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Tutto l’onore di un “economista defunto” 

Parte I

di Giorgio Gattei

010 rtqyProprio nell’ultima pagina della sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (si noti l’ordine decrescente d’importanza) John Maynard Keynes ha rimproverato gli «uomini della pratica», che si credono «affatto liberi da qualsiasi influenza intellettuale», di non essere invece altro che «usualmente schiavi di qualche economista defunto». Va però detto che il rimprovero vale anche per tanti “uomini della teoria” che, incapaci di pensare da sé (che è qualità di pochissime “eccellenze” che non a caso chiamiamo i grandi del pensiero) non possono che affidarsi al verbo di qualche loro predecessore deceduto. E’ così che nascono le scuole, che so?, dei neoclassici, dei neoricardiani, degli sraffiani, dei neokeynesiani, dei neomarxisti e chi più ne ha più ne metta.

Si tratta comunque di una nemesi necessaria: essendo poche le “teste pensanti” capaci di aprire nuovi percorsi nella mente, mentre tanti sono quelli che praticano il sapere, è giocoforza che i secondi si appoggino ai primi, accontentandosi di ripercorrerne le orme in qualità di seguaci o discepoli. Se quindi non c’è da biasimare coloro che si comportano così quando riconoscono la loro pochezza di mezzi, un consiglio andrebbe però loro rivolto: dovendo scegliere un maestro, che almeno sia un grande maestro, al limite il migliore al momento presente sulla piazza delle idee, perché se è vero, secondo un celebre detto medievale, che un nano sulle spalle di un gigante vede più lontano del gigante, che sia su di un gigante che ci si va a posizionare e non su una “mezza cartuccia”. Così, se in filosofia a seguire Hegel o Nietzsche si è sicuri di diventare necessariamente intelligenti, in economia con Karl Marx non si sbaglia di certo. Marx, quando è conosciuto, è un po’ come il Cristo, “lo sposo che non delude mai”, perché dopo di lui le leggi del mercato si presentano logicamente comprensibili, ma soprattutto “storicamente determinate” e quindi variabili e non più eterne come se fossero “leggi di natura”. Naturale il capitalismo? Ma quando mai se per secoli non c’è stato! E’ questo il motivo di quel sottotitolo del Capitale che lo definisce esattamente come Critica dell’economia politica, un sottotitolo che alle volte è stato anche tolto dalla copertina (ho le prove!) perché ritenuto evidentemente superfluo. Invece è proprio di questa Critica, piuttosto che del Capitale, che si dovrebbero festeggiare quest’anno i 150 anni dalla pubblicazione, ricordando quel suo autore che audacemente aveva osato estendere il metodo della critica (straordinaria invenzione dell’età dei Lumi) dalla kantiana “ragion pura-e-pratica” alla ragion economica capitalistica.

 

Il metodo della critica

Riflettevo su questi argomenti riprendendo in mano, per l’occasione dell’anniversario, il libro di Diego Fusaro Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario (Bompiani, 2009) che già alla prima lettura mi aveva indotto a riprendere un’abitudine che avevo dismessa da tempo, quella di sottolineare i passi più significativi dei libri su Marx che leggevo perché ormai a me (quasi) del tutto noti. E invece no! Per merito di Fusaro mi sono ritrovato a riarmarmi di matita e giù a sottolineare! Ma dico subito dei peccati veniali del volume, che sono la prolissità e reiterazione degli argomenti (però il mio ideale impossibile sarebbe un libro di una pagina sola, come fu – incredibile ma vero – il Tableau économique di François Quesnay) e poi una bibliografia inutilmente ridondante, mentre manca un più utile indice dei nomi. I meriti invece sono tanti e vanno da un apparato di note intelligente e aggiornato ad una ricostruzione del pensiero marxiano che si sviluppa non tanto per ordine cronologico (per intenderci: dai Manoscritti del 1844 al Capitale via Grundrisse) bensì logicamente secondo la tripartizione del «metodo della critica» (cap. 2), della «filosofia della storia» (cap. 3) e della «radiografia [ma perché non aggiornare ad “ecografia”?] del capitale» (cap. 4).

Il punto di forza del volume sta nell’insistenza sulla condizione di coercizione del lavoratore salariato quale connotato fondamentale del capitalismo, il che ha indotto Fusaro a privilegiare il primo libro del Capitale e i Grundrisse rispetto al discusso terzo libro con la sua fallimentare “trasformazione dei valori-lavoro nei prezzi di produzione” sulla quale il marxismo, dopo Marx, si è rotto teoricamente le corna (ne accenna appena in nota alle pp. 257-58 e di scorcio nel testo alle pp. 309-10, ma solo per ricordarne la rovina analitica che ha ridotto lo sfruttamento a «concetto essenzialmente morale ed extraeconomico»). Puntando invece sul primo libro Marx ne esce vincitore “senza se e senza ma”, come del resto è esito della marxologia più aggiornata che, all’insaputa di Fusaro, ha risolto la questione della trasformazione trasferendola – sembra banale a dirlo eppure lo spostamento è decisivo – dal prodotto lordo al prodotto netto così da ricavare l’esatta equivalenza del suo prezzo di produzione alla sola presenza necessaria del “lavoro vivo”, che è poi il grande argomento del primo libro. Del resto, ciò che interessa al presente è quanto si lavora oggi, con buona pace di quel “lavoro morto” contenuto nei beni-capitali impiegati che è comunque fatica lavorativa di ieri sulla quale non è più possibile fare alcunché, anche qualora i nostri predecessori abbiano lavorato, come alle volte è successo e succede tuttora, fino alla morte.

