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Perchè Marx

Antonio Negri

Perché Marx? Perché il dialogo con Marx è essenziale per coloro che sviluppano lotta di classe al centro e/o nelle condizioni subalterne dell’impero capitalista e si propongono oggi una prospettiva comunista. L’insegnamento di e la discussione con Marx sono decisivi per tre ragioni.

La prima è politica. Il materialismo marxiano permette di demistificare ogni concezione progressiva e consensuale dello sviluppo capitalistico e, di contro, di affermarne il carattere antagonistico. Il capitale costituisce un rapporto sociale antagonista; la politica sovversiva si colloca “dentro” questo rapporto e vi immerge in ugual misura il proletario, il militante, il filosofo. Il Kampfplatz è “dentro e contro” il capitale.

La seconda ragione per la quale non possiamo rinunciare a Marx è critica. Marx situa  la critica nell’ontologia storica, costruita e sempre attraversata dalla lotta di classe. La critica è dunque il “punto di vista” della classe oppressa in movimento e permette di seguire il ciclo capitalista, di coglierne la crisi e, di contro, di descrivere la “composizione tecnica” della classe oppressa ed, eventualmente, di organizzarne la “composizione politica” nella prospettiva della rivoluzione. L’autonomia del “punto di vista di classe” sta al centro della critica.

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Possiamo, quindi dobbiamo

Alain Badiou

[Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi.  Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento]

L’operazione «Idea del comunismo» richiede tre componenti originarie: una componente politica, una componente storica e una componente soggettiva. Cominciamo dalla componente politica. Ovvero da quel che chiamo una verità, una verità politica. A proposito della mia analisi della Rivoluzione culturale (verità politica per eccellenza), un commentatore del giornale britannico «The Observer», si è sentito in diritto di affermare che, alla sola constatazione del mio rapporto positivo con un simile episodio della storia cinese (che per lui, naturalmente, non è stato altro che un caos sinistro e omicida), c’era da congratularsi del fatto che la tradizione empirista inglese avesse «vaccinato [i lettori dell’“Observer”] contro ogni indulgenza verso il dispotismo dell’ideocrazia». Si congratulava, insomma, del fatto che l’imperativo dominante nel mondo odierno fosse «Vivi senza Idea». Per fargli piacere, comincerò quindi col dire che, dopotutto, si può descrivere in modo puramente empirico una verità politica: come una sequenza concreta e databile in cui sorgono, esistono e svaniscono una nuova pratica e un nuovo pensiero dell’emancipazione collettiva. Se ne possono anche fornire alcuni esempi: la Rivoluzione francese tra il 1792 e il 1794, la guerra popolare in Cina tra 1927 e il 1949, il bolscevismo in Russia tra il 1902 e il 1917 e – purtroppo per l’«Observer», anche se non credo che gli altri esempi gli risultino più graditi – la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, almeno tra il 1965 e il 1968. Ciò detto, dal punto di vista formale, cioè filosofico, stiamo parlando in questo caso di procedure di verità, nel senso che ho conferito a questo termine fin da L’essere e l’evento. Tornerò sull’argomento tra poco. Si noti per il momento che ogni procedura di verità prescrive un Soggetto di questa verità, un Soggetto che, anche dal punto di vista empirico, non è riducibile a un individuo.

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Il lavoro come rapporto sociale in Marx

Paolo Vinci

«Da Wiesegrund la fantasmagoria vienedefinita un bene di consumo nel quale nulla più deverammentare come esso è sorto. Tale bene vienereso magico, dal momento che il lavoro in essoaccumulato appare come sovrannaturalee sacro nell’istante medesimo in cuiesso non si dà più a conoscere come lavoro».
(W. Benjamin, Das Passagen-Werk)

La distinzione fra agire strumentale e agire comunicativo, che è al centro del pensiero di Jürgen Habermas, ha il suo luogo di nascita e una delle sue applicazioni più significative nel confronto con la visione dell’attività lavorativa che ci offre Karl Marx, sia nei suoi scritti giovanili che nelle opere economiche della maturità1. L’elemento decisivo della differenziazione critica habermasiana sta nell’esplicita volontà di spezzare il nesso, considerato troppo diretto, fra i modi di produzione e le forme di coscienza. Abbiamo dunque il riproporsi di un pregiudizio deterministico verso la concezione materialistica della storia che avrebbe come suo esito inevitabile un’equiparazione fra la teoria della società e la scienza della natura2.

