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Il Capitale come Feticcio Automatico e come Soggetto, e la sua costituzione
Sulla (dis)continuità Marx-Hegel
Riccardo Bellofiore
Abstract: This article will deal in two steps with the Marx–Hegel (dis)connection in Capital. First, I’ll present a survey of what I take to be the most relevant positions about the role of dialectics in Marx. Second, after reviewing Marx’s criticisms of Hegel, I’ll consider the debate within the International Symposium on Marxian Theory. Third, I will argue that it is exactly Hegel’s idealism which made the Stuttgart philosopher crucial for the understanding of the capital relation. Here, I will refer to the ‘Hegelian’ Colletti of the late 1960s-early 1970s, to Backhaus’ dialectic of the form of value, and to Rubin’s interpretation of abstract labour as a process. At this point, I will provide my reading of Marx’s movement from commodity to money, and then to capital, in the first 5 chapters of Capital. Marx is moving on following a dual path. The first path reconstructs the ‘circularity’ of Capital as Subject, as an Automatic Fetish: it is here that Hegel’s idealistic method of ‘positing the presupposition’ served Marx well. The second path leads him to dig into the ‘constitution’ of the capital-relation, and therefore into the ‘linear’ exploitation of workers and class-struggle in production. Here we meet Marx’s radical break from Hegel, and understand the materialist foundation of the critique of political economy.
Introduzione
In questo articolo mi interrogherò sul rapporto di continuità/discontinuità tra Marx e Hegel. Inizierò con una rassegna personale idiosincratica delle posizioni più importanti che hanno influenzato la mia posizione.
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Olismo o individualismo in Marx?
Sull’ultimo libro di Ernesto Screpanti, “Marx dalla totalità alla moltitudine (1841-1843)”
di Luca Basso
In passato, anche sulla base di un “cortocircuito” fra valutazione del marxismo e critica dell’esperienza storica del socialismo reale, troppo spesso si è interpretato il senso complessivo del discorso marxiano all’insegna di una sorta di olismo, a scapito del riconoscimento delle capacità e delle facoltà individuali. Dall’altro lato, in particolare negli anni ’80, il marxismo analitico (Elster, Roemer…) ha fortemente valorizzato l’approccio dell’individualismo metodologico – seppur mitigato da politiche di redistribuzione sociale –, sottolineandone una potenziale compatibilità con la prospettiva delineata da Marx, e nello stesso tempo mettendo in luce, di quest’ultima, una serie di limiti e di possibili “cadute” olistiche. L’impostazione del marxismo analitico si rivela compatibile, per molti versi, con una pratica “riformista”, volta ad attutire le diseguaglianze prodotte dal sistema capitalistico, ma senza mettere in discussione in modo radicale quest’ultimo: così viene fortemente ridotto, se non annullato, l’elemento della lotta di classe, e quindi il carattere politicamente dirompente dell’orizzonte marxiano. Il libro di Ernesto Screpanti, Marx dalla totalità alla moltitudine (1841-1843) (Petite Plaisance, Pistoia 2013), presenta, in primo luogo, il merito di sottoporre a critica qualsiasi interpretazione olistica del percorso marxiano, senza però con questo aderire a una visione che in qualche modo legittimi l’individualismo capitalistico, per quanto mitigato da una serie di misure sociali.
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Crisi e intelligenza della merce
Postfazione di "Banche e crisi"*
di Gian Enzo Duci
L’attuale crisi economica e finanziaria del capitalismo mondiale, forse la più estesa e complessa di sempre, ha avuto il merito di suscitare il riemergere del pensiero critico sopito in tempi in cui si era arrivati anche a sostenere che la storia fosse finita.
Non è il caso di Sergio Bologna, che non ha mai smesso di esercitare questo ruolo magistrale nella sua lunga carriera di militante, studioso e consulente del passato e del presente della società industriale e del movimento operaio.
Con un merito in più, di essere stato tra i primi e tra i pochi (secondo me: il primo e il più autorevole) che ha sdoganato e fatto conoscere al pubblico della Sinistra e non solo (sic!) il settore dei trasporti, introducendo la dimensione della circolazione della merce nell’analisi delle strutture, dei processi, dei meccanismi e delle contraddizioni del sistema di produzione del plusvalore.
Basti citare l’inchiesta sui camionisti di Bruno Zanatta ospitata da Bologna nella rivista «Primo Maggio» da lui fondata e diretta a metà degli anni Settanta, quando, per la Sinistra, i lavoratori dell’autotrasporto erano coloro che con i loro scioperi «corporativi» avevano aperto la strada ai golpisti cileni che avevano ucciso Salvador Allende e fatto cadere il suo governo socialista.
