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politicaecon

Crisi italiana: il convitato di pietra europeo

Sergio Cesaratto

[In calce l'articolo A storm in a tea (party) cup, in corso di pubblicazione su Left-Avvenimenti]

Il dibattito parlamentare di ieri colpiva per l'assenza di qualsiasi riferimento alla dimensione e alle responsabilità europee in cui si colloca la crisi italiana. Ci riferiamo soprattutto all'opposizione - il premier non ha detto nulla. Concentrarsi sulle responsabilità del governo, screditato e imbelle come non mai, può apparire giustificato per non dargli alibi. Esimersi tuttavia dal dire che cause e soluzioni possibili della crisi italiana non vanno solo ricercate in sede nazionale non fa fare un passo in avanti al dibattito politico. Come abbiano ripetuto ad nauseam nei nostri contributi, la Banca Centrale Europea (BCE) ha un ruolo decisivo nel spegnere l'incendio, dando poi modo per ricostruire.

E invece gli accordi europei di fine luglio sono andati in senso opposto, esentando la BCE dai compiti che sono propri delle banche centrali e per cui sono nate, quelli di prestatore di ultima istanza di governi e banche. Nessuno stato sovrano può fallire se la banca centrale assolve a tale ruolo, e non è neppure costretto a pagare tassi di interesse elevatissimi per coprire gli acquirenti dal rischio fallimento, che appunto scompare.

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I ricchi e il debito pubblico

di Vincenç Navarro

Questo articolo evidenzia come la diminuzione della tassazione dei redditi alti (risultato delle politiche fiscali di sensibilità neoliberista) abbia impoverito gli stati portandoli ad indebitarsi, chiedendo denaro in prestito alle banche (dove quelli che percepiscono i redditi elevati depositano il loro denaro) che richiedono interessi elevati. Questa situazione comporta una concentrazione dei redditi con un conseguente impatto negativo sulla crescita economica e sulla creazione di occupazione

I ricchi sono molto pochi in qualsiasi paese, ma posseggono un enorme potere. Un indicatore di questo potere è ciò che sta accadendo con il debito pubblico sia negli Stati Uniti che nell'Unione Europea, come anche in Spagna. La loro influenza sullo Stato di questi paesi ha determinato una notevole diminuzione delle tasse negli ultimi trent’anni (in Spagna negli ultimi quindici), cosa che gli ha permesso di diventare ancora più ricchi.

Questa forte riduzione delle entrate ha fatto sì che gli stati si indebitassero, chiedendo prestiti alle banche in cui le persone facoltose depositano e investono i loro soldi. In questo modo questi, invece di pagare lo Stato (con le tasse), prestano i soldi che hanno risparmiato non pagando le imposte al paese, il quale deve pagare loro gli interessi. Per loro il sistema è perfetto (e per le banche in cui depositano i loro soldi), trasferendo così una grande quantità di fondi dal settore pubblico, ai ricchi e alle loro banche.

Vediamo i dati, iniziando dagli Stati Uniti. Secondo Robert Reich, Ministro del lavoro e degli Affari Sociali del governo Clinton, l’aliquota massima per le persone affluenti (l'1% della popolazione con maggior reddito) negli Stati Uniti era, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1980, quasi del 70%. Vale a dire, per ogni dollaro che guadagnava la gente più ricca, doveva pagarne 70 centesimi in imposte allo Stato. In quegli anni anche presidenti del partito Repubblicano come Dwight Eisenhower credevano non fosse salutare per la società che esistessero disuguaglianze estreme.

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Moody's Italia echissenefrega: il ritorno degli avvoltoi!

Andrea Mazzalai

Nel fine settimana sentivo nell'aria che qualcosa si stava preparando nei confronti dell'Italia, avevo un strana sensazione non solo per quanto stava accadendo alla Grecia.

Troppi interessi in gioco nel mondo finanziario tra gli avvoltoi che da sempre sorvolano il mondo della finanza, troppe scommesse giocate sulla pelle delle Nazioni, sulla nostra pelle!

“There are two superpowers in the world today in my opinion. There’s the United States and there’s Moody’s Bond Rating Service. The United States can destroy you by dropping bombs, and Moody’s can destroy you by downgrading your bonds. And believe me, it's not clear sometimes who's more powerful.” (M. Friedman, 2001)...

...Ovvero... ci sono due superpotenze oggi al mondo secondo la mia opinione. Ci sono gli Stati Uniti e c'è l'agenzia di rating Moody's. Gli Stati Uniti possono distruggerti facendo cadere bombe e Moody's è in grado di distruggerti facendo declassare le tue obbligazioni. Mi creda, non è affatto chiaro a volte chi delle due sia la più potente...

