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sinistra

Era della comunicazione o era del profitto?

di Patrizio Paolinelli

Tra le sue attività culturali Umberto Eco ha coltivato anche quella dello studioso prestato al giornalismo. In questa veste ha collaborato con diverse testate: il Corriere della Sera, il Manifesto, la Repubblica, L’Espresso. Ha poi raccolto i suoi articoli in alcuni libri (che contengono anche saggi brevi), tra i quali ricordiamo: Il costume di casa (1973), Dalla periferia dell’impero. Cronache di un nuovo medioevo, (1977); Sette anni di desiderio (1983); La Bustina di Minerva, (1992); A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, (2006). A occhio e croce parliamo di circa 2mila pagine. Un numero consistente, che però rappresenta solo una parte della produzione complessiva dell’Eco commentatore di fatti di cronaca culturale e politica.

Di recente La nave di Teseo, ha pubblicato una raccolta di articoli di Eco intitolata L’Era della Comunicazione. Dai giornali a WikiLeaks, (a cura di Maria Lorusso, Milano, 2023, pp 190, 12,00 euro). Il libro esce a sette anni di distanza dalla scomparsa del celebre semiologo e contiene una parziale selezione di suoi interventi sul tema dell’informazione.

Tale selezione copre un arco temporale che va dal 1967 al 2010 e negli articoli meglio riusciti Eco smaschera vizi, difetti e abusi della stampa. Ad esempio le forme di censura non coercitiva. Tra queste quella forse più efficace è praticata attraverso il rumore. Come funziona? Non con l’imposizione del silenzio, ma, al contrario, incitando la proliferazione del discorso pubblico intorno a un argomento. Scrive Eco: “Su ciò di cui si deve tacere, si deve parlare moltissimo”. In parole povere: molta informazione equivale a nessuna informazione. Tant’è che per Eco Internet rappresenta “il massimo del rumore mediante il quale non si riceve alcuna informazione”. Ciò non significa che Eco abbia considerato Internet solo un chiassoso luna park, ma che le informazioni vanno selezionate e valutate, verificate le fonti e confrontate. Insomma, l’abitante della Rete deve sudare se vuole ottenere informazioni corrette, tenendo sempre presente che l’obiettività assoluta non esiste.

Un’altra forma di censura è quella che Eco definisce “additiva” e che consiste in uno stratagemma: alternare sapientemente le cattive notizie con quelle buone producendo nel destinatario picchi di pessimismo e di ottimismo. L’effetto è cosmetico: il mondo è brutto, ma anche bello. E se ciò giustifica l’acquisto del giornale, allo stesso tempo permette di gestire l’umore del lettore. Stiamo parlando di un’epoca in cui, in termini di vendite, i quotidiani scoppiavano di salute, mentre da tempo sono in caduta libera. Ma la tecnica additiva continua a funzionare ancor oggi in TV, mezzo da cui apprendono le notizie la maggior parte degli italiani.

Con le sue raccolte di articoli Eco svela trucchi poco nobili dei giornalisti e riflette su questioni importanti per chi opera nell’informazione: la separazione tra fatti e opinioni, il ruolo dell’intervista, la funzione della smentita e così via. Resta tutt’oggi magistrale l’articolo del 1972, Il televisionario, (Sulla televisione, 2018), in cui sono presentate le dieci regole di manipolazione utilizzate dai TG. Tuttavia Eco non sviluppa una compiuta teoria critica. Individua le contraddizioni e le ambiguità della stampa, ma non indica un modo per superare l’economia politica dei media così come si è storicamente configurata. La sua critica si ferma sempre un passo prima di proporre un’alternativa al potere mediatico per concentrarsi sui processi semiotici. Insomma, fra Theodor Adorno e Edward Bernays, Eco propone una terza via. Ha funzionato? Sembrerebbe di no perché ha vinto Bernays: l’informazione è sempre meno distinguibile dalla propaganda.

Non si può tuttavia rimproverare Eco di alcunché perché pur smascherando le tecniche di manipolazione messe in atto dai professionisti dell’informazione non intendeva cambiare il mondo della comunicazione. Di tale mondo si possono al massimo correggere le storture più evidenti. E se non si può non resta che conviverci studiando la meccanica dei media. Una posizione assai distante a quella di Pasolini. La cui interpretazione dei mass media era di ben altro tenore critico e non lasciava molti spazi al compromesso.

