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Quel sapore anni ’50 nel QE di Supermario
di Maurizio Sgroi
Chiunque si sia avventurato nell’esplorazione anche sommaria delle ultime decisioni della Bce temo sia naufragato nell’oceano di parole che le hanno accompagnate e nei commenti isterici che ne sono seguiti.
Travolto, soprattutto, dalla tecnicalità davvero barocca con la quale il Quantitative easing (QE) verrà declinato, il povero osservatore ha poche scelte: deve decidere se stare dalla parte di chi è soddisfatto o di chi non lo è, dovendosi peraltro confrontare con modalità di comunicazione che sembrano fatte apposta per celare piuttosto che per chiarire.
Mi spiego. Leggo e rileggo il comunicato con il quale la Bce ha spiegato senso e dimensioni dell’operazione. Proprio all’inizio c’è scritto che “La Bce estende gli acquisti alle obbligazioni emesse da amministrazioni centrali dei paesi dell’area dell’euro, agenzie situate nell’area dell’euro e istituzioni europee” e che “gli acquisti mensili di attività ammonteranno nell’insieme a 60 miliardi di euro almeno fino a settembre 2016″.
Uno perciò pensa che i 60 miliardi saranno spesi integralmente per comprare “obbligazioni emesse da amministrazioni centrali dei paesi dell’area dell’euro, agenzie situate nell’area dell’euro e istituzioni europee”.
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Disastro colposo
di Sandro Moiso
Paolo Ferrero, La truffa del debito pubblico, DeriveApprodi 2014, pp.156, € 12,00
E’ un libro concreto quello di Paolo Ferrero. Un libro di fatti, dati, cifre. Almeno per l’80% del suo contenuto.
Un testo dove, sinteticamente ed efficacemente, si ripercorrono le tappe del disastro del debito pubblico italiano dai primi anni ottanta ad oggi.
Un testo in cui il punto fermo è dato dalla manovra di trasferimento di una quota importante di ricchezza sociale prodotta dai servizi sociali, e quindi dalle tasche dei lavoratori e della maggioranza dei cittadini, alle banche ed alla finanza. Italiana e straniera.
Un percorso segnato da una serie di rapine e truffe ai danni dei lavoratori che sono sempre state segnate dalla scusa della necessità e che hanno abituato, nell’arco di trent’anni, le vecchie e le nuove generazioni a ragionare in termini di debito, spread, necessità. In termini di colpa e di spreco.
Favorendo l’abbandono di qualsiasi capacità critica generale al modo di produzione capitalistico, di qualsiasi visione olistica della società moderna. Dove il particulare di Guicciardini trionfa ancora sul generale di Machiavelli. O, se preferite, di Marx.
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La spesa pubblica, il debito e l’aristocrazia finanziaria
di Guglielmo Forges Davanzati
Il rapporto debito pubblico/Pil in Italia, secondo le ultime rilevazioni EUROSTAT, ha raggiunto il 133%, proseguendo una dinamica di costante crescita, a fronte del fatto che la spesa pubblica, in Italia, è in linea con la media dei Paesi dell’eurozona (v. fig.1) e si è costantemente ridotta negli ultimi anni. L’impegno dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni è stato essenzialmente finalizzato a provare a ridurre il rapporto debito/Pil agendo contestualmente sul debito e sul Pil, ovvero – nel primo caso – riducendo la spesa pubblica (e aumentando la tassazione) e, per il secondo aspetto, attuando alcune “riforme” prevalentemente calibrate sul mercato del lavoro. La logica sottostante può essere ricondotta a questa ipotizzata sequenza di eventi. La riforma del lavoro genera maggiore occupazione; maggiore occupazione genera maggiore produzione, rendendo più facilmente sostenibile la dinamica del debito pubblico. Contestualmente, i tagli di spesa la “riqualificano” accrescendo l’efficienza del settore pubblico.
