
Quello che c'è e che spingiamo nell'oblio
di Paolo Bartolini
Ritengo che le azioni e i discorsi umani siano sempre interni a specifiche configurazioni ecoculturali. In altre parole, sono prassi situate. Non esistono, prima della soglia filosofica (che è a sua volta storicamente situata), affari "universali", diritti "universali", concetti e segni in linea di principio validi per tutti. Con la filosofia prima, poi con la scienza e la tecnica moderne, l'estensione di una certa oggettività ha raggiunto quasi tutte le comunità presenti sul pianeta. Ad esempio, e per stare alle questioni internazionali contemporanee, l'economia socialista di mercato della Cina, nonostante le sue particolarità dovute alla storia plurimillenaria di quella grandiosa cultura, quanto davvero può scostarsi dalle logiche di accumulazione e funzionamento consustanziali all'economia moderna occidentale? Lo sappiamo che, già dal 2014, in Cina vi è un piano politico per istituire crediti sociali che scoraggino o incentivino certi comportamenti piuttosto che altri (siamo esattamente dalle parti del green pass, per capirci, e del fantasma di una cittadinanza a punti)? Eppure l'azione politica e qualunque nostra esperienza non accadono mai, come insegna l'amico Miguel Benasayag, sul versante globale. Questa è pura astrazione senza effetto. Non si combatte il "capitalismo globale", ma il capitalismo nelle situazioni concrete dove si riproduce.
Detto questo è mia convinzione che sull'orlo delle pratiche, dei discorsi e delle situazioni reali, noi avvertiamo in modo indistinto una più vasta appartenenza che esonda dall'alveo del nostro gruppo umano, della sua lingua, dei suoi costumi. Non credo in una generica Umanità, ma nel senso dell'umano, in una qualche empatia potenziale che eccede ampiamente il clan, la tribù, la nazione. Sul versante psichico, ad esempio, immagino (e inevitabilmente, e giustamente, anche questo è un pensiero molto occidentale che si nutre di filosofia, spiritualità e apertura ai punti di convergenza tra mistiche differenti) che la nostra psiche individuale non possa MAI essere artificialmente separata da una consonanza intima con gli altri (umani e non umani). Si può indebolire radicalmente questa capacità - come fanno gli eserciti, le multinazionali, la scuola ridotta a impresa, i social al servizio del narcisismo di massa - eppure, in una forma fantasmatica, come il negativo delle vecchie pellicole fotografiche, permane in noi la sensazione (giusta!) che la singolarità del vivente esprima una dimensione comune, che oltrepassa di mille leghe il triste individualismo borghese su cui si basa anche il neoliberismo. Allora ipotizzo, come analista filosofo, che gli orrori de-negati, a cui proviamo a non pensare quotidianamente pur conoscendoli benissimo (la guerra sul fianco est dell'Europa, il massacro dei palestinesi perseguito con crudeltà criminale e metodica, i morti annegati nel Mediterraneo, gli ecosistemi devastati per ingrassare le casse delle compagnie energetiche e delle super aziende che pensano il pianeta come un fondale da saccheggiare, gli animali rimpinzati e scannati negli allevamenti intensivi...) incidano sottilmente sul nostro disagio psicologico ed esistenziale. Al di là di mamma e papà, dei traumi cumulativi sviluppati durante l'età evolutiva, la nostra salute "mentale" (ma è ben di più) risente di tanti fattori socioculturali. Penso sinceramente, ad esempio, che un 40% dei disturbi soggettivi provenga dalla fretta, da città soffocate dal traffico, dall'eccesso di esposizione ai (non)ritmi delle nuove tecnologie, da troppo lavoro salariato pagato male, dalla precarietà spacciata per flessibilità, dalla smania di apparire a ogni costo per essere accettati dai nostri simili. Però, a questo, va aggiunto quel buco nero, quel punto cieco che si dà quando viviamo in un tempo segnato da catastrofi incombenti, dalla rimozione forzata della percezione del dolore altrui. Non è possibile che, almeno un po', il nostro disorientamento non risenta delle migliaia di persone (donne e bambini, soprattutto) trucidate nella striscia di Gaza e altrove per le pretese suprematiste di Stati che chiamano "difesa" la violenza organizzata. Credo, in conclusione, che a qualche livello il campo psichico sia soprattutto transpersonale e le atroci sofferenze delle vittime del mondo si riverberino su quella piega unica e irripetibile che ciascuno di noi è. Piega di un tessuto-mondo comune, a cui apparteniamo e dal quale non possiamo mai staccarci definitivamente. Ecco perché, quando ci dedichiamo ai dolori del singolo, e alle sue motivazioni molteplici, non dovremmo dimenticare il peso del momento storico, le sue perversioni, le schiarite improvvise, la notte fonda dell'etica che stiamo attraversando. Inutile illuderci, abbiamo ancora bisogno della filosofia, della politica, di un spiritualità laica che liberino il sapere psicologico dal suo soggettivismo spicciolo e dal riduzionismo, ma anche le pratiche situate di vita dalla loro chiusura autoreferenziale. Esistono solo le situazioni, è vero, ma anche il richiamo di un "fuori" che accompagna ogni agire, ogni pensiero, ogni posizione nello spazio e nel tempo. A questo fuori che vibra e strappa ogni scenario dal suo potenziale isolamento, dobbiamo tutto. Se lo spingiamo nell'oblio, sentiremo crescere nelle nostre esperienze di ogni giorno un indefinibile senso di malessere, di perdita, una disperazione "inspiegabile".












































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