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Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin

di Renfrey Clarke e Roger Annis

Il testo seguente è una versione più ampia di un precedente saggio: Perpetrator or victim? Russia and contemporary imperialism, di Renfrey Clarke e Roger Annis, pubblicato sul sito Links International Journal of Socialist Renewal, nel febbraio del 2016

lenin 2In tempi recenti, un’aspra controversia si è sviluppata in seno alla sinistra internazionale riguardo al posto occupato dalla Russia nell’odierno sistema capitalistico mondiale. Nello specifico, si tratta di una potenza imperialista, parte integrante del “centro” del capitalismo globale? Oppure le sue caratteristiche economiche, sociali e politico-militari la rendono parte della “periferia”, o semi-periferia, globali – ovvero, parte della maggioranza dei paesi che, a diversi livelli, sono oggetto dell’aggressione e del saccheggio imperialisti? [1]

Tradizionalmente, la sinistra marxista ha utilizzato il termine “imperialismo” con un alto grado di discernimento. Dunque, per i marxisti, l’imperialismo non è un qualcosa che emerge misteriosamente quando i leader si lasciano sovrastare dall'”avidità”. Né può essere ridotto alla semplice azione militare esterna, per quanto aggressiva. Per i marxisti, viceversa, l’imperialismo attuale nasce da specifiche caratteristiche dell’ordine economico e sociale dei paesi capitalistici più avanzati.

La classica definizione marxista di imperialismo nell’epoca moderna è stata fornita da Lenin nel suo pamphlet del 1916,  L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Secondo il punto di vista del leader bolscevico, il capitalismo avanzato emerso nei decenni precedenti presentava le seguenti caratteristiche salienti:

“1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli come funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.” [2]

A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, affermava Lenin, le economie dei paesi più industrializzati si erano mosse in direzione di una nuova fase di “capitalismo monopolistico”. Il controllo sulla vita economica da parte delle maggiori concentrazioni di capitale era giunto al punto che, in ognuno di questi paesi, l’influenza detenuta da un gruppo strettamente interconnesso dei più potenti capitalisti, finanziari e industriali, era fuori questione.

Tuttavia, ancora incapaci di trovare campi di investimento per buona parte del capitale accumulato (affetti, in altri termini, da un cronico surplus di capitali), i magnati finanziari-industriali si vedevano costretti a moltiplicare ed intensificare le proprie operazioni all’estero. Con sempre maggior frequenza, le operazioni di mercato del passato venivano ampliate e superate dagli investimenti diretti, gran parte dei quali in regioni in cui lo sviluppo del capitalismo era, in generale, molto più debole. In tali regioni – la “periferia” dell’emergente sistema imperialista – le nuove figure globali egemoni potevano trovare materie prime a basso costo, un’abbondante forza lavoro a bassi salari e clienti per i beni prodotti nei paesi del “centro”. Alla fine del XIX secolo, la necessità di mettere al sicuro i nuovi investimenti e respingere i competitori aveva condotto all’incorporazione di numerose aree della periferia all’interno di vasti imperi coloniali.

L’imperialismo si è molto evoluto rispetto all’epoca di Lenin, ma è notevole quanto appropriata rimanga la sua analisi. Sebbene siano cambiate le forme specifiche, ciascuno degli aspetti di fondo sottolineati dal leader bolscevico sono ancora in gran parte presenti. Le “associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti” di cui parlava Lenin – i cartelli e i trust – si sono tramutati in enormi società multinazionali e nelle loro agenzie politiche, l’FMI, la Banca mondiale e l’OMC. Gli imperi coloniali sono svaniti in termini formali, e tuttavia la loro essenza persiste in meccanismi finalizzati a rafforzare aspre disuguaglianze globali, sia di potere che di ricchezza, estremamente redditizie per il centro globale. Tali meccanismi di rapina  e oppressione post-coloniale includono la remissione diretta dei profitti da parte delle imprese imperialiste; la dipendenza da debito; la continua ingerenza del centro; e laddove falliscono altri metodi, l’embargo economico e la coercizione armata.

Un ulteriore meccanismo di saccheggio, meno noto e ciò nonostante tra i più potenti, è implicito nelle strutture sotterranee del commercio globale. Si trata di quell’insieme di fenomeni conosciuti come “scambio ineguale”. Con l’esportazione di capitale, il centro capitalista globale ha costantemente conservato il proprio monopolio sulle più avanzate e sofisticate (nonché redditizie) tecnologie e operazioni economiche. Nell’imperialismo di epoca coloniale, le imprese del centro utilizzavano i loro vantaggi monopolistici per vendere beni da esse prodotti a prezzi elevati. I produttori di matterie prime nelle colonie e semi-colonie erano invece costretti a competere tra loro, e dunque ad accontentarsi di margini assai inferiori. I termini del commercio tra centro e periferia erano quindi profondamente ineguali. Dietro la facciata dell’imparzialità dei mercati il valore veniva drenato dalla periferia verso il centro.

Drenaggio di valore insito anche nella differenza tra i massicci investimenti di capitale nelle fabbriche del centro e la capitalizzazione molto inferiore tipica delle aziende agricole, delle piantagioni e di altre aziende della periferia. Inoltre, il divario tra la produttività del lavoro al centro e nella periferia era enorme. Nello scambiare le loro materie prime con beni manifatturieri, le colonie e le semi-colonie in effetti scambiavano grandi quantità di forza lavoro, e pertanto valore, per quantità molto minori. Gli industriali del centro, nonostante pagassero salari relativamente alti in casa, ottenevano enormi profitti. L’accumulazione di capitale a avuto luogo prevalentemente nei paesi del centro, mentre la periferia è rimasta povera.

A partire dalla decolonizzazione, le forme sottostanti lo scambio ineguale si sono ampiamente evolute, sebbene scopi ed esiti generali siano rimasti immutati. Complessi di investimento e produzione una volta uniti sono ormai frantumati tra confini nazionali. Le funzioni maggiormente specializzate e redditizie – ricerca, sviluppo, progettazione, marketing e gli aspetti più esigenti della produzione – vengono ancora monopolizzate dalle aziende del centro. Le operazioni a bassa redditività sono esternalizzate alla periferia, dove le imprese locali sono costrette a competere l’una contro l’altra per i contratti di produzione dei componenti e per l’assemblaggio.

Affinché tale sistema funzioni, è necessario un certo grado di industrializzazione nelle aree più avanzate della periferia. Ciò ha significato l’emergere di notevoli differenze economiche all’interno della periferia stessa, al punto ce si è reso necessario parlare di un’ampia “semi-periferia” del capitalismo globale.

Una semi-periferia, tuttavia, che rimane inconfondibilmente periferica in relazione al sistema nel suo complesso. La quale si ritrova sostanzialmente tagliata fuori dalle funzioni economiche maggiormente redditizie e la cui industrializzazione è di tipo distorto, scarsamente radicato e  dipendente, nella logica di massimizzare i profitti imperialisti.

Tra il centro e la semi-periferia, dunque, permane una voragine economica e sociale. Fra Stati Uniti e Messico, ad esempio, l’effettiva differenza negli standard di vita è superiore a tre ad uno, e tra Germania e Turchia, ben oltre due ad uno. [3] Il capitalismo della semi-periferia resta sottosviluppato, la sua relativamente debole macchina statale possedendo solo una limitata capacità di resistenza al ricatto finanziario imperialista e all’interferenza politico-militare.

Per i marxisti, la capacità di discernere tra centro imperialista e paesi della periferia e semi-periferia – ovvero tra il capitalismo avanzato e la sua preda – rappresenta uno strumento indispensabile. La mancanza di chiarezza riguardo a tale divisione rende praticamente inevitabile compiere grossolani errori politici.

