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mondocane

Siria, mission accomplished, o mission impossible?

di Fulvio Grimaldi

curdi israele 2E’ da qualche tempo che la Siria è ai margini delle cronache e analisi, salvo che per i fissati, in buona, ma più spesso in malafede, del popolo curdo santo subito. Qualsiasi costo comporti quella santificazione: pulizie etniche, distruzione di integrità nazionali, invasione e occupazione di padrini coloniali, rafforzamento ed espansione di Israele, ulteriori devastazioni, lutti, sangue. Coloro che si sentono dalla parte dell’ennesimo paese che la “comunità internazionale” (Nato, Israele, UE e Usa) sbatte al muro per cibarsi poi dei suoi frammenti, pensano che un’assidua attenzione e un irriducibile sostegno alla causa della Siria unita, laica, sovrana, multiconfessionale e multietnica, antimperialista, antisionista, progressista, non siano poi più tanto urgenti, “visto che si è vinto”. Una vittoria che, però, ad altri rischia di suonare come l’illusorio “mission accomplished” di Bush il Fesso sulla nave USS Abraham Lincoln. Come è noto, al proclama di missione compiuta seguirono, ad oggi, 17 anni di guerre e terrorismo, un genocidio strisciante di cui fanno parte, oltre ai 3 milioni di iracheni, oltre 5mila GIs americani.

 

Tout va bien, madame la Marquise

In effetti, a un giro d’orizzonte un po’ disinvolto il quadro potrebbe apparire discreto, sicuramente migliore di 6 anni fa, quando USraele, Turchia e principastri del Golfo disseminarono la Siria di terroristi jihadisti, rastrellati in Medioriente, Asia e tra gli immigrati in Europa (che il buonismo d’annata ritiene integrati ed assimilati), addestrati in Turchia e Giordania, riempiti di petrodollari e droghe stimolanti crocefissioni e squartamenti.

Isis e Al Qaida (nelle sue varie riedizioni) cacciati da Mosul, da quasi tutto l’Iraq, da Aleppo, Raqqa e Deir Ez Zor. Assad tuttora al potere, sorretto dalle armi dei suoi patrioti ed alleati e, ancora più robustamente, dal sempre più ampio consenso del popolo. Buona parte dei 6 milioni di siriani sradicati, evacuati e rifugiati, che Soros, le Ong dei salvataggi e i volponi dell’accoglienza avevano sottratto alla difesa e ricostruzione del paese e destinato al sottolavoro sottopagato UE, sono rientrati, stanno rientrando, preparano il rientro. La questione della totale liberazione del territorio nazionale e, dunque, la ricostituzione della sua integrità e unità sarebbero state risolte una volta che i gruppi di terroristi, rintanati nelle zone di de-escalation concordate ad Astana, si sarebbero convertiti alla pacifica convivenza. Intanto i russi sarebbero riusciti a sedurre i curdi a mollare gli americani e ritirarsi in buon ordine nelle loro riserve originali, per la felicità di una Siria integra, pacificata, da avviare alla ricostruzione.

Allungando lo sguardo si traeva conforto dal fallimento di un’insurrezione in Iran che, partita dalla protesta contro la marcia indietro sul piano sociale che il “riformista” Rouhani  aveva inflitto a operai e contadini riscattati dal predecessore “conservatore” Ahmadinejad, i soliti infiltrati alla Otpor avevano tentato di colorare a stelle e strisce. La Siria avrebbe potuto continuare a valersi del sostegno del forte vicino e, accanto a esso, dei fratelli Hezbollah, cruciali sul terreno quanto i russi nell’aria.

Ma anche il quadro generale, planetario, diceva bene ai giusti e maluccio ai malvagi. Le mattane che il polentina della Casa Bianca andava combinando, o di suo, o perché sotto schiaffo del rettilario obamian-clintoniano, forte di Cia, FBI, Pentagono e della bufala Russiagate, si risolvevano in altrettante palle in buca dei suoi avversari. Per la prima volta la collaborazionista e sodomizzata dirigenza palestinese denunciava la fregatura di Oslo, quegli accordi che, per l’espansionismo genocida di Israele, avevano costituito l’ Iron Dome (sistema antimissile) contro ogni prospettiva di Stato palestinese. L’apocalisse nucleare fatta brandire a Trump contro il nanetto nordcoreano da un’industria in fregola di produzione e ammodernamento, prometteva di ridursi in zolfanello grazie al riavvicinamento delle due Coree come consacrato dall’unificazione olimpica. E perfino in Venezuela, le polveri da sparo della controrivoluzione e della  destabilizzazione Usa, prima economica, poi terroristica, poi politica, venivano bagnate da una successione di vittorie elettorali di Maduro e da una finalmente più rigorosa e coerente risposta agli sguatteri di Washington, istituzionale, sociale, finanziaria, militare.