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La moneta corrente del liberismo
Christian Marazzi
C'è sempre un po' d'azzardo editoriale nella pubblicazione di testi apparsi ormai nel corso di alcuni decenni, a maggior ragione quando si passa dal Marx che studia, come corrispondente del New York Daily Tribune, la prima crisi monetaria e finanziaria «moderna» (1856-1857), alla storia del rapporto tra petrolio e mercato mondiale, alla funzione della logistica e dei porti come «integratori di sistema» e come riedizione della logica della crisi dei subprime, esempio dell'intreccio tra processi produttivi e di circolazione delle merci e finanziarizzazione, con saggi pubblicati tra il 2012 e il 2013. Per chi questi scritti li ha letti man mano che uscivano, si tratta di una bella occasione per rivivere alcuni passaggi fondamentali della storia del pensiero critico di un «operaista indipendente» quale è sempre stato Sergio Bologna, ma per un giovane di vent'anni che, immerso anima e corpo nella crisi odierna che ha una gran voglia di agire e di costruire collettivamente nuovi strumenti di analisi e interpretazione del capitalismo finanziario (fatiscente? ipermaturo?), la fruizione de Banche e crisi. Dal petrolio al container (DeriveApprodi, pp. 200, euro 17), non è immediatamente evidente. Oltretutto in un periodo in cui la letteratura sulla crisi finanziaria è ormai sterminata e la lettura quotidiana del Sole 24 Ore o del Financial Times per capire dove va lo spread, i rendimenti sui titoli del debito sovrano, il tasso di cambio tra Euro e dollaro, le decisioni della Federal Reserve sui tassi d'interesse direttori e altre cosucce del genere, lascia poco tempo allo studio delle contraddizioni strutturali del sistema economico capitalistico.
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Attualità e inattualità del pensiero di Marx
di Claudio Valerio Vettraino
Totalità, scienza e dialettica
E’ arduo analizzare ciò che “di vivo o di morto” c’è nell’opera di Marx. Un’opera complessa e monumentale che ha attraversato i secoli e le generazioni, rappresentando per il movimento operaio internazionale la bussola organizzativa e strategica. Un filo rosso che dura ancora oggi e che fa da movente a tentativi di ricostruzione di fantomatici partiti del lavoro o fronti sociali di liberazione dalla servitù salariata. Gruppi o gruppuscoli intellettuali si richiamano a lui; tentativi oggi in atto per renderlo un “classico”, l’icona stessa di un passato che non deve tornare (come se lo stesso Marx fosse responsabile diretto e non a sua volta vittima strumentale dei disastrosi esperimenti di socialismo reale) e allo stesso tempo di una probabile ricomposizione epistemologica di un presente che ci sfugge, di un caos che ci attanaglia, di una crisi che mostra lati più oscuri della globalizzazione neo-liberista.
Ed è curioso come il Marx ufficializzato dall’establishment sia in sé duplice e scisso. Il Marx “scienziato” dell’economia politica da rielaborare alle luce delle inedite trasformazioni epocali che stiamo vivendo e il Marx politico-rivoluzionario da gettare alle ortiche.
Un’operazione ideologica, quella di scindere Marx in due tronconi del tutto incomunicabili, che non tiene assolutamente conto della dialettica che segna ed opera in tutto il suo pensiero. Da buon hegeliano, per Marx era impensabile considerare la politica senza l’economia. L’universale senza l’individuale. La storia senza la natura.
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Prefazione di "Banche e crisi"
di Sergio Bologna
Quando Marx inizia la collaborazione con la «New York Daily Tribune» è alle prese con la prima stesura di quel nucleo d’idee che sarà sviluppato nei tre libri de Il Capitale. È un magma incandescente che prende forma pian piano, alimentato più che dalle conoscenze e dalle riflessioni sedimentate negli anni precedenti, dalla realtà di tutti i giorni dell’innovazione capitalistica[1]. Non sappiamo come definire questa coincidenza. Un caso o in realtà non si tratta di coincidenza ma di genesi? Marx si è costruito propri schemi di lettura ma la realtà superava la sua immaginazione e lo aiutava a perfezionare i suoi schemi, a renderli più sofisticati, più calzanti. Mi è sembrato utile, quando scrissi questo saggio qui ripubblicato, capire meglio cosa stava accadendo in quel momento nel mondo, alla metà dell’Ottocento, piuttosto di scavare nell’intimità del processo di pensiero di Marx. Era cominciata la seconda rivoluzione industriale, non era una cosa da nulla, si stava facendo il passo decisivo verso la creazione di un mercato mondiale. Si agiva su due piani: sul piano immateriale, con la moneta, con la finanza, e sul piano fisico, con le infrastrutture, con i mezzi di trasporto. La forma «società per azioni», le banche d’affari, nascono per realizzare queste infrastrutture fisiche, il Canale di Suez, le reti ferroviarie, i porti. Uno dei principali partner finanziari dei fratelli Péreire, grandi protagonisti degli articoli di Marx per la «Tribune», è quel De Ferrari a cui si deve il lascito che ha permesso di costruire il porto moderno di Genova. Uno dei principali partner finanziari di Lesseps, non a caso da lui nominato Vicepresidente della Compagnia del Canale di Suez, è quel barone Revoltella al quale si deve la prima impostazione «logistica» del porto di Trieste.