 

Lenin e l’imperialismo zarista

Prima di esaminare il posto occupato dalla Russia nell’odierno capitalismo globale, è necessario chiarire una questione che è stata fonte di non poca confusione. Ci si riferisce alla caratterizzazione dell’impero zarista fornita da Lenin nel periodo immediatamente precedente lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Nel 1914, Lenin si ritrovò ad essere uno dei pochi leader socialisti europei a respingere le sirene della classe dirigente, la quali facevano appello ai lavoratori perché mettessero da parte la lotta di classe unendosi allo sforzo bellico nazionale. La sua posizione, sintetizzata dalla formula “disfattismo rivoluzionario”, si basava su un’analisi in base alla quale la Russia zarista costituiva una grande potenza imperiale, e dunque gli operai ed i contadini russi non avevano niente da guadagnare da una sua vittoria.

Se la Russia del 1914 venisse comparata con l’imperialismo della nostra epoca, la categorizzazione di Lenin del suo paese risulterebbe altamente problematica. Nel 1914, il capitalismo russo poteva essere definito avanzato, in base ad uno standard mondiale, solo in alcune enclave; in larga parte del paese la produzione e lo scambio erano primitivi. Tanto meno la Russia si distingueva per una sovraccumulazione di capitale; al contrario, rappresentava uno dei maggiori debitori su scala internazionale. Lenin, tuttavia, non sbagliava nel ritenere la Russia zarista una potenza imperialista. I possedimenti coloniali del paese rivaleggiavano con quelli della Francia, se non della Gran Bretagna. Con la sua vasta popolazione ed esercito, l’impero zarista costituiva una delle maggiori forze interventiste nella politica europea, e ciò malgrado la sua arretratezza. La sua storia, relativamente recente, includeva una serie di guerre espansioniste contro la Turchia.

Lenin era profondamente consapevole della contraddizione implicita nel classificare il primitivo e arretrato Impero russo come forza imperialista al pari dei moderni imperialismi dell’Europa occidentale. Scrivendo nel 1916, il leader bolscevico metteva in chiaro come egli considerasse l’imperialismo russo di natura qualitativamente differente rispetto a quello occidentale, in quanto poggiante su fondamenta economiche e sociali distinte. Di conseguenza tracciava un netta distinzione tra l’imperialismo zarista, definito “molto più brutale, medioevale, economicamente arretrato” [4], e quello tratteggiato come “imperialismo capitalista progredito, europeo” [5].

Quali erano le radici economiche e sociali dell’imperialismo “medioevale” cui si riferiva Lenin? Negli imperi russo ed austro-ungarico, durante i primi decenni del XX secolo, il tradizionale imperialismo dinastico-feudale e mercantile, basato sull’estrazione della rendita agraria e sui profitti mercantili, conservava una certa vitalità. È ovviamente con riferimento a tale “vecchio” imperialismo, retaggio di una precedente epoca storica, che Lenin riteneva imperialista la Russia del periodo prerivoluzionario.

I cambiamenti che accompagnarono la fine della Prima guerra mondiale segnarono la fine del “vecchio” imperialismo. Oggigiorno, cercheremmo invano una qualche emanazione di questo vecchio sistema che ci consenta di indugiare in una caratterizzazione della Russia come “imperialista”. Le fondamenta materiali per una simile classificazione sono passate alla storia. Il posto della Russia nel sistema capitalistico mondiale andrebbe oggi strettamente inquadrato sulla base del moderno imperialismo finanziario-industriale, i cui esordi sono stati analizzati da Lenin.

Cosa, dunque, all’interno del paradigma del moderno imperialismo, contrassegna uno o più paesi quali membri dell’esclusivo club imperialista odierno? A parte l’abisso separante il mondo imperialista dai paesi in via di sviluppo, in termini di prosperità generale, una serie di criteri può essere identificata. Naturalmente, i paesi imperialisti considerati individualmente non manifesteranno necessariamente tutte queste caratteristiche. E tuttavia, se la Russia di oggi è da considerarsi imperialista, non mancherà di mostrare un’alta concentrazione delle peculiarità che verranno ora prese in esame.

 

Un capitalismo avanzato?

Ai fini di questo studio, la questione più generale da porre è se il sistema oggi prevalente in Russia sia nello “stadio supremo del capitalismo”. [6] Per chiunque abbia la minima familiarità con la Russia, l’argomento secondo il quale la produzione e lo scambio del paese possono essere descritti in tal modo appare estremamente bizzarro. Il prodotto interno lordo pro capite della Russia (misurato a parità di potere d’acquisto) nel 2015 si è attestato a poco meno di 24.000 dollari, alquanto al di sotto del livello USA, significativamente indietro rispetto alla Malesia, e simile alle cifre del Cile e dell’Argentina. [7]

Il divario che separa la Russia dai paesi maggiormente prosperi e sviluppati è ancor più impressionante se si esamina la ricchezza, intesa come distinta dal reddito. Il Global Wealth Databook di Credit Suisse per il 2015 mostra come in molti dei paesi inequivocabilmente qualificabili come imperialisti, la ricchezza per adulto agli attuali tassi di scambio, alla metà del 2015, sia stata superiore a 200.000 dollari. In Russia, il dato si è fermato ad appena 11.726 dollari. Il che significa poco al di sopra della Giamaica e del Paraguay, ben al disotto del Brasile, e appena la metà del Sudafrica, della Cina e del Messico. [8]

Nel 2014, la produttività del lavoro in Russia, indicatore chiave dello sviluppo economico complessivo, è stata anch’essa bassa e precisamente meno della metà della media europea, nonché circa il 35 percento del livello raggiunto dagli Stati Uniti. [9]

Molto altro si potrebbe dire, in un altro contesto, a proposito della povertà e arretratezza dell’odierna economia russa. Per adesso, alcuni punti generali necessitano di essere fissati circa la forma e le strutture del capitalismo di questo paese. Gli economisti politici di sinistra, in Russia, sottolineano la stranezza di un sistema privo di corrispondenti stretti, laddove si escludano altri paesi dell’area post-sovietica. Vi è un certo consenso sul fatto che il capitalismo russo sia ben lungi dalla “fase suprema” del sistema, e anzi costituisca una sorta di ritorno al passato perpetuante la cultura dirigista, così come alcune strutture informali chiave, del tardo periodo sovietico – ovvero del “socialismo di stato” burocratizzato nella sua fase finale. [10]

Uno studio classico sul funzionamento del capitalismo nella Russia attuale è quello fornito da Ruslan Dzarasov dell’Università russa di economia Plechanov.  Dzarasov descrive un sistema nel quale lo stato di diritto è fortuito, e gli imprenditori dipendono, per la loro sopravvivenza commerciale, dai favori dei burocrati corrotti. Il controllo delle imprese è concentrato nelle mani di alcuni “big insiders”, i quali, ai fini dell’evasione fiscale e della frode finanziaria, occultano la loro proprietà sotto un’elaborata “nube offshore” di società straniere fittizie. Le acquisizioni ostili sono consuetudine, regolarmente agevolate dalla violenza fisica. In tali circostanze, gli alti dirigenti compensano l’incertezza del proprio incarico con il saccheggio delle entrate aziendali, nascondendo i proventi grazie alla già citata “nube offshore”. [11]

Simili fenomeni non sono certo estranei al capitalismo di paesi assai più ricchi della Russia. La dottrina capitalistica, ovviamente, li condanna come un pericolo per il sistema. Nei paesi a capitalismo avanzato non sono prevalenti, almeno non tanto da impedire agli investimenti e all’accumulazione di andare avanti. Ma in Russia questi indici di un capitalismo debolmente sviluppato nono sono incidentali bensì pervasivi, e svolgono un ruolo chiave nel mantenere l’economia del paese in uno stato di semi-sviluppo. Nel contesto del “capitalismo giurassico” [12] russo, un piccola fetta della torta dei profitti rimane agli investitori a meno che non appartengano essi stessi al novero dei “big insiders”, o siano strettamente connessi a questi ultimi. Comprensibilmente, i livelli dell’investimento produttivo sono infimi. [13] Dzarasov cita dati che dimostrano come l’età media delle attrezzature industriali russe, all’incirca ventun’anni, sia approssimativamente il doppio di quella della fine dell’epoca sovietica. [14]

 

Il monopolio in Russia

Tra le forme assunte da capitalismo nella Russia odierna quella monopolistica è presente in alto grado. In quasi tutti i settori dell’economia, dominano un pugno di società. Ciò potrebbe suggerire una stretta corrispondenza tra i processi in atto nel capitalismo russo e quelli riscontrabili nel sistema dei paesi avanzati e imperialisti, ma si tratta di un’analogia fuorviante. Attualmente in Russia, il monopolio, per parafrasare Lenin, non emerge da una “fase suprema” della produzione ed accumulazione capitalistiche. Tradizionalmente, i monopoli russi hanno le loro radici nei vasti ed integrati complessi produttivi favoriti dalla pianificazione sovietica. A rafforzare la tendenza al monopolio è stato il fatto che nel violento, e cronicamente instabile, ambiente d’affari del capitalismo russo, le imprese di medie dimensioni prosperano raramente.

