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fuoricollana

Verso un conflitto commerciale UE-Cina?

di Vincenzo Comito

I paesi europei, privi di una leadership politica e pressati in ogni modo dagli USA, sembrano avviati verso la guerra commerciale con la Cina. Ciechi dinanzi al proprio declino e poco lungimiranti nell'accettare la cooperazione cinese anche per contrastare il riscaldamento globale

Conflitto commerciale UE Cina.jpgIl presidente degli Stati Uniti è ossessionato dalla Cina e cerca di trasmettere tale ossessione anche ai paesi europei, che per la verità non sembrano opporre molta resistenza, su questo come su altri fronti.

 

Dopo la Russia, la Cina: un altro nemico esistenziale per l’UE?

Mentre Trump accusa ridicolmente il paese asiatico di aver truccato i risultati delle elezioni statunitensi del 2020 e mentre c’è anche da noi chi lo prende sul serio, i ministri degli esteri dei paesi dell’UE, riuniti a Bruxelles il 13 luglio di quest’anno, hanno espresso una dura valutazione dei supposti rischi posti dalla Cina. Tali personaggi hanno dichiarato ufficialmente in quella sede che Pechino non minaccia soltanto l’economia dell’UE, ma anche la sua sicurezza, sottolineando tra l’altro come l’ambizione comune di Cina e Russia sia quella di assicurarsi un dominio regionale. Essi, con tale valutazione, si allineano così sostanzialmente alla linea dura degli Stati Uniti, che ancora una volta detta la sua volontà ai vassalli e facendo in modo che gli europei usino il loro stesso linguaggio aggressivo. Come al solito la carica delle truppe nel nostro continente è guidata dall’energica Von der Leyen.

Intanto il cancelliere tedesco Merz, sino a ieri reticente quanto alla volontà di dare il via ad un vasto programma protezionistico nei confronti della Cina, conscio come era dei rilevanti interessi contrari delle grandi imprese tedesche, ora sembra allinearsi, sia pure con moderazione, alle posizioni di altri paesi, in particolare della Francia, capofila dei duri. In un incontro a Colonia con Macron, i due capi di Stato hanno concordato sul fatto che i cinesi pongono una minaccia esistenziale all’industria europea, proponendo quindi misure di emergenza sulla questione, pur affermando, con la solita formula di rito, di non volere un “decoupling” dal paese asiatico (Chassany, 2026).

Se tale linea dovesse poi tradursi in atti concreti ne soffrirebbero tutti, ma certamente i paesi dell’UE ne uscirebbero malconci. Ricordiamo, tra l’altro, che il conflitto con il paese asiatico si aggiungerebbe a quello frontale con la Russia e con i dazi ed altri balzelli imprevedibili di Trump. Molti nemici molto onore, o no? E certamente non dei nemici da poco.

C’è ancora un barlume di speranza che le cose non precipitino, dal momento che i due contendenti, secondo degli accordi presi, si dovrebbero incontrare per colloqui nei prossimi mesi, sebbene le probabilità che essi arrivino ad intendersi appaiono, allo stato dei fatti, piuttosto ridotte.

 

I due shock cinesi

Nel 2001 gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Speravano tra l’altro che così essa si sarebbe allineata alla politica occidentale. Subito dopo si è scatenata comunque un’ondata di esportazioni di merci dal paese asiatico di basso e medio-basso livello tecnologico che in qualche modo terrorizzerà i concorrenti statunitensi ed europei. Si è a suo tempo trattato di un vero e proprio shock. La Cina è diventata in pochi anni la fabbrica dell’Occidente e l’impatto politico dell’evento si sta ancora sentendo oggi (Benngold, 2025).

