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Renzi: sotto il vestito niente

di Leonardo Mazzei

Dicono che Renzi abbia tenuto un "discorso programmatico". Lo dicono, ma nessuno sa dire cos'abbia detto. Neppure quelli che al Senato c'erano. Dunque: sotto il vestito niente. Stupore? No, dopo il discorsetto del siluramento di Letta tenuto al cospetto della direzione piddina niente può più stupire.

La sensazione è quella di una banda assetata di potere, che giunta al traguardo ancor prima del previsto adesso non sa bene cosa fare. Se questa è l'ultima carta del regime oligarchico che incatena l'Italia alla gabbia europea, allora questo regime è veramente alla frutta.

Ma cos'è davvero il renzismo? A giudicare dal discorso di ieri è il nulla circondato dal niente. Un fritto misto di frasi fatte, luoghi comuni, retorica di basso livello. Il tutto nella solita cornice iper-liberista, ma un liberismo scopiazzato, di seconda mano, logorato dal tempo e dall'esperienza della crisi. Sulla quale nulla si sa dire. Anzi, ad ascoltarlo sembra quasi che la crisi sia arrivata per caso, al massimo per responsabilità della burocrazia e di una politica troppo vecchia. Una lettura da scuola elementare, verrebbe da dire, visto che Renzi ha voluto farsi bello con qualche frase innocua sull'istruzione.

Se è ancora presto per dire cosa sia esattamente, assai più facile è capire da dove arriva il renzismo.

Il processo di americanizzazione (e dunque spettacolarizzazione e personalizzazione) della politica qui ci doveva condurre. Altro che berlusconismo come "anomalia"! Se il Buffone di Arcore non sarebbe mai potuto emergere senza la legge maggioritaria, il suo pari-grado fiorentino è il figlio legittimo e naturale dell'idiozia delle primarie.

L'emersione di un simile soggetto ci parla dunque, ed in modo assai chiaro, del curioso corpaccione che l'ha prodotto. Il compagno Preve lo definiva come una specie di serpentone metamorfico, il Pci-Pds-Ds-Pd, un aggregato di potere alla perenne ricerca di un "nuovo" in grado di perpetuare i livelli di potere raggiunti, anche grazie alla cancellazione di ogni memoria storica sulle proprie origini.

Non che fosse già iscritto in qualche congiunzione astrale, ma guardando ai passaggi salienti di questo processo come stupirsi dell'esito attuale? Prendiamola da lontano, limitandoci ai leader. Il primo fu Occhetto, passato alla storia per aver fornito a Segni le firme che non avrebbe mai raccolto da solo per affossare il proporzionale. Il secondo fu D'Alema, colui che andò al governo giusto perché c'era da bombardare la Jugoslavia. Tralasciando la mesta figura di Fassino (che comunque sta anch'egli con Renzi) il terzo fu Veltroni, quello delle figurine Panini. Che è poi lo stesso Veltroni che si vantò di candidare una ventisettenne proprio in virtù della sua acclarata inesperienza. Inesperta, ma raccomandatissima, come
ha raccontato Odifreddi in un gustoso articoletto, la ventisettenne è ora diventata ministro: una perfetta icona del renzismo, non c'è che dire.

Ma se alla fine il Pd ha partorito Renzi, la responsabilità maggiore ce l'ha il gruppo dirigente dalemiano (con Bersani segretario) che l'ha preceduto alla guida del partito. Un gruppo dirigente ben felice di mettersi al servizio delle oligarchie finanziarie. Un gruppo dirigente che è stato il maggior sostenitore del governo del Dracula Monti, che si è contrapposto al berlusconismo solo come campione del rigore europeista, che non ha saputo neppure gestire l'elezione del Presidente della Repubblica e che infine ha dato il via libera alle "larghe intese" con l'odiato Cavaliere. Un gruppo dirigente che non ha saputo neppure regolamentare le primarie, aprendo così la strada ad una specie di "Papa straniero", un avventuriero senza scrupoli che si è fatto forte solo per la dabbennaggine altrui.