Frattanto, va notato che i monopoli non sono più inusuali nei paesi della semi-periferia capitalista. Oltre a riflettere il processo di concentrazione che si verifica in tutti i capitalismi, tale situazione deriva direttamente anche dall’iniziativa statale. I governi dei paesi in via di sviluppo hanno spesso istituito società monopolistiche completamente, o prevalentemente , di proprietà dello stato, come le compagnie petrolifere statali iraniana, saudita e nigeriana. L’esistenza di simili società non significa che i paesi in questione siano imperialisti.

I monopoli privati dei paesi in via di sviluppo tendono ad essere differenti dalle loro controparti del mondo imperialista, essendo di dimensioni assai inferiori. La Russia può vantare ben poche società, sia private che statali, comparabili per dimensioni alle gigantesche compagnie dell’occidente avanzato. Nella lista delle duemila maggiori società quotate su scala mondiale, stilata nel 2015 dalla rivista Forbes, quella russa piazzatasi più in alto è la compagnia di gas Gazprom, al ventisettesimo posto, mentre la società petrolifera Rosneft si trova al cinquantanovesimo. [15] La proprietà di entrambe è prevalentemente statale. La principale società privata Russa elencata da Forbes è la LUKOIL, centonovesimo posto. In tutto, la lista registra ventisette aziende russe – similmente al Brasile, con venticinque e ben dietro l’India con cinquantasei.

Il vertice delle società russe è saldamente dominato da imprese basate sullo sfruttamento di risorse naturali o sulla lavorazione di materie prime (compresa la metallurgia), e la cui produzione viene in buona pare esportata. Ad eccezione di due banche sotto controllo statale, le maggiori otto compagnie russe citate da Forbes presentano tali caratteristiche. Un peso cosi rilevante per industrie estrattive orientate all’esportazione è inusuale nel capitalismo avanzato. Ma è riscontrabile frequentemente nei paesi della periferia – ed in particolare tra gli stati meno sviluppati e più dipendenti.

La più potente società russa privata, senza un esplicito legame col settore delle risorse, è la catena di vendite Magnit, classificatasi settecentounesima nella lista di Forbes. Le compagnie russe private non estrattive, o non riconducibili alla lavorazione di materie prime, sono dunque di modeste dimensioni rispetto agli standard mondiali.

 

Un capitalismo finanziario russo?

Lenin nei suoi scritti sul’imperialismo parla del “formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un oligarchia finanziaria”. [16] Ma le posizioni chiave dell’odierna élite affaristica russa non si trovano nel settore finanziario. La fusione di capitale industriale e finanziario identificata da Lenin col moderno imperialismo non è il principale volto del capitalismo russo, ed ha avuto luogo nel paese solo in misura limitata.

Nella letteratura sulla finanza russa, numerosi commenti e statistiche attestano quanto tale settore sia ridotto e relativamente poco sviluppato. La Russia e significativamente povera in fatto di attività finanziarie. Credit Suisse, nel suo Global Wealth Databook per il 2015, in riferimento alle attività finanziarie per adulto in Russia, alla metà del 2015, riporta la cifra incredibilmente bassa di 2.490 dollari, se comparata agli 8.204 dollari del Brasile, ai 25.962 dollari del Cile ed ai dati per l’Europa occidentale che si attestano intorno ai 100.000 dollari. [17] Le basse cifre della Russia riflettono il debole sviluppo, sin dall’epoca sovietica, degli strumenti finanziari, incluse le azioni, le obbligazioni, i fondi di mercato monetario e i depositi bancari, le quali in molte pari del mondo capitalistico costituiscono la maggior pare della ricchezza.

All’interno del capitale finanziario di un paese imperialista, un elemento centrale è costituito da un sistema bancario altamente sviluppato. Lenin parla di una “sempre maggiore fusione… una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale, e dall’altro lato al trasformarsi delle banche in istituzioni veramente di «carattere universale»”. [18] Ma non vi è niente di universale nelle banche russe. Un commento del 2012 presenta la seguente nota: “Il settore bancario rappresenta solo il 75 percento dl prodotto interno lordo, laddove nelle economie sviluppate le attività bancarie, in genere, superano il 100 percento del PIL”. [19]

Il ridotto settore bancario russo è dominato da due banche, la cui proprietà è a maggioranza statale, discendenti da istituzioni finanziarie sovietiche. Nessuna delle due è particolarmente grande su scala mondiale. Nella lista di SNL Financial delle 100 maggiori banche al 31 maggio 2015, Sberbank era classificata al cinquantanovesimo posto, mentre VTB Group occupava il centesimo posto. [20] Le restanti banche russe sono molto più piccole.

Con una capitalizzazione, a maggio del 2015, di 26,9 miliardi di dollari, Sberbank è  meno di un decimo delle dimensioni della più grande banca al mondo, la statunitense Wells Fargo, e poco più del 40 percento della maggiore banca brasiliana, Itaú Unibanco. [21] Il Brasile, inoltre, vanta quattro banche nell’elenco di SNL Financial, a fronte delle sole due russe.

A partire dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, il sistema bancario russo ha vissuto una storia caotica, riflesso degli aspetti criminogeni e delle disfunzioni delle attività economiche russe. Durante gli anni Novanta, diverse centinaia di piccole banche vennero fondate da magnati in ascesa, spesso quali malcelati strumenti di illeciti finanziari. Le cronache circa il sistema bancario russo lamentavano la scarsità dei prestiti, la mancanza di trasparenza, gli alti tassi su mutui scadenti, il riciclaggio di denaro e, talvolta, massicce frodi. Nel dicembre del 2015, Bloomberg riportava come nel corso di quell’anno all’incirca 100 banche russe, rappresentanti il 13 percento del settore, fossero state private della licenza da parte delle autorità bancarie centrali. [22]

Le due principali banche russe sono importanti attori economici, ma descrivere l’esiguo capitale finanziario russo come un settore egemonico costituente il nucleo dell’economia è ingenuo. La vera forza egemonica del paese è rappresentata da una stretta fusione di alti funzionari statali e oligarchi dell’industria, questi ultimi in gran parte provenienti dal campo dell’estrazione delle risorse e dalla lavorazione dei metalli. Un tale potere, nelle mani di una simile congrega di burocrati e padroni dipendenti da risorse ed esportazioni, è un fenomeno con non pochi precedenti nella storia dei paesi periferici.