E’ opportuno ricordare che il criterio convenzionalmente accettato per stabilire la sostenibilità del debito pubblico fa riferimento alla differenza fra tasso di interesse sui titoli e tasso di crescita: tanto maggiore è questa differenza, tanto più lo Stato si trova in una potenziale posizione di insolvenza1.
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Verso la legge di stabilità
di Maurizio Sgroi
I tormenti del 2015
Se il 2014 vi è sembrato un anno orribile per la nostra finanza pubblica, e di sicuro finora lo è stato, potete consolarvi pensando che il 2015 sarà peggio. A meno di miracolistiche quanto improvvise crescite del Pil, il nostro Paese dovrà far fronte alle scadenze impegnative che richiedono le regole della spesa e del debito europeo che dovrebbero obbligarci – e mai condizionale fu più d’obbligo – a importanti correzioni fiscali per rientrare nei dettami europei.
Ora, per non rischiare di essere iscritto d’ufficio al partito dei gufi (splendidi animali, fra l’altro), dico subito che dati e parole di questo post sono estratti esclusivamente dalla nota di aggiornamento al Def che il governo ha presentato poche settimane fa e che sospetto pochi abbiano letto interamente, perdendosi così una splendida lezione di finanza pubblica. Al contrario, io mi sono abbeverato alla fonte di tanta conoscenza, e seppure il retrogusto sia vagamente amarognolo, non può dirsi sia stata fatica sprecata. Al contrario. E’ stata una prolusione all’ampio dibattito che comincerà questa settimana sulla futura legge di stabilità, utile anche a capire chi parla sapendo quello che dice e chi no.
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La dittatura dello spread
Alessandro Somma
Pubblichiamo un estratto dal libro La dittatura dello spread. Germania, Europa e crisi del debito in libreria in questi giorni per le edizioni DeriveApprodi
Rating, dall’inglese «valutazione», è un vocabolo divenuto di uso corrente per indicare la descrizione di determinate caratteristiche riferite a istituzioni pubbliche e private. Dal momento che fine ultimo del rating è solitamente la compilazione di un ranking, altra espressione inglese diffusa il cui significato è «classifica», la descrizione avviene in forma di misurazione espressa in termini numerici o comunque quantitativi, in quanto tali frutto di notevoli semplificazioni e arbitri. Ciò nonostante i rating e i relativi ranking sono estremamente diffusi: hanno assunto il rango di una vera e propria forma di comunicazione, quasi uno specifico genere letterario, utilizzato per veicolare, in modo efficace e immediato, i messaggi più disparati.
Prendiamo ad esempio i rating confezionati da Transparency International, che misura la corruzione percepita nei diversi paesi del mondo. Il relativo ranking restituisce dell’Italia un’immagine tutt’altro che gratificante: si piazza al sessantanovesimo posto, a pari merito con la Romania, terz’ultima tra i paesi dell’Unione europea dopo la Bulgaria e la Grecia. Il messaggio che si ricava da questa classifica, e dal rating che la precede, è immediato: per quanto le leggi non siano sufficienti a produrre qualità morali, possono contribuirvi in modo determinante e dunque è opportuno che il parlamento si attivi per prevenire e reprimere la corruzione.Ciò nonostante, sono anni che da più parti si denuncia invece l’inerzia del legislatore italiano, se non addirittura la volontà di rendere la vita facile ai corruttori e ai corrotti.
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La nemesi storica del capitale
Gigi Roggero intervista Christian Marazzi
Nonostante che si parli di necessità della crescita, le politiche economiche adottate in Europa sotto l’input tedesco vanno nella direzione opposta e la situazione rimane sempre critica. Christian Marazzi sottolinea come tale situazione prefiguri una sorta di nemesi del capitale. La sconfitta della classe operaia fordista negli ultimi trent’anni si ritorce oggi contro lo stesso capitale, orfano di un rapporto sociale antagonista che ne consentiva comunque la perpetuazione. La desalarizzazone e la decontrattualizzazione del lavoro (in una parola, la precarietà) è oggi infatti la causa principale del cul de sac in cui si dibatte la crisi, soprattutto europea.