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Denaro senza valore!
di Franco Senia
E' trascorso più di un anno da quel 18 luglio del 2012, quando, in seguito ad un errore medico, Robert Kurz è morto, all'età di 68 anni. Una morte prematura che ha interrotto un immenso lavoro durato più di 25 anni. Nato a Norimberga, dove ha trascorso tutta la sua vita, Kurz partecipò alla "rivolta degli studenti", al cosiddetto "1968", e alle discussioni che ne seguirono all'interno della "nuova sinistra". Dopo una brevissima adesione al marxismo-leninismo, e senza mai aderire ai "Verdi", nel 1987 fondò la rivista "Marxistische Kritik", ribattezzata dopo qualche anno "Krisis". La rilettura di Marx proposta da Kurz e dai suoi compagni (fra cui, Roswitha Scholz, Peter Klein, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle) non creò loro molti amici nella sinistra radicale, dal momento che ne attaccava, uno dopo l'altro tutti i dogmi, dalla "lotta di classe" al "lavoro", rimettendo in discussione gli stessi fondamenti della società capitalista: valore di mercato, lavoro astratto, denaro e merce, stato e nazione. Ne "Il collasso della modernizzazione", scritto nel 1991, afferma che, nel momento stesso del "trionfo occidentale", conseguente alla fine dell'Unione Sovietica, i giorni della società del mercato mondiale sono contati, e che la fine del "socialismo reale" è stata solamente una tappa.
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Marx, Wall Street e la lotta di classe
di Riccardo Cavallo
Da poco è apparsa l’ultima fatica di Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica [1] che, muovendosi controcorrente rispetto alla vulgata liberista imperante, si sofferma su uno dei nodi problematici più significativi dell’opus marx-engelsiano: la teoria della lotta di classe. Si tratta di un ulteriore tassello che va inserirsi nel ventennale percorso di ricerca del filosofo urbinate che, oltre a stilare un vero e proprio cahier de doléance sui misfatti dell’Occidente liberal-capitalista, intende intervenire nelle ferite ancora aperte della tradizione marxista mettendone in evidenza luci ed ombre
1. What would Marx Think? Questo interrogativo campeggia sulla copertina della versione europea del Time del febbraio 2009, cioè nel momento clou della crisi finanziaria che partita dall’esplosione del sistema dei mutui subprime originatasi negli Stati Uniti, stava per dilagare anche nel resto del mondo. Non è un caso allora che il prestigioso magazine decida di dedicare la propria cover story ad un possibile ritorno alle tesi marxiste nell’epoca di Wall Street. Così il celebre ritratto del filosofo di Treviri diviene immagine pop, dai pixel giallo-oro che scorre al posto dei valori dei titoli azionari sul rullo della Borsa cui si accompagnano altre frasi fluorescenti che rimandano alla necessità di elaborare nuove idee per uscire dalla crisi e allo spauracchio del ritorno della povertà. Tutto insomma lascia presagire che le tesi di Marx, prima fra tutte quella sulla lotta di classe, siano più che mai da riprendere in considerazione come utile strumento per evitare il baratro generato dalla voracità autodistruttiva dei mercati.
Malgrado le apparenze, nel suo articolo intitolato Rethinking Marx[2], l’editorialista Peter Gumbel è ben lungi dal voler inneggiare ad un ritorno del marxismo, cercando anzi di evidenziare come le idee di Marx, seppur profetiche e a tratti geniali, abbiano nella pratica miseramente fallito.
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Leggere "Il Capitale Finanziario"*
di Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro
Rudolf Hilferding
1. La teoria economica dominante è ancora lì, ferma sul suo trono. La «Grande Contrazione» iniziata nel 2008 l’ha colta di sorpresa, quasi del tutto impreparata, ma non sembra averle inferto gravi danni. La reputazione dei modelli ortodossi di funzionamento del capitalismo ne è uscita senza dubbio appannata, ma le prescrizioni che se ne derivano continuano ugualmente a rimbombare nell’arena politica. Si tratta ormai di una vera e propria geremiade, sulla cui capacità di far presa in modo duraturo non ci si deve però ingannare. Sotto di essa covano profonde contraddizioni, potenzialmente in grado di minare la solidità delle attuali convenzioni e deviare il corso storico degli eventi. Approfondirle è senz’altro possibile, ma occorre innanzitutto un chiarimento sul concetto di teoria dominante, a partire dal suo nucleo originario: l’analisi neoclassica.
Stando a una celebre definizione1, una teoria economica può dirsi «neoclassica» (o «marginalista») se si propone di descrivere il funzionamento del sistema capitalistico sulla base dei seguenti dati esogeni: la tecnologia di produzione, le dotazioni delle risorse e le preferenze degli individui. Date le risorse di cui dispone, ciascun soggetto decide di consumarle oppure di scambiarle sul mercato in base alle proprie preferenze, ossia al fine di massimizzare la propria utilità personale. La logica delle azioni individuali viene quindi espressa nei termini di quella che Robbins definiva una relazione tra fini e mezzi scarsi aventi usi alternativi2 e che Samuelson ha poi formalizzato mediante il criterio dell’ottimizzazione vincolata3.
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Dalla filosofia alla concezione materialistica della storia
Appunti per un'introduzione al materialismo storico e alla dialettica, n.1
Antiper
Del rapporto tra marxismo e filosofia hanno trattato tanti libri da riempire intere biblioteche. Il “dilemma” è ricondotto, in definitiva, alla questione, posta da tutti i filosofi “di mestiere”, dell’insufficiente, nascosto, frainteso o addirittura mistificato “statuto filosofico” del marxismo. Nel parlare di marxismo e filosofia si va da chi afferma che il problema del marxismo è quello dell’assenza di uno specifico spazio filosofico (Preve) a chi afferma che un po’ di buona filosofia c’è, ma bisogna depurarla da deformazioni economicistiche, storicistiche, umanistiche (Althusser), a chi sostiene che in Marx è posto in modo tutto sommato chiaro il problema ontologico fondamentale (Lukacs).