Conseguentemente a una “svolta linguistica” che coinvolge l’impianto di fondo della sua filosofia Habermas ritiene di dover ricondurre le configurazioni di potere che fissano la ripartizione degli strumenti di produzione e le modalità delle loro forme di proprietà, all’istituzionalizzarsi di interazioni mediate simbolicamente. Il rapporto fra gli uomini non può, quindi, essere assimilato a quello fra l’uomo e la natura, in quanto quest’ultimo appare caratterizzato da un’ineliminabile istanza di appropriazione e di dominio. Habermas è, invece, mosso dall’auspicio della creazione di norme che favoriscano relazioni umane improntate alla reciprocità e alla libertà. Si comprende, allora, come il suo bidimensionalismo nasca da una reazione di difesa nei confronti dei rischi di un’enfasi eccessiva sulle “forze produttive”, che renderebbe disarmati davanti al pericolo maggiore che sembra correre la realtà contemporanea, quello di una totalizzazione della tecnica, che finirebbe per colonizzare tutti gli ambiti vitali della società. Solo il terreno delle relazioni intersoggettive può vedere emergere quelle pretese normative dotate di requisiti razionali che Habermas considera il solo sviluppo auspicabile dell’istanza trasformativa del pensiero di Marx3.

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Il rapporto di produzione capitalistico

Valerio Bertello

Carattere duale del rapporto

Nel modo di produzione capitalistico il rapporto di produzione si presenta in due forme: una volta nella sfera della circolazione come scambio, una seconda volta in quella della produzione come dispotismo(1). Questa forma duplice è tanto più singolare in quanto si tratta di rapporti tra loro antitetici. Il primo, che ha come presupposti sociali la proprietà privata e la libertà dei soggetti, implica la divisione sociale del lavoro, ed è derivato da formazioni sociali precedenti. Il secondo è fondato sulla volontà dispotica del capitalista, che domina completamente il processo produttivo conferendogli una forma caratteristica, creazione specificamente capitalistica, quella della divisione manifatturiera del lavoro. Rapporto questo che si pone come negazione del precedente sia in relazione alla libertà del lavoratore, in quanto esso è sottoposto al dominio del capitale, sia in relazione al lavoratore come proprietario, in quanto esso viene spogliato totalmente del prodotto del proprio lavoro. Quindi assenza di libertà nel processo di lavoro ed espropriazione del risultato: questo l’esito del passaggio dal primo rapporto al secondo. Nel passaggio dalla sfera della circolazione a quella della produzione si verifica cioè una negazione radicale del primo rapporto da parte del secondo.

Perché questa duplicazione di quello che in realtà è uno stesso rapporto, cioè un rapporto di produzione, e perché in due forme che sono una la negazione dell’altra?

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L’altro Novecento

di Pierpaolo Poggio

Pubblichiamo, per i «Cantieri della critica», l’introduzione al primo volume de «L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico», opera pubblicata da Jaca Book in coedizione con la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia (693 pagine, 40 euro). Un grande lavoro di ricerca attorno ai pensatori e militanti «eretici» del comunismo del Novecento. In questa introduzione, Pier Paolo Poggio, coordinatore del volume, ne spiega gli scopi. In questi giorni è in uscita il secondo volume

Il Novecento, secolo del comunismo e del suo fallimento. La somma di queste due affermazioni, che noi consideriamo fondate, ha prodotto, assieme a molte altre conseguenze, la cancellazione di persone, movimenti, concezioni senza i quali la comprensione del nostro passato è impossibile o fortemente mutilata. La loro eliminazione o stravolgimento sono stati parte costitutiva del programma dei vincitori, anche, e spesso, appartenenti alla loro stessa parte politica.

Il primo obiettivo del presente lavoro è quindi di carattere storico e storiografico. Si tratta di riportare alla luce un mondo che rischia di sprofondare nel nulla, ingoiato dall’implosione del sistema sovietico. La finalità e le motivazioni non sono però di carattere antiquario e archeologico; in base a un giudizio di valore e a una valutazione interpretativa, sicuramente contestabili e che per ciò è bene esplicitare, la nostra tesi è che le idee e le esperienze prese in esame non abbiano un interesse unicamente storico, ma rappresentino dei referenti per il presente e il futuro.