Il capitalismo finanziario russo, d’altronde, non ha mai avuto grande impatto sul ruolo archetipico svolto da questo settore nel moderno imperialismo – quale punta di diamante dell’espansione economica al di fuori delle frontiere del paese. A differenza delle principali banche occidentali con le loro massicce operazione internazionali, quelle russe si concentrano in modo soverchiante sui prestiti domestici. Una parziale eccezione è costituita da VTB Group, riconfigurata dal governo russo nel 1990 al fine di agevolare il commercio estero del paese. A partire dal 2013, VTB ha operato in 23 paesi, con notevoli interessi in Bielorussia, Kazakistan ed Ucraina. Sberbank ha fatto il proprio ingresso in campo internazionale nel 2006, e nel 2012 ha acquisito banche in Kazakistan, Ucraina, Bielorussia e Turchia, dichiarando di puntare alla creazione di circa il cinque percento del proprio reddito netto al di fuori dei confini russi entro il 2014. [23]

Le banche russe hanno infine ottenuto una testa di ponte nei mercati finanziari ucraini. Tuttavia la loro posizione non è mai stata dominante, anche in relazione ad altri interessi bancari stranieri. Nel 2014, le banche russe – Sberbank, AlfaBank e VTB Group – detenevano rispettivamente il 3,2 %, il 2,8 % e 2,8% del mercato bancario ucraino, contro una quota totale di mercato del 31 percento posseduta da banche estere. [24]

 

Industria e commercio russi: imperialismo o dipendenza?

Come spiegato in precedenza, il rango più elevato delle società russe è saldamente dominato da aziende con base nell’estrazione e nella lavorazione delle materie prime. I settori industriali nei paesi imperialisti presentano, in netto contrasto, funzioni ad alto coefficiente di conoscenza e valore aggiunto prevalenti. Persino nei paesi imperialisti in cui l’industria estrattiva è importante, come Canada e Australia, le economie sono generalmente diversificate, con un vasto raggio di attività che contribuiscono notevolmente al PIL.

L’Unione Sovietica, nei suoi ultimi anni, possedeva un’economia variegata, con tutti i settori produttivi quantomeno moderatamente sviluppati. Il ritorno della Russia al capitalismo, tuttavia, ha visto scivolare ampie aree della produzione in un catastrofico declino. mentre l’industria degli armamenti rimane globalmente competitiva, le industrie civili russe hanno vissuto una carestia di investimenti. Le imprese civili dell’High-tech sono state tra le più colpite. [25] La natura relativamente arretrata di molta della produzione industriale russa odierna pone il paese fermamente in linea col mondo in via di sviluppo, di certo non con quello sviluppato.

Nelle loro esportazioni, i paesi imperialisti mostrano tipicamente un’inclinazione alla vendita di merci sofisticate e ad alto valore; di servizi tecnici ad alto coefficiente di conoscenza ed anche di servizi finanziari. Anche qui, la Russia porta i segni della periferia. Nel 2013, i servizi hanno fornito un misero 11,8 percento delle esportazioni totali russe, inoltre, in tale settore il paese sconta un massiccio disavanzo. [26] La struttura dell’esportazione di merci russa riflette ulteriormente il mancato sviluppo dell’industria sin dall’epoca sovietica; nel 2013 vettori d”energia e minerali hanno costituito il 71,5 del totale, con metalli raffinati, prodotti chimici di base, forestali  e alimentari a formare in larga parte il restante. La categoria dei macchinari, delle attrezzature e dei veicoli ferma al 5,5 percento, [27] consistendo prevalentemente di armi e forniture militari. [28] L’altra faccia della medaglia è un 48,5 percento delle importazione costituito da macchinari, attrezzature e veicoli. [29]

In termini assoluti, i dati della Banca Mondiale per il 2013 stimavano le esportazioni di prodotti ad alta tecnologia della Russia a 8.656 miliardi di dollari – circa la metà del dato per l’India, grossomodo lo stesso del Brasile e meno del 30 percento dl dato per l’Italia (imperialista). [30] Si consideri che il Brasile e l’Italia hanno un PIL, ai prezzi correnti, prossimo a quello della Russia.

Il quadro che emerge della Russia non è quello di una potenza imperialista, bensì di un petro-stato che si ritrova a dover pagare alti prezzi per importare buona parte delle sofisticate attrezzature di cui necessita, dipendendo al contempo, per la propria solvibilità, dalla vendita di un pugno di merci generiche a basso valore aggiunto. Per quanto riguarda la maggior parte delle sue esportazioni chiave (il gas naturale costituisce un’eccezione), la Russia compete direttamente con altri paesi a basso reddito e a bassa produttività. Quando i mercati mondiali per tali merci sono saturi e i prezzi bassi – come avviene frequentemente – i paesi ricchi, spesso gli acquirenti principali, possono garantire le proprie necessità per somme pressoché irrisorie.

Significativamente, la Russia intrattiene una minima parte del proprio commercio con i paesi poveri della periferia, le offerte e gli acquisti commerciali dei quali tendono a replicare i suoi. Le sue stesse fonti di importazione sono paesi del centro (in particolare del’UE) ed una serie di stati semi-periferici (la Cina e vari paesi dell’ex URSS) che ne condividono il generale livello di sviluppo economico. [31] La Russia, in tal modo, non guadagna quasi niente dalle relazioni commerciali asimmetriche che drenano valore verso il centro imperialista, a scapito degli abitanti più poveri del pianeta. Di fatto, dobbiamo supporre che il paese subisca pesanti perdite dallo scambio ineguale.

 

Gli investimenti esteri della Russia: dietro  la “nube”

Ogni capitale mira a espandersi, e nel perseguimento del profitto, i capitalisti dei paesi semi-periferici cercheranno spesso opportunità di investimento al di fuori dei propri confini nazionali. E ciò avviene malgrado la tipica ed acuta carenza di capitali ai fini dello sviluppo nazionale. Le percentuali di autentico investimento estero da parte dei paesi non imperialisti, tuttavia, non si avvicinano in linea di principio a quelle dei paesi del centro imperialista.

Le cifre grezze per la Russia circa gli investimenti esteri presentano un groviglio di paradossi. Suggerendo una massiccia esportazione di capitali, i dati sembrerebbero collocare il paese all’apice dell’imperialismo. Ma come spiegare il fatto che i dati della Banca centrale russa, riguardo gli investimenti diretti esteri, individuano la (di gran lunga) principale destinazione dell’esportazione di capitali russa in Cipro, seguita dalle Isole vergini britanniche? [32] Entrambi questi territori sono noti in quanto paradisi fiscali nonché centri di riciclaggio del denaro.

Gli imprenditori russi spesso acquisiscono le loro imprese a somme sorprendentemente ridotte attraverso scalate ostili, spalleggiate da corruzione e violenza. Se gli affari si rivelano non redditizi, come avviene spesso, gli asset sono oggetto di spoliazione e vendita. Le incertezze del capitalismo russo, di conseguenza, rendono estremamente allettante la fuga di capitali. [33]

Anche laddove l’obiettivo degli imprenditori non si riduce a spogliare le società e chiuderle, enormi somme che potrebbero essere utilizzate per modernizzare le imprese finiscono all’estero. Depredati da proprietari e alti dirigenti consci di potere essere in ogni momento estromessi da gangster armati, tali fondi, dopo il riciclaggio, vengono prevalentemente investiti in occidente – per la maggior parte, si suppone, in titoli a basso rischio e nell’immobiliare.

Nel frattempo, anche le banali e quotidiane attività economiche russe richiedono manovre per aggirare la legge rese irrintracciabili. A tal fine, enormi somme fanno “avanti e indietro” tra la Russia e le zone offshore, trasferimenti che vengono registrati come “investimenti esteri”. Ogni tentativo di determinare quanto del capitale esportato dalla Russia possa essere descritto come “reale”- e rivendicato, plausibilmente, quale prova di imperialismo – contiene così una parte di congettura. Ma dall’indagine su alcune aziende particolari, e sui loro investimenti identificabili, è possibile trarre alcune osservazioni.