Come è naturale, i filosofi chiedono più filosofia. Così come, del resto, gli economisti chiedono più economia, i sociologi più sociologia, ecc… Molto raramente si ricorda che una delle conclusioni teoriche di Marx – giusta, o anche sbagliata che possa essere considerata – è quella del superamento della divisione disciplinare della conoscenza (si potrebbe dire, della divisione del lavoro nel campo della conoscenza) e l'adozione di un approccio olistico – diciamo, interdisciplinare -ai problemi che in genere vengono catalogati come “filosofici”, “economici”, “storici”, “sociali”, “psicologici”, ecc...
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Impiccarsi al "comunismo" di Badiou o al "comune" di Negri? Meglio vivere!
di Sebastiano Isaia
Nell’ultimo libro Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove lotte mondiali (Ponte alle Grazie, 2012) Alain Badiou si è difeso da par suo dalla sanguinosa critica scagliatagli da un altro pezzo grosso del pensiero “alternativo” mondiale, Toni Negri: «Io in definitiva sarei soltanto un idealista senza rapporti con la realtà. Per di più, non sarei nemmeno attento alle sorprendenti trasformazioni del capitalismo, trasformazioni che autorizzano a parlare, con aria da intenditori, di un “capitalismo postmoderno”. [Negri] mi ha pubblicamente assunto quale esempio di tutti quelli che pretendono di essere comunisti senza neanche essere marxisti. In sostanza, gli ho risposto che era sempre meglio che pretendere di essere marxisti senza essere nemmeno comunisti» [1]. Chi la spunterà in questa lotta tra giganti del pensiero altermondista?
Quando Badiou bastona le pretese postmoderniste di Negri, e sottolinea la vitalità della critica marxiana dell’economia politica, almeno per i punti essenziali, non posso che battergli le mani, e rimandare il lettore alla mia annosa polemica che ha come oggetto la teoria negriana dell’oltrismo: oltre Marx, oltre la legge del valore, oltre il socialismo, oltre il comunismo, oltre l’imperialismo, oltre il postmoderno, oltre… l’oltre. Il tutto, forse, per dare l’impressione di essere sempre al passo con i tempi, anzi: decisamente oltre. Scrive Badiou: «La mia posizione è esattamente opposta: il capitalismo contemporaneo presenta tutti i tratti del capitalismo classico».
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Sottoconsumista sarà lei!
di Sebastiano Isaia
Nessuno ha compreso come Marx la potenza mostruosa e la vitalità
della società borghese (Wilhelm Liebknecht).
Insieme alla tesi che individua nella maligna speculazione finanziaria la causa ultima della crisi economica, la tesi sottoconsumista è senz’altro quella che gode dei maggiori suffragi negli ambienti economici e politici orientati “a sinistra”. E fin qui nulla da dire. Il fatto è che la vulgata economica progressista da sempre (da Karl Kautsky a Conrad Schmidt) cerca inopinatamente di arruolare il barbuto di Treviri nel triste partito sottoconsumista.
Scrive ad esempio Robert Skidelsky, emerito professore di economia politica alla University of Warwick, nonché illustre biografo di Keynes:
«Hobson sostiene che a causa della distribuzione diseguale del reddito e della ricchezza le famiglie rimangono con troppo poco potere d’acquisto per acquistare i prodotti che contribuiscono a produrre. Per dirla più precisamente, il gap eccessivo tra consumo e produzione o, che è lo stesso, “l’eccesso di risparmio” fa sì che si produca di più di quanto il reddito disponibile per il consumo possa acquistare a prezzi che garantiscono un profitto ai produttori. Quindi la società si ritrova periodicamente con troppo capitale, e la conseguenza è la crisi. Questo punto di vista ha diverse affinità con la teoria della crisi del capitalismo di Karl Marx, o almeno con una delle sue teorie. Marx sostiene che poiché la classe dei lavoratori è privata di una parte della crescita della produttività, non possiede i mezzi per acquistare una quantità sempre crescente dei beni prodotti dal suo lavoro. Quindi, come nell’economia di Hobson, in quella di Marx ci sono periodiche “crisi di realizzazione”» (1).
E per chiarire il concetto, il nostro professore cita
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Il capitalismo oggi
Risposta a Toni Negri
Alain Badiou
Vi proponiamo un estratto dal libro di Alain Badiou "Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali" in cui il filosofo francese rispondendo alle critiche di Toni Negri traccia un profilo dell'attuale fase del capitalismo
Mi si rimprovera spesso, anche nel «gruppo» dei miei potenziali compagni di fede politica, di non tener conto delle caratteristiche del capitalismo contemporaneo, e di non proporne un’«analisi marxista». Di conseguenza per me il comunismo sarebbe soltanto un’idea campata in aria, e io in definitiva sarei soltanto un idealista senza rapporti con la realtà. Per di più, non sarei nemmeno attento alle sorprendenti trasformazioni del capitalismo, trasformazioni che autorizzano a parlare, con aria da intenditori, di un «capitalismo postmoderno».