 

Uno sguardo senza le lenti del trionfalismo

Tutto ciò se insistiamo a voler guardare le cose attraverso le lenti dell’ottimismo e della fiducia incondizionata a coloro dalla cui parte ci schieriamo. Togliendoci quegli occhiali e assumendo una posizione, diciamo, più laica, lo scenario rivela zone piuttosto oscure. Mentre gli israeliani sono alla centesima, più o meno, incursione su obiettivi militari e civili siriani, fatti passare per rifornimenti iraniani a Hezbollah (e anche se fosse), senza che nessuno fiati e denunci gli evidentissimi crimini di guerra dello Stato più canaglia della regione, i loro alleati più stretti dopo gli Usa, capeggiati dal golpista Capitan Fracassa di Riyad, concludono, seppure a fatica, l’eliminazione dalla faccia della Terra del popolo yemenita. Sta bene a Israele e agli Usa e anche qui non c’è nessuno che fiati o denunci crimini contro l’umanità che, tra i tanti paralleli imperialisti e colonialisti, trovano, per proporzioni tra vita e morte, quello più azzeccato nei 20 milioni di congolesi fatti fuori da re Leopoldo del Belgio.

Distogliendo le sue migliori truppe dalla linea rossa dell’Eufrate a nord-est, evidentemente subita come insuperabile da un concerto russo-statunitense (alla faccia dell’integrità territoriale), i reparti d’élite “Tigre”, Damasco ha lanciato, con successo, l’offensiva contro l’enclave turco-Al Qaida (detta qui Esercito Libero Siriano) di Idlib, nel nord-ovest: Trattasi di una delle sei zone di ”riduzione del conflitto” decise ad Astana tra turchi, iraniani, siriani e russi. Il fatto che la Siria voglia riprendersela, come è suo sacrosanto diritto/dovere, come anche che abbia dovuto rinunciare alla pur annunciata riconquista della zona a est dell’Eufrate, potrebbe anche far sospettare qualche discrepanza tra Mosca e Damasco.

 

Chi spara droni sui russi? Chi deve intender intenda…

Per tutta risposta all’iniziativa siriana, condotta con il sostegno dei raid aerei russi (le sfaccettature e incongruenze della situazione sono infinite), la Turchia ha inviato massicci rinforzi nella regione, già da lei presidiata insieme ai suoi mercenari jihadisti, e qualcuno è saltato con vigore addosso alle basi russe a Hmeimim e Tartus. Si è trattato di un’incursione di 13 droni, tutti abbattuti o costretti all’atterraggio, diretti dall’alto da un pattugliatore Usa “Poseidon”, in volo a portata di comunicazione elettroniche. Droni  che, composti da truciolato, intendevano dare l’aria di ordigni confezionati da dilettanti (i ”ribelli”), ma che contenevano apparecchiature ed esplosivi high-tech. Del resto i “Poseidon” Usa vengono regolarmente impiegati per dirigere i droni di Kiev contro le repubbliche popolari del Donbas e il massimo esperto e utilizzatore di droni resta la CIA.

Putin si è affrettato a far intendere a chi deve di sapere perfettamente chi avesse allestito l’operazione. Il ministro degli Esteri, Lavrov, si è spinto più in là, con accenni agli Usa. Ma il decollo dei droni è avvenuto nell’area di Idlib dove comandano soltanto i turchi. Di Erdogan, considerato formalmente tanto amico di Mosca e tanto inviso agli Usa, pur sempre alleati e padroni Nato, è buona norma fidarsi meno delle Ong quando dicono che stanno lì per salvare i rifugiati. Non è mica tanto lontano il ricordo del Sukhoi russo abbattuto dai suoi caccia.

 

USA: noi in Siria per sempre. Erdogan: e a me?

Nella sua multidirezionalità, il Fratello Musulmano Erdogan, dal 2011 retroterra e fornitore di mercenariato terrorista per il mai abbandonato scopo di abbattere Assad (ma anche Al Sisi) e, come programmano da Usa, Israele e Saudia, spartirsi una Siria affidata a fiduciari tribali locali, ha inviato truppe, proiettili di cannone e minacce al confine di Afrin.  Afrin è il cantone curdo nel nordovest della Siria che i curdi del Rojava sperano di riunire a sè, con il solito aiuto dei boss nordamericani.

Sembrerebbe, però, che a Erdogan, più che saltare addosso al piccolo ridotto curdo di Afrin, interessi mandare un avvertimento agli Usa. Quegli Usa che, a fronte del più volte annunciato ritiro delle truppe di Mosca, se ne sono ora usciti (Tillerson al Brookings Institute) con assoluta tracotanza dichiarando che in Siria ci stanno per restarci. Come del resto è loro costume strategico: vedi Afghanistan, Iraq, Somalia, Haiti, Honduras Guantanamo, ma anche Giappone, Germania, Italia, Kosovo….