Uno studio del 2013 sulle 20 principali multinazionali non finanziarie russe fornisce un dato, riguardante il totale delle loro attività estere alla fine del 2011, di 111 miliardi di dollari. [34] Per avere un termine di paragone, questo totale costituisce all’incirca solo un terzo delle attività estere, nel 2013, della più grande multinazionale non finanziaria al mondo, ovvero la general Eletric Co., con sede negli USA, e meno della metà delle attività estere della Exxon Mobil Corporation. [35]

A livelli globale, nessuna delle multinazionali non finanziarie russe figura tra le 100 principali, quando classificate sulla base delle attività estere. [36] Lo studio del 2013 già citato fissa la quota estera nelle attività delle 20 principali multinazionali non finanziarie russe ad un modesto 14 percento. A livello mondiale, le principali multinazionali detengono ben oltre la metà delle proprie attività al di fuori del paese in cui hanno sede, e per quanto riguarda le imprese estrattive (buona parte dei principali esportatori di capitali russi si collocano in questa categoria) si tratta di una tendenza particolarmente marcata. [37]

Sempre secondo lo stesso studio, il maggiore investitore estero russo, LUKOIL, ha progetti riguardanti petrolio e gas in 14 paesi stranieri, così come raffinerie, impianti petrolchimici nonché di stazioni di rifornimento. Tuttavia con asset esteri, nel 2011, pari a 29,16 miliardi di dollari, [38] essa, in quell’anno, aveva solo un decimo delle attività estere possedute dalla maggiore multinazionale petrolifera del mondo, Royal Dutch Shell. [39] Le attività estere della LUKOIL nel 2011 ammontavano ad appena un terzo di quelle complessive. [40]

Chiaramente, le multinazionali russe sono in larga parte cosa da poco, ed i loro investimenti esteri tendono ad essere meri complementi delle attività svolte all’interno dei confini russi.

Uno degli argomenti favoriti dei sostenitori della tesi dell'”imperialismo russo”, tuttavia, riguarda i piani, guidati dal conglomerato statale Rostec, per nuovi investimenti russi in Africa. I dati delle Nazioni Unite mostrano per il passato l’investimento russo in Africa relativamente ridotto, con un investimento cumulativo diretto per il 2011 di circa 1 miliardo di dollari. [41] Ma per il prossimo decennio, Rostec progetta di costruire una raffineria di petrolio in Uganda da 4 miliardi di dollari, oltreché un impianto per il platino in Zimbabwe da 3 miliardi di dollari. [42]

Per quanto impressionanti possano sembrare simili progetti, essi non sono minimamente paragonabili agli investimenti esteri delle vere potenze imperialiste. Il Canada, per esempio, ha un PIL a prezzi correnti simile a quello della Russia. Ma affiancate agli investitori esteri canadesi, le aziende russe appaiono avare e confinate in casa. Le compagnie minerarie canadesi, nel 2012, hanno gestito 80 progetti minerari in America Latina e altri 48 sono in fase di sviluppo o fattibilità. [43] Nel 2013, gli investimenti diretti esteri canadesi in Cile ammontavano a 18,2 miliardi di dollari; in Messico a 12,3 miliardi; in Brasile a 11,1 miliardi e in Perù a 8,1 miliardi. [44] In Africa, gli investimenti russi proiettati sono quasi banali se paragonati alle esistenti attività delle aziende estrattive australiane. [45]

 

Gli investimenti russi nella CSI

Dopo Cipro e l’Europa occidentale, l’investimento estero russo si è concentrato in altri paesi ex-sovietici della Comunità degli stati indipendenti (CSI). [46] Quantificare con precisione questi investimenti è impossibile, considerando come gran pare di essi venga incanalato verso la “nube offshore”. Ma con tutte le dovute cautele, l’espansione delle società russe nei paesi della CSI deve essere considerata minore per gli standard mondiali, così come in termini di esportazioni russe totali. [47]

I dati forniti dal governo russo, per quel che possono valere, suggeriscono che in termini di fondi accumulati, il solo paese appartenente alla CSI compreso, nel 2011, tra le principali destinazioni globali degli investimenti esteri russi è stato la Bielorussia, al quinto posto. [48] I dati riferiti a transazioni specifiche rivelano un quadro nel quale i grandi investimenti russi nella CSI sono stati numericamente pochi. Una lista delle maggiori acquisizioni globali di azioni da parte di aziende russe, tra il 2005 ed il 2010, mostra che di 24 trattative, solo quattro hanno coinvolto asset collocati nei paesi della CSI. La più grande ha visto l’acquisizione da pare dell’azienda russa di telecomunicazioni Vimpel-Com, nel 2010, della compagnia di telefonia mobile ucraina Kyvstar, per 5, 589 miliardi di dollari. Altri acquisti, da parte russa, di azioni nella CSI sono stati molto inferiori, nell’ordine dei 2,5 miliardi dollari, se non meno. [49] Si tratta di somme significative, ma è chiaro che in aggregato si collocano massicciamente dietro, per esempio, agli investimenti canadesi in America Latina. [50]

In Ucraina, dati governativi relativi alla fine del 2012 pongono la Russia ben dietro la Germania e l’Olanda quale fonte di investimenti esteri cumulati, con un magro sette percento del totale. [51] La presenza economica russa in Ucraina è di fatto molto più sostanziosa di quanto suggerito da simili dati, dato che l’investimento è stato gestito anche attraverso zone offshore. Gli interessi russi dominano il settore delle telecomunicazioni ucraino, la raffinazione del petrolio e la produzione di alluminio, con ulteriori significative quote nella metallurgia, nell’ingegneria meccanica nonché nella produzione e distribuzione dell’energia.

Gli sviluppi politici degli ultimi anni, tuttavia, dimostrano pienamente quanto l’impatto degli investimenti russi in Ucraina sia stato ben lungi dall’essere egemonico. Le relazioni economiche della Russia con l’Ucraina, sin dall’epoca sovietica, non sono state all’insegna della sovranità imperiale della prima sulla seconda, semmai si sono svolte nel contesto di una inter-penetrazione economica tra paesi confinanti, caratterizzati da livelli di sviluppo tecnologico e sociale simili. Le proprietà di oligarchi ucraini in Russia, va osservato, sono tutt’altro che trascurabili. [52]

 

Potenziale militare ed esportazione di armi

Solo un po’ meno fondamentale del dominio delle strutture economiche globali da parte delle potenze imperialiste è il ruolo da esse svolto nel mantenimento dell’ordine mondiale. I paesi del centro, tipicamente, sono membri di blocchi politico-militari diretti contro la periferia e la semi-periferia. Le principali potenze imperialiste possiedono importanti industrie di armamenti, e partecipano come venditori al mercato globale delle armi.

Il potenziale militare della Russia, insieme con la sua produzione di armamenti, suggerisce che il paese può essere considerato parte del campo imperialista? Il potenziale militare può adempiere compiti difensivi così come aggressivi. Se esaminiamo le forze armate russe non semplicemente come un aggregato militare, bensì come un fattore all’interno di un ampio dispiegamento di forze politiche internazionali, le evidenze puntano in una direzione decisamente non imperialista.

Di gran lunga, il potere militare dominante nell’area europea – e in verità, nel mondo – è costituito dai 28 stati membri della NATO. Nella loro spesa combinata per la “difesa” del 2014, i membri NATO hanno superato la Cina per un fattore di circa 4,4, e la Russia per oltre dieci a uno. [53] cero, un dollaro nella Russia a basso reddito compra più potenziale militare che in Europa occidentale o negli USA. Ma con un aggiustamento appropriato, la differenza è ancora di almeno cinque a uno. [54]

Nei decenni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la NATO si è espansa al punto che la Russia si trova a fronteggiare un arco di stati allineati con gli USA, in prossimità delle sue frontiere, dalla Turchia al Golfo di Finlandia. Chiunque riconosca l’esistenza dell’imperialismo dovrebbe concedere che in quanto paese economicamente vulnerabile – e come oggetto di minacce armate, non troppo velate, da parte del più potente blocco militare mondiale – la Russia ha diritto di assegnare risorse relativamente consistenti alla propria autodifesa.