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ospite ingrato

La merce

Roberto Fineschi

Il concetto di merce è la chiave della teoria marxiana del “capitale”. La sua complessa definizione implica una serie di nozioni di carattere filosofico ed economico che trovano poi pieno sviluppo nello svolgimento della teoria nella sua interezza. Essa è, infatti, detta “forma economica cellulare”.

La merce è unità immediata di valore d’uso e valore. Essa è, dunque, da una parte un oggetto utile, caratteristica che non la distingue dal più generico “prodotto”, in quanto l’utilità è presupposto comune a qualunque forma del risultato del processo lavorativo – il prodotto – in qualsiasi forma di organizzazione della riproduzione umana. Questo è il suo “contenuto materiale”, condizione necessaria ma non sufficiente alla definizione di merce.

L’indistinzione di prodotto e merce, ovvero di produzione in genere e forme storicamente determinate di essa, è uno dei limiti fondamentali dei pensatori che precedono Marx, nonché uno degli assiomi più controversi, ma più o meno indiscussi della dominante ideologia/teoria economica ufficiale.

Torniamo alla merce. Oltre che valore d’uso, essa deve essere anche valore, ovvero avere “forma sociale” storicamente specifica. Se pare meno controversa la definizione del valore d’uso, da sempre si discute su quella di valore.

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Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica

Toni Negri

Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi.  Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento

L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: «il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente». Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.


1) I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.

Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente dominata dal capitale da rendere questa assunzione ineffettuale e inverificabile.

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Come cominciare dall’inizio

Slavoj Žižek

Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi.  Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento

Dunque di nuovo: non è sufficiente restare fedeli all’Idea comunista - bisogna collocarla all’interno di antagonismi reali, storici, che le diano un’urgenza pratica. L’unica vera domanda oggi è: appoggiamo la predominante naturalizzazione del capitalismo o il capitalismo globale odierno contiene antagonismi abbastanza potenti da impedirne la riproduzione all’infinito? Quattro sono questi antagonismi: l’incombente minaccia della catastrofe ecologica, l’inadeguatezza della nozione di proprietà privata applicata alla cosiddetta «proprietà intellettuale», le implicazioni etiche e sociali dei nuovi sviluppi tecnico-scientifici (specialmente in campo biogenetico) e, ultime ma non meno importanti, le nuove forme di apartheid, i nuovi Muri e le nuove baraccopoli. C’è una differenza qualitativa tra

l’ultima caratteristica – lo scarto che separa gli Esclusi dagli Inclusi – e le altre tre, che si collocano nell’ambito di ciò che Hardt e Negri chiamano i «commons», il «comune», la sostanza condivisa del nostro essere sociale, la cui privatizzazione implica atti violenti, ai quali si dovrebbe resistere anche con mezzi violenti, se necessario:

il comune della cultura
, le forme del capitale «cognitivo» immediatamente socializzate, prima di tutto il linguaggio, il nostro mezzo di comunicazione e di istruzione, ma anche le infrastrutture condivise come il trasporto pubblico, l’elettricità, le poste ecc.

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Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo

di Domenico Moro

Recentemente il concetto di decrescita si è diffuso in molti settori, dalla destra alla sinistra istituzionale[1] e persino fra la sinistra radicale e comunista. La decrescita sembra, in apparenza, una risposta ai mali dell’epoca attuale, dall’esaurimento delle risorse energetiche alla crisi ecologica alla gestione dei rifiuti fino alla crisi economica. Il male sarebbe l’eccesso di consumo. La soluzione, dunque, starebbe nel consumare di meno. E per consumare di meno bisogna decrescere.
 
La crescita è così diventata il “cancro dell’umanità”. I teorici della decrescita non si limitano, dunque, a raccomandare maggiore attenzione al risparmio energetico, e ad eliminare sprechi e consumi inutili. I decrescisti propongono una visione complessiva della società, la “società della decrescita”, in alternativa non solo alla società attuale, ma anche alla prospettiva di una società socialista e al marxismo. Il fatto è che tale società della decrescita non solo non risolve il problemi che dovrebbe risolvere, essendo del tutto campata per aria, ma, mistificando le ragioni della presente crisi epocale, risulta addirittura funzionale alla conservazione dell’attuale assetto sociale. Dal momento che molti si fermano ad una conoscenza superficiale della teoria della decrescita, che sembra renderla sensata, è bene andare ai suoi fondamenti.