Moody's ha avviato ieri una ricognizione a tutto campo sulla capacità dell'Italia di mantenere il rating "Aa2": il «review for possible downgrade» dovrebbe risolversi entro 90 giorni, come di regola. Nella peggiore delle ipotesi, la retrocessione dovrebbe essere di un solo gradino.

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Euro-salvataggi. L’uscita dall’euro non è un’opzione, il default sovrano sì

Mario Seminerio

Nel pomeriggio di venerdì 6 maggio, un lancio dello Spiegel Online ha causato il panico sui mercati finanziari, europei e non solo, già reduci da una settimana di forti ribassi delle materie prime. Il giornale segnalava la convocazione di un meeting straordinario tra ministri delle Finanze della zona euro per affrontare la minaccia della Grecia di uscire dall’euro. Tentiamo di decodificare i segnali, e di capire cosa potrà accadere ora.

La premessa è che nel corso della scorsa settimana il Portogallo è giunto a definire, con Unione europea e Fondo Monetario Internazionale, le condizioni dell’assistenza finanziaria necessaria a fare uscire il paese da una profonda crisi di debito sovrano, alimentata da una cronica incapacità a crescere (solo lo 0,8 per cento medio, nell’ultimo decennio). Lisbona ha ottenuto condizioni piuttosto morbide, soprattutto dall’Ue, che finora era invece stata il “poliziotto cattivo” nei negoziati di salvataggio. Il realismo ha evidentemente consigliato di non serrare troppo il cappio al collo di paesi che, a causa dell’austerità imposta dalla manovra, vedono un crollo dei livelli di attività economica e (di conseguenza) un andamento esplosivo del rapporto debito-Pil.

Il prossimo 16 maggio gli europei decideranno quale tasso far pagare al Portogallo
, ma c’è motivo di ritenere che non sarà penalizzante come quello inizialmente applicato a Grecia ed Irlanda.

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Diario economico-politico – Primo Maggio

di Christian Marazzi

Ciclo, bolle e comune. Un articolo di Peter Coy e Roben Farzad apparso sul settimanale BloombergBusinessweek (“The Bubble This Time”, 18-24 aprile) ripropone, “come se il 2008 non fosse mai accaduto”, il tema delle bolle finanziarie, del loro ruolo all’interno del ciclo capitalistico e, aggiungiamo noi, il loro rapporto con il comune. Un altro articolo di Ashlee Vance, sempre sullo stesso numero di BB (“Are social Netweorks Gonna Blow?”), analizza il lascito, ossia quel che resterà dopo l’esplosione della bolla dei social media consumer-oriented. “Once again, 11 years after the dot-com-era peak of the Nasdaq, Silicon Valley is reaching the saturation point with business plans that hinge on crossed fingers as much as anything else. We are certainly in another bubble. And it’s being driven by social media and consumer-oriented applications” (…) “It’s a safe bet that sometime in the next 20 months, the capital markets will close, the music will stop, and the world will look bleak again”.

Cerchiamo di riassumere per punti:

1) Dopo l’esplosione della bolla dei subprime, i mercati globali sembrano oggi una coppa di champagne piena di bollicine. Robert Shiller, economista professore alla Yale University (che aveva previsto con largo anticipo la bolla internettiana e quella successiva dell’immobiliare), ha calcolato che lo Standard & Poor’s 500-stock index rappresenta 23 volte i guadagni normalizzati degli ultimi 10 anni, mentre la media storica è di 16 volte. Secondo Doug Nolan, del Federated Prudent Bear Fund, “I fear this is the granddaddy of them all, an almost-encompassing bubble right at the heart of monetary systems”;

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Diario economico-politico

Christian Marazzi

Globosclerosi. Il 18 aprile l’agenzia di notazione Standard&Poor’s ha assegnato un “negative outlook” alla capacità degli Stati Uniti di gestire, cioè ridurre, il proprio debito pubblico, che si aggira attorno al 105% del PIL. Per ora si tratta di una semplice minaccia di downgrade, di declassamento: se il debito statunitense dovesse continuare su questa strada (e, secondo l’agenzia, le probabilità sono 1 su 3), allora gli USA saranno downgraded, come è capitato ai paesi periferici della zona-euro o, in passato, ai paesi in via di sviluppo. Non era mai capitato in settant’anni. Secondo l’Economist (“Wakey, wakey”, 23 aprile), la mossa di S&P’s va interpretata come un tentativo di sciogliere il tira e molla tra democratici e repubblicani sul che fare con il debito pubblico. Tagliare le spese, quelle sociali in particolare, e/o aumentare le imposte sui redditi elevati e su quelli del ceto medio (su questo punto Obama, almeno finora, ha cercato di resistere). La tensione è alta, anche perché entro il 16 maggio bisognerà trovare un accordo sull’aumento del debt ceiling, il limite di debito che ora è pari a £14,3000 miliardi: se il Congresso non agisce in fretta, “il paese più grande del mondo potrebbe fallire entro l’inizio di luglio” (“Nervous Wall St  warns on debt limit”, Financial Times, 27 aprile).