E, allo scopo, stanno allestendo la “Border Security Force” (BSF), la forza di sicurezza per il confine, composta da 30milla uomini, ovviamente “proxies”, come chiamano i mercenari, eminentemente ascari curdi già collaudati nella pulizia etnica delle popolazioni arabo-siriane titolari del vastissimo territorio di cui l’YPG si è appropriato grazie ai bombardieri e alla Forze Speciali Usa.

Affermano, Trump e Tillerson, che la guerra contro l’Isis è vinta, onde per cui logica rende necessaria una forza militare, senza precedenti per numeri e armamenti, che garantisca la sicurezza del confine tra Siria, Turchia e Iraq. Garantisca contro chi, visto che l’Isis è sconfitta? Cosa sulla quale concorda anche Mosca, ma non Tehran e non Damasco. Che, come Mosca, sanno benissimo come stanno le cose e lo dicono anche. La sconfitta vera il jihadismo, incistato in Medioriente, Africa, Asia, in tutti i paesi che imperialismo-sionismo-Golfo intendono sconvolgere, sembra averla subita solo in Iraq, per merito di una forza nazionale militare ricostruita e, soprattutto, delle milizie popolari patriottiche scite-sunnite, anche qui con il concorso di Hezbollah e di reparti iraniani.

 

Isis sconfitta, o integrata?

Quanto alla Siria, numerose e inconfutabili sono le prove video e testimoniali della collaborazione tra l’Isis, Stati Uniti e SDF, i mercenari curdi delle sedicenti Forze Democratiche Siriane che, soltanto una propagandista delle vulgate imperiali come Chiara Cruciati del “manifesto” riesce ancora a far passare per aggregato multinazionale democratico di assiri, turcomanni, arabi, circassi, vattelappesca e…curdi. Migliaia di combattenti Isis sono stati prima prelevati da Raqqa con tanto di colonne ed elicotteri Usa, per essere subito dirottati a Deir Ez Zor. Poi, in procinto di essere liberata dai siriani anche questa città, ecco un’altra operazione di salvataggio, con inserimento finale dei jihadisti nelle formazioni curde a comando usa che costituiranno i 30mila delle famose forze di sicurezza. Altri ne serviranno per accendere un po’ di fuochi dove, fallita la conquista, deve valere la strategia del caos.

Carta vince, carta perde. Quale carta? Non credo che,. al momento, sia quella data dai russi. Non credo nemmeno che sia Erdogan a dare le carte. Semmai bluffa. Con i russi, ma non troppo. Con gli Usa, ma anche contro. Contro i curdi, ma senza spingere. L’enorme territorio ora invaso dai curdi potrebbe venire buono per accogliere i curdi che un giorno o l’altro Erdogan caccerà definitivamente dalla Turchia. Del resto gli andava benissimo che i suoi curdi scappassero nel Kurdistan iracheno del socio contrabbandiere Barzani (ora felicemente svaporato, e non per merito di Turchia o Usa).

Quello che a Erdogan, il neo-ottomano torna sgradevole accettare è che la Siria venga fatta a pezzi senza che ne rimanga una fetta a lui che, pure, per tanti anni si è speso per quell’obiettivo. Obiettivo che sicuramente non ha mai abbandonato. Solo che la partita non sta volgendo a suo favore e siamo vicini a una goleada dei nemici più potenti di Assad: Usa, Israele, Sauditi e tirannelli annessi che ora, chi più chi meno. Costoro, con grande tempismo, hanno risolto di sostituire lo sputtanatissimo e irrecuperabile mercenariato Isis-Al Qaida con quello, meno sanguinario, ma moralmente ancora più miserabile, dei curdi. Così Erdogan rimane l’unico che ancora pensa di avvalersi di ascari jihadisti, da lui detti Libero Esercito Siriano, anche perché sarebbe un controsenso mettere al proprio servizio i curdi, soldataglia che va bene a americani e israeliani.

Del cinico, opportunista e inaffidabilissimo sultano si conosce la strategia, ma se ne possono prevedere a fatica le mosse tattiche, dettate magari anche dall’improvvisazione. Chi mostra ancora di credergli, e forse non ha altra scelta a dispetto dei dubbi di Tehran e Damasco (che ha promesso di abbattere aerei turchi che si affacciassero sul territorio siriano di Afrin), sono i russi. Tanto che gira la notizia che le loro forze presenti in Afrin, dove tentavano di mantenersi buoni i curdi, pensate!, avrebbero iniziato il ritiro di fronte alla pressione turca. Che per ora rimane quella, una pressione: roboanti minacce, ammassamento di truppe al confine, cannoneggiamenti e altrettanto roboanti promesse dell’YPG di fare di Afrin la tomba di tutti i turchi.

