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one euro

Banche centrali e banche private

Chi comanda veramente?

di Thomas Fazi

Su questo blog abbiamo parlato spesso di politica monetaria. In particolare, abbiamo visto come in seguito alla Grande Depressione degli anni trenta ci sia stato un fondamentale cambio di paradigma in fatto di politica monetaria e fiscale, incentrato sull’uso di politiche monetarie espansive (finalizzate a un’aggressiva espansione della base monetaria) e politiche fiscali anti-cicliche (massicci investimenti pubblici, ecc.) per combattere crisi e recessioni. Questo fu il frutto in buona parte di una vittoriosa battaglia ideologica da parte di Keynes e altri contro i cosiddetti monetaristi della “scuola austriaca” (che invece accusavano proprio le banche centrali di aver causato la Grande Depressione per mezzo di un’eccessiva espansione del credito, e teorizzavano un approccio laissez faire alla crisi), ma ciò che rese questo nuovo approccio tecnicamente possibile fu il passaggio epocale, all’inizio degli anni Trenta, dal gold standard (in cui la quantità di moneta in circolazione era necessariamente vincolata dall’ammontare totale di oro) a un regime monetario sempre più fiat (ovvero non coperto da riserve di materiali preziosi), in cui la moneta era libera di espandersi in misura virtualmente infinita. Questo conferì alle banche centrali un potere di intervento nei sistemi monetari che non avevano mai avuto prima. Ovviamente, questo poneva dei rischi: l’implicita garanzia di salvataggio offerta dalle banche centrali agli istituti finanziari in caso di crisi avrebbe potuto generare comportamenti ancora più irresponsabili di quelli che avevano causato la crisi del ’29 (un problema noto in economia come “moral hazard”).

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Fiat ingoia Chrysler

Ma le automobili non c’entrano

Nei primi giorni del 2014 le prime pagine di tutti i giornali italiani e internazionali hanno riportato a grandi titoli la notizia dell’acquisizione del 100% di Chrysler da parte di Fiat. Un’azienda italiana, anzi l’Azienda italiana con la A che ingoia un colosso (sebbene in rovina) statunitense è una notizia che fa impressione. “Un’operazione che entrerà nei libri di storia”, “un sogno realizzato” secondo Marchionne e Elkann; Susanna Camusso parla di operazione di grande rilevanza; Bonanni e Angeletti si fanno prendere addirittura dall’entusiasmo più sfrenato, il primo rivendicando una parte del merito (senza un sindacato responsabile in Italia, Fiat non avrebbe avuto la forza di proiettarsi sul mercato globale) e entrambi dicendosi certi che l’acquisizione darà nuovo slancio e garantirà posti di lavoro anche in Italia. Ai tre compari deve essere sfuggito, tra le altre cose, il licenziamento - a partire dal primo gennaio - di 174 operai della Lear e della Clerprem, aziende che lavoravano con le commesse dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, o gli esuberi in GKN di Campi Bisenzio azienda in cui l'80% delle commesse dipende da Fiat.

Qualche analista da salotto televisivo si è mostrato invece più tiepido, temendo che lo spostamento del baricentro Fiat negli Stati Uniti potrà segnare il definitivo disinteresse per le sorti degli stabilimenti e degli operai italiani e invocando quindi garanzie d’investimento e di rilancio.

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quaderni s precario

Il fenomeno Bitcoin

Moneta alternativa o moneta speculativa?

Gianluca Giannelli e Andrea Fumagalli

Negli ultimi mesi, una bolla seculativa ha interessato il Bitcoin, la moneta digitale lanciata dalla galassia hacker alternativa nel 2009 come possibile nuovo strumento monetario per realizzare scambi privati, al di fuori del controllo dei potentati creditizi-finanziari. E’ stato scritto che il Bitcoin potrebbe rappresentare una minaccia al sistema della moneta “fiat”, quella emessa dalle Banche Centrali. Ma è proprio così? E’ possibile pensare a circuiti finanziari alternativi?

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Arricchimento, clamore, volatilità. Queste le parole associate, di recente, al fenomeno “Bitcoin” (BTC) e, in generale, delle monete virtuali o criptomonete, come vengono definite.