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Tesi per il Comunismo

Francesco Barba

Proponendo queste tesi, dobbiamo al lettore alcuni chiarimenti preliminari.

1. L’obiettivo generale.


L’ obiettivo generale che ci proponiamo è quello di promuovere una critica organica alla stabilizzazione ed all’ egemonia del sistema capitalistico e degli imperialismi oggi diffusi nel mondo globalizzato.

Occorrendo un’ analisi seria e una ricerca reale intorno ai grandi problemi di strategia, cerchiamo noi stessi di proporre una piattaforma di discussione, aperta e problematica ma non eclettica, sulla quale confrontarsi proficuamente.


2. Storia e nuovi protagonisti.


I problemi di strategia non riguardano soltanto la realtà in atto in un Paese e in un certo momento storico. Essi sono il prodotto di un incontro tra presente e passato, tra l’ esperienza in atto e una teoria già storicamente elaborata, tra le organizzazioni politiche e l’ insieme della società. In un momento storico come l’ attuale, questo incontro è estremamente difficile. Ma non per questo il compito è meno pressante e vitale. Muovendo da una tradizione e da una lunga battaglia - quella della sinistra comunista italiana che si è incontrata, in momenti e contesti particolari, con il comunismo storico italiano, con il movimento sindacale confederale, con il cristianesimo sociale, con la sinistra socialista, con il femminismo, con gli ambientalisti e con i libertari radicali – noi cerchiamo di dare il nostro contributo mettendo a frutto la nostra esperienza (là dove c’è) coniugando storia, di cui non è giusto sbrigativamente sbarazzarsi, e una nuova realtà, che quella storia fortemente può contestare.

Questa piattaforma di discussione è rivolta, come si è detto, direttamente a protagonisti attuali interni all’ attuale organizzazione politica e contestualmente all’ esterno, verso ambienti, anche tra loro diversi ma non opposti, che concordano di impegnarsi seriamente in una riflessione e in un tentativo comune di analisi e iniziativa, ritrovando il senso di ciò che ci separa tutti dal reale avversario e di ciò che ci unisce verso un comune obiettivo.


3. Il confronto e i temi.


Proponiamo di sviluppare questo confronto promuovendo incontri pubblici; solleciteremo prese di posizione e scelte chiare di quanti già con noi generalmente concordano e l’ avvio di comuni iniziative con quanti convergono con noi su problemi significativi.

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rete dei com

La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tri-continentale del marxismo

di  Samir Amin

La lunga ascesa del capitalismo

La lunga storia del capitalismo è composta da tre fasi distinte e successive: (1) una preparazione molto lunga - la transizione dal sistema tributario, la tipica forma organizzativa delle società pre-moderne - durata otto secoli, dal 1000 al 1800; (2) un breve periodo di maturità (il XIX secolo) durante il quale "l'Ovest" ha affermato il suo dominio; (3) un lungo "declino" causato dal "Risveglio del Sud" (per usare il titolo del mio libro, pubblicato nel 2007) nel quale i popoli ed i loro stati recuperarono le principali iniziative nella trasformazione del mondo - di cui si ebbe la prima ondata nel XX secolo. Questa lotta contro l'ordine imperialista, il quale è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo, è a sua volta l'agente potenziale nel lungo percorso della transizione oltre il capitalismo, verso il socialismo. Ora, nel XXI secolo, c'è l'inizio di una seconda ondata di iniziative indipendenti da parte dei popoli e degli stati del Sud.

Le contraddizioni interne caratteristiche di tutte le società avanzate nel mondo pre-moderno - e non solo quelle specifiche dell'Europa "feudale" - sono la causa delle ondate successive delle innovazioni social-tecnologiche che vennero a costituire la modernità capitalista.

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conflitti e strategie 2

Un panorama teorico

Gianfranco La Grassa


PARTE PRIMA

Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria

1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.

Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.

