Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

metis

Il triangolo no

Nell’ambito della sempre esplosiva situazione mediorientale, assume sempre più rilevanza una complessa triangolazione, che rappresenta oggi il cardine della politica statunitense nella regione. Mentre durante l’amministrazione Biden, infatti, la politica americana è andata completamente a rimorchio di quella israeliana, con l’avvento della nuova amministrazione Trump tornano a primeggiare gli interessi strategici di Washington – pur fermo restando il saldo appoggio per Tel Aviv.

In questa fase, in effetti, gli interessi strategici statunitensi si trovano a coincidere con gli interessi tattici israeliani, anche se – per ragioni di equilibri politici interni – questi ultimi non possono essere dichiarati apertamente all’interno dello stato ebraico. Ragion per cui Netanyahu trova comodo nascondersi dietro le pressioni americane, ed al tempo stesso le utilizza per contrattare delle contropartite. Il suo viaggio negli states (primo leader straniero incontrato da Trump dal suo insediamento) serve precisamente a questo.

Rapidamente archiviata la tragica boutade di trasferire i gazawi in Egitto e Giordania, le questioni sul tavolo sono altre, ma tutte di non facile soluzione.

La prima è quella dell’implementazione della seconda fase del cessate il fuoco. La questione centrale è in effetti quella del governo di Gaza dopo il ritiro israeliano.

Netanyahu vorrebbe un sostegno americano alla possibilità di riaprire il conflitto, qualora lo ritenga necessario, ma si tratta di una questione che serve soprattutto a tenere buoni Smotrich e Ben Gvir. Israele è in guerra ininterrottamente da sedici mesi, e non ce la fa più. È probabile che Trump sia disponibile a dare supporto alle pretese espansionistiche ebraiche in Cisgiordania, come già fece durante il suo primo mandato, il che farà piacere all’estrema destra sionista, ma in questo momento Tel Aviv ha lì ben altri problemi: la guerra sospesa a Gaza divampa nella West Bank. La questione del governo della Striscia, quindi, è la prima che deve essere risolta. Hamas ha già fatto sapere che è disponibile ad accettare un governo terzo (del resto, è chiaro che il potere è nelle sue mani). L’unica soluzione possibile, quindi, cioè una amministrazione gestita da alcuni paesi arabi, richiede necessariamente la mediazione americana.

Israele vorrebbe tenersi le mani libere anche su questo, magari mantenendo una presenza militare nella Striscia (soprattutto lungo il corridoio Philadelphia, al confine con l’Egitto), ma non è una questione centrale; in ogni caso, quali che siano gli accordi che verranno sottoscritti, come sempre il governo dello stato ebraico sarà pronto a violare gli accordi quando e come gli farà più comodo. Come del resto si vede massicciamente per quanto riguarda il cessate il fuoco in Libano e, in misura minore, nella stessa prima fase di quello a Gaza. L’affidabilità israeliana, sotto questo profilo, è esattamente quella del proverbiale scorpione in groppa alla rana.

Del resto, è abbastanza evidente che quando si parla di pace, il non detto – da entrambe le parti – è che va intesa come temporanea. Quella tra palestinesi e stato israeliano, infatti, è una guerra di liberazione nazionale, e finirà soltanto con la definitiva sconfitta di uno dei due.

Ma in questa fase, appunto, sia Israele che i palestinesi (e l’Asse della Resistenza più in generale) hanno bisogno di una pausa. Che è poi quello che vuole anche Trump, per il quale porre fine ai conflitti più impegnativi e potenzialmente destabilizzanti è una priorità.

La vera partita, dunque, si gioca nella summenzionata triangolazione: USA-Israele-Arabia Saudita.

Washington offre a Tel Aviv soprattutto il rilancio degli Accordi di Abramo (che sono ben più importanti, per Netanyahu, di una impossibile vittoria militare contro Hamas), che per fare passi avanti però necessitano della fine della guerra (quantomeno a Gaza, preferibilmente anche in Cisgiordania). Trump ha quindi bisogno di Ryad, che a sua volta gioca la sua partita. Quando Trump chiede a Bin Salman di aumentare la produzione petrolifera, per abbassarne il prezzo e danneggiare così la Russia, l’Arabia ha buon gioco a dire di no. Non solo perché così facendo danneggerebbe sé stessa, ma perché Ryad e Mosca vanno d’amore e d’accordo nell’OPEC, e di fatto la controllano. I sauditi, quindi, cercano di trarre il massimo vantaggio possibile in una situazione complessa e multi fronte (adesione o meno ai BRICS, ripresa o meno del conflitto indiretto con lo Yemen, sviluppo o meno delle relazioni pacifiche con l’Iran…), e benché interessati a loro volta a sviluppare i rapporti con Israele, sanno di avere il coltello dalla parte del manico.