***
Un secolo e mezzo fa Marx scriveva che non ci sono crisi permanenti, ma quella che oggi stiamo vivendo sembra averne le caratteristiche. Arrivati al suo ottavo anno, proviamo con Christian Marazzi a farne una periodizzazione, ad approfondire, mettere a verifica ed eventualmente ripensare le analisi che abbiamo fatto a partire dal 2007-2008. Ora qualcuno parla di una fase “post-austerity”: cominciamo con il capire se è davvero così e cosa questa fase significa realmente.
“Siamo nuovamente in una situazione in cui si addensano una serie di elementi di forte crisi, sicuramente nella zona euro ma anche su scala globale. Ciò avviene dopo un periodo durante il quale le politiche monetarie delle grandi banche centrali come la Federal Reserve, la Banca d’Inghilterra e la banca centrale giapponese, con forte iniezione di liquidità, avevano in qualche modo attenuato gli elementi strutturali della crisi.
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Il divorzio (all’italiana) fra debito pubblico e ricchezza privata
di Maurizio Sgroi
C’è molto sentimento nel rapporto che noi italiani intratteniamo col nostro debito pubblico, che poi altro non è che l’apparenza contabile del nostro Stato e perciò, in sostanza, la fisionomia di noi stessi.
Tale sentimento, che oggi volge all’odio dopo una lunga stagione d’amore, racconta del difficile rapporto che intratteniamo con noi stessi, ora egotico/superomista, ora autoflaggellante/esterofilo, ma soprattutto racconta di una lunga relazione, un matrimonio quasi, che il popolo italiano ha intrattenuto con il suo bilancio pubblico, facendone la cornucopia della loro privatissima ricchezza al prezzo, appunto, del debito che conosciamo, che tanto scandalo ha generato nel mondo finendo con l’interrompere l’idillio.
Sicché il matrimonio è diventato un divorzio.
Divorzio all’italiana, comunque. Quindi pieno di sotterfugi e balletti, un passo avanti e due indietro, con l’occhio giudicante dei perbenisti che alla fine ti spingono al delitto: proprio come nel vecchio film di Germi.
Sicché il divorzio fra il nostro debito pubblico e la nostra ricchezza privata non ha mai avuto la meritata evidenza che pure hanno trovato nelle cronache divorzi assai meno rilevanti, se non per gli appassionati, come quello dell’81 fra il Tesoro e Bankitalia, di cui chi segue questi argomenti potrà trovare ampi resoconti sulla rete.
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L’epopea italiana dei fondi (in) pensione
di Maurizio Sgroi
Dunque viviamo in un’epoca in cui molti stati, ormai sfiancati dalle spese, hanno subappaltato la questione previdenziale a entità esterne. Gli strumenti di questa delega, travestita col miglior birignao di cui disponga il tecnicismo contemporaneo, sono i fondi pensioni.
Costoro, che ormai movimentano decine di trilioni di dollari nel mondo, di fatto sono uno dei costituenti del sistema finanziario globale, e rappresentano il curioso paradosso per il quale entità costituite col risparmio previdenziale di miliardi di lavoratori finiscono nel gioco globale che negli ultimi decenni ha contribuito a erodere sempre più i redditi da lavoro.
I contributi dei lavoratori, per farla semplice, sono diventati la corda che ha finito con l’impiccarli. E a stringere il cappio è stata la loro stessa avidità: pretendendo sempre più rendimenti dai loro fondi, non si accorgono dei disastri che può provocare far circolare nel mondo tali montagne di denaro a caccia di profitti.
Il segreto di questo capolavoro è stato far passare il pensiero che il risparmio previdenziale equivalga a un investimento finanziario, mentre il senso del risparmio previdenziale dovrebbe essere assicurare una rendita certa, anche se bassa, rispetto a una rendita potenzialmente alta ma incerta.