Poco importa, ai fini di questo ragionamento, andare a vedere quali sono i "poteri forti" che stanno sponsorizzando Renzi. Quali volete che siano? Sono quelli altrettanto spregiudicati, quelli che possono permettersi di scommettere sull'ex sindaco di Firenze perché sanno di poterlo eventualmente mollare al momento che si rendesse necessario.

La cosa più interessante è però un'altra. Ed è che in fondo tutti i maggiori centri di potere sperano in Renzi. Magari non lo amano, spesso anzi lo detestano, considerandolo in fondo un dilettante allo sbaraglio. E tuttavia sono tutti costretti a sperare in lui. Perché dopo il barzellettiere, dopo il salvatore della patria, dopo il tessitore della tela di Penelope delle "larghe intese", cosa potrebbero mai inventarsi se anche lo sbruffone fiorentino dovesse fallire?

Ecco il vero punto di forza di Renzi: non solo la debolezza dei competitors politici, ma anche lo sbando, che non sottolineeremo mai abbastanza, dell'intera classe dirigente italiana. Uno sbando che ha prodotto Renzi, di una classe dominante che a Renzi deve per forza aggrapparsi.

E' per questo che il segretario del Pd può permettersi tanta arroganza. Ma fino a quando? Se torniamo al discorso tenuto al Senato c'è un nodo che verrà al pettine assai rapidamente. E' il nodo dei vincoli europei, che Renzi finge di non vedere, ma che a Bruxelles gli spiegheranno assai presto. Sull'Europa il neo-premier è tornato perfino indietro rispetto al dibattito politico precedente. Al ragionamento ha preferito uno slogan, quello degli "Stati Uniti d'Europa". Ed all'analisi della crisi dell'eurozona ha preferito l'insulsa retorica sull'europeismo alla Spinelli.

Sul programma Renzi ha detto davvero poco, ma anche quel poco - ad esempio sulla questione del "cuneo fiscale" - appare del tutto incompatibile con il vincolo del 3%, che forse vorrebbe sforare confidando sul fatto che l'Europa possa chiudere per una volta entrambi gli occhi. Speranza assai infantile, perfettamente nella natura del personaggio, ma che ben difficilmente si realizzerà. Ridicola dunque la scelta di non dir niente sulle coperture finanziarie della misura prospettata. Un metodo questo che ricorda quello del suo vero ispiratore, quel Berlusconi che l'ex sindaco ha rimesso in campo a tutti gli effetti.

Sul "cuneo fiscale", la pittoresca vaghezza del nuovo capo del governo ha raggiunto l'acme. Forse non sapeva neppure esattamente di cosa stava parlando, come il suo vice Delrio a proposito dei Bot. Sta di fatto che ha annunciato trionfante una riduzione a "doppia cifra", dunque da 10 a 99. Ma doppia cifra in percentuale o in miliardi? Come riferisce il Corriere della Sera questa mattina, qualcuno a Palazzo Chigi ha precisato che si tratta di miliardi e che non saranno neppure 10 bensì 7/8. Di questi, 5 dovrebbero andare ai lavoratori, per una riduzione fiscale mensile di circa 27 euro.

Vedremo più avanti, ma sembra proprio che la montagna abbia partorito il più classico dei topolini. Giunto al dunque, il Renzi che alle primarie diceva di voler "mettere" 100 euro nelle buste paga dei lavoratori è già sceso ai più miti consigli dettati dai guardiani dell'euro. Quelli che gli hanno messo (via Napolitano) Padoan al Ministero dell'Economia.

Ora molti si chiedono chi sia questo Padoan. E chi volete che sia! E' solo uno delle centinaia di appartenenti alla casta sacerdotale trans-nazionale che amministra la religione del tempo: quella liberista e mercatista. Eccezion fatta per i dati somatici, costoro sono in un certo senso tutti uguali. Parlano la stessa lingua, adoperano lo stesso gergo, sono transitati dagli stessi centri del potere finanziario, hanno ricoperto le stesse cariche negli stessi organismi internazionali (Fmi, Bm, Ocse, Bce, eccetera). E sono tutti addestrati per andare a dettar legge nei rispettivi governi nazionali, quando la "causa" - quella dell'oligarchia alla quale di fatto appartengono - lo richiede.