Ma da qualche mese a questa parte i media occidentali pubblicano articoli estremamente allarmati sull’arrivo nel mondo di una seconda e ancora più temibile onda di shock da parte cinese; questa volta si tratta in misura crescente di prodotti ad alto livello tecnologico, che molto spesso battono i concorrenti occidentali e di molto su prezzo e qualità. La Cina sta tra l’altro, investendo massicciamente in quei settori in cui gli Stati Uniti erano sino a poco tempo fa il leader incontestabile. Si parla di IA, telecomunicazioni, microprocessori, robot, impianti nucleari, biotech, farmaci, energia solare, batterie, veicoli. E l’onda sembra inarrestabile. Come peraltro apprendiamo da una dichiarazione del professor Richard Baldwin dell’IMEDE di Losanna “La Cina è oggi la sola superpotenza industriale del mondo. La sua produzione supera da sola quella cumulata dei nove paesi successivi nella lista”.

E mentre Trump si fa il nume tutelare di un mix di settori del secolo precedente, a cominciare dalle energie fossili e dalle auto a propulsione tradizionale, la Cina si va assicurando non solo la competitività nell’economia del futuro, ma anche il suo dominio (Pesek, 2026).

Nel 2025 il paese asiatico ha registrato un surplus nella sua bilancia commerciale di 1.200 miliardi di dollari. Nei primi sei mesi del 2026 le sue esportazioni tendono a crescere complessivamente ancora in misura rilevante, intorno al 17,6%, più delle previsioni, mentre anche le importazioni corrono, con un aumento nello stesso periodo del 26,6%. Persino le esportazioni verso gli Stati Uniti, che si erano molto ridimensionate a seguito dei blocchi di Trump, sono aumentate nel primo semestre 2026 di circa il 14 %.

Tra l’altro, la guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran le sta spingendo ulteriormente in alto; così nel mese di marzo 2026 le esportazioni di veicoli elettrici ed ibridi del paese sono aumentate del 140% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (Pesek, 2026) e in giugno i produttori cinesi hanno esportato più di un milione di veicoli, con una crescita esponenziale. Un comportamento sostanzialmente analogo si registra per quanto riguarda pannelli solari, impianti eolici, grandi batterie per l’accumulo di energia.

 

L’impatto cinese per l’economia europea

Nel 2025 La Cina, primo partner commerciale dell’Unione Europea, ha registrato un surplus commerciale con i paesi dell’area di 360 miliardi di euro (559,4 di esportazioni e 199,6 miliardi di importazioni) contro i 295,8 miliardi del 2024. E i primi sei mesi del 2026 vedono il surplus del paese asiatico verso l’UE crescere ancora di circa il 19%.

Nel luglio del 2026 si deve così constatare che i porti europei e le linee ferroviarie da Pechino all’Europa sono congestionate per la difficoltà di gestire la valanga di esportazioni del paese asiatico, oltre che per il caldo eccessivo.

Da qualche tempo così Bruxelles e diversi leader dei paesi dell’Unione, come già accennato per Francia e Germania, minacciano di bloccare in qualche modo l’ondata cinese.

Può essere opportuno ricordare come la Presidente della Commissione UE, in un suo viaggio ufficiale in Australia per siglarvi un accordo commerciale, abbia esortato il primo ministro australiano a unirsi alla UE per combattere insieme i cinesi, sua ossessione come quella di Trump, anche se non la sola. Ma l’Australia, dopo alcuni anni di ostilità, ha da qualche tempo, con la nuova amministrazione, assunto un atteggiamento molto più aperto verso il Dragone e gli scambi tra Australia e Cina stanno fiorendo.

 

Degli obiettivi contradditori

Ma, come afferma un articolo dell’Asia Times (Khalid, 2026), l’Occidente afferma di volere la transizione energetica a costi contenuti e nello stesso tempo un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che è in grado di offrire ambedue i risultati, la Cina. Appare in effetti molto difficile portare avanti, come sarebbe necessario, un programma adeguato di decarbonizzazione dell’economia senza i prodotti e le tecnologie cinesi, mentre il paese asiatico è anche il solo che è in grado di “democratizzare” la disponibilità di prodotti avanzati e di elevata qualità a prezzi moderati, contribuendo così a sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari occidentali, frenando parallelamente la deriva inflazionistica dei loro partner.