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Paradisi fiscali, un altrove solo apparente

di Christian Marazzi

Nel suo Offshore. Paradisi fiscali e sovranità criminale (ombre corte 2011, pp. 253, euro 17), Alain Deneault compie un’operazione tanto coraggiosa quanto impegnativa, e cioè quella di ridefinire le categorie del pensiero politico moderno, come Stato di diritto, sovranità politica, giustizia, legge e crimine, classi sociali e razionalità economica, a partire dal fenomeno offshore mondiale, dei paradisi fiscali che, a tutt’oggi, conservano la metà delle riserve mondiali di denaro. L’inversione semantica delle stesse nozioni con le quali abitualmente vengono descritti e analizzati i paradisi fiscali si impone alla luce del potere non solo finanziario, ma sempre più politico dei centri offshore, siano essi le Isole Cayman, la City di Londra, le isole dei Caraibi, la Svizzera, il Lussemburgo, il Delaware statunitense, Singapore o l’Isola di Jersey.

La tesi di Deneault è la seguente: l’offshore non è un altrove della finanza in cui i capitali fuggono e i loro titolari evadono, l’offshore non è un’economia parallela, tutto sommato marginale e anomala. In realtà, i paradisi fiscali sono organismi politici positivi e sovrani nei quali i fondi ammassati, il denaro accumulato da imprenditori, banche, istituti finanziari, hedge funds e criminali d’ogni tipo, «lavora» all’interno degli stessi processi d’accumulazione del capitale e del potere su scala globale.

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Generali: lo scricchiolio prima del terremoto

di Piemme

Il banchiere di Dio… e di Berlusconi

La defenestrazione di Cesare Geronzi, da solo un anno Presidente delle Generali, occupa le prime pagine dei giornali generalisti di oggi, molte di più quelle dedicate dai giornali economici-finanziari, non solo italiani.Geronzi se ne va con una buonuscita di 16,65 milioni. A conti fatti, dato il breve periodo di reggenza, farebbero 48mila euro al giorno. Un po’ meno di quanto venne elargito allo stesso Geronzi quattro anni fa, quando uscì da UniCredit-Capitalia: 20 milioni, ma allora il “premio” coronava 25 anni di servizio. Molto? Moltissimo se paragonato alla liquidazione di un operaio che abbia lavorato una vita, pochino se si pensa alla buonuscita da Fiat di Cesare Romiti: 101,5 milioni.

Cesare Geronzi, un banchiere dalla lunga gavetta, passato per Bankitalia e assurto a guru della finanza italiana, con il sostegno Vaticano e la copertura politica della Dc andreottiana. Uno per le cui mani sono passati i dossier più scottanti del capitalismo italiano, il banchiere più potente e indagato d’Italia: crack Cirio, bancarotta di Parmalat, crack Italcase-Bagaglino. Uno che la sa lunga sulla guerra intestina che ha segnato la storia della finanza italiana negli ultimi decenni e i vizi e le virtù dei suoi protagonisti.

Il “ribaltone” alle Generali non occupa per caso le prime pagine.

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Ecco come funziona davvero il Quantitative Easing

di Edward Harrison

Se volete una spiegazione precisa del quantitative easing, eccola qui. Descrivo qui la meccanica di base e il meccanismo di trasmissione al resto dell'economia. Nella misura in cui esiste della documentazione ufficiale, vi farò riferimento, al fine di utilizzare la stessa voce della Fed nel descrivere il QE. Cominciamo con la meccanica.


La Meccanica del QE


Nel marzo del 2010, la Fed ha descritto il QE in un documento scritto da Joseph Gagnon, Matteo Raskin, Julie Remache, e Brian Sack sul sito web della New York Fed:

Dal dicembre 2008, lo strumento tradizionale della politica monetaria della Federal Reserve, il tasso di interesse ufficiale, era effettivamente al suo limite inferiore pari a zero. Per facilitare ulteriormente le manovre di politica monetaria, date le peggiorate prospettive economiche, la Federal Reserve ha acquistato notevoli quantità di attività con scadenze a medio e lungo termine. In questo documento, si spiega come queste acquisizioni sono state attuate e si discutono i meccanismi attraverso i quali possono influenzare l'economia.