Molti, anche in Italia, soprattutto nell’ultimo mese, ne hanno sentito parlare. Pochi ancora sanno cosa sono. Tutti però le associano a possibilità di ricchezza improvvisa.

Il BTC e le altre circa 40 monete nate in sua emulazione, sono semplicemente file criptati ovvero sequenze alfanumeriche (numeri e lettere) generate da computer – a seguito della esecuzione e risoluzione di un determinato algoritmo -  collocati all’interno di una rete “peer to peer”.

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Il colpo di Stato di banche e governi

di Luciano Gallino

Il tracollo finanziario di questi anni non è dovuto a un incidente del sistema ma è il risultato dell'accumulazione finanziaria perseguita ad ogni costo per reagire alla stagnazione economica di fine secolo. L'introduzione al libro del sociologo Luciano Gallino, "Il colpo di Stato di banche e governi"

La crisi esplosa nel 2007-2008 è stata sovente rappresentata come un fenomeno naturale, improvviso quanto imprevedibile: uno tsunami, un terremoto, una spaventosa eruzione vulcanica. Oppure come un incidente tecnico capitato fortuitamente a un sistema, quello finanziario, che funzionava perfettamente. In realtà la crisi che stiamo attraversando non ha niente di naturale o di accidentale. E stata il risultato di una risposta sbagliata, in sé di ordine finanziario ma fondata su una larga piattaforma legislativa, che la politica ha dato al rallentamento dell'economia reale che era in corso per ragioni strutturali da un lungo periodo. Alle radici della crisi v'è la stagnazione dell'accumulazione del capitale in America e in Europa, una situazione evidente già negli anni Settanta del secolo scorso. Al fine di superare la stagnazione, i governi delle due sponde dell'Atlantico hanno favorito in ogni modo lo sviluppo senza limite delle attività finanziarie, compendiantesi nella produzione di denaro fittizio. Questo singolare processo produttivo ha il suo fondamento nella creazione di denaro dal nulla vuoi tramite il credito, vuoi per mezzo della gigantesca diffusione di titoli totalmente separati dall'economia reale, quali sono i «derivati», a fronte dei quali – diversamente da quanto avveniva alle loro lontane origini – non prende corpo alcuna compravendita di beni o servizi: sono diventati di fatto l'equivalente dei tagliandi di una lotteria.

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quaderni s precario

L’economia del debito e il «governo» della povertà

Una critica della microfinanza

di Marco Fama

Il contributo di Marco Fama rappresenta una critica della microfinanza, in quanto  istituzione capitalistica. La microfinanza è raccontata al di là di ogni retorica. Essa è spiegata come una vera e propria (bio)politica monetaria che realizza una forma di dominio attraverso l’istituzione di rapporti creditizi che mettono a valore la condizione di povertà. Le nuove forme di governo della povertà incentrate sul (micro)debito, nel mentre si avvalgono della produzione discorsiva neoliberale per mezzo della quale sono presentate come un’occasione di auto-emancipazione per i poveri, portano questi direttamente nel cuore dei meccanismi di spoliazione messi in atto dai mercati finanziari; attraverso le logiche del debito/colpa a queste sottese, inoltre, viene ad esprimersi una forma fattiva di biopotere che ambisce a produrre – tra coloro i quali più di chiunque altro avrebbero motivo di insorgere – delle soggettività docili. Una riflessione preziosa per coloro che aspirano a riappropriarsi di un sapere monetario che sfidi la violenza finanziaria.

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«Credit is the economic judgment on the morality of a man. In credit, the man himself, instead of metal or paper, has become the mediator of exchange, not however as a man, but as the mode of existence of capital and interest»
Marx,
Appunti su James Mill

 
Le nuove governamentalità

I passaggi che hanno portato alla formazione di un nuovo ordine nel discorso della povertà sono stati analizzati da Kanyal Sanyal in uno dei suoi ultimi libri[1].

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Il Treasury Usa tra Kalecky e il wishful thinking

di Quarantotto

Partiamo da questa proposizione socio-giuridica per fissare un punto da cui decodificare lo scenario che si sta affacciando ai nostri occhi:  

"Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]." Kalecky "Aspetti politici del pieno impiego" (par.II.4)

Questo assunto, intuitivo, ci consente di comprendere sempre, alla stregua delle coordinate di navigazione, il dibattito che si è svolto sulla questione "pubblico impiego". A cui faccio rinvio, per chi non l'avesse seguito.   Questo stesso assunto ci consente una digressione "storico-economica" molto interessante.