A sua volta l’agenzia di notizie cinese ufficiale Xinhua ha sottolineato come una parte considerevole degli scambi tra Cina e paesi dell’UE è generata dalle stesse imprese europee che producono in Cina, con i profitti, le acquisizioni tecnologiche e, più in generale, il valore creato per gli azionisti che ritorna per una gran parte alle imprese europee. Poi quasi la metà delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE è costituita da beni intermedi, componenti indispensabili per l’industria del continente.

 

La storia del libero scambio

La questione può affrontarsi utilmente da un altro punto di vista. Nel momento in cui, ai primi del Seicento, l’Olanda cercava con molta determinazione di farsi strada sui mari, uno studioso di quel paese, Hugo Grotius, scrisse un testo molto efficace, Mare Liberum, in cui sosteneva che il mare era un territorio internazionale e che tutti i paesi dovevano poterlo usare per il commercio, contro la Spagna e il Portogallo che pretendevano invece un diritto di Mare Clausum, in particolare per i commerci con l’Asia. Ma quando l’Olanda riuscirà alla fine a mettere insieme la flotta più potente del mondo allora conosciuto in Occidente e a diventare la potenza marittima più importante, la musica cambierà. Ne farà le spese, tra gli altri, una piccola squadra navale genovese, armata dai mercanti locali, che voleva anch’essa partecipare ai lucrosi traffici con l’Asia. Appena la squadra uscì dal porto di Genova gli olandesi la affondarono. La libertà dei mari non valeva più.

In maniera sostanzialmente simile, come è noto, i paesi occidentali hanno nel secondo dopoguerra predicato a tutto il mondo il libero mercato delle merci e dei capitali come strumento per diffondere crescita economica e benessere, imponendo l’apertura dei mercati anche a paesi molto recalcitranti, con il ricorso, tra l’altro, agli organismi internazionali sotto il loro controllo, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario Internazionale, all’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ora che la Cina vince allo stesso gioco dei paesi occidentali, tali regole non convengono loro più e cercano di cancellarle sotto tutti i pretesti possibili. Il protezionismo avanza così negli Stati Uniti come nei paesi dell’Unione Europea.

 

Giudice, giudica te stesso

I paesi della UE se la prendono con la Cina per i guai che si trovano invece in casa loro. Per esempio, nel caso della Germania solo un terzo della perdita di quote di mercato sui mercati mondiali del paese teutonico si possono spiegare con la concorrenza cinese; il resto riflette una più larga perdita di competitività. L’Europa deve riconoscere che erigere barriere commerciali con la Cina aumenta i costi e danneggia la crescita. Se gli europei vogliono che la loro industria fiorisca si devono concentrare non nel bloccare i concorrenti, ma nel risolvere i problemi interni (The Economist, 2026, a).

È la tesi sostenuta anche in un articolo apparso sul South China Morning Post (Trillo-Figueroa, 2026), secondo cui l’UE continua a cercare un capro espiatorio cinese per il malessere dei paesi dell’Unione. L’UE tratta un problema di competitività come un problema commerciale, un problema industriale come un problema di regolamentazione, una debolezza tecnologica come una minaccia esterna. Per altro verso Pechino non può essere accusata di scorrettezza commerciale semplicemente perché le imprese cinesi sono diventate efficienti, innovative e globalmente competitive.

Nei fatti, l’industria dei paesi dell’Unione Europea si ritrova con una grave problema. Molte delle sue attività tradizionali, grande punto di forza delle economie del continente, dall’auto e dai veicoli industriali, alla chimica, alla meccanica, non riescono a tenere più il passo con la concorrenza mondiale, mentre nei settori più avanzati essi sono quasi del tutto assenti, lasciando il campo libero a Cina e Stati Uniti. E sembra che nessuno nell’UE sappia come uscire seriamente da tale impasse.

Tra l’altro, sino a qualche anno fa, nessuno a Bruxelles osava anche soltanto pronunciare l’espressione “politica industriale”. I tentativi degli ultimi anni di varare dei piani di settore si sono rilevati come troppo deboli e avari di risultati.