Così il quantitative easing è semplicemente un acquisto su grande scala di assets (LSAP = large scale asset purchases) da parte della banca centrale. La banca centrale per legge può acquistare un'ampia gamma di attività, compresi i titoli del Tesoro, ma non solo, anche titoli garantiti da ipoteca, o le obbligazioni municipali (vedi Blanchflower: The Fed Should Buy Munis And Monetize State Debt).

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fatto quotidiano

Salvataggio fallito: ecco perché la Grecia è di nuovo in pericolo

Vladimiro Giacchè

grecia in fiammeCome già più volte accaduto nel corso della tempesta che dalla primavera scorsa infierisce sul debito sovrano dei Paesi europei, il governo tedesco ha affidato il compito di testare le reazioni alle sue nuove proposte alle “indiscrezioni” rilanciate dal settimanale “Der Spiegel”: una sorta di Merkeleaks. Questa volta si tratta del Meccanismo Europeo di Stabilità, una specie di Fondo Monetario Europeo, con una potenza di fuoco complessiva di 500 miliardi di euro.

Ad esso dovrebbero contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea (quindi con un rilevante contributo italiano). Questa proposta, presentata come una grande concessione ai Paesi in crisi, è accompagnata dalla consueta lista della spesa delle cose da fare: abolire la scala mobile (abbiamo scoperto che essa è ancora in vigore in diversi Stati europei, e che alcuni governi la ritengono essenziale per motivi di equità e di stabilità sociale), alzare l’età pensionistica, mettere in costituzione il divieto di deficit pubblici, e soprattutto accettare un meccanismo automatico di sanzioni (non previsto dal Trattato di Maastricht) per chi non rientra rapidamente da debiti pubblici eccessivi.

Tutti provvedimenti assai opinabili.

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Economisti tedeschi, i consigli tragici

di Sergio Cesaratto

Stop al sostegno alla periferia indebitata dell'Ue, lasciateli fallire. Teorie sbagliate e interessi forti dietro una linea che non porta l'Europa da nessuna parte

Un plenum di economisti tedeschi ha approvato alcuni giorni fa una dichiarazione rivolta al proprio governo contro il sostegno dell’Ue e della Bce ai paesi altamente indebitati della periferia europea, che dovrebbero di contro intraprendere una procedura di insolvenza gestita dal Fmi. Gli economisti tedeschi sono generalmente assai influenti sul loro governo, e questo documento conferma il loro tradizionale orientamento prevalentemente conservatore, politico ed economico. In tal senso la dichiarazione prova come poco ci si debba aspettare da un dibattito circa i modi in cui l’Europa potrebbe uscire dal vicolo cieco in cui s’è cacciata. La questione è di scontro fra interessi nazionali, e gli economisti tedeschi hanno mostrato da che lato batte il loro cuore (www.networkideas.org) (1).

In sintesi, la dichiarazione avverte Berlino circa il pericolo di una progressiva europeizzazione del debito della periferia che coinvolgerebbe il contribuente tedesco nella temuta “tax-transfer union”, e circa l’impatto inflazionistico di un perdurante sostegno a tale debito da parte della Bce. Di più, le garanzie europee indurrebbero un “moral hazard” (2) da parte dei paesi periferici dando loro “un potente incentivo a ripetere gli errori del passato e continuare una politica di indebitamento alle spese dei partner dell’Ue”.

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Maghreb e mercati finanziari: la logica del contagio

di Christian Marazzi

Chi segue quanto sta accadendo nel Nord Africa e nel Medio Oriente con un occhio sui mercati finanziari non può non essere colpito da alcune similitudini, ma anche da differenze fondamentali. Ad esempio la logica del contagio, ossia del mimetismo che travolge qualsivoglia aspettativa razionale. Sui mercati finanziari è il deficit d’informazione che porta i soggetti economici a imitare l’Altro per definire (scegliere/eleggere) il rappresentante universale della ricchezza storicamente dato (che può essere la moneta “equivalente generale”, oppure i titoli tecnologici, i titoli subprime, le commodities, ecc., insomma le “convenzioni collettive” di keynesiana memoria). Si innesca in tal modo un movimento contagioso all’interno della comunità degli investitori che, di volta in volta, produce la sua bolla finanziaria, destinata a esplodere quando il processo diventa talmente autoreferenziale da perdere ogni rapporto col reale. E’ la razionalità dell’irrazionalità, o  “razionalità collettiva”, dei mercati. I processi rivoluzionari nell’epoca del capitalismo finanziario globale sembrano funzionare secondo la medesima logica, ma solo in superficie. In realtà, il contagio, la prassi mimetica che caratterizza le insurrezioni delle moltitudini nord africane e medio orientali, non sono originate da un deficit d’informazione, bensì dal suo contrario, da un eccesso d’informazione che dà il via a mobilitazioni in regioni contigue e non, tra loro differenti per composizione sociale, PIL pro capite, tasso di inflazione, percentuale di disoccupazione giovanile, ecc. (vedi Wealth Management Research, “Global financial markets”, UBS, 24 febbraio).