La ritraiamo da un paper del prof. Aldo Barba, datato 25 maggio 2011, alla vigilia immediata di quella offensiva finale che, scatenata dalle vendite di Deutschebank sui titoli del nostro debito pubblico - a loro volta "figlie" del six packs approvato poche settimane prima-, innescò il gigantesco "regolamento di conti" che ha fatto emergere concretamente, per chi avesse occhi per vedere, la vera natura dell'euro. Sentite che dati ci offre:

Consideriamo brevemente alcuni dati essenziali. All'inizio degli anni settanta il peso sul prodotto della spesa pubblica al netto degli interessi è, in Italia, di sei punti percentuali più basso che in Francia e Germania. Nel 1980 la spesa pubblica al netto degli interessi in rapporto al prodotto è pari al 37% in Italia, al 45.4% in Francia e al 46.5% in Germania. Alla fine degli anni ottanta la nostra spesa primaria è allineata a quella dei tedeschi (43% circa), rimanendo in ogni caso inferiore di oltre cinque punti percentuali a quella dei francesi. Alla fine degli anni novanta la spesa primaria è pari in Italia al 41.5% del PIL, contro il 44.9% della Germania e il 49.6% della Francia (Fig. 1).  

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Le mille bolle del mercato finanziario

Emiliano Brancaccio e Marco Veronese Passarella

Il Nobel per l’Economia 2013 a Fama, Hansen e Shiller per le loro analisi sulla previsione degli andamenti dei mercati finanziari. Sebbene confutata sul piano scientifico, la tesi dei mercati finanziari efficienti continua a dominare la scena politica 

Gli americani Eugene Fama (Università di Chicago), Lars Peter Hansen (Università di Chicago) e Robert Shiller (Università di Yale) sono i vincitori del premio Nobel 2013 per l’Economia, in virtù delle loro analisi sulla previsione degli andamenti dei mercati delle attività finanziarie e immobiliari. Nel motivare la scelta di quest’anno, l’Accademia svedese delle scienze ha molto insistito sugli elementi di continuità tra le ricerche degli studiosi premiati. In realtà, come vedremo, il loro successo è derivato soprattutto dagli elementi di rottura tra le loro analisi e dall’ampia letteratura che si è sviluppata in questi anni intorno ad essi.

Appartenente a una famiglia di origine siciliana emigrata a Boston ai primi del secolo scorso, Eugene Fama è annoverato tra i più intransigenti difensori della libertà dei mercati finanziari e della loro completa deregolamentazione. Questa posizione politica viene solitamente giustificata dai suoi epigoni in base alla tesi secondo cui il mercato utilizza al meglio tutte le informazioni disponibili utili alla determinazione del prezzo delle attività, e ogni eventuale nuova informazione viene istantaneamente incorporata nei prezzi delle attività. Nel caso della borsa valori, per esempio, il prezzo corrente delle azioni riflette le informazioni disponibili circa il valore attuale dei dividendi futuri attesi. Se dunque i prezzi che scaturiscono dalle contrattazioni sono determinati in base a un impiego ottimale di tutte le informazioni disponibili, nessuno potrà sperare di utilizzare quelle stesse informazioni per speculare, cioè per “battere il mercato”.

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quaderni s precario

Appunti sulla guerra valutaria

di Stefano Lucarelli

1. All’inizio del 2013, durante il vertice di Davos, la presa d’atto della nuova politica monetaria giapponese, impegnata a svalutare significativamente lo yen, aveva suscitato uno stato di agitazione che aveva condotto gli osservatori a dare per scontato che l’amministrazione Obama avesse tra i suoi obiettivi la perdita di valore relativo del dollaro.

Tanto il Giappone, quanto gli Stati Uniti – si diceva – vogliono da un lato recuperare quote nel commercio internazionale, e dall’altro ridurre il valore dei debiti che essi devono ai loro creditori (a seguito del probabile incremento dell’inflazione legata alla svalutazione delle proprie monete).