Una parte dei costi della  difesa militare russa sono coperti dalle esportazioni di armi. Nel 2014, il complesso russo della produzione di armi ha venduto armamenti sul mercato mondiale per la cifra record di 13,2 miliardi. [55] Negli anni fra il 2010 ed il 2014, la Russia ha gestito il 27 percento delle vendite di armi al livello globale, seconda solo agli Stati Uniti, con il 30 percento, per quanto con un raggio più ampio di acquirenti. [56]

Tali numeri, d’altra parte, vanno posti in prospettiva. Nel 2013, le imprese russe produttrici di armi hanno realizzato vendite, domestiche e all’estero, per 31 miliardi di dollari. [57] Una somma, tuttavia, inferiore a quella ottenuta, lo stesso anno, dalla principale compagnia di armamenti a livello mondiale, la Lockheed Martin. [58] Nel 2014, sette aziende russe comparivano nella lista dei 100 principali produttori di armi. Ma il dato per gli USA era di 42, di cui sette nei primi dieci posti. [59]

Frattanto, la debolezza dell’affermazione secondo la quale esportazioni di armi su larga scala sarebbero di per sé prova di imperialismo è dimostrata dal fatto che, nel 2014, il quarto maggiore esportatore di armamenti è stata l’Ucraina, fornendo armi sulla base di contratti conclusi con niente meno che 78 diversi paesi. [60]

 

Struttura sociale e welfare

Per  molti non specialisti, i fattori economici e persino militari sono meno importanti, per distinguere tra paesi imperialisti e non, rispetto ala qualità della vita quotidiana delle masse. Nei paesi imperialisti, questa è la percezione, tali persone vivono bene, e quando non è così beneficiano comunque di un sistema sanitario e di welfare statali funzionanti.

A voler essere più scientifici, i paesi imperialisti posseggono classi medie considerevoli, costituite da salariati meglio pagati, professionisti indipendenti, nonché piccoli e medi imprenditori. [61] La “buona vita” di questi strati sociali riflette in larga misura il successo dell’imperialismo nell’estrarre valore dalle popolazioni del mondo in via di sviluppo. Allo stesso tempo, la relativa prosperità delle ampie classi medie sostiene l’imperialismo e ne trae alimento. gli appartenenti alla classe media, esercitano effettivamente una domanda di consumi che sostiene una moltitudine di imprese nazionali, inoltre i loro risparmi rappresentano un enorme contributo al sistema finanziario. Il loro appagamento nutre le attitudini conservatrici, assicurando la pace sociale interna ed i consenso per le guerre all’estero.

Come si colloca la Russia sulla base di questi criteri? La classe media russa, correttamente intesa, è esigua. in alcun modo la massa dei lavoratori salariati russi può essere considerata “classe media”. Una serie di dati del 2013, raccolti prima la rapida svalutazione del rublo avvenuta negli ultimi mesi del 2014, mostra una larga maggioranza di russi con un reddito mensile pro capite compreso in una forbice di 300-800 dollari. [62] Nelle città russe, specialmente Mosca e San Pietroburgo, una simile cifra, anche ai sui massimi, copre poco più che le necessità base alimentari e di vestiario, unitamente alle tariffe di servizi e trasporti. Tali livelli di reddito sono tollerabili per i lavoratori solo perché molti di essi non pagano l’affitto, essendo riusciti a privatizzare i loro appartamenti precedentemente di proprietà dello stato.

Quale ammontare di reddito, in Russia, conferisce realmente lo status di classe media, inteso come significativo potere d’acquisto e capacità di risparmiare? Come criterio assai generoso, in Russia potremmo definire reddito da classe media la somma necessaria ad assicurare un modesto standard di vita occidentale.

I dati del censimento USA 2013 hanno rivelato un reddito medio pro capite di 1.678 dollari mensili. Una cifra che negli Stati Uniti, come in Russia, non consente certo uno stile di vita opulento. Tuttavia, una famiglia russa con un simile reddito pro capite, nel 2013, avrebbe potuto acquistare un’auto usata ed elettrodomestici durevoli, incluso un televisore a schermo piatto di grandi dimensioni, nonché indumenti e arredi di un certo gusto. Gli avrebbe inoltre consentito di accendere un mutuo per un modesto appartamento, cenare occasionalmente in un ristorante e magari pensare ad una vacanza in Turchia.

In quale punto, nella scala del 2013 della distribuzione del reddito in Russia, interviene il livello succitato? I dati per quell’anno mostrano come solo un 10,9 percento di russi avesse un reddito monetario pro capite superiore ai 50.000 rubli al mese – in quel momento circa 1.520 dollari. [63] Ciò indica chiaramente che in quell’anno, relativamente prospero, la proporzione di russi con stili di vita simili a quelli degli americani a reddito medio, o superiore, non erano più di circa il 10 percento.

Evidentemente, nel quadro appena tracciato non vi è niente che richiami un’ampia e prospera classe media, in grado di avanzare una sostanziale domanda di consumo. Molti russi consumano poco più dell’essenziale, col risultato che la produzione ed i servizi finalizzati al consumo permangono deboli.

Nelle economie imperialiste, l’alta produttività del lavoro viene sostenuta da una formazione e da servizi sanitari e sociali sviluppati. Il neoliberismo, negli ultimi decenni, ha posto tali sistemi sotto un’implacabile attacco, ma essi rimangono una caratteristica distintiva del capitalismo avanzato.

In Russia le prestazioni sociali si sono marcatamente deteriorate sin dall’epoca sovietica. Il paese continua a creare un numero impressionante di personale altamente qualificato, ma la spesa per istruzione è oggi ben al di sotto dei livelli medi dell’OCSE, sia in termini pro capiti assoluti che in proporzione al PIL. [64] La spesa lorda in ricerca e sviluppo è scesa dal due percento del PIL nel 1990 ad una cifra da paese in via di sviluppo dell’uno percento nel 2008, [65] prima di ritornare all’1,5 percento nel 2013. Quest’ultimo dato, va comparato col 2,8 percento degli USA e della Germania, nonché col 3,4 percento del Giappone. [66]

È nel campo dell’assistenza sanitaria, tuttavia, che il capitalismo russo ha determinato il più spettacolare regresso del paese rispetto allo status di paese sviluppato. Acute carenze di finanziamenti hanno costretto a spontanee privatizzazioni su larga scala dei servizi sanitari. In un’indagine su scala mondiale circa l’aspettativa di vita, condotta nel 2015, la Russia, con il suo dato di 70,47 anni, si è classificata al numero 153 in un lista di 224 paesi, dietro l’Honduras ed i l Bangladesh. [67]

 

Conclusioni: la necessità dell’analisi leninista

Riassumendo, quali motivazione potrebbero essere addotte per ammettere la Russia nel “circolo ristretto” degli stati capitalisti altamente sviluppati, ovvero dei paesi imperialisti? In sostanza, nessuna – o forse un, se ignoriamo le specificità della produzione russa di armi e accettiamo questa come caratteristica “imperialista”.

Viceversa, la Russia presenta un denso raggruppamento delle caratteristiche necessarie ad identificarla come parte della semi-periferia capitalista.

La Russia non ospita un capitalismo avanzato, o un’ampia e prospera classe media. I suoi monopoli tendono ad essere gracili accanto a quelli di vari paesi chiaramente parte della semi-periferia, per non parlare delle società di dimensioni mostruose del centro imperialista. La produzione industriale russa a perso molta della sua passata diversificazione, ed il suo livello tecnico complessivo è decisamente arretrato, mentre nel contesto di un modello che ricorda le aree meno sviluppate della semi-periferia, il settore estrattivo rappresenta una notevole percentuale della produzione. Il commercio estero della Russia ha forti caratteri di dipendenza, ed il paese esporta prevalentemente matterie prime di base per le quali i prezzi sono spesso depressi. Intrattenendo ben pochi scambi con le aree povere della periferia, essa non beneficia significativamente dallo scambio commerciale ineguale. In Russia, inoltre, non vi è un complessivo surplus di capitali, e sebbene il paese esporta capitali, ciò avviene per ragioni distorte e malgrado una quasi catastrofica carenza di investimenti in infrastrutture e impianti produttivi.