Antonio Negri, per esempio, durante una conferenza internazionale sull’idea di comunismo – ero e sono molto contento di avervi preso parte – mi ha pubblicamente assunto quale esempio di tutti quelli che pretendono di essere comunisti senza neanche essere marxisti. In sostanza, gli ho risposto che era sempre meglio che pretendere di essere marxisti senza essere nemmeno comunisti. Considerando il fatto che, per l’opinione corrente, il marxismo consiste nell’accordare un ruolo determinante all’economia e alle contraddizioni sociali che ne derivano, chi, oggi, non è «marxista»? I nostri padroni, che, non appena la Borsa comincia a traballare o i tassi di crescita ad abbassarsi, tremano e si riuniscono col favore della notte, sono tutti «marxisti». Provate invece a mettere sotto il loro naso la parola «comunismo», e vedrete come cominceranno a dare in escandescenze, considerandovi alla stregua di un criminale.
Qui invece vorrei dire, senza più preoccuparmi degli avversari e dei rivali, che anch’io sono marxista, in buona fede, pienamente e in un modo così naturale che non è neanche il caso di ripeterlo.
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L’accusa di marxismo
Scritto da Diego Fusaro
Dall’11 al 28 luglio si tiene a Civitanova Marche un importante evento culturale, il cui nome è “Futura Festival” (www.futurafestival.it). Molti gli ospiti, tantissimi gli appuntamenti, tra cui Marc Augé, Achille Varzi e Lucio Caracciolo. Anche lo scrivente terrà un suo intervento, il 27 luglio alle ore 19:30, sul tema della società della fretta e della rimozione del futuro, a partire dal suo libro Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita (Bompiani 2010, presentazione di A. Tagliapietra).
È curioso il fatto che sui blog si sia scatenata un’infuocata polemica contro la partecipazione del sottoscritto al Festival. Fusaro è marxista – si dice – e, in quanto tale, non è bene invitarlo a “Futura Festival”. Così su alcuni blog: “come la prenderà la quasi totalità dei civitanovesi (dati elettorali alla mano) – con il cui denaro si finanzia Futura Festival – che con il marxismo non si riconosce?”. E ancora: “Fusaro è invece un marxista dichiarato impegnato nella rivalutazione del pensiero di Marx. Invitarlo è una scelta sballata da un punto di vista culturale e politico”. Non ha, in effetti, senso rispondere a queste patetiche critiche, che offendono più l’intelligenza dei loro autori che non la persona del destinatario. E, tuttavia, alcune considerazioni possono essere utili per ragionare sullo statuto dell’ideologia oggi onnipervasiva, quale si manifesta nelle sue forme più grossolane e grezze nelle frasi poc’anzi riportate.
Che la nostra sia la società dell’equivoco, della chiacchiera e della curiosità, l’aveva già detto splendidamente Heidegger in Essere e Tempo e non vale la pena tornarci sopra.
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Marx a lezione da Goldmann (e viceversa)
Guido Grassadonio
Per iniziare, provo a riassumere i termini del discorso già fatto da Petrucciani e Screpanti, per poi introdurre i miei argomenti. Sia comunque chiaro che l’atto di riassumere è sempre interpretazione e riqualificazione dei concetti usati in funzione diversa. Non si rimanga allora stupiti se in qualche punto il mio linguaggio divergerà da quello di Screpanti e Petrucciani.
Il problema posto nel botta e risposta è semplice da spiegare: posta un’innegabile tendenza morale nelle opere di Marx, qual è il fondamento filosofico su cui potere articolare tale tendenza, senza tradire la loro coerenza. Marx voleva essere un pensatore “scientifico”, le cui proposizioni erano meramente descrittive, eppure ha anche fondato un dover essere preciso e fatto ricorso a giudizi morali sul presente abbastanza netti. Come, infatti, può una teoria sullo sfruttamento essere solo descrittiva? Chiaramente è anche un giudizio di valore. Ma questo valore come lo fondiamo, mantenendo un rapporto forte col momento descrittivo?
Occorre, allora, indagare il pensiero marxiano come un pensiero anche morale, forzando i limiti voluti dallo stesso Marx. Ora, il tentativo di trovare un fondamento etico possibile in una teoria della giustizia appare quantomeno arduo. Soprattutto perché, a mio parere, tradisce totalmente l’impianto teorico del Moro, che come nota bene Screpanti – ma anche Petrucciani ne è cosciente – è più orientato verso una teoria della libertà di stampo hegeliano. Screpanti ritiene che tale teoria sia limitata al pensiero del giovane Marx e che vi sia una cesura con tutto ciò nelle opere mature.
