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Populismo, democrazia e il ruolo degli intellettuali

di Andrea Zhok

Ho appena letto un interessante articolo di Paolo Ercolani (“Vaccini: l’ignoranza è più popolare della conoscenza”) che mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto riflettere in particolare perché avevo appena dialogato con alcune persone, culturalmente formate e ben informate, che però nell’articolo di cui sopra, in quanto scettici verso le autorità, ricadrebbero nell’ambito dei “sudditi ideali”.

Nell’articolo, con un certo involontario senso del paradosso, questi cittadini, definiti “scienziati improvvisati e tuttologi dilettanti” sarebbero “sudditi ideali” perché NON obbediscono all’autorità, ma cercano di farsi attivamente una propria opinione. In sostanza, dopo che per una vita ci hanno insegnato che pensare con la propria testa è il sale di una cittadinanza consapevole, ora chi non accetta acriticamente l’autorità sarebbe addirittura carne da “totalitarismo”.

A scanso di equivoci, l’autorità di cui si parla non è mai una pura e semplice autorità scientifica, ma un’autorità scientifica cui ricorre ad hoc un’autorità politica.

Ora, in questo pezzo, come in molte altre riflessioni dello stesso tenore, vi è a mio avviso un fraintendimento di fondo del fenomeno generale cui stiamo assistendo, fraintendimento che va ben al di là della questione dei vaccini, di cui qui mi disinteresserò.

Parrebbe che il confronto attuale trovi da un lato autorità indiscusse, al di fuori di ogni tentazione e di ogni pressione, che essendo guidate dalla purezza del bene pubblico, si ritrovano per puro spirito di servizio a prendere iniziative politiche. E dall’altro lato ci sarebbe un popolo carogna, presuntuoso e diffidente che – vai a capire perché – non si fida a scatola chiusa oramai di nulla.

Ora, nelle moderne società complesse siamo tutti, senza eccezioni, degli ignoranti. Nessuno ha competenze all’altezza degli specialisti in nessun settore di pubblico interesse, salvo, per gli specialisti appunto, il proprio.

Ma al contempo tutti sono chiamati dalla forma stessa del governo democratico ad esprimere la propria volontà, NON su contenuti scientifici, ma, eventualmente, sulle conseguenze politiche di tali contenuti.

Da nessuna verità di fatto, anche concesso sia tale, discende mai per deduzione alcuno specifico dovere, alcuna specifica norma o imposizione. Tra la constatazione di un fatto e l’applicazione politica ci sono molte intermediazioni.

Quando verità, o presunte tali, si traducono in iniziative politiche tutti sappiamo che quelle verità devono essere entrate in una valutazione complessiva di costi e benefici, che ne ha reso la componente veritativa soltanto, nel migliore dei casi, un punto di partenza.

Nel caso, il più frequente, di pretese verità economiche la natura stessa della scienza economica fa spazio per un’ampia componente normativa, che esula dallo spazio delle mere ‘verità di fatto’.

In questo contesto la valutazione pubblica del ‘valore di verità’ delle decisioni politiche passa attraverso una serie di presupposti prospettici.

1) Non c’è bisogno di essere dei teorici del complotto per sapere che tutte le decisioni pubbliche sono sottoposte ordinariamente a pressioni e contropressioni da parte di agenti economici che pensano di poter trarne vantaggi o svantaggi. Solo piccola parte di tali pressioni e contropressioni avviene in forma pubblica.

2) Non c’è bisogno di immaginare alcun complotto di un grande fratello mediatico, per sapere che la gran parte delle iniziative politiche, da quando esistono i media, vengono prese sulla scorta di emergenze e allarmi mediaticamente amplificati. Le cosiddette ‘fake news’ sono esistite da sempre, ben prima che ci fosse niente di simile a internet, e molto spesso si è trattato di orchestrazioni rivolte ad ottenere specifici risultati politici (dalle fake news scioviniste sui giornali che preparavano alla Prima Guerra Mondiale alle fialette di presunte armi chimiche sventolate all’Onu, o, nel nostro piccolo, alle ‘piste anarchiche’ dello stragismo italiano, ecc. ecc.).

3) Tutti sappiamo che la capacità di pressione di organismi economici privati sulla politica non è mai stata così forte nella storia (e gli stati mai così deboli). Al tempo stesso, il principale movente che viene politicamente, e anche eticamente, legittimato ovunque è la ricerca del successo economico.

Date queste tre premesse, è sensato attendersi che l’infida plebe non nutra alcuna diffidenza rispetto ai proclami che tutto si fa nell’esclusivo e purissimo interesse del bene pubblico?

Quest’impasse, proprio per l’oggettiva difficoltà odierna di ciascun cittadino di farsi un’idea informata su temi complessi, non può essere affrontata, come invece accade, con la sufficienza e l’arroganza di chi sbotta sulla comoda e presuntuosa ignoranza della plebe.