Dal momento che l’unica area economica priva di una vera politica valutaria è l’Eurozona, sembrava probabile che il dollaro si svalutasse proprio nei confronti dell’euro, aggravando i precari equilibri che caratterizzano i rapporti fra il modello di crescita tedesco – orientato alle esportazioni dei beni prodotti nei settori a più alto valore aggiunto – e i paesi mediterranei caratterizzati da deficit crescenti nella propria bilancia commerciale.

Se questa prospettiva si dovesse verificare, ciò accelererebbe la pericolosa tendenza che è comunque già presente tra i Paesi dell’Unione Monetaria Europea: ai Paesi periferici si continuerà a chiedere di ripagare i debiti a mezzo di deflazione salariale o attraverso la presenza rilevante dei capitali privati dei Paesi del Nord negli assetti proprietari dei settori potenzialmente redditizi:

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Un fallimento ben meritato?

di Claus Peter Ortlieb

josef koudelka ireland 1976 pissing 1345142250 b25255b725255dAi primi di Novembre del 2012, Der Spiegel ha rivelato l'esistenza di un rapporto "segreto" della BND, secondo il quale il piano di salvataggio previsto per le banche cipriote avrebbe giovato, in primo luogo, ai detentori di conti correnti sui quali era depositato denaro sporco russo. Oligarchi, imprenditori e mafiosi russi, avrebbero depositato circa ventisei miliardi di euro sui loro conti bancari a Cipro. Dopo aver accuratamente taciuto la questione, i media on-line si sono improvvisamente scatenati a parlare solo di questi ventisei miliardi di euro. Quanto, esattamente, di questi depositi bancari era stato acquisito attraverso mezzi criminali? Chiaramente, proprio a partire dalla natura di questo genere di denaro, non si può sapere. Per cui, tutto il contenuto informativo del rapporto della BND si può dunque riassumere in questa sola cifra: ventisei miliardi di euro sui dei conti russi, di origine indeterminata. Il resto non aveva alcuna importanza, il fine della manovra era stato raggiunto e si poteva scatenare un "dibattito sull'equità".

Lo stesso giorno della pubblicazione della notizia, il gruppo dell'SPD al Bundenstag dichiarava, per bocca del suo portavoce per la politica interna: "Prima che l'SPD dia il via libera al finanziamento degli aiuti per Cipro, bisogna parlare del modello economico di questo paese.

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Il costo proibitivo del capitale

di Laurent Cordonnier

Può essere interessante ripercorrere il cammino barcollante, tortuoso e vacillante che ha attraversato l'Europa e che alla fine ha ridotto la causa di tutti i nostri mali a questioni di competitività e, poco a poco, a problemi di costo del lavoro. La crisi dei subprime, la crisi di liquidità bancaria, le colossali svalutazioni degli attivi, il crollo del credito, l'immobilismo della domanda, la trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, le politiche di austerità sono state tutte dimenticate.

 Come aveva ben spiegato già nel 2012 Ulrich Wilhem, all'epoca portavoce del governo tedesco, «la soluzione per correggere gli squilibri [commerciali] nella zona euro e stabilizzare le finanze pubbliche consiste nell'aumento della competitività dell'Europa nel suo insieme (1)».

Quando si fornisce una spiegazione, bisogna essere pronti a difenderla contro qualsiasi nemico, compreso il rigore aritmetico. Avendo ormai capito che i nostri squilibri interni non possono risolversi in una gara infinita e fratricida tra i ventisette paesi europei per guadagnare competitività gli uni contro gli altri - quel che si chiama, a rigore, un gioco a somma zero ... - il progetto che ci viene proposto ora mira ad aumentare la nostra competitività nei confronti del resto del mondo.

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Cristina, la Francia e i tango-bond argentini

di Oscar Piovesan

"Corsi e ricorsi della storia", teorizzava nel XVII secolo il filosofo e giurista napoletano Gianbattista Vico. "Uno spettro s'aggira per l'Europa", assicurava il filosofo tedesco Carlo Marx cent'anni dopo, parlando del comunismo. Ora, in vari Paesi europei, tra cui l'Italia, ne aleggia un altro, anche se del tutto diverso: il default. In Argentina 'sto spettro l'abbiamo visto all'opera dalla surreale fine dicembre del 2001.