Un altro fattore problematico dell’industria europea riguarda la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo dell’economia, da una parte con l’introduzione dell’IA, dall’altra con la rapidità decisionale del sistema industriale cinese. I produttori europei non riescono a seguire tali ritmi. Ad esempio, si è messo già da tempo in evidenza come il varo di un nuovo modello di auto richiedesse alle imprese occidentali sino a quattro anni di tempo, contro al massimo diciotto mesi per i produttori del paese asiatico.

L’unica idea che il sistema europeo sta oggi perseguendo, con in testa i tedeschi, è quello di puntare sugli armamenti. Ma si tratta di una decisione molto debole. Il settore bellico non riuscirebbe a coprire i vuoti lasciati dalle attività in crisi (così, ad esempio, la Renault pensa di inserirsi nel settore, ma è stato stimato che le nuove attività assorbirebbero soltanto il 5% del suo fatturato totale) e la nuova occupazione creata sarebbe abbastanza modesta, senza dimenticare le difficoltà della riconversione. Poi una parte molto consistente degli armamenti sarebbe in realtà acquistata negli Stati Uniti, mente in Europa, per giustificare la scelta delle armi, si sta creando una psicosi bellica molto pericolosa indirizzata in particolare contro la Russia.

Per conservare competitività le imprese europee dovrebbero puntare a inserirsi sempre più profondamente nelle indispensabili catene di fornitura cinesi, mentre Bruxelles vorrebbe che si staccassero da esse. Nel frattempo, un’inchiesta dell’Unione delle Camere di Commercio europee in Cina mostra che le imprese del nostro continente tendono a collegarsi più strettamente con Pechino (lo prevede il 56% delle imprese intervistate in una ricerca, contro il 7% che invece cerca di allentare i legami: Huizao Huang, 2026).

Così tutte le case europee dell’auto stanno cercando di stringere quanto più possibile i legami produttivi, commerciali, tecnologici con i loro omologhi cinesi. Per quanto riguarda l’Italia possiamo, ad esempio, ricordare il recente accordo di stretta collaborazione tecnologica tra la Brembo e la CFMoto, importante casa di produzione di due ruote del paese asiatico.

 

Ma qualcosa nell’UE marcia ancora

Per non abbattere troppo il lettore sulle debolezze dell’economia dei paesi della UE si può ricordare con Martin Wolf, autorevole commentatore del Financial Times (Wolf, 2026), come gli indici di benessere degli stessi siano molto migliori dei numeri del Pil e dei risultati nelle nuove tecnologie, oltre che in quelle vecchie, ma anche nei confronti degli Stati Uniti. Anche il Nobel Paul Krugman appare sostanzialmente sulla stessa linea. Così la speranza di vita per gli uomini nel 2024 era pari negli Stati Uniti a 76,5 anni, contro gli 80,5 dei paesi europei, mentre per quella delle donne eravamo a 81,4 contro 84,8. Persino la Cina, che viene da un passato anche recente di difficoltà economiche e sociali, sta superando gli Stati Uniti su tale indice. Anche il tasso di alfabetizzazione appare migliore da questo lato dell’Atlantico.

Il tasso di omicidi era poi pari a 5,9 persone per 100.000 abitanti negli Usa, contro 1,3 per la Francia e 0,9 per la Germania. Per quanto riguarda infine la popolazione carceraria eravamo a 542 persone ogni 100.000 abitanti negli Stati Uniti, contro 130 in Francia e 69 in Germania.

Ricordiamo infine come la bilancia penda favorevolmente dalla parte dei paesi europei anche sul fronte delle diseguaglianze economiche e sociali, pur non certo trascurabili nei paesi della UE.

Si tratta di grandi differenze.

 

Cosa fa e cosa dovrebbe fare l’Unione Europea

Negli anni scorsi Bruxelles non è rimasta certo inattiva contro la Cina.