Con i suoi investimenti esteri concentrati nei paesi del centro, la Russia ha una parte minima in quella che è la quintessenza dell’attività imperialista – l’esportazione di capitali verso la periferia e l’estrazione di profitti dal lavoro e dalle risorse dei paesi in via di sviluppo. Il captale finanziario russo è limitato e debole, e la natura largamente criminogena e caotica del suo settore finanziario esclude qualsiasi possibilità che esso possa giocare un ruolo egemonico nell’economia.

Non può sussistere più alcun dubbio: nei termini stabiliti da Lenin, la Russia odierna non è una potenza imperialista.

Ma chi è stato dunque Lenin? Ed un secolo dopo che egli ha scritto, la sinistra di oggi deve ancora mettersi in fila davanti al suo mausoleo? Non vi sono forse analisi alternative, più moderne, includenti che includano subiti dall’imperialismo dal 1916?

Senza dubbio esistono – ma non nel campo marxista. Un’analisi materialista dell’attuale sistema mondiale capitalistico – e delle sue caratteristiche salienti, la sconvolgente polarizzazione globale della ricchezza tra il suo nucleo privilegiato ed i territori esteriori impoveriti – deve basarsi sulla definizione e la metodologia  forniti da Lenin. Alcune modifiche all’analisi leniniana sono, di fatto, necessarie, ed il concetto di semi-periferia è soltanto una di esse. Tuttavia, dobbiamo forse supporre vi possa essere un’adeguata comprensione del moderno imperialismo che non si basi sul monopolio, sul potere del capitale finanziario, sulla sovraccumulazione di capitale da pare del sistema e sulla conseguente compulsione ad espandere la propria sfera di azione? E laddove manchino tali elementi, o siano presenti solo in parte ed ambiguamente, ciò significherebbe avere a che fare con un’entità fondamentalmente differente, non imperialista?

Probabilmente, siamo troppo immersi nel reame materiale e nei vincoli che pone al nostro pensiero. Forse dovremmo applicare delle definizione che rendano conto dell’agire. Può darsi che che la considerazione cruciale da fare non sia cosa la Russia é, bensì cosa cosa fa. Se un paese utilizza la propria forza militare per immischiarsi in affari al di fuori dei propri confini, ciò non la rende per se imperialista?

Il pericolo insito in questo genere di argomentazione è che conduce rapidamente a conclusioni non poco bizzarre. Numerose guerre sono state combattute nello scorso mezzo secolo tra paesi della periferia, e se classifichiamo la Russia come imperialista semplicemente sulla base del fatto che ha compiuto incursioni armate nei paesi vicini, allora dovremmo parlare, come conseguenza logica, di imperialismo pachistano, o imperialismo iracheno, o persino, riguardo ai tempi recenti, di imperialismo sudanese.

Se classifichiamo come imperialisti paesi chiaramente appartenenti al mondo in via di sviluppo, come spiegheremmo l’abisso, a livello globale, tra ricchi e poveri? Usato in questo modo impressionistico, essenzialmente liberale, il termine “imperialismo” perde ogni potenziale quale strumento di analisi. Comprendere la natura e la dinamica dell’odierno capitalismo mondiale diviene così impossibile.

Specificamente, se rigettiamo un’analisi di tipo materialista, perdiamo la capacità di distinguere tra gli egemoni globali e le loro vittime. Nei conflitti cruciali, ci troveremmo a dispiegare una miope equidistanza che condanna indifferentemente  rapinatore e rapinato. In simili circostanze, la resistenza internazionale alla violenza imperialista si ritrova ad essere confusa e disarmata. Le vittime si vedono negata la nostra solidarietà. Da oppositori dell’imperialismo ci trasformiamo in qualcosa di molto simile ai suoi complici.


Renfrey Clarke, scrittore ed attivista australiano, nel corso degli anni Novanta ha svolto il ruolo di corrispondente da Mosca per Green Left Weekly. Roger Annis, lavoratore del settore aerospaziale oggi in pensione, attivista e blogger, ha compiuto numerosi viaggi di ricerca in Crimea e nel Donbass. Entrambi sono tra i curatori del sito New Cold War.