Quando l'appena designato presidente, il peronista Adolfo Rodriguez Saa - al posto del radicale Fernando de la Rua, involatosi in elicottero dalla Rosada dopo una repressione da una trentina di morti, ed il primo di 4 presidenti 4 succedutisi in pochi giorni - ha annunciato in Parlamento che l'Argentina, "per uscire dalla crisi economica, sociale e politica", sospendeva il pagamento del debito estero. I compañeros gli hanno fatto eco cantando il ''combatiendo el capital" della Marcia peronista! 'Sta telenovela dei tangobond - che ha visto in scena una grande marea di italioti, con occhietti alla Paperon de' Paperoni per i succulenti interessi che pagavano, ma bidonati dalle banche che si son guardate bene dall'avvertirli che l'Argentina da un paio d'anni correva verso il fallimento, non è ancora finita.

Vediamo. Il 93% del totale dei loro possessori ha aderito alle ristrutturazioni, con taglio del capitale attorno all'80%, escogitate, nel 2005 e 2010, dagli 'ingegneri' finanziari dell'estinto capo di Stato peronista Nestor Kirchner, Tra il restante 7% ci sono circa 400.000 tapini italiani.

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marx xxi

Haussmanizzazione monetaria e lotte di barricate

di Pasquale Cicalese

“Il 6 febbraio lasciai Monaco, mi trattenni dieci giorni negli archivi dell’Italia settentrionale e arrivai a Roma sotto una pioggia torrenziale. L’haussmanizzazione della città aveva fatto grossi passi avanti”. H. von Petersdoff, citato da W. Benjamin in Passages de Paris.

La pratica imperiale dell’haussmanizzazione nella Parigi post Comune del 1871 consisteva nello sventramento dei quartieri proletari finalizzato ad impedire un qualsiasi ritorno di lotte di barricate. Partendo dal concetto urbanistico e storico-sociale si può trovare un’analogia dal lato monetario. Le due date sono il 1971 e il 1972. Con la prima Nixon suggella lo sganciamento del dollaro dall’oro e l’inaugurazione della “fiat money”, la moneta fiduciaria, con la Federal Reserve impegnata nella dollarizzazione del mondo e nella ultraquarantennale pratica di asset inflation, vale a dire gonfiamento del valori dei titoli di carta, che siano azioni, bond o bolle edilizie. Nessuno ferma questa pratica, né la crisi borsistica del 1987, né il crollo della new economy del 2000, né il grande crack del 2007. Imperterrita, la Riserva Federale continua a dollarizzare il pianeta e a gonfiare corsi azionari, posticipando il momento del redde rationem ma provocando una forte inflazione degli asset, temperata dalla deflazione salariale a cui segue la pratica del ricorso a debito.

Nel 1972, invece, interviene in Europa un’altra haussmanizzazione: la deflazione reale. Ufficialmente per contrastare l’asset inflation statunitense, in realtà avendo una logica di dominio, nonché una logica di sterminio, dell’apparato finanziario tedesco. Tale logica si espleta solo nel 1986 con l’Atto Unico Europeo, timidamente, e con sfacciata durezza nel 1991, all’indomani del crollo dell’Urss, con il Trattato di Maastricht, seguito dai trattati di Amsterdam del 1997 e di Lisbona del 2000. La deflazione reale implica un abbassamento generalizzato dei salari reali ed un impoverimento della classe lavoratrice europea, resa feroce nelle zone periferiche dell’Est prima e del Sud poi. La tesi che il Piano Werner, appunto del 1972, fosse la logica conseguenza della dollarizzazione del mondo del Nixon del 1971 cozza con la realtà dei fatti, tant’è che anche in Europa si assiste all’asset inflation e al gonfiamento dei titoli di carta con eguale immane distruzione di ricchezza al pari di quella statunitense.

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fatto quotidiano

Finanza: masters of Universe

Ovvero una banda di ladri

di Giulietto Chiesa

Il crollo della Borsa di Tokyo (-7,32%) è stato il più alto e drammatico dopo Fukushima di 2 anni fa. Conferma che i due trilioni di yen, creati dalla Banca Centrale del Giappone con la cura Abe,  non sono serviti a nulla, se non a procurare un primo disastro. Visto che il nuovo premier giapponese annuncia il raddoppio della propria massa monetaria da qui alla fine del 2014, che Dio gliela mandi buona, a lui e a tutti noi.