C’è stata, alla fine del 2024, la sovratassa sulle importazioni di vetture elettriche. Vanno poi ricordate le clausole di salvaguardia sull’acciaio che sono entrate in vigore nel luglio di quest’anno, mentre quelle sulle ferroleghe funzionano già dal luglio 2025; il nuovo sistema sull’acciaio fissa una quota esente da dazi di circa 18 milioni di tonnellate, la metà della franchigia precedente, dopo di che le importazioni sono soggette ad un dazio del 50% (le misure danneggiano, oltre alla Cina, anche Turchia, Corea del Sud, India) e il tutto porterà ad un rilevante aumento dei costi per le imprese europee a valle (Gros, Reinhold, 2026). Poi si è deciso di tassare i piccoli pacchi (12 milioni al giorno arrivano nei paesi dell’Ue) spediti in particolare da Temu e Shein. Si sono aperte nel tempo le ostilità anche contro altre singole imprese, da Huawei a Aliexpress a Nuchtech, mentre si stanno individuando pretesti per sanzionare in qualche modo Tik Tok. Si sta ora anche cercando di mettere a punto un progetto denominato Industrial Accelerator Act; questo testo introduce la preferenza europea nelle gare pubbliche e nella distribuzione degli aiuti pubblici, mentre rinforza i controlli su alcune categorie di investimenti esteri, quelle in cui la presenza cinese è particolarmente importante (Malingre, 2026).

Intanto la Commissione sta lavorando ad una legge che obbligherebbe le imprese dell’Unione a diversificare le loro catene di fornitura allontanandosi dalla Cina, mentre essa pensa parallelamente ad avviare un fondo di solidarietà per sostenere gli Stati membri danneggiati dalle eventuali rappresaglie del paese asiatico.

Nel gennaio del 2026 Bruxelles ha infine elaborato una proposta di revisione del suo Cybersecurity Act risalente al 2019. Ci si propone con esso di introdurre delle clausole di sostanziale blocco dei fornitori provenienti da paesi ad alto rischio in ben 18 settori. Ovviamente si mira alla Cina.

Si tratta di una proposta per molti versi suicida. Intanto ad essa il paese asiatico reagirà ovviamente con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che l’UE non si potrebbe permettere, vista anche la difficile situazione in cui versa la sua industria; la misura vedrebbe inoltre ritardare nella UE le produzioni e le tecnologie per combattere la crisi climatica. La Camera di Commercio cinese nell’Unione Europea ha effettuato uno studio con la società di consulenza e revisione KPMG da cui risulta che tali misure avrebbero un costo per i paesi dell’UE di ben 368 miliardi di euro in cinque anni (Zhang Zhouxiang, 2026).

Degli alti funzionari di Bruxelles, mentre dichiarano che lo yuan è fortemente sottovalutato (le stime di Merz parlano di un 30%), chiedono a gran voce, nella loro arroganza, un nuovo “accordo del Plaza”, l’albergo in cui gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali imposero nel 1985 al Giappone, allora all’avanguardia delle tecnologie e sulla strada di avvicinarsi molto al pil Usa, di arrendersi, di rivalutare enormemente la sua moneta e di dischiudere le sue tecnologie. Si trattò per il paese del Sol Levante di una resa senza condizioni. Da allora, l’economia giapponese si è sostanzialmente fermata. Ma la Cina di oggi non è certamente il Giappone di ieri, politicamente subordinato agli Stati Uniti; essa evidentemente non appare certo disposta ad arrendersi.

Non mancano poi le azioni di disturbo verso il paese asiatico da parte dei singoli paesi dell’Unione, come quella portata a suo tempo avanti dal governo italiano contro gli azionisti di controllo cinesi di Pirelli o ancora quella del governo olandese contro gli azionisti sempre cinesi di Nexperia. I dirigenti politici europei accusano la Cina di molti mali: oltre ad una presunta sottovalutazione della moneta, lo yuan, parlano di dumping, di sussidi alle imprese, di sovraproduzione presente in molti settori, di basso costo del lavoro del paese asiatico.

Ma, per restare al continente europeo, anche la Gran Bretagna non scherza; tra l’altro, essa ha nel luglio 2026 nazionalizzato la British Steel, sino ad allora controllata da un’impresa cinese.