Note:
  1. Ad alimentare questo dibattito, in particolare, sono stati gli sviluppi in Ucraina, da quando gli imperialismi USA ed europeo occidentale, nel febbraio 2014, si sono assicurati il rovesciamento dell’amministrazione eletta guidata da Viktor Yanukovych. Tale ribaltamento è stato ordito, in alcuni suoi dettagli, da diplomatici statunitensi, e le agenzie USA hanno speso miliardi di dollari per prepararlo. Nel momento in cui l’opposizione al governo di estrema destra di Kiev è sfociato in rivolta popolare in Crimea e Donbass, e ha ricevuto supporto da Mosca, i media occidentali hanno rapidamente accusato la Russia di “imperialismo”. Questo mantra è stato ripreso, e ripetuto acriticamente, da importanti settori della sinistra occidentale.
  2. V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXII, Editori Riuniti, 1966, p. 266.
  3. PIL pro capite a parità di potere di acquisto, Banca Mondiale, 2014, https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_GDP_%28PPP%29_per_capita.
  4. Si veda il saggio di Lenin del 1916, Risultati della discussione sull’autodecisione, in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXII, Editori Riuniti, 1966, p. 356.
  5. Ibid., p. 340
  6. Si veda V.I. Lenin, Opere complete, vol. 22, Editori Riunti, 1966, p. 265: “Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale”.
  7. http://knoema.com/sijweyg/gdp-per-capita-ranking-2015-data-and-charts.
  8. Tabelle 2-4, http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=C26E3824-E868-56E0-CCA04D4BB9B9ADD5.
  9. Calcolato da stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=PDB_LV. OECD figures. Si veda http://www.themoscowtimes.com/business/article/russians-named-europes-least-productive-workers/527669.html.
  10. Eccezionali esponenti di questa tesi sono gli economisti politici dell’Università statale di Mosca Aleksandr Buzgalin e Andrey Kolganov.
  11. Si veda Ruslan Dzarasov, The Conundrum of Russian Capitalism (Londra, Pluto Press, 2014).
  12. L’espressiva definizione è di Buzgalin e Kolganov.
  13. Secondo la Banca Mondiale, il capitale fisso lordo in Russia, nel 2013, è stato il 21,47 percento del PIL, in calo di oltre il 30 percento alla fine dell’epoca sovietica (www.tradingeconomics.com/russia/gross-fixed-capital-formation-percent-of-gdp-wb-data.html).
  14. Dzarasov, op. cit., pp. 203, 204.
  15. http://www.forbes.com/global2000/list#tab:overall.
  16. V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXII, Editori Riuniti, 1966, p. 266.
  17. Tabelle 2-4, http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=C26E3824-E868-56E0-CCA04D4BB9B9ADD5.
  18. V.I. Lenin, opere complete, vol. 22, Editori Riuniti, 1966, p. 224.
  19. https://www.atkearney.com/documents/10192/572733/A_Chessboard_Strategy_for_Russias_Banking_Market.pdf/390d7bc6-8cc3-4f9c-9fd3-d71f4226c026
  20. https://www.snl.com/InteractiveX/Article.aspx?cdid=A-33361429-13866.
  21. Si veda www.forbes.com/companies/sberbank; http://www.relbanks.com/worlds-top-banks/market-cap; http://www.forbes.com/companies/itau-unibanco-holding/.
  22. http://washpost.bloomberg.com/Story?docId=1376-NZCGV56S972G01-6K92CFG6J3D6CLN5DUCPTT15MB.
  23. https://www.denizbank.at/en/AboutUs/AboutSberBank/AboutSberbank.html.
  24. CEE Banking Sector Report June 2015, http://www.rbinternational.com/eBusiness/services/resources/media/829189266947841370-829189181316930732_829602947997338151-1078945710712239641-1-2-EN-9.pdf.
  25. In un articol odel 2015, la ricercatrice economica moscovita Olga Koshovets ha così commentato il destino dell’industria high tech civile russa: “Le esistenti capacità produttiva e tecnologica sono ormai praticamente esaurite, dalla sua creazione nell’URSS, e dopo la sua caduta, quasi nessuna nuova fabbrica è stata costruita e le strutture produttive esistenti non sono state sviluppate” ((http://www.scientific-publications.net/get/1000007/1409340758352379.pdf).
  26. Rosstat, 2013. See http://www.gks.ru/bgd/regl/b14_13/IssWWW.exe/Stg/d04/26-01.htm.
  27. http://www.gks.ru/bgd/regl/b14_13/IssWWW.exe/Stg/d04/26-10.htm.
  28. Le esportazioni russe di armi, nonostante il loro successo sul mercato mondiale, non hanno alterato sostanzialmente la struttura delle esportazioni del paese. In anni recenti, armi ed equipaggiamento militare, circa il 60 percento delle esportazioni ad alta tecnologia della Russia, hanno rappresentato solo il 3 percento delle esportazioni complessive del paese. Si veda Olga B. Koshovets, http://www.scientific-publications.net/get/1000007/1409340758352379.pdf.
  29. http://www.gks.ru/bgd/regl/b14_13/IssWWW.exe/Stg/d04/26-13.htm.
  30. data.worldbank.org/indicator/TX.VAL.TECH.CD/countries.
  31. Si veda atlas.media.mit.edu/en/profile/country/rus/#imports.
  32. http://www.cbr.ru/eng/statistics/print.aspx?file=credit_statistics/dir_inv_out_country_e.htm&pid=svs&sid=ITM_586.
  33. Il  Moscow Times, nel maggio 2015, ha citato i dati del governo russo che hanno fissato il flusso netto di capitali del paese, nel 2014, a 154,1 miliardi di dollari, ed il totale, a partire dal 1999, in 550 milioni di dollari. Il giornale nota inoltre che, secondo ricercatori indipendenti, il totale potrebbe essere superiore a mille miliardi di dollari (www.themoscowtimes.com/business/article/russia-massive-capital-flight-continues/520112.html).
  34. IMEiMO e Vale Columbia Center, “Global Expansion of Russian Multinational after the Crisis: Results of 2011”. ccsi.columbia.edu/files/2013/10/Russia_2013.pdf.
  35. http://topforeignstocks.com/2014/09/16/the-worlds-top-100-non-financial-tncs-ranked-by-foreign-assets/.
  36. Ibid.
  37. Ibid.
  38. IMEiMO e Vale Columbia Center, “Global Expansion of Russian Multinational after the Crisis: Results of 2011”. ccsi.columbia.edu/files/2013/10/Russia_2013.pdf.
  39. http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2012/07/focus-1.
  40. Gli asset tottali della LUKOIL nel 2011 erano di 84 miliardi di dollari. Si veda http://www.forbes.com/lists/2012/18/global2000_2011.html.
  41. unctad.org/en/PublicationsLibrary/webdiaeia2013d6_en.pdf.
  42. http://www.voanews.com/content/sanctions-hit-russia-looks-to-africa-to-boost-arms-tech-sales/2709611.html.
  43. cidpnsi.ca/Canadian-mining-investments-in-latin-america/.
  44. http://www.parl.gc.ca/Content/LOP/ResearchPublications/2014-49-3.html; cidpnsi.ca/Canadian-foreign-direct-investment-abroad/.
  45. Le aziende australiane che si occupano di risorse nel 2014 hanno operato in oltre 1.000 progetti in 30 nazioni africane, e hanno scoperto minerali per circa 650 miliardi di dollari nel continente nei cinque anni precedenti (www.abc.net.au/news/2014-09-03/miner-look-to-africa-for-new-opportunities/5716934).
  46. Uno studio americano ha notato come delle attività estere possedute nel 2011 dalle principali multinazionali russe, oltre il 66 percento era in Europa e Asia Centrali, con il 28 percento nelle ex repubbliche dell’URSS. Si veda ccsi.columbia.edu/files/2013/10/Russia_2013.pdf.
  47. Uno studio del 2014, il quale cita i dati della Banca centrale russa, sostiene che delle attività estere russe totali del 2012, 1.241,4 miliardi di dollari, solo 50,4 miliardi di dollari (4,1 percento) si trovavano negli stati della CSI. Si veda  http://www.kier.kyoto-u.ac.jp/DP/DP899.pdf. Questi dati, tuttavia, non prendono in considerazione il “fattore Cipro”.
  48. Si veda Rosstat, http://www.gks.ru/bgd/regl/b12_13/Isswww.exe/Stg/d5/24-24.htm.
  49. A.V. Buzgalin, A.I. Kolganov e O.V. Barashkova, “Rossiya: novaya imperialisticheskaya derzhava?” manoscritto non pubblicato, 2015.
  50. Gli acquisti russi di asset della CSI, per il 2005-2010, documentati da Buzgalin, Kolganov e Barashkova (op. cit.), valgono complessivamente meno di 12 miliardi.
  51. State Statistics Committee of Ukraine, citato in http://www.e-finanse.com/artykuly_eng/276.pdf.
  52. Si veda  lenta.ru/articles/2014/09/04/property.
  53. Dati tratti da Stockholm International Peace Research Institute (books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf).
  54. Nel caso della Russia, il moltiplicatore applicato al PIL nominale in dollari USA per ottenere il PIL a parità di potere d’acquisto e di 2.0 (FMI, Banca Mondiale).
  55. http://www.themoscowtimes.com/article.php?id=526366.
  56. SIPRI International arms transfers 2014 (books.sipri.org/files/FSSIPRI1503.pdf). Almeno il 60 percento delle vendite di armi russe in questi anni sono state a soli tre paesi, India, Cina e Algeria.
  57. http://www.themoscowtimes.com/business/article/russian-arms-exports-hit-13-billion-in-2014/513553.html.
  58. www.sipri.org/reseaarch/armaments/production/recent-trends-in-arms-industry/The SIPRI Top 100 2013.pdf.
  59. people.defensenews.com/top-100/.
  60. http://www.kyivpost.com/content/ukraine/worlds-4th-largest-arms-exporter-in-2012-according-to-sipri-321878.html?flavour=full.
  61. La sociologia borghese nordamericana, che nega o mette in discussione il concetto di classe operaia, occulta la struttura di classe del capitalismo avanzato classificando molti lavoratori salariati come “classe media”. Ma se si considera la reale condizione di numerosi di un alto numero di questi lavoratori, spessi dipendenti dal supporto del welfare, tale classificazione appare in tutta la sua assurdità.
  62. Dati elaborati per questo studio da Anna Ochkina della Penza State Pedagogical University, sulla base dei dati e delle indagini sui bilanci familiari forniti da Rosstat. Email personale del 16 agosto 2015.
  63. Dati elaborati da Anna Ochkina sulla base di fonti statistiche russe.
  64. Si veda www.oecd.org/edu/Russian Federation_EAG2013 Country Note.pdf.
  65. http://www.oecd.org/sti/inno/46665671.pdf,consultato il  7 Febbraio 2016.
  66. https://go8.edu.au/sites/default/files/docs/publications/policy_note_government_research_funding_in_2014_in_selected_countries_final.pdf, accessed 7 Feb 2016.
  67. http://www.infoplease.com/world/statistics/life-expectancy-country.html, consultato il  7 Febbraio 2016 
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Comments   

#1 Mario Galati 2017-06-04 15:55
Speriamo di leggere sempre più articoli di questo livello e tenore, e meno scempiaggini sulla fine del lavoro.
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