Anche perché sta continuando la danza assurda della Federal Reserve, che continua a “stampare” (cioè a creare al computer) 85 miliardi di dollari al mese. Quosque tandem,  Ben Bernanke, abutere patientia nostra?

Non lo sa neanche lui. Affermano, Bernanke e Abe, di voler stimolare l’economia (leggi la finanza) stampando banconote, in attesa di Godot, che però non arriverà più. Per due motivi: perché stimolare la finanza non fa più crescere l’economia, e perché i limiti alla crescita sono ormai apparsi sulla scena e non andranno più via.

Tutte chiacchiere, naturalmente. Il crollo di Tokio e di tutte le Borse europee (per quanto valga poco come segnale) viene dai dati cinesi:  la crescita cinese rallenta. E questo produce il rallentamento di tutti i mercati.

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marx xxi

Il capitale finanziario mondiale stronca il sanfedismo economico italiano

di Pasquale Cicalese

Consueto bollettino di guerra, questa volta il report Congiuntura Flash di aprile di Confindustria. Due grafici balzano agli occhi. Il primo, livello di liquidità delle imprese italiane rispetto all’operatività corrente: esso è passato da punti 20 del 2011 a punti 4 del primo trimestre del 2013. Come a dire, con questi livelli non garantisci gli stipendi né, figurarsi, i costi di magazzino. E’ il crollo del capitale circolante. Secondo grafico, credito concesso. Le imprese che comunicano il rifiuto di credito bancario sono passate dal 5% del 2011 al 15% del 2013. Contemporaneamente in questo periodo la diminuzione di credito alle imprese industriali è crollata di 47 miliardi di euro. Devi prendere le analisi degli industriali con le pinze, i padroni italiani non la dicono tutta. Facciamo un passo indietro, fine 2002. In quel periodo la Banca dei Regolamenti Internazionali, BRI, la banca delle banche centrali, con sede a Basilea, assieme alle principali banche centrali del mondo adotta un nuovo sistema di classificazione dei rating creditizi da applicare alle aziende e obbliga le banche ad un maggior “immagazzinamento di capitale” rapportato ai prestiti concessi. E’ il meccanismo di Basilea 2.

I rating sono classificati universalmente a tutte le aziende. Essi implicano per le aziende che chiedono credito una buona patrimonializzazione aziendale, buon flusso di liquidità ed una solidità aziendale data dall’ammontare di ordini, fatturati e profitti.

Quell’accordo, in vigore dalla fine del 2006, è stato la tomba del sanfedismo italiano.

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Come ci hanno deindustrializzato

Claudio Messora intervista Nino Galloni

MESSORA: Nino Galloni, economista, ex direttore del Ministero del Lavoro; uno che di cose in questo paese ne ha viste tante. Nino, buongiorno.

GALLONI: Buongiorno!


MESSORA: Benvenuto su byoblu.com, a queste interviste volute dalla rete. Io ero rimasto molto colpito dalla tua affermazione in un convegno che ripresi e misi su Youtube, intitolando il video “Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl”. Nel tuo racconto del processo con il quale siamo entrati nell’euro, tratteggiavi questa decisione assunta dalla politica italiana di un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del nostro paese. E mi sono sempre chiesto: ma perché mai, alla fine, la politica avrebbe dovuto decidere questo strangolamento, questo inaridimento, la morte del nostro tessuto produttivo? Ho cercato, via via, delle risposte nel tempo, ma oggi che sei qua forse queste risposte ce le puoi dare tu. È un processo, quello di deindustrializzazione, che parte da molto lontano. Riesci a farci una carrellata di eventi e poi arriviamo al focus?

GALLONI: Credo che la data dalla quale dobbiamo necessariamente partire sia il 1947, quando al Trattato di Parigi De Gasperi cede una parte della nostra sovranità, ma in cambio ottiene il riassetto di certi equilibri. La componente socialcomunista esce dal governo, ma manterrà una grande influenza nel campo creditizio e questo, vedremo, sarà un fattore decisivo una trentina di anni dopo.


MESSORA: gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo in questa decisione.


GALLONI: Gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo perché chiaramente gli aiuti del Piano Marshall erano condizionati all’uscita dei comunisti dal governo.