Confondere investimento finanziario e risparmio previdenziale può essere parzialmente ammesso in un sistema a capitalizzazione, mentre è un fraintendimento in un sistema a ripartizione come il nostro, dove comunque le pensioni in essere dovranno essere pagate.
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La fabbrica della crisi e il declino del lavoro
di Claudio Gnesutta
Quando è iniziata l'egemonia della finanza sulla produzione? Riflessioni a partire dal libro di Angelo Salento e Giovanni Masino, La fabbrica della crisi
La questione della “densità” finanziaria del sistema economico è un aspetto ampiamente dibattuto per la sua rilevanza nel determinare l’attuale funzionamento delle nostre società. A questo riguardo, è importante il contributo di Angelo Salento e Giovanni Masino, (La fabbrica della crisi. Finanziarizzazione delle imprese e declino del lavoro, Roma: Carocci editore, 2013) che, con un’analisi svolta su diversi piani (sistemazione della letteratura, informazioni quantitative, interviste di operatori), non si limitano a sottolineare la crescente dimensione finanziaria dei bilanci societari, ma approfondiscono le modificazioni qualitative che la finanziarizzazione dell’economia ha indotto in una gestione aziendale che ha assunto come priorità la crescita del valore per gli azionisti.
In particolare, la loro tesi può essere sintetizzata, pur con tutti i rischi dell’estrema concisione, dalla considerazione che, nel superamento del fordismo, l’impresa ha trovato nell’esternalizzazione (decentramento e delocalizzazione) della produzione lo strumento per ridurre i costi e per realizzare le disponibilità liquide necessarie all’investimento e che questa sua articolazioni in divisioni autonome (anche se raggruppate in holding) si presenta come un “fascio di investimenti” (industriali, commerciali, finanziari) da gestire ciascuno singolarmente valorizzandoli con logica “finanziaria” sulla base di un benchmarking definito dagli analisti finanziari.
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Uno spaccato dell’Europa
di Davide Gallo Lassere
A un mese dalle elezioni europee, il dibattitto sul futuro (destino?) del’Europa stenta a decollare. I punti di vista nazionali prevalgono sulla declinazione di un punto di vista europeo autonomo. E’ anche l’esito del ruolo strumentale che le istituzioni europei hanno svolto da Maastricht in poi al servizio dei potentati finanziari. Le politiche di austerity sono state la ciliegina sulla torta. E possibile creare un punto di vista europeo autonomo e alternativo in grado di sperimentare nuovi circuiti di valorizzazione e di creazione monetaria?
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Che la crisi europea provenga da fuori e che solo ricollocandola all’interno delle giuste coordinate storiche e geografiche la si possa cogliere nella sua reale portata, non v’è dubbio alcuno. Che proprio nel presente dell’Unione europea, però, la crisi pluridecennale del capitalismo globale raggiunga vertici parossistici, sembra ancora più evidente.
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In each other we trust
Coniare alternative al capitalismo
di Jerome Roos
Nello scorso marzo si è svolta la conferenza MoneyLab ad Amsterdam, organizzato dall’Institute of Network Cultures. Dopo il workshop svoltosi il 20 gennaio al Goldmiths College di Londra e l’incontro di metà febbraio nell’ambito del progetto D-Cent, sempre a Londra, è questo il terzo appuntamento europeo sul tema delle monete digitali. Riportiamo in anteprima in italiano (grazie alla traduzione di Lorenzo Fé) un articolo di Jerome Roos, animatore della Roar Magazine (qui nella versione originale), che descrive ciò di cui si è discusso ad Amsterdam. Ricordiamo che sul tema delle monete digitali e in particolare sulla proposta della Moneta del Comune e della creazione di una Istituzione finanziaria del Comune, Effimera sta organizzando un incontro internazionale a Milano il prossimo 21-22 giugno. Ringraziamo Jerome per la pubblicazione.
