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Piccolo borghese io ti sparo

di Piemme

Torniamo ad occuparci dell'economista Emiliano Brancaccio.

No, non per commentare il dibattito teorico tra lui e il liberista Olivier Blanchard sorto dopo la pubblicazione del contro-manuale di economia "ANTI-BLANCHARD. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia" — chi fosse interessato veda anche QUI, QUI, QUI E QUI).

Vorremmo invece scendere dalle "stelle" alla "stalle per segnalare quanto ha dichiarato Brancaccio a Rassegna Sindacale, la rivista della CGIL, in merito alla Legge di bilancio del governo Conte Bis. In alcuni punti la sua critica alla anti-popolare finanziaria targata Pd-M5s-Italiaviva-Leu è condivisibile.

Poi però Brancaccio scivola sulla sua solita buccia di banana.

Quale? E' presto detto: il suo disprezzo viscerale proto-marxista per la piccola borghesia, considerata per sua natura una classe sociale reazionaria.

Ma sentiamo. Alla domanda del giornalista: "C’erano margini per attuare politiche più incisive?", il nostro risponde:

«Dal punto di vista della lotta alle disuguaglianze certamente sì, almeno introducendo una patrimoniale sulle grandi ricchezze ed eliminando anche la flat tax salviniana sulle partite Iva, chiaro preludio di un aggiramento definitivo del principio costituzionale di progressività delle imposte. Ma questo governo sembra avere troppe velleità “ecumeniche”: non vuole scontentare né i ricchi, né i piccoli proprietari, e così facendo si ritrova con pochi spiccioli per i lavoratori dipendenti».

Brancaccio esulterà dunque alla notizia che invece nella Finanziaria del Governo è eliminata la cosiddetta "flat tax" al 20% per le Partite IVA fra i 65mila e i 100mila euro — norma che era stata inserita nella legge di Bilancio de passato governo giallo-verde.

Si capisce che egli contesterà invece la decisione (sensata) di mantenere il regime forfettario con aliquota al 15% per chi abbia ricavi sotto i 65mila euro.

Non vogliamo perderci nei meandri del farraginoso e ingiusto sistema fiscale italiano, sulla carta equo, nel fatti massimamente ingiusto. Tutte le indagini mostrano infatti che i pesci grandi pagano poco e niente mentre il fisco si accanisce oltre che sul lavoro dipendente sulle piccole e micro imprese, sugli artigiani, sugli esercenti, nonché sui tanti lavoratori che son costretti per lavorare ad aprire una partita Iva.

Conferma infatti la Cgia di Mestre che "L'evasione fiscale delle grandi aziende è 16 volte maggiore di quella delle piccole".

Né ci vuole molto per capire che questo governo "progressista" si muove sul solco di quelli mondialisti precedenti, ovvero in base al principio liberista, mercatista e globalista per cui i piccoli sono poco produttivi e che occorra facilitare la concentrazione del capitale e la "più efficiente" grande distribuzione. Ergo: che chiudano pure e vengano gettati sul lastrico piccoli imprenditori, artigiani, commercianti. Centinaia di migliaia di disoccupati sono quindi il prezzo da pagare sull'altare del "progresso".

L'acredine verso la piccola borghesia non si giustifica se non in base ad un vetusto paradigma marxiano. Scrivevano Marx ed Engels nel manifesto del partito comunista:

«Nei paesi in cui si è sviluppata la civiltà moderna, si è formata una nuova piccola borghesia che oscilla fra il proletariato e la borghesia e che si ricostituisce sempre di nuovo come complemento della società borghese. Ma i piccoli borghesi vengono regolarmente risospinti dalla concorrenza verso il proletariato, anzi, con lo sviluppo della grande industria essi si avvicinano al punto in cui spariranno del tutto come elemento autonomo della società moderna e verranno rimpiazzati — nel commercio, nella manifattura e nell'agricoltura — da sorveglianti di fabbrica e da servitori».