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Il lavoro-merce a saldi di fine stagione
di Sebastiano Isaia
La mia attività diventa merce, io sono in tutto e per tutto venale
(K. Marx)
Teoria
Nell’accezione marxiana del concetto l’ideologia rimanda a un pensiero che capovolge il rapporto fra la realtà delle cose e le cose come le vorrebbe il filosofico soggetto della conoscenza sulla scorta di certe idee, di determinati principi etici, politici e via di seguito. La realtà “nuda e cruda” delle cose viene sostituita, attraverso un procedimento “astrattivo” che possiamo definire appunto ideologico, da una realtà fittizia che esiste solo nella testa di chi la pensa e la proietta all’esterno, creando un mondo puramente ideale, assolutamente soggettivo – sempre in un’accezione filosofica del termine. Inutile precisare che il soggetto in questione è lungi dall’essere cosciente di un simile procedimento, e anche questo è un aspetto centrale nel concetto marxiano di ideologia.
Quando ho fatto riferimento a una «realtà “nuda e cruda”» non ho inteso affatto postulare un approccio passivo, puramente ricettivo, da parte del soggetto della conoscenza al mondo oggettivo, che il primo si limiterebbe a riflettere (o rispecchiare) più o meno fedelmente; infatti «la concezione materialistica del mondo non è priva di presupposti ma osserva i presupposti materiali come tali ed è perciò, essa sola, la concezione del mondo realmente critica» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca).
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Tra Schumpeter e Keynes: l'ortodossia di Paul Mattick
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici. Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui]
La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick
Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.
Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.
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Tra Schumpeter e Keynes: l’eterodossia di Paul Marlor Sweezy
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici. Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. A questa prima parte, dedicata a Sweezy, seguirà, nei prossimi giorni, la seconda parte, dedicata a Mattick. rb]
Il dibattito di Sweezy con Schumpeter
Paul Sweezy è stato assistente di Schumpeter. Il rapporto di amicizia e la distanza intellettuale sono tali per cui la parola discepolo suona stonata. Come scrisse al fratello Al, benché interessato dalle teorie dell’economista austriaco, non se ne sentì granché influenzato. La relazione personale fu però molto forte, quasi fosse il sostituto del figlio mai avuto. Tra i due si svolse un memorabile dibattito, di cui è rimasta memoria grazie al «ricordo» di Paul Samuelson su «Newsweek»il 13 aprile1970, e ai materiali resi disponibili da John Bellamy Foster sulla «Monthly Review»nel maggio 2011. Era l’inverno del 1946-47. IlSocialist Party di Boston aveva chiesto al dipartimento di economia di Harvard di ospitare un dibattito su capitalismo e socialismo. Schumpeter ritenne poco appropriato che la discussione si svolgesse all’interno delle lezioni, e suggerì senza successo che il Graduate Student Club se ne facesse promotore. Il dibattito ebbe luogo senza sponsor, protagonisti appunto Schumpeter e Sweezy. Dal racconto di Samuelson, più di vent’anni dopo, traspare ancora l’eccitazione per l’evento:
"Schumpeter era il rampollo dell’aristocrazia austriaca all’epoca di Francesco Giuseppe. Aveva confessato di avere tre desideri: di essere il più grande amatore a Vienna, il miglior cavallerizzo in Europa, il più grande economista del mondo. «Sfortunatamente», aggiungeva con modestia, «il posto che mi è stato dato [ad Harvard] non era di primo livello».…
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Per una sana e consapevole economia di mercato
Sebastiano Isaia
Da quando la virtù, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia,
e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i più scellerati facevano qualcosa per il bene comune
(B. de Mandeville, La favola delle api) [1].
Massimo Amato e Luca Fantacci si sono messi in testa (in realtà in numerosa compagnia: vedi i tanti sacerdoti del keynesismo in circolazione) di «salvare il mercato dal capitalismo». Obiettivo davvero notevole, ma quanto fondato? A occhio, pochino. E sento già la caustica risatina del Moro di Treviri, il quale a suo tempo massaggiò perbene le schiene di non pochi economisti «triviali», soprattutto quelli in guisa progressista (tipo Proudhon), i quali non riuscivano a cogliere il rapporto sociale che fa del Capitalismo una sola compatta e inscindibile totalità economico-sociale.
In effetti, porre la distinzione, anche solo sul terreno puramente teorico, tra economia di mercato e Capitalismo significa non aver compreso nulla della vigente economia e della società che la presuppone sul piano storico e fattuale e che ne è il prodotto. Se una simile distinzione, questo vero e proprio non-senso storico ed economico, irritava «le vigliacchissime e solenni emorroidi» del comunista tedesco, il quale non finiva di ripetere che produzione e circolazione erano momenti diversi di uno stesso processo economico sottomesso alla bronzea legge del profitto, figuriamoci che cosa può accadere alla salute “intima” di un comunista basato nella società-mondo del XXI secolo, ossia nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto (a cominciare dal lavoro) e tutti («funzionari del capitale» compresi) al Capitale.