Una ricerca effettuata dalla società di consulenza EY-Parthenon (Foster, 2026) rileva intanto che l’Europa e gli Stati Uniti dovrebbero investire una somma extra di 23 mila e seicento miliardi di dollari nei prossimi 25 anni (940 miliardi all’anno) per cancellare la loro dipendenza dalle catene di fornitura della Cina nei settori industriali critici; in particolare si tratterebbe di 13 mila e settecento miliardi per gli Stati Uniti, di 9 mila e cento miliardi per i paesi dell’Unione Europea e di 800 miliardi per la Gran Bretagna.

Ma la sfida non è soltanto su quanto costerebbe il decoupling, ma anche sull’abilità della Cina di intervenire per fermarlo, visto il controllo che il paese esercita sulle terre rare e sugli ingredienti attivi per l’industria farmaceutica, mentre porterebbe comunque in Occidente ad un aumento rilevante dei livelli di inflazione.

Invece di cercare, come sarebbe ragionevole, un grande accordo con il paese asiatico e un piano di dimensioni adeguate per lo sviluppo delle nuove tecnologie nel nostro continente, unico mezzo per permettere lo sviluppo di una strada favorevole per tutti, un settimanale autorevole come The Economist (The Economist, 2026, b) sottolinea che le probabilità di una guerra commerciale tra l’UE e la Cina sono ora molto più alte di quanto la gran parte degli europei pensano e che l’Europa si trova ormai vicina ad un punto di non ritorno. Del resto, appare impensabile che le esportazioni cinesi crescano ancora a lungo a un ritmo vicino al 20% annuo e quindi anche da parte dei rappresentanti di tale paese ci sarà plausibilmente la volontà di giungere a un accordo.

 

Conclusioni

Si sta sviluppando una nuova ondata di esportazione di prodotti cinesi, questa volta in settori per la gran parte tecnologicamente avanzati, in particolare, anche se non solo, in quelli che servono a combattere una crisi climatica incombente. Tale ondata, apparentemente imbattibile, sembra provocare il panico qua e là nel mondo, in particolare in Occidente.

Alla fine, comunque, lo shock cinese non è una cosa che ci si potrebbe permettere di respingere, in una situazione in cui la scadenza per ottenere un mondo decarbonizzato appare non negoziabile (Pesek, 2026). Ma i paesi dell’UE, che si trovano tra l’altro al centro del riscaldamento globale, privi di una guida politica adeguata, pressati in ogni modo dagli Stati Uniti, guidati da governi deboli e senza visione, invece di cercare un accordo con il paese asiatico, unica risposta ragionevole, sono fortemente tentati di entrare in conflitto con esso, conflitto che potrebbe danneggiare fortemente la già difficile situazione dell’area.

Quem Jupiter vult perdere dementat prius.


Testi citati nell’articolo
-Bennhold K., The second China shock, www.nytimes.com, 8 dicembre 2026.
-Chassany A.-S., Paris and Berlin vow to align on tougher trade measures against China, www.ft.com, 17 luglio 2026
-Foster P., Cutting China reliance would cost the West $23tn, research suggests, www.ft.com, 13 luglio 2026.
-Gros D., Reinhold Ph., Il canarino d’acciaio in miniera, le nuove regole europee e il protezionismo selettivo, La Repubblica, 13 luglio 2026.
-Huizhao Huang, European companies “becoming more reliant on China, not less”, EU Chamber chief says, www.scmp.com, 2 luglio 2026.
-Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, www.asiatimes.com, 7 maggio 2026.
-Malingre V., L’Europe démunie face à la concurrence chinoise, Le Monde, 3-4 maggio 2026.
-Pesek W., China Shock 2.0 jolts global economy as Trump does Xi’s work, www.scmp.com, 17 aprile 2026.
The Economist, Europe’s latest excuse, 27 giugno 2026, a.
The Economist, Stumbling into an EU-China trade war, 16 maggio 2026, b.
-Trillo-Figueroa S. C., China isn’t Europe’s real problem, www.scmp.com, 28 giugno 2026.
-Wolf M., Is the US or Europe better off ?, www.ft.com, 15 luglio 2026.
-Zang Zhouxiang, EU would lose billions if China firms outlawed, China Daily, 7 maggio 2026.
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