Poco più avanti Marx ed Engels saranno ancor più trancianti:

«In Germania la piccola borghesia rappresenta l'effettivo bastione sociale della società attuale, una piccola borghesia costituitasi nel XVI secolo e da allora sempre riaffiorante in forme diverse. La sua conservazione è la conservazione dell'attuale società tedesca. Essa teme di essere ineluttabilmente distrutta dall'egemonia industriale e politica della borghesia, sia per effetto della concentrazione del capitale che per il sorgere di un proletariato rivoluzionario».

E' evidente quel fosse il paradigma: la piccola borghesia è un lascito sociale del passato precapitalista, un'anticaglia destinata ad essere spazzata via dal progresso rappresentato dalla grade industria e dalla legge generale dell'accumulazione capitalistica. Altrettanto evidente che questa previsione contenga un giudizio di valore: questo processo di annientamento è coda buone e giusta.

Ammesso e non concesso che Marx ed Engels avessero ragione nel loro giudizio storico politico sulla piccola borghesia, la previsione si è dimostrata sostanzialmente sballata — così come si è dimostrata sbagliata l'idea che il "contadiname" non avrebbe potuto giocare alcun ruolo rivoluzionario — vedi Cina ed altri paesi a debole capitalismo —, ruolo che invece sarebbe spettato solo alla classe operaia industriale.

Non vogliamo farla lunga, non è questa la sede. Vorremmo segnalare a Brancaccio il recente studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui, considerato il tessuto economico di ben 99 paesi capitalistici, sette lavoratori su dieci sono lavoratori autonomi o di piccole imprese. Si dissolve dunque, assieme al paradigma marxiano, la leggenda che questo fenomeno sia una patologia essenzialmente italiana.

Sul fatto che la piccola borghesia sia per sua natura una classe reazionaria, che dire? Come è vero che è stato uno dei carburanti della reazione, è stato vero anche il contrario. Di sicuro l'approccio che ci propone il Brancaccio (la profezia che si autoavvera), agevola lo sforzo egemonico delle destre reazionarie, liberiste e non, lasciando loro campo libero nell'apparire paladini dei ceti medi, dei piccolo imprenditori, ecc..

E' il contrario che occorre invece fare. Come socialisti e patrioti noi dobbiamo difendere queste classi sociali contro il comune nemico, il grande capitalismo globalista e i suoi lacchè politici.