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Oltre dio e lo stato, è il denaro che comanda. È ancora possibile immaginare delle alternative?
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Laboratorio sulla moneta: dalla scarsità all’abbondanza?
Rapporto sul Money lab
di Tiziana Terranova
La due giorni del ‘laboratorio sulla moneta’ organizzata dall’Institute for Network Culture di Amsterdan nelle giornate del 21 e 22 marzo 2014 è iniziata con un botto. Saskia Sassen, autorevolissima sociologa della globalizzazione e delle trasformazioni urbanistiche, docente alla Columbia University di New York, condensa in venti minuti la ‘breve storia brutale’ degli ultimi quattordici anni (2000-2014). Tanta complessità (la finanza), ci dice, ha prodotto una semplice brutalità: i milioni di sfratti da New York ad Amburgo a Budapest, l’accaparramento delle terre agricole in Africa e l’espulsione forzata di milioni di persone dall’economia. Sassen illustra servendosi di grafici l’ascesa drammatica delle curve del profitto del settore finanziario per cui la crisi del 2008 è stata poco più di un singhiozzo. I numeri straordinari, incredibili che indicano il valore corrente o meglio ‘futuro’ dei titoli finanziari mostrano un enorme tasso di crescita impensabile in qualsiasi altro settore dell’economia. Nel 2001, il mercato dei titoli finanziari valeva 819 miliardi di dollari, nel 2008 62.2 trilioni (ogni trilione vale mille milliardi o un milione di milione) e infine nel 2015 siamo arrivati al quadrilione (cioè mille milioni di milioni o un milione di milioni di milioni di milioni).
Questi numeri improbabili, per Sassen, sono il risultato della transattività frenetica e multidirezionale degli scambi finanziari, in cui il denaro è moltiplicato dalle nuove tecnologie dell’accelerazione. Vendendo qualcosa che non ha, si deve inventare ‘strumenti’ e simultaneamente invade gli altri settori dell’economia usando il debito come ‘ponte’. La finanza, ci dice Sassen, commercia col futuro e quindi si occupa di probabilità e incertezza, la sua matematica non è quella della microeconomia, ma della fisica.
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Moneta e finanziarizzazione
Intervista a Stefano Lucarelli
Nella sedicesima trasmissione di CommonRadio abbiamo discusso di “Moneta e Finanziarizzazione” con Stefano Lucarelli, a partire da un suo scritto “Sentieri interrotti” (in C. Bermani, a cura di, “La Rivista Primo Maggio 1973 – 1989”, DeriveApprodi 2010) in cui l'economista passa lucidamente in rassegna la storia del gruppo sulla moneta della rivista “Primo Maggio”. Di seguito la trascrizione dei tratti salienti della discussione, a nostro avviso particolarmente interessanti, ancora oggi, per tutti coloro i quali si occupano di decifrare le dimensioni economico-politiche dell'attuale crisi finanziaria.
L’inconvertibilità del dollaro con l'oro, è stata descritta come una “rivoluzione dall’alto”. Sul giornale “Potere Operaio” (Mensile, agosto 1971) Toni Negri definiva tale operazione statunitense di portata epocale. Negli stessi anni Sergio Bologna scriveva “Moneta e Crisi. Marx corrispondente della New York Daily Tribune” (in S. Bologna, P. Carpignano, A. Negri (a cura di), Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli 1974. Ora in S. Bologna, Banche e crisi. Dal petrolio al container, DeriveApprodi 2013). Vuoi sottolineare la peculiarità del lavoro di Bologna e la centralità che questo ha assunto nella fase capitalistica che si attraversava?