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Una critica alla politica monetaria della BCE

di Miguel Carrión Álvarez*

La BCE considera il debito sovrano e il debito bancario con due pesi e due misure

Alla fine della settimana scorsa la comunità finanziaria è stata inondata da una speculazione che ammonta a più di 10 volte il volume del prestito marginale presso la BCE (Marginal Lending Facility), che offre alle banche un accesso alla liquidità overnight ad un tasso penalizzante. È risultato che la Anglo Irish Bank e la Irish Nationwide Building Society hanno voluto svincolare alcuni assets usati come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento principale della BCE.

Questo incidente può aver provocato molto rumore per nulla, ma ci dà l'occasione di dare uno sguardo più attento allo stato della liquidità nel mercato interbancario dell'Eurozona e non ne viene fuori un bel quadro. Nel suo zelo deflazionistico, la BCE sta drenando una quantità crescente di moneta - sotto forma di depositi settimanali - dai mercati monetari per compensare i suoi modesti acquisti di euro bonds sovrani.


Una conseguenza di questa politica è l'aumento costante nei tassi interbancari a un punto che l'Euribor a un anno ora sta toccando l'1.75 per cento, che è il tasso del prestito marginale presso la BCE (MLF). A questo tasso le banche possono assicurarsi fondi illimitati dalla BCE. L'Euribor a un anno potrà presto rompere questa barriera.

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Eurocrack

di Vladimiro Giacchè

1. La crisi del debito sovrano è parte integrante della crisi generale iniziata nel 2007

Il primo aspetto da sottolineare è questo: la crisi del debito che infuria in Europa dalla primavera del 2010 non è qualcosa di diverso dalla crisi che a partire dal 2007 ha sconvolto l’economia e la finanza internazionali. È un’ulteriore fase di quella crisi. Fa parte cioè della fine della bubble èpoque, ossia della crescita drogata con la finanza e con il debito che ha caratterizzato le economie dei Paesi occidentali negli ultimi trent’anni (in parte compensando, e così rendendo socialmente accettabile, un marcato declino della crescita e dei redditi da lavoro). Nel 2007 è iniziata a manifestarsi, con sempre maggiore perentorietà, l’insostenibilità di quel modello di “crescita” imperniato sul capitale produttivo d’interesse. La crisi, che ha seriamente minacciato – per la prima volta dal 1929 – l’intero sistema finanziario internazionale, è stata tamponata con una “socializzazione delle perdite” che non ha precedenti per entità nella storia: nel giugno 2009 il Financial Stability Report della Bank of England rivelò che i sussidi e le garanzie offerti dalle banche centrali e dai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’area dell’euro a sostegno del sistema bancario ammontavano alla cifra spaventosa di 14.000 miliardi di dollari. Si tratta – precisava lo stesso rapporto – di una cifra equivalente a circa il 50% del prodotto interno lordo di quei paesi.

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La pericolosa restaurazione europea

Rosaria Rita Canale e Ugo Marani

Il concomitante verificarsi in Europa – a seguito della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - di situazioni di persistente ed elevata disoccupazione, da un lato, e di crescita del disavanzo e del debito pubblico, dall’altro, aveva fatto riemergere, anche all’interno del paradigma teorico consolidato, dubbi sul fronte della politica economica. Sul versante fiscale, riguardo la  necessità incondizionata di contenere la spesa e di risanare il debito pubblico; sul fronte della politica monetaria, circa il mero perseguimento del  solo obiettivo della stabilità dei prezzi. Nonostante però le condizioni economiche di molti paesi non siano, da allora, mutate e la crisi non possa dirsi passata, si assiste oggi ad un nuova chiusura sul fronte della politica fiscale e ad un atteggiamento apparentemente più accomodante sul fronte di quella monetaria, senza, tuttavia, che la minaccia di nuovi rialzi dei tassi di interesse sia fugata.