente gli aiuti ufficiali allo sviluppo, considerati una deleteria forma di assistenzialismo. Per poter pagare gli interessi molti paesi ricorsero a nuovi prestiti, che le istituzioni finanziarie internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) concessero in cambio dei famigerati “aggiustamenti strutturali”: privatizzazioni, liberalizzazioni, taglio della spesa pubblica. I già fragili sistemi di welfare furono rasi al suolo, con l’inevitabile conseguenza di una catastrofe umanitaria senza precedenti (in quegli anni esplodeva la pandemia di Aids). L’assenza dei servizi fondamentali, come l’acqua potabile, la sanità o l’istruzione, fa sì che oggi nei paesi poveri tre persone su quattro muoiano prima dei 50 anni. In Africa il 55% della popolazione femminile è analfabeta. Tra il 1970 e il 2012 l’ammontare complessivo del debito estero dei paesi africani e mediorientali si è moltiplicato per 73, ed è stata già pagata 145 volte la somma inizialmente dovuta.
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