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Rileggere Gramsci

Toni Negri

In un saggio dedicato ad Antonio Gramsci dello studioso australiano Peter D. Thomas le categorie di «rivoluzione passiva» e di «egemonia» mostrano ancora la loro capacità di comprendere la realtà contemporanea offrendo così strumenti utili a una politica della trasformazione sociale

Il libro di Peter D. Thomas - The Gramscian Moment. Philosophy, Hegemony and Marxism. Historical Materialism Book Series, Vol. 24, Brill, Leiden-Boston - è innanzitutto importante perché traduce, il pensiero di Antonio Gramsci per la scena anglofona. Lo scopo del lavoro di Thomas è esplicitamente quello di aprire il dibattito su Gramsci all'interno del marxismo anglosassone, luogo oggi centrale nell'elaborazione della filosofia marxista, visto il declino che essa ha avuto in Francia e in Italia . Inutile aggiungere che, a questo proposito, egli sviluppa una lettura di Gramsci non solo adeguata al rinnovamento degli studi compiuto dopo la pubblicazione integrale dei «Quaderni del carcere» e dell'epistolario a metà degli anni Settanta, ma ricentrata ed arricchita dal confronto con la letteratura più rilevante (Louis Althusser e Perry Anderson) che ha, per così dire, costruito l'experientia crucis nella transizione atlantica di Gramsci.


Il gioco delle antinomie


Qualche osservazione sull'interpretazione gramsciana di Thomas. Voglio subito dire che convince solo parzialmente il passaggio a Gramsci attraverso la filosofia di Althusser.

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ospite ingrato

Ripensare Marx per abbandonarlo? Una riflessione

Ennio Abate

Può darsi che le proposizioni del marxismo non siano, e forse da cent’anni, più attendibili di quelle di tanti altri studiosi di economia e di sociologia; e che solo per complicati e repellenti equivoci presso due terzi del genere umano si sia continuato e si continui a credere, sulla fede di libri probabilmente non letti o non capiti, di poter dare o ricevere speranze, tormenti e morte, tuttavia levando il pugno e cantando l’Internazionale»
(F. Fortini,
Lettere da lontano. A Enzo Forcella, L’Espresso 29 giugno 1986)

1.

Ho seguito, sia pur da isolato, per una sorta di fedeltà intellettuale alle figure scelte durante il mio tardivo apprendistato politico avvenuto in Avanguardia Operaia tra 1967 e 1976, molti dei discorsi, oggi completamente inattuali, sulla «crisi del marxismo» svoltisi dagli anni Ottanta in poi. Lessi i vari libri di Costanzo Preve (Il filo di Arianna, Il pianeta rosso, Il convitato di pietra),che mi parevano un argine alla liquidazione del pensiero di Marx. Mi affaticai per capire un mattone filosofico come «Marx oltre Marx» di Antonio Negri. Mi sono inoltrato con cautela pure tra le pagine di «Impero» e «Moltitudine» per annusare tracce di zolfo marxiano, sia pur mescolato a emanazioni foucaultiane e deleuziane. E più di recente, incappato un po’ casualmente nel sito «Ripensare Marx», ho seguito con assiduità soprattutto gli interventi di Gianfranco La Grassa, letto alcuni suoi libri e tentato in qualche occasione persino di interloquire con lui. Constatare che oggi anche lui, studioso serio e non per qualche stagione ma per una vita di Marx, giudichi necessario abbandonarlo («Due passi in Marx per uscirne» è il significativo titolo dell’ultimo libro che sta per pubblicare), mi ha posto di fronte a un aut aut.

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Recensione a Marx e Hegel di R. Fineschi*

di Tommaso Redolfi Riva

Con questo studio Roberto Fineschi continua il proprio percorso di ricerca iniziato con la pubblicazione di un’importante rilettura della critica dell’economia politica, Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”. Studioso attento e dotato di acribia filologica, l’Autore si avvale dell’utilizzo della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (la Marx-Engels-Gesamtausgabe), che gli permette di avere sott’occhio il genetico costituirsi dell’elaborazione marxiana della teoria del capitale attraverso una gran mole di manoscritti, soltanto parzialmente disponibili al lettore italiano.

Lo scopo del libro del 2001 era quello di evincere lo sviluppo di tutta la teoria marxiana dalla contraddizione tra valore d’uso e valore, presente nella categoria con la quale ha inizio l’esposizione: la merce. La ricerca dell’Autore continua in questo libro, che, alla luce della comprensione della logica specifica della esposizione marxiana, cerca i presupposti storico-teorici sui quali tale esposizione si fonda.