La lettura del lavoro di Sergio Bologna, come il dibattito in seno alla rivista “Primo Maggio”, è un po’ ostico, visto che le categorie teoriche utilizzate sono date per scontate, in quanto il linguaggio utilizzato negli anni ’70 era una sorta di patrimonio collettivo che oggi si è un po’ perso. I due concetti su cui Sergio Bologna articola la sua riflessione sono: “comando monetario” e “composizione di classe”. L'oggetto del suo saggio sono gli scritti che Marx compone come redattore della New York Daily Tribune. La cosa interessante è che questi articoli definiscono la “rivoluzione dall’alto” come cambiamento istituzionale che coinvolge innanzitutto le istituzioni creditizie messe in campo in Francia da Napoleone III negli anni ’50 dell’800. È un periodo storico particolare, perché nel 1848 c’erano state le rivolte della classe operaia francese e Napoleone III vuole evitare una nuova rivoluzione. Occorre ricordare che Napoleone III era stato eletto Presidente della Seconda Repubblica francese nel dicembre del 1848. Il 2 dicembre 1851 Napoleone III pose fine alla Repubblica e l’anno dopo assunse il titolo di Imperatore.
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Appunti sulla guerra valutaria II
Stefano Lucarelli
Dopo un’anno di incremento delle borse mondiali (2013), iniziano le prime avvisaglie di un’instabilità congenita (strutturale), questa volta derivante dalle tensioni valutarie che hanno attraversato, in particolar modo, i paesi emergenti. In questo articolo Stefano Lucarelli fa il punto della situazione, con un’analisi attenta e puntigliosa della situazione in atto, mettendo in luce come i movimenti dei capitali internazionali siano ancora attratti dalla supremazia del dollaro Usa. Un altro tassello della “critica della crisi”. La prima puntata degli Appunti sulla guerra valutaria può essere letta qui.
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1. Il 2013 è stato un anno caratterizzato da menzogne, o – se preferite – da maldestri tentativi di governare le aspettative sui mercati finanziari, sulle relazioni industriali, sul futuro degli assetti istituzionali nazionali ed europei. Tra aggiustamenti al ribasso sui tassi di crescita europei, magie statistiche e comunicative volte a sottostimare il tasso di disoccupazione e a concentrare l’attenzione mediatica sulla sola disoccupazione giovanile (tagliando in questo modo fuori dall’agenda politica i disoccupati e i precari dai 25 anni in su), si giunge al capolavoro del ministro Fabrizio Saccomanni: subito dopo Capodanno l’uomo venuto da Banca d’Italia per far sì che il Tesoro torni degno di tal nome, cerca di diffondere fiducia nel Belpaese invitando gli italiani a gioire per il calo dello spread.
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Teorie volgari e prospettive economiche
Amit Bhaduri, Nadia Garbellini, Ariel Wirkierman
Per comprendere cosa potrà accadere nel corso del 2014 all’economia mondiale occorre partire da una considerazione squisitamente teorica: di questi tempi le teorie sopravvivono in una forma “volgare” e vengono utilizzate per giustificare politiche opposte a quelle per le quali erano state originariamente pensate. La versione volgare della teoria keynesiana della domanda effettiva a cui i politici fanno riferimento in tempi di recessione è la cosiddetta “stimulation doctrine”, secondo cui governi e banche centrali dovrebbero iniettare liquidità a favore degli istituti finanziari, stimolando la domanda aggregata e credendo di salvare in questo modo l’economia reale dalla disoccupazione. Molti economisti, persino alcuni tra quelli che si definiscono “keynesiani”, continuano a teorizzare su basi neoclassico-liberiste, assumendo “agenti rappresentativi”, teorizzando equilibri di lungo periodo in cui la domanda aggregata non conta, ipotizzando perfetta flessibilità dei salari e una sostituibilità tra capitale e lavoro garantita da un sistema di prezzi che riflette la scarsità relativa. Se saranno queste le teorie che continueranno ad ispirare le politiche economiche anche nel 2014, l’esito prevedibile sarà un acuirsi dei problemi economici e sociali su scala mondiale.
Eppure gli insegnamenti di Kalecki e Keynes potrebbero ispirare scelte politiche ben più sagge.
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