Nel caso italiano i precedenti di Monti e Saccomanni sono più che sufficienti. E Padoan è uno di loro. Di costoro si sa già cosa diranno. Del resto hanno passato una vita in giro per il mondo a dire sempre le stesse cose: "ci vuole più mercato", "bisogna liberalizzare", ma anche "privatizzare per dare efficienza", i "conti vanno tenuti in ordine", dunque bisogna "tagliare le spese", eccetera, eccetera. E se la loro politica si rivela un disastro, come nell'Europa reale della crisi infinita, avanti un altro della stessa pasta (e della stessa setta) a dirci che non si è liberalizzato, privatizzato e tagliato abbastanza. E davvero non si capisce a cosa serva una laurea e tanti studi universitari per ripetere come un disco rotto questi dogmi smentiti dai fatti.

Se Padoan è il guardiano di turno, Renzi sarà il ciarliero imbonitore dell'ennesimo governicchio di un paese di fatto commissariato da Bruxelles. Quanto possa durare questo giro di giostra non lo possiamo sapere. L'ex sindaco sa che i parlamentari non vogliono andare a casa troppo presto, e conta quindi di poter andare avanti con i loro voti. Voti non convinti, dunque, ma necessari al mantenimento del loro privilegiato "posto di lavoro".

Dalla tragedia alla farsa a volte il passo è breve, e nell'odierna situazione italiana anche il futuro "occupazionale" delle pecore ladre che pascolano nelle istituzioni è un fattore da tenere ben presente. E, tuttavia, proprio perché la situazione sociale è drammatica, Renzi sta scherzando col fuoco.

Il suo è l'azzardo del dilettante. E' alla guida di una maggioranza malferma, condizionata da un pezzo della coalizione elettorale avversaria. Un coacervo che rappresenta sì e no - lo vedremo alle prossime elezioni europee - il 40% degli elettori. Certo, può contare sulla "non opposizione" di Forza Italia, ma questo appoggio esterno vi sarà solo fino a quando converrà al Cavaliere. Una convenienza che verrà a mancare tanto prima, quanto prima la popolarità di Renzi inizierà a scemare.

Se i tempi non sono facilmente ipotizzabili è dunque invece prevedibile che Renzi andrà a sbattere. E con lui l'intero Pd, vista anche l'infima qualità delle altre componenti interne. Da quella che con Cuperlo ha steso per prima il tappeto rosso che ha condotto lo sbruffone a Palazzo Chigi, a quella civatiana del "vorrei ma non posso". E' possibile, a modesto avviso di chi scrive perfino probabile, che con Renzi avrà fine anche il curioso serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd. Bene, quando avverrà, se avverrà, non saremo certo noi a rimpiangerlo.

Il renzismo è dunque assai più debole di quel che sembra, ma questo non significa che non possa fare danni. Anzi, è certo che li farà. E cercherà di farli alla svelta, in primo luogo sul lavoro e sulla legge elettorale. La fretta del neo-premier è figlia della consapevolezza di una certa popolarità che potrebbe però consumarsi alla svelta. Per questo è urgente che si manifesti da subito un'opposizione politica e sociale in grado di mettere immediatamente in difficoltà l'arrogante emulo del Cavaliere.

Ci riusciremo? Solo i fatti ce lo diranno, ma non bisogna essere pessimisti. Renzi è arrivato là dove voleva arrivare in poco tempo. Ma forse è arrivato comunque in ritardo, perché dopo sei anni di crisi anche gli imbonitori non hanno più l'audience di un tempo. Il problema non è dunque tanto nella forza di Renzi, quanto nella debolezza del campo che dovrebbe opporsi al suo governo. Un campo che deve organizzarsi, ma che - il 9 dicembre l'ha dimostrato - può contare ormai sulla disponibilità a battersi di una consistente fetta di popolo.

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