Ciò che rende dunque possibile il raggiungimento di un accordo anche sulla seconda fase dei negoziati che si svolgono tra Qatar ed Egitto, è il sostanziale convergere degli interessi a breve-medio termine di tutti i soggetti coinvolti. Il che ovviamente non vuol dire che saranno semplici. Soprattutto da parte israeliana, che proprio in quanto è quello in maggiori difficoltà (anche interne), necessita di un atteggiamento che ne mascheri la debolezza. Si può però, a ragion veduta, ritenere che la situazione in Medio Oriente vada in direzione di una temporanea attenuazione delle tensioni. Fermo restando che l’intera regione è comunque fitta di potenziali aree di crisi, capaci di innescare una nuova deflagrazione generale.

Dalla Siria allo Yemen, dalla Cisgiordania all’Iran, dal Kurdistan alla Turchia, il triangolo è sempre e comunque un segnale di pericolo.

Pin It

Comments

Search Reset
0
Alfred
Sunday, 09 February 2025 19:55
Ma lei e' ottimista di natura o preferisce non vedere il peggio che avanza?
Dice
Rapidamente archiviata la tragica boutade di trasferire i gazawi in Egitto e Giordania, le questioni sul tavolo sono altre, ma tutte di non facile soluzione.

E non solo, dice che gli interessi usa e quelli di bibi coincidono o non coinvidono, non le sovviene che potrebbe trattarsi di una cosa sola? Israele come 51esimo stato Usa (non ha costituzione e limiti propri) incistato la' dove al mediorienre fa piu' male? Prenda in considerazione la cosa e i sionisti ebrei e i 30 milioni di cristiano sionisti usa e si ri-faccia la domanda. Magari cambiando prospettiva capira' che gli interessi Usa sono gli stessi di bibi e dei suoi bibini.
Lei dice che l'espulsione dei palesinesi e' una boutade? Se lo e' e' solo perche' in realta' non prevedeno lo spostamento, ma il massacro. Infatti donald ha aggiunto che agli usa gaza sara' regalata quando israele avra' finito la guerra. Che guerre fa israele? Che guerra ha fatto sinora a Gaza? se lo chieda e provi a valutare risposte alternative alla boutade.
L'unica cosa che stanno facendo i due orbi (due ciechi non fanno un normovedente) e' compattare tutta l'area e risolvere diatribe religiose che durano da secoli. Semplicemdnte non mi stupirei se la siria e lo yemen e il libano e chissa' chi altri ci mettano le milizie, la turchia la direzione strategica e l'arabia saudita e gli emirati i soldi e non escludano neppure iran e egitto in un attacco non frontale, ma di dissanguamento verso israele. A partire dal golan con tattiche che niente lasciano esistere in sicurezza nello stato che si vorrebbe fosse israele. Lei crede che Israele potrebbe sopravvivere a lungo senza una economia e con un padrone che sta cercando (e trovera') guai dalla terra a marte?
La Turchia ha mosso truppe verso la Siria? No, e' vergine e ancora nella Nato, ma temo nessuno possa contestate che oggi la Siria e' quasi tutta cosa loro. In quanto tempo hanno preparato ed eseguito? Eseguito in pochissimo tempo, i tempi di preparazione non li conosco. Dietro c'e' una regia e scaltrezza. Cosa succede se si concentrano su un odioso e odiato israele? Cosa succede se riescono a coalizzare forze sparse e a finalizzare?
Non escludo che accadra' e sono convinto che se una via del cotone sara' creata sara' interamente finanziata e sfruttata dai paesi dell'area, israele non esistera' piu.
Si, lo so, sembra una speranza e un vorrei, ma non si puo'. Provate a osservare il passato e il divenire e le uscite di bibi che dice che i palestinesi lo stato lo devono costruire in arabia saudita.
I sauditi saranno pure affiliati agli usa, ma quando decidono che e' ora di prendersi delle rivincite se ne fregano, come nel caso di un certo giornalista entrato in un consolato e svanito nel nulla. Episodio relativo a una persona, lo ammetto, ma dice parecchio sul carattere di certi soggetti. Hanno rischiato l'ostracismo del mondo, se ne sono fregati. Non prenderanno le armi contro israele e donald, ma potrebbero mettere fine ai petrodollari e considerate piattaforme alternative allo swift e senza neanche dirlo, piano piano, sottobanco. Destare l'odio nel mondo non portera' niente di buono a donald in bibi in musk.
Pace all'anima loro
Like Like Reply | Reply with quote | Quote

Add comment

Submit