Chi, sul piano politico, reputa che gli sia dovuta una qualche fiducia aprioristica non ha proprio capito in quali tempi viviamo. È non solo inevitabile, ma profondamente giusto che le persone cerchino di informarsi autonomamente, rispetto a quanto gli viene proposto dall’autorità politica protempore in carica. E il mezzo più potente per farlo oggi passa attraverso la rete. Naturalmente in rete si trova di tutto, dalle bufale agli articoli scientifici. Ma questo non è un buon motivo, una volta di più, per assumere toni sprezzanti rispetto ad informazioni derivate dalla rete, tanto più di fronte alla sempre minore autorevolezza e profondità delle fonti mediatiche ufficiali. Oggi qualunque ricercatore scientifico in qualsiasi disciplina trova in rete più o meno tutto ciò di cui si serve sul piano documentale. Naturalmente la sua expertise sta nel sapere come e dove cercare, e ciò è cruciale. Ma ogni atteggiamento di sufficienza verso il mezzo è pateticamente fuori luogo.

In questo quadro, che non è il frutto di occasionali complottismi o della presunzione della plebe, ma il frutto obbligato delle odierne dinamiche democratiche e politiche, l’atteggiamento più sbagliato che si possa concepire da parte degli intellettuali (giornalisti come accademici), è quello di arroccarsi in qualche forma di ‘ipse dixit’ fuori tempo massimo.

Non c’è mai stata un’epoca della storia in cui un ruolo pubblico degli intellettuali, nutrito dall’intento bicipite di cercare l’obiettività e di farsi capire, sia stato più necessario. Questo proprio perché anche persone che dedicano tutta la propria vita allo studio sono, di volta in volta necessariamente ignoranti su questo o quel tema, e nel momento in cui si tratti di temi che portano a decisioni normative (politiche) quelle stesse persone hanno l’esigenza, il diritto, e persino il dovere, di farsi un’opinione autonoma.

Sciaguratamente, invece di uno sforzo di ascolto e comunicazione, la reazione cui ci si trova di fronte sempre più spesso è o l’arroccamento dogmatico in molteplici ‘si sa’ (difetto prevalentemente accademico), oppure, peggio, a campagne mediatiche strumentali e a senso unico, che screditano ulteriormente l’autorevolezza di chi fa informazione.

Invece di una politica che alimenta la trasparenza dei processi decisionali e che supporta la capacità di formazione/informazione autonoma da parte di tutti, ci siamo ritrovati costantemente di fronte ad una politica intessuta di doppie verità (una edulcorata per la plebe, l’altra per gli addetti ai lavori), ad una politica capace di muovere leve mediatiche, e poi anche di agire sulla base di emergenze mediatiche, e infine ad una politica che di fronte al crescente distacco della gente replica con lo sprezzo verso gli ‘ignoranti’.

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Comments   

#1 Eros Barone 2018-08-15 22:27
Vediamo di mettere i puntini sulle i. In una lettera a Filippo Turati del 5 giugno 1897 Antonio Labriola afferma quanto segue: "La scienza non sarà messa ai voti mai, nemmeno nella cosiddetta società futura". Fatta questa premessa, affrontiamo la questione nodale, rappresentata dalla cosiddetta "libertà di scelta". Orbene, si misuri tale libertà su quei milioni di bambini dei paesi sottosviluppati per i quali la libertà di scelta consiste proprio nell'avere i vaccini contro polio, morbillo, difterite e tetano; nell'averli subito e nell'averli gratis. Sennonché ci sono quelli che scoprono l'acqua calda: le multinazionali ci guadagnano e tutto si ridurrebbe a un complotto di corrotti e corruttori, di scienziati venduti, di industriali senza scrupoli e di governi complici. E' facile rivendicare la propria 'libertà individuale' in un ambiente di vaccinati al 93%. E' una 'porzione di libertà' che costa poco: basta avere tanto reddito da pagarsela. Qualcuno insiste: in fondo, se non vaccino me stesso o mio figlio non danneggio nessuno. Certo, basta negare la scienza. Un virus non è altro che un microrganismo che ha bisogno, per sopravvivere, di infettare un altro organismo. Se trova organismi immunizzati dai vaccini muore; se trova organismi non vaccinati si riproduce e può causare la morte dell'ospite. E questa è scienza. Ma per i comunisti la 'libertà' è la "coscienza della necessità". E non può esservi 'libertà' quando si è oppressi dai bisogni della vita quotidiana, dal lavoro salariato, dall'alienazione e dalla pressione delle ideologie proprietarie. Non può esservi 'libertà individuale' che finga di non vedere le catene degli altri o, peggio ancora, che abbia come condizione proprio le catene degli altri. E oggi la necessità è liberare l'umanità dal capitalismo e dalle leggi del profitto, che determinano le azioni più o meno coscienti di ogni individuo, a partire proprio da coloro che si illudono di essere "liberi di scegliere".
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