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paroleecose 

Ideali di democrazia

Sulle trasformazioni recenti della politica

di Mauro Piras

david giuramento pallacordaI

La lotta politica, almeno nelle cosiddette democrazie occidentali, sembra avvenire solo contro degli usurpatori. Gli avversari vengono dipinti come una degenerazione di qualcosa, una forma corrotta della politica democratica, che ne tradisce radicalmente i principi e, soprattutto, non ha la dignità di un vero progetto ideale, ma o sollecita forze irrazionali delle masse o è semplicemente al servizio del dominio sociale ed economico. Così, per esempio, qualsiasi politica di gestione moderata dell’economia viene etichettata come “neoliberista”, asservita a imperativi sistemici economico-finanziari; oppure viene ricondotta