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Marx e la fondazione macro-monetaria della microeconomia*

Riccardo Bellofiore

In molti dei suoi scritti recenti, Fred Moseley ha sottolineato che la teoria di Marx deve essere interpretata secondo un approccio tanto «macro» quanto «monetario», e che su di esso poggia la determinazione dei prezzi di produzione[1]. Moseley riconosce che anche altri interpreti hanno proposto una lettura «macro-monetaria» della teoria marxiana. Piuttosto che aprire un dialogo con queste altre prospettive interpretative, Moseley si è accontentato di sviluppare la propria. Un confronto aperto e una critica rigorosa sono perciò opportuni per individuare similitudini e differenze tra le varie posizioni.

Non posso che essere d'accordo con l'idea secondo cui l'originalità di Marx risiederebbe in quella che ho altrove definito come una vera e propria «teoria monetaria del valore-lavoro» e nella sua prospettiva «macro-sociale»: due elementi che caratterizzano la mia lettura di questo autore fin dagli anni ottanta. Tali affermazioni devono essere tuttavia vagliate attentamente, poiché non è per niente ovvio che il primo libro del Capitale di Marx possa essere letto alla maniera di Moseley, sia per quanto riguarda il versante «macro» che per quel che riguarda il versante «monetario». Una prima ragione sta nel fatto che, con poche eccezioni, il collegamento fondamentale tra il denaro e il valore ha soltanto recentemente catalizzato l'attenzione degli studiosi di Marx, ed è ancora oggi uno dei punti più controversi di tutta l'economia marxiana.

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Decrescere o morire?

di John Bellamy Foster

Nel paragrafo introduttivo del suo libro del 2009 Storms of My Grandchildren, James Hansen, principale climatologo USA e massima autorità scientifica mondiale sul cambiamento climatico, ha dichiarato: ‘Il Pianeta Terra, il creato, il mondo in cui la civiltà si è sviluppata, il mondo con i modelli climatici che conosciamo e linee costiere stabili, è in imminente pericolo... La sorprendente conclusione è che il prolungato sfruttamento di tutti i carburanti fossili sulla Terra minaccia non solo gli altri milioni di specie sul pianeta ma anche la sopravvivenza dell’umanità stessa -e i tempi sono più brevi di quanto crediamo’.

Facendo questa dichiarazione, comunque, Hansen stava parlando solo di una parte della crisi ambientale globale che attualmente minaccia il pianeta: precisamente la crisi climatica. Di recente, scienziati di primo piano (compreso Hansen) hanno proposto nove punti-limite planetari, che demarcano lo spazio operativo sicuro per il pianeta. Tre di questi punti-limite (cambiamento climatico, biodiversità e ciclo nitrogeno) sono già stati oltrepassati, mentre altri, come la disponibilità di acqua pulita e l’acidificazione degli oceani, sono falle planetarie emergenti.

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materiali resistenti

All'origine delle crisi: sovrapproduzione o sottoconsumo?

Louis Gill

In un articolo intitolato “La recessione mondiale: momento, interpretazioni e poste in gioco della crisi”, François Chesnais critica l’interpretazione più diffusa della crisi in corso come crisi di sottoconsumo, causata da una contrazione dei salari che si sarebbe cercato di compensare con una forte espansione del credito. In particolare affronta la variante di questa interpretazione presentata da Alan Bihr in un articolo intitolato “Il trionfo catastrofico del neoliberalismo”, ed esprime il suo disaccordo con la tesi di un “plusvalore in eccesso” che vi sviluppa Bihr. La caratterizza come un totale rovesciamento della comprensione del capitalismo ereditata da Marx, secondo la quale il capitale si scontra non con un eccesso, ma con una insufficienza cronica di plusvalore, di cui una manifestazione è la tendenza all’abbassamento del saggio di profitto.

Il fatto che questa penuria di plusvalore sia percepita sotto forma di difficoltà di realizzazione “dimostra la loro cecità di fronte alle contraddizioni del sistema”, scrive Chesnais, che rinvia al mio libro Fondamenti e limiti del capitalismo per “una presentazione molto chiara di queste contraddizioni e di questa cecità”.