Ma cosa rappresenta nella biografia intellettuale di Marx quel primo libro del Capitale che così sopravvive nell’attualità al fallimento del terzo libro? Giustamente Fusaro non lo ritiene affatto un’alternativa all’economia politica borghese (alla maniera di quella “economia politica del proletariato” che si era immaginata possibile al buon tempo dell’Unione Sovietica), bensì come la critica di quella “ideologia britannica” che si era espressa in economia da Smith a Ricardo e che nel suo piano di lavoro doveva fare il paio con la giovanile critica della “ideologia tedesca” in filosofia (da Feuerbach a Stirner) ch’era già stata scritta ma non pubblicata. Ora, scomparsa la finzione dell’URSS (nessun altro modo di produzione diverso dal capitalismo è possibile finché sussiste il capitale), quella critica può essere ripresa da dove Marx l’ha lasciata, a riprova che la storia non è finita e che spetta proprio al “mondo del capitale” (in pensieri ed opere) condurre al proprio superamento. Se, come dice Fusaro, «non meno di quelle che l’hanno preceduta l’età del capitalismo è un destino e, insieme, ha un destino», allora, a dispetto delle gabbie della «pietrificazione del presente» e della «desertificazione del futuro» che sono egemoni al momento, la critica del capitale ne può/deve ancora accompagnare l’esistenza per mostrarne (e muoverne) le contraddizioni necessarie a spingerlo verso quel fine che è poi la sua fine.

Ovviamente per Fusaro ciò però non vuol dire che la teoria di Marx sia «onnipotente, infallibile e inconfutabile», per cui «chi si ostinasse ad interpretare le vicende storiche odierne con le sole lenti interpretative marxiane capirebbe sicuramente ben poco, non riuscendo a rendere conto di eventi che, per forza di cose, non potevano essere previsti da Marx; ma è altrettanto vero che chi si rifiutasse di indossare anche quelle lenti non riuscirebbe a capire alcunché dell’oggi e dei suoi sconvolgimenti». Per questo, pur ripartendo da Marx, occorre anche andare oltre Marx, che però Fusaro, per arrivare meglio al risultato, vorrebbe amputare del Marx storico, politico, sociologo ed economista a pro’ del solo «Marx filosofo. In altri termini cercheremo di delineare una approssimazione filosofica a Marx, soffermando la nostra attenzione soprattutto sulla sua antifilosofia… tentando di tracciare un avvicinamento scandito nei tre momenti della critica, della filosofia della storia e della denuncia del sistema di fabbrica come luogo privilegiato per cogliere le contraddizioni della modernità». Fortunatamente, però, l’operazione di ritaglio non gli riesce, essendo impossibile denunciare il sistema di fabbrica, con cui la sua analisi si conclude, senza contaminarsi d’economia, politica e sociologia.

 

L’oggetto della critica

Guadagnato il metodo marxiano della critica, che è acquisizione di quegli anni giovanili che vengono ripercorsi nel secondo capitolo (però di questo “giovane Marx” non se ne può proprio più, anche perché ormai tutto è stato detto; ma quand’è che il giovane Marx è diventato vecchio e saggio?), si apre l’interrogativo sull’oggetto della critica. Fare critica, ma di che? Ovviamente del presente in cui si riconosce all’opera (come ha ben detto Louis Althusser nel postumo Marx nei suoi limiti) un «reale che critica sé stesso» per tramite quel “fare concreto” degli uomini (la prassi) che, siccome lo produce, è pure in grado di rovesciarlo. Per questo il nostro fare è «prassi che rovescia» (come meglio andrebbe tradotta la umwalzende Praxis delle Tesi su Feuerbach, e non invece come «prassi rovesciata» come solitamente si fa). Ma questo mondo presente non è altro che il mondo del capitale, essendo il capitale l’orizzonte unico attuale della produzione-riproduzione della vita materiale (il “ricambio organico” tra uomo e natura) in cui il capitale non è però una cosa (né solo merce né solo denaro), ma si presenta nella forma di una circolazione particolare di merci e denaro che, nella successione di scambi Denaro-Merce-Denaro, accresce il valore del denaro perché capace d’incapsulare al proprio interno il lavoro vivo della forza-lavoro salariata. E’ infatti soltanto la merce forza-lavoro, tanto descritta nel primo libro del Capitale, che è in grado di erogare quel pluslavoro «che sorride al capitalista con tutto il fascino di una creazione dal nulla» e che poi, realizzato sul mercato dei beni come plusvalore nel libro secondo, si trasforma nel profitto sul mercato dei capitali nel terzo libro. Ecco perché a definire il capitale non valgono né rapporti di proprietà né di distribuzione, bensì soltanto il rapporto di subordinazione al lavoro di chi produce a chi comanda.