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Krugman, il «socialismo reale» e il trionfo del capitalismo
di Sebastiano Isaia
Ho letto l’edizione «aggiornata» del saggio di Paul Krugman sul Ritorno dell’economia della depressione pubblicato per la prima volta nel 1999 (Garzanti), dopo le crisi finanziarie che sconvolsero diverse economie dislocate un po’ su tutto il globo: dall’Asia all’America Latina, passando per la Russia. Avevo letto quell’interessante edizione, rispetto alla quale la nuova (Garzanti, 2009) non aggiunge niente di sostanzialmente nuovo, e piuttosto conferma la lettura post-keynesiana (o «liberal», come preferisce definirla l’autore) delle crisi passate, presenti e future. Per l’economista di successo la crisi internazionale partita alla fine del 2007 dagli Stati Uniti nasce, «come negli anni Trenta», dal sistema finanziario per abbattersi successivamente sull’«economia reale», provocando gravi sconvolgimenti in tutta la struttura sociale. Tesi ribadita anche nel saggio La coscienza di un liberal (Laterza, 2009), un vero e proprio manifesto per «un nuovo New Deal». Com’è noto, il Presidente Obama ha fatto di tutto per deludere le aspettative del guru economico.
Sembra che i nessi interni che legano inscindibilmente il sistema finanziario alla cosiddetta «economia reale», alla cui sfera occorre peraltro ricondurre, «in ultima istanza», i fenomeni – speculazione compresa – che hanno fatto di quel sistema il Moloch che conosciamo, continuano a rimanergli per l’essenziale ignoti, nonostante il Nobel agguantato nel 2008. Ho sempre pensato che la comprensione dell’essenza storica e sociale del Capitalismo è troppo importante perché sia lasciata nelle mani degli scienziati sociali, e che solo la coscienza – «di classe» – è in grado di afferrare la cosa alle radici.
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Falsificazioni del marxismo
Olympe de Gouges
L’intervista sul potere di Luciano Canfora è certamente un libro di grande interesse, "denso", come amano dire quelli che apprezzano la commistione continua di argomenti e tesi tra i più disparati e non di rado tra loro contraddittori. Un libro che è un monumento di erudizione per le insistenti citazioni e rinvii bibliografici. Insomma, un’opera che piace a un certo pubblico e che può poi essere usata come un bancomat dal quale prelevare un po’ di quella stessa moneta da spendere sul mercato delle idee correnti e in saldo.
Non si parla quasi che di élite, generali, statisti, dittatori e cialtroni del genere. Dall’antichità a ieri l’altro mattina. Le cause del mutamento sociale e di rivolgimento statuale per Canfora vanno ricercate nel gioco politico tra le diverse élite da un lato e nella disputa per l’egemonia tra potenze dall’altro. Le quali cose, soprattutto la seconda, indubbiamente rivestono la loro importanza; e tuttavia se tali aspetti sono declinati lasciando in ombra un fattore essenziale e decisivo della dinamica storica, quale il ruolo dei mutamenti del modo di produzione e di scambio, matrice dei rapporti di dominio e di servitù, di conquista ed espansione, si finisce nell’histoire événementielle, pur se nella versione prestigiosa dei tipi Laterza.
Può essere un esempio il modo in cui il filologo barese delinea le cause dell’affermazione del cristianesimo, francamente con argomentazioni datate e assai banali sulle quali forse ritornerò in una prossima occasione.
Ed è appunto trascurando l’aspetto decisivo dei rapporti sociali basati sulla produzione e lo scambio, dunque gli antagonismi reali tra le classi, che Canfora può stabilire che nazismo e fascismo rappresentino una “terza via tra capitalismo e socialismo”.
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Luca Basso, “Agire in comune
Antropologia e politica nell’ultimo Marx”
di Oscar Oddi
Il rinnovato interesse verso l’opera di Marx ha suscitato anche in Italia una nuova produzione di studi critici sul complesso itinerario del pensatore di Treviri, sorta prevalentemente in ambito accademico vista la riduzione ai minimi termini, non solo numerici, delle espressioni politiche e sociali che dovrebbero averlo come riferimento. All’interno di questo filone si colloca l’ultima fatica di Luca Basso “Agire in comune. Antropologia e politica nell’ultimo Marx”, Ombre Corte, Verona, 2012, pp. 247, € 20,00.
Con l’ausilio dei vari manoscritti che la nuova edizione critica delle opere di Marx e Engels (nota come Mega2) sta progressivamente mettendo a disposizione degli studiosi, Basso ripercorre alcuni snodi fondamentali del percorso marxiano tentando di proporne una lettura lontana dai tradizionali canoni. L’obiettivo prefisso è quello di tenere insieme l’oggettività dell’analisi del capitale e la politicità della soggettività di classe, rintracciando la loro relazione anche attraverso le instabilità che la caratterizzano. Per questo Basso intreccia la riflessione del Capitale con gli scritti storici e politici di Marx, così come respinge una lettura “logicista” del Capitale (si veda la scuola “logicista” tedesca, con Backhaus tra i principali esponenti, di cui è uscito in traduzione italiana, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, “Dialettica della forma di valore”, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 549), che insiste sul fatto che la riflessione marxiana non scaturisce da dati ricavabili empiricamente. Il rischio di queste interpretazioni, pur con i loro meriti (ad esempio la messa in luce del legame tra valore e denaro), è per Basso quella di fornire una visione “teoreticistica” del Capitale, con relativo depotenziamento della sua politicità.
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Tale Quale
in «Théorie Communiste», n. 24, dicembre 2012
«Il viso di Garbo esprime un'Idea, quello di Hepburn un Evento.»