Ora, se si vuole inquadrare Eco fuori da ogni mitizzazione, dalla lettura dei suoi scritti sul tema dell’informazione emerge una scelta politica che possiamo definire liberal-progressista e una scelta filosofica anti-dialettica che possiamo definire realista. Un realismo scettico, confessato tra il serio e il faceto dallo stesso Eco in un articolo del lontano 1965, Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro. Realismo scettico che ritroviamo nel romanzo del 2015, Numero zero, in cui è sgranato un dolente rosario delle più disoneste tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica.

Delle sue scelte politico-culturali Eco non faceva mistero anche se non le sbandierava e comunque le si ritrova disseminate qua e là nelle raccolte dei suoi articoli. In questo senso coglie nel segno Maria Lorusso, quando nella Prefazione a L’Era della Comunicazione sostiene che Eco era interessato al “linguaggio” della stampa, della TV e di Internet, ma non alla loro dimensione finanziaria e di potere. Ma siamo sicuri che tali dimensioni non influenzino il linguaggio dei media? Siamo sicuri che il diffusissimo precariato nel mondo dell’editoria non abbia ricadute sulle forme espressive?

Comunque sia, se Eco non era interessato a imprese di grande cambiamento non smise di criticare il sistema dell’informazione e in un paio di occasioni gli mosse guerra contro. Prendiamo il saggio, “Per una guerriglia semiologica”. È vero, la parola “guerriglia” è utilizzata come un vezzo (siamo nel 1967), e l’idea che i contenuti trasmessi dai media siano marginali perché ognuno li interpreta come gli pare è discutibile dato che non costituisce un indice di completa indipendenza del ricevente rispetto all’emittente. Ma detto questo Eco avanza una proposta politica: per vincere la passività del pubblico il leader del gruppo deve “occupare, in ogni luogo del mondo la prima sedia davanti a un apparecchio televisivo” per poi suscitare lo spirito critico. Purtroppo è andata male: lo spirito critico versa oggi in stato comatoso perché la manipolazione dell’informazione si è così raffinata da neutralizzare qualsiasi guerrigliero.

È vero che all’epoca Eco si riferiva alla paleotelevisione. Ma pensare che i contenuti trasmessi dai media o che chi siede alla presidenza della Rai siano fattori tutto sommato secondari lascia perplessi. È forse un caso se in Italia tutti, ma proprio tutti “i grandi maestri del giornalismo” sono conservatori in politica e liberisti in economia? È un caso se la neotelevisione ha orientato la coscienza collettiva degli italiani a favore delle classi dominanti? E proprio in epoca di neotelevisione Eco torna in guerra con l’articolo La pasta Cunegonda (2022). Articolo con cui invitava il pubblico a boicottare l’acquisto dei prodotti pubblicizzati sulle reti Mediaset per opporsi al monopolio televisivo di Berlusconi. Purtroppo questa seconda guerra è andata peggio della prima.

A Eco non sfuggiva affatto che i media costituiscono un potere politico ed economico. Il punto debole della sua interpretazione consiste nell’isolare l’Era della Comunicazione dalla matrice capitalistica che l’ha generata. Per operare questa separazione adottò una concezione del potere inteso come relazione. Un potere inafferrabile, senza testa, senza centro, in grado di riprodursi costantemente e ovunque. Tesi che non tiene nel dovuto conto le asimmetrie tra dominanti e dominati né le distanze abissali tra produttori e fruitori dell’informazione. Tra apocalittici e integrati Eco si colloca in mezzo e non sceglie. Ma chi non sceglie sta sempre dalla parte del più forte.

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renato
Sunday, 29 October 2023 16:13
Neanche la teoria del valore e del plusvalore, profitto accumulazione, il feticcio della merce, la duplice faccia di questa con il valore di scambio e d'uso, è stata capace di scardinare organizzare l'umano pensiero, volontà e successo del reietto o dello sfruttato lavoratore ...il capitale anzi si è impadronito del tempo libero e ogni altra sensibilità umana , mercificandola e mettendola al lavoro (salariato).
Quindi la via d'uscita dalla legge ferrea della valorizzazione non sembra trovarsi , nè attraverso rivoluzioni d'ottobre imminenti, nè esodi dalla città fabbrica..
C'è qualcosa di piu' oscuro e non detto da analizzare e da portare alla luce , la psicologia del profondo che chiarisca il significato di dimensione egoica e di narcisismo... forse? la riscoperta dei testi di filosofia antica, greca e orientale ? Il materialismo dialettico ci ha aiutato un po' e per un po, ora sarebbe tempo di storicizzarlo e di riscrivere una nuova teoria ipotetica di abbozzo per tentare di uscire dal labirinto di follia in cui siamo tutti immersi e che tutti contribuiamo a sostenere . Marx e Lenin non sono piu' sufficienti. Per stringere e concludere queste poche righe.
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