 

Turchia-Usa: un pezzo a me un pezzo a te.

Passiamo a conclusioni relativamente fondate. Il territorio di Afrin che i turchi minacciano di invadere non è un cantone curdo, come i ragazzi di bottega degli Usa nel “manifesto” vorrebbero far credere. La regione intorno a questa città contiene solo una minoranza di curdi, divenuta ora, con l’arrivo di 400mila profughi arabi siriani dai vari fronti, una minoranza infima. Forse Erdogan, di fronte a una presenza di migliaia di soldati Usa e alle loro ormai consolidate dieci basi, zeppe di reclute curde e Isis, si è rassegnato ad accettare un protettorato Usa su un’ampia area siriana amministrata dai curdi. In cambio non rinuncia a sua volta a una presenza turca nel nord della Siria, finalizzata, quanto quella Usa-curda, a mantenere in Siria focolai di guerre e destabilizzazione. Con circa un quarto della Siria sotto controllo permanente di due potenze votate alla distruzione di quella nazione, c’è proprio da chiedersi come si faccia a cantare vittoria. O c’è chi pensa che a tutto questo rimedieranno i russi affrontando in campo aperto sia gli uni che gli altri?

Vi sembra fuori di mano pensare che il sultano ottomano pensi di acchiappare anche Afrin che è appena a nordest di Idlib, unirla a quest’ultima provincia e assicurarsi in tal modo una vasta zona del territorio nazionale siriano, da cui continuare a lanciare sabotaggi contro Damasco?  Probabilmente confida che tra l’enorme zona araba che gli Usa hanno sottratto alla Siria a nordest e affidato alle istituzioni di proconsoli curdi e l’area Afrin-Idlib sotto controllo turco e presidiata dai surrogati jihadisti, a un passo da Aleppo, si possa addivenire a una composizione, benedetta dalla comune alleanza Nato e dal comune intento di liquidare Assad e squartare la Siria tra se stessi e proconsoli vari. Come progettato dagli Usa fin dagli anni’50 e come pianificato da Israele nel Piano Yinon del 1982. Insomma, tu, Usa, ti assicuri una fetta di Siria a cavallo del confine iracheno, che contiene i più ricchi giacimenti di petrolio e tieni sotto controllo i curdi e io, Turchia, mi prendo l’altra fetta. Insieme strappiamo al detestato arco scita il ponte Siria-Libano-Iran e magari anche un buon tratto della nuova via della seta cinese.

Saremo a una specie di Corea spaccata in due dopo il 1952, o, meglio, a una Germania del dopoguerra: State ora entrando nella zona americana… britannica… francese… russa…” Siria divisa est”., come volevasi fare.

Il rispettabilissimo ministro degli esteri russo, Lavrov, ha esternato il sospetto che nelle zone di cui abbiamo trattato si vogliano istituire delle autorità autonome dal governo centrale e che ciò farebbe pensare a una spartizione della Siria. Si direbbe vagamente scaturito. O forse no, visto che Mosca è stata la prima a parlare, l’anno scorso, di Siria federata. Riseppellendo poi tale concetto di fronte alle vivissime rimostranze di Damasco e Tehran. Che sanno bene di cosa parlano. Forse a Mosca si sono detti: un altro Afghanistan, un altro pantano? Magari è meglio accordarsi ognuno sui propri interessi e sulle proprie basi.

Vogliamo parlare di vittoria? Insistiamo pure, ma limitiamoci ad attribuirla al fatto che un popolo, nonostante sia stato maciullato, deportato e attirato lontano dai cialtroni dell’”accoglienza”, resta in piedi, unito e combattivo e che Bashar el Assad, il migliore governante del Medioriente e uno dei migliori del pianeta, stia ancora al suo posto. Chissà, forse a dispetto delle Grandi Manovre dei Grandi, i siriani rimasti sotto il gioco dei suoi nemici e dei relativi burattini, non ci vorranno stare. Chissà ,forse il caos sotto ai piedi degli invasori riuscirà meglio che quello sotto il palazzo di Assad.

Resta solo da dire che, tra tutti gli attori in scena, quello che “il manifesto”, in perfetta unanimità con i carnefici imperialisti, ha esaltato come “forza democratica, partecipativa, pluralista, femminista, ecologica”, cioè i curdi dell’invasione del cosiddetto Rojava, impegnati a sostituire a un paese moderno, laico, emancipato, progressista, libero, un cadavere sminuzzato, affidato a quanto di più necrofago e reazionario esiste al mondo, rappresentano la presenza più abietta e sporca...

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