Roland Barthes, “Il viso di Garbo”, in Miti d'oggi
Il momento rivoluzionario come congiuntura
Leggere Lenin (le Tesi d'Aprile, le Lettere da lontano, in generale tutti i testi scritti tra febbraio e ottobre 1917) come si legge Machiavelli, Clausewitz o Sun-Tzu, né più né meno: un teorico del momento decisivo dei conflitti, ovvero un teorico della congiuntura, del “momento attuale”. È rimasta buona usanza citare Machiavelli, Clausewitz o Sun-Tzu, allorché il primo era al servizio dei principi italiani, l'altro del re di Prussia, e il terzo... allora perché non Lenin?
«Né la natura né la storia conoscono miracoli; ma ogni brusco tornante della storia, e in particolare ogni rivoluzione, offrono una tale ricchezza di contenuto, mettono in gioco delle combinazioni così inattese e così originali di forme di lotta e di rapporti tra le forze in campo che, ad uno spirito angusto, molte cose devono ben sembrare miracolose.» (Lenin, Lettere da lontano).
«[…] in ragione di una situazione storica di un'estrema originalità, delle correnti assolutamente differenti, degli interessi di classe assolutamente eterogenei, delle tendenze politiche e sociali assolutamente opposte si sono fuse con una “coesione” rimarchevole.» (ibid.)
«La prima rivoluzione (1905) ha profondamente smosso il terreno, ha sradicato pregiudizi secolari, svegliato alla vita politica e alla lotta politica milioni di operai e decine di milioni di contadini, ha svelato agli uni e agli altri e al mondo intero tutte le classi (e i principali partiti) per la loro reale natura, i rapporti reali fra i loro interessi, le loro forze, i loro metodi d'azione, i loro obiettivi vicini e lontani.» (ibid.)
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Problemi del materialismo storico 2.0
di Valerio Bertello
1. Una teoria della storia
Il materialismo storico si presenta come una teoria della storia e strumento di comprensione del presente, ma proprio per questo pone alcuni problemi che devono essere approfonditi. Ciò che segue si propone di richiamare l’attenzione su queste questioni sia nel merito che nel metodo, suggerendo possibili linee di approccio alla loro formulazione ed approfondimento. Quanto al metodo, si intende qui seguire quello scientifico, almeno in linea generale, cioè nella misura in cui è applicabile a contenuti storici. Quindi il presente saggio intende anche vagliare il materialismo storico sottoponendolo al filtro del metodo scientifico e constatare quanto di esso rimane valido, vale a dire se è logicamente coerente e se regge il confronto con l’oggettività, cioè con i dati empirici, oppure deve essere considerato una filosofia della storia, cosa che Marx respingeva recisamente.
Prima di entrare nel merito è necessario richiamare alcune nozioni di carattere generale del metodo scientifico. Occorre quindi ricordare che una teoria non ha bisogno di giustificazioni, ma solo di conferme, il che non significa dimostrazioni. Una teoria non si può dimostrare, perché essa stessa è posta a priori come lo strumento che nel campo considerato fornisce tutte le dimostrazioni come deduzioni dalla teoria. Se queste corrispondono ai fatti si ha una conferma della teoria e i fatti trovano in essa la loro spiegazione. Ma la teoria è costituita da una serie di ipotesi derivate da un insieme di fatti allo scopo di spiegare questi e una cerchia più ampia degli stessi. Ovviamente più sono le conferme, più la teoria è attendibile, ma non vera in senso assoluto, poiché occorre tenere ben fermo che nessuna verifica è di per sé conclusiva, in primo luogo perché può essere sempre smentita da nuove verifiche e poi perché una verifica sulle sole conseguenze non è di per sé probante rispetto all’antecedente, in quanto uno stesso fatto può essere il risultato di più cause diverse.
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Spettri della rivoluzione
Badiou, Rancière e Žižek sulla creazione politica
Emanuele Profumi
Nella filosofia politica contemporanea diverse prospettive critiche ipotizzano in modi diversi la presenza della creazione politica come forma di emancipazione umana. Le posizioni di Alain Badiou e Jacques Rancière sono le più significative perché da un lato cercano di sostenere la realtà della politica come creativa, mentre dall’altro non riescono a legarla ad una vera prospettiva rivoluzionaria a causa di problemi che si creano attorno a nuclei immaginari relativi al “nulla politico” e alla “verità democratica”. Come ha sottolineato a ragione Slavoj Žižek, questi due filosofi non riescono a pensare fino in fondo la rivoluzione politica. Tuttavia anche quest’ultimo filosofo non è in grado di farlo per la stessa ragione di fondo: come Badiou e Rancière anche Žižek fonda la propria verità ontologico-politica su un’illusione di fondo, un fantasma del pensiero.
Accantonare provvisoriamente l’idea che l’illusione sia lo stato in cui ognuno si trova quando fa esperienza della sospensione dell’incredulità, o della simultanea condizione di credere e non credere, come la intende giustamente Mori1, e declinare criticamente il termine, più legato al senso comune, come la scoperta di una credenza che si rivela, in un secondo tempo, semplicemente falsa, ci consente di rintracciare i limiti della riflessione filosofico-politica contemporanea di alcuni pensatori che in questi ultimi decenni hanno cercato di cogliere la novità politica come emergere dell’emancipazione.
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