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E' possibile essere comunisti senza Marx?

di Toni Negri

È possibile essere comunisti senza Marx? È evidente che sì. Ciò non toglie che mi capiti spesso di discuterne con compagni e con intellettuali sovversivi di differenti estrazioni. Soprattutto in Francia – e le considerazioni che seguono riguardano essenzialmente la Francia. Debbo comunque confessare che spesso mi annoio a ragionare su questi argomenti, ci son linee troppo diverse e contraddizioni che raramente son condotte a confrontarsi con verifiche o soluzioni sperimentali. Si tratta spesso di confrontarsi con retoriche che astrattamente affrontano la pratica politica. E tuttavia, talora, ci si scontra con posizioni che negano addirittura che ci si possa dichiarare comunisti se si è marxisti. Da ultimo, ad esempio, un importante studioso – che pure aveva sviluppato nel passato le ipotesi del “maoismo” più radicale – mi diceva che, se ci si attenesse al marxismo rivoluzionario, che prevedeva il “deperimento dello Stato”, la sua “estinzione”, dopo la conquista proletaria del potere, e certo non ha realizzato questa finalità, non ci si potrebbe più dichiarare “comunisti”.

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Il Gruppo Krisis, la critica del lavoro e il "primato civile degli italiani"*

Anselm Jappe

Nella società del lavoro, il lavoro sta diventando raro come l’aria respirabile nella città. Eppure si esige da tutti di lavorare, se vogliono vivere. Ogni giorno vengono lanciate nuove proposte su come si potrebbe ritornare al pieno impiego. Nessuna ha mai funzionato, né potrà mai funzionare. Né la licenza all’illimitato sfruttamento della forza-lavoro, né il tentativo di sottomettere il capitale globalizzato alla ferula dello Stato riescono a invertire questa tendenza. Altri hanno preso atto dell’impossibilità di ricostituire la società del lavoro di una volta e cercano di salvare le condizioni di vita attuali anche per coloro che non trovano più lavoro. Vogliono fare buon viso a cattiva sorte. Quasi nessuno mette in dubbio il lavoro come principio fondante della società in cui viviamo. Cosa che fa invece il gruppo tedesco Krisis nel Manifesto contro il lavoro. Ma qual è il punto di vista da cui parte una critica così radicale?

Da quasi vent’anni, il gruppo Krisis, riunito intorno all’omonima rivista, sta sviluppando in Germania una delle critiche più articolate, innovatrici e radicali della società capitalistica contemporanea.

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Divisione del lavoro

di Valerio Bertello

Le due divisioni del lavoro

Nella prima parte si è considerato lo sviluppo della divisione del lavoro ponendo la produttività come l’unico fattore che determina l’affermazione storica di una forza produttiva. Ciò è in ultima analisi vero, ma tale sviluppo è strettamente intrecciato con fattori sociali, innanzitutto i rapporti di produzione, che non possono essere trascurati. Quindi occorre riprendere il discorso ponendo tali rapporti in primo piano.


1. Le due divisioni del lavoro e la contraddizione fondamentale


Il capitalismo sviluppa la divisione cooperativa del lavoro, cioè la cooperazione manifatturiera, come proprio modo specifico di produzione, conferendo al lavoro sociale un nuovo livello di sviluppo che ne fa una forza produttiva integralmente nuova.

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Concrete astrazioni. Modelli logici contraddetti dalla realtà

Luigi Cavallaro

Finalmente riproposto il libro di Henryk Grossmann, considerato a torto la pietra miliare della teoria marxista novecentesca sul crollo inevitabile del capitalismo. Un libro utile per riuscire a comprendere come le imprese e gli stati provano a contrastare le dinamiche economiche e i conflitti che determinano la crisi di una formazione sociale

Per una singolare coincidenza, il 1929 non vide solo il crollo di Wall Street e l'avvio della crisi più profonda del capitalismo occidentale, ma anche l'apparizione, pochi giorni prima del famigerato «martedì nero», di un libro che più di altri poteva ambire a costituirne la spiegazione. Ne era autore Henryk Grossmann, docente all'Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e fervente militante marxista, che sotto il titolo La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalistico aveva appena completato un'imponente studio del pensiero di Marx sulla dinamica del modo di produzione capitalistico.

Benché scopo del volume fosse quello di instaurare un confronto critico con le principali tradizioni marxiste dell'epoca (da Bernstein a Kautsky, da Hilferding a Rosa Luxemburg, con un occhio attento a Lenin e alla sua interpretazione dell'imperialismo), la sua illustrazione della meccanica dell'accumulazione diede luogo ad un curioso paradosso.