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Comments

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carlo rao
Saturday, 02 November 2019 03:54
Data la situazione attuale del capitalismo nei paesi più sviluppati, sarebbe forse utile porsi domande concrete, ancorché banali. Ad esempio: quando un "proletario-salariato" acquista una casa, un auto o altro che non sia propriamente un "bene salario" (nel significato classico di "salario di sussistenza") grazie al credito al consumo (o a una quota di risparmio che è stato in grado di accumulare), si trasforma automaticamente in "piccolo-borghese"? Chi vive di reddito da lavoro autonomo è un "piccolo-borghese"? Chi vive di reddito da lavoro dipendente come si classifica? se è un impiegato d'ufficio in un modo, se è meccanico in un altro, se è....nelle aree del capitalismo maturo, dove predomina il capitale finanziario ed in particolare dove questo ha assunto la forma di "capitale fittizio", come già lo chiamava Marx, credo che la definizione delle classi sociali vada rimodellata, e temo che in generale lo si debba fare partendo dal reddito più che dai classici "rapporti di produzione".
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Eros Barone
Thursday, 31 October 2019 23:54
Ripartiamo da Marx, il quale ha elaborato il concetto di 'piccola borghesia' nel 1847 in "Miseria della filosofia" e prima ancora nella lettera ad Annenkov del 28 dicembre 1846: "In una società progredita, il piccolo borghese è necessariamente, per la sua stessa posizione, socialista da un lato ed economista dall'altro; cioè egli è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che – egli pretende – è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altro che una contraddizione sociale in atto. Egli deve giustificare in teoria ciò che è in pratica, e il signor Proudhon ha il merito di essere l'interprete scientifico della piccola borghesia francese; un merito genuino, perché la piccola borghesia costituirà una parte integrante di tutte le imminenti rivoluzioni sociali”. Il passo merita di essere riportato perché nel finale Marx formula la previsione per cui di questa "mezza classe" non ci si potrà liberare, dal momento che è lo stesso carattere ciclico delle crisi capitalistiche a riprodurla. Ecco perché l'ottimo Brancaccio sulla questione della 'piccola borghesia' sembra comportarsi proprio come il “selvaggio di Cuba” evocato dal giovane Marx nell’ultimo articolo della serie attinente ai furti di legna, che apparve sulla “Gazzetta renana”: il selvaggio cioè che, avendo compreso che i rapporti tra gli invasori spagnoli erano regolati da oro monetato, non appena questi risalirono a bordo delle loro navi e salparono verso il largo prese un pezzetto d’oro, che egli immaginava fosse il loro feticcio, e lo gettò in mare, convinto che anche le navi, con il loro carico di violenza e di morte, colassero a picco. Ma con grande sorpresa del “selvaggio di Cuba” ciò non avvenne. Non sappiamo quali conclusioni traesse dal mancato evento. Sennonché il succo di questo apologo è il seguente: feticista è chi ritiene di aver compreso tanto bene la natura del simbolo da poterlo abbattere simbolicamente, svelandolo. Tale paradosso da un secolo e mezzo caratterizza quella “contraddizione vivente”, una vera e propria “contraddizione reale”, che è la piccola borghesia, la quale si riconosce in parole d’ordine sempre seducenti: “reddito di cittadinanza“ e/o "flat tax", tanto per ricordare le ultime. In realtà, ferme restando l’importanza e la preminenza del proletariato nella lotta per il socialismo, è assolutamente escluso che il proletariato possa avanzare in questa direzione da solo (cfr., sulla strategia delle alleanze di classe, Engels, Lenin, Stalin, Gramsci e Mao Zedong). Questo delle alleanze di classe è, in particolare, un nodo fondamentale del pensiero di Lenin, il quale anche su questo terreno ha introdotto un’innovazione rispetto allo stesso Marx: la necessaria alleanza del proletariato con la piccola borghesia e i contadini. Lenin, infatti, era perfettamente consapevole che queste classi sociali, oltre ad essere organizzate in modo rudimentale (cfr., per citare un esempio attuale delle organizzazioni politiche in cui esse si riconoscono, il M5S, “partito-marmellata”, e la stessa Lega, formazione interclassista e neocorporativa), esprimono comportamenti e obiettivi reazionari. Esse sono tuttavia subordinate alla borghesia, proletarizzate e schiacciate dal capitalismo, in qualche modo e in qualche misura sfruttate; perciò rappresentano gli alleati obiettivi del proletariato in una prospettiva rivoluzionaria. Devono naturalmente essere guidate, perché conducano la stessa lotta del proletariato, e questo è quanto Lenin non ha mai smesso di sostenere fin dai primi anni della sua attività rivoluzionaria. Già nel 1905 scriveva in “Due tattiche della socialdemocrazia”: “Il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a sé la massa dei contadini, per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a sé la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l’instabilità dei contadini e della piccola borghesia. Tali sono i compiti del proletariato”. In una forma sintetica e dialettica vengono qui offerte sia una definizione delle alleanze del proletariato sia una definizione del processo rivoluzionario. Resta infine fondamentale e vitale per il movimento di classe la lezione che si ricava dall’esperienza storica del fascismo e da quella attuale del processo di fascistizzazione, e cioè, in primo luogo, saper distinguere all’interno della piccola borghesia il settore che va distrutto, il settore che va neutralizzato e il settore che va conquistato; in secondo luogo, preservare la propria autonomia rispetto alle diverse frazioni della grande borghesia rifiutando di accodarsi all’una o all’altra di esse, e perseguire l’unica strategia che meriti di essere perseguita: l’unità di tutti gli sfruttati nella lotta contro il capitalismo, per il socialismo.
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