Eppure ciò ancora non basta, essendo lo sfruttamento del lavoro altrui il connotato comune di ogni modo di produzione fin dall’alba dei tempi storici. Occorre allora specificare (sta in questo tutto il significato della lezione marxiana) «la forma in cui viene spremuto al produttore immediato, al lavoratore, questo pluslavoro che distingue le formazioni economiche della società: per es. la società della schiavitù da quella del lavoro salariato». Salvo subito precisare che lo specifico dello sfruttamento capitalistico sta nell’essere un rapporto di comando sul lavoro altrui esclusivamente economico che supera qualsiasi altra giustificazione razziale, sessuale, religiosa o politica. E’ un puro contratto tra due parti giuridicamente libere e formalmente eguali che però sostanzialmente non lo sono perché, se mai lo scambio di lavoro contro salario avvenisse a valori equivalenti non si darebbe pluslavoro. Occorre allora che lo scambio sia a lavoro comandato (copyright Adam Smith, non Marx!) secondo una procedura complessa che nel Capitolo sesto inedito Marx ha spiegato così: «la trasformazione del denaro in capitale si articola in due processi indipendenti, che appartengono a sfere diverse e separate. Il primo rientra nella sfera della circolazione delle merci e quindi si svolge sul mercato: è la compravendita della forza-lavoro; il secondo è il consumo della forza-lavoro acquistata, e coincide con il processo produttivo. Nel primo, capitalista e operaio si fronteggiano unicamente come possessore di denaro e possessore di merce e la loro transazione, come ogni transazione fra acquirenti e venditori, consiste in uno scambio di equivalenti; nel secondo, l’operaio appare pro tempore come vivente parte costitutiva del capitale, e la categoria dello scambio ne è del tutto esclusa… I due processi, pur esistendo l’uno accanto all’altro in forma autonoma, si condizionano a vicenda: il primo introduce il secondo e questo completa quello».

Ora si potrebbe anche pensare (e molti lo pensano) che questo scambio tra non equivalenti sia comunque una libera scelta dei soggetti contraenti, potendo ciascuno di loro rifiutarne le condizioni se non di proprio gradimento. Però questa condizione di libertà vale soltanto per il cosiddetto “datore di lavoro” che può sempre abbandonare il contratto per spostare il proprio denaro verso altri utilizzi, ma non per i “prenditori di lavoro” a causa dello stato di privazione economica estrema che li caratterizza fin all’origine. Non a caso Smith li aveva chiamati working poor, ossia «poveri laboriosi» che non possono far altro che cercare occupazione “alle dipendenze” perché privi di qualsiasi altro mezzo di sopravvivenza. Nell’Ottocento erano chiamati anche “proletari” perché l’unica “proprietà” personale posseduta è quella di “far prole”, la capacità generativa non potendo essere a loro tolta. Per questo essi si presentano sul mercato del lavoro formalmente “liberi” di offrire il proprio lavoro sperando caldamenrte che qualcuno lo acquisti. Per questo, per Fusaro, quella libertà di compravendita di forza-lavoro non è altro che «una fictio iuris, una forma di apparente libertà dietro la quale si nasconde una costrizione abilmente dissimulata: la sottoscrizione del contratto dimostra soltanto che il lavoratore ha accettato “liberamente” ciò che deve accettare per forza».

C’è però qualcosa di più che va detto. E cioè che, se il capitale è un rapporto di coercizione che, come ogni altro modo di produzione precedente, non fa che «spremere pluslavoro» (Capitolo sesto inedito), esso lo fa in una maniera che «supera in energia, dismisura ed efficacia tutti i sistemi di produzione del passato fondati sul lavoro forzato diretto» (Il Capitale). In questo senso la pur falsa libertà che si offre al salariato fa di lui «un lavoratore molto migliore d’ogni altro perché, come ogni venditore di merci, è responsabile della merce che fornisce, e che deve fornire in una certa qualità se non vuole lasciarsi battere ed eliminare dagli altri venditori della stessa merce» (Capitolo sesto inedito). Per questo il modo capitalistico di produzione segna veramente un’epoca, presentandosi come la forma storica più alta finora data a quel “comando sul lavoro altrui” necessario a produrre pluslavoro. Infatti, «come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione… La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo invece di essere da esso dominati come da una forza cieca e che eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto questo è la riduzione della giornata lavorativa» (Il Capitale. Libro terzo).

[continua]...

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