Grossmann, infatti, si proponeva di valorizzare quegli aspetti della teoria marxiana della riproduzione allargata che, ove assunti in forma «pura», avrebbero condotto al crollo del sistema per sopravvenuta impossibilità dell'accumulazione stessa, ma non intendeva derivarne alcuna previsione circa un crollo «automatico» del capitalismo: due terzi del volume erano anzi dedicati all'analisi di quelle «controtendenze» che ne avrebbero impedito il verificarsi, trasformando così i presupposti del «crollo» in altrettanti presupposti di crisi.

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Risposta a Basso su "Marx in questione"

di Riccardo Bellofiore

[in fondo alla pagina, Luca Basso: Economia, il mito della scienza esatta che può fare a meno della politica]

Su "Liberazione" del 28 gennaio Luca Basso ha recensito il volume Marx in questione (Città del Sole, 2009) che ho curato con Roberto Fineschi, e che raccoglie alcuni degli scritti degli autori dell'International Symposium in Marxian Theory (ISMT). Si tratta di contributi a volumi comparsi sinora presso prestigiosi editori anglosassoni, e di cui esiste anche una antologia pubblicata in Messico a cura di Mario Robles: vale la pena almeno di segnalare i tre testi per Palgrave Macmillan sui tre libri del Capitale, a cui si aggiungerà nel 2010 un volume a cura mia, di Guido Starosta e di Peter Thomas sui Grundrisse per i tipi di Bril). La recensione di Luca Basso è articolata e si segnala perché, meritoriamente, non si limita a dare conto del volume, ma manifesta (specie nella parte finale) alcuni dissensi in modo serio e argomentato. Basso solleva problemi reali, e che meritano di essere dibattuti. L'ISMT è peraltro un gruppo unito più dalle problematiche ritenute centrali per la critica dell'economia politica che da risposte unitarie, rigide o dogmatiche, come è spesso nell'ambito del marxismo. Lo stesso Basso segnala i punti di contatto, ma anche le divergenze significative, tra i membri dell'ISMT.

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Il capitale dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2) Pubblicazione e teoria

di Roberto Fineschi

Premessa

Un libro relativamente noto di Jacques Bidet s'intitola significativamente Que faire du Capital? lo credo che si possa essere più radicali e fare un passo indietro chiedendosi che cosa sia Il capitale. Attraverso quest'opera Marx voleva rendere comprensibile il funzionamento della società borghese. Quale però? Quella della Rivoluzione industriale? Oppure voleva elaborare un modello generale che andasse oltre la contingenza, o la limitatezza di fase e che servisse come quadro generale al quale riferire dei sottoperiodi o delle articolazioni ulteriori? Ma in verità il problema non consiste solamente nello stabilire come intendere il testo da un punto di vista teoretico: la domanda può essere estesa all'esistenza stessa di tale testo, soprattutto in considerazione della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA).

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fatto quotidiano

Karl Marx, un contemporaneo

di Vladimiro Giacchè

Ironie della storia. Mentre in Germania viene festeggiato il 20° anniversario della fine della Repubblica Democratica Tedesca, si assiste ovunque a un grande risveglio di interesse nei confronti di quello che ne fu (inconsapevolmente) il filosofo ufficiale: Karl Marx. Soltanto in Italia da giugno ad oggi sono uscite due biografie: la traduzione del testo di Francis Wheen (Karl Marx. Una vita, Isbn edizioni, p. 400) e il volume di Nicolao Merker Karl Marx. Vita e opere (Laterza, pp. 261). Se il primo testo è avvincente, il secondo riesce a fare il miracolo: ossia a darci una panoramica completa della vita di Marx e delle linee di fondo del suo pensiero.

Merker inizia ricordando che “il pensiero di Marx sta nei suoi scritti”. Non si tratta di una banalità, ma di una doverosa cautela, visto l’uso a dir poco disinvolto che spesso si è fatto del pensiero di Marx. I testi di Marx vanno letti e collocati nel loro contesto storico. Ma non per farne altrettanti “classici” da tenere sullo scaffale, bensì per capire cosa ci possono dire sull’oggi. Questo utilizzo è possibile in quanto la struttura economica della società in cui viviamo è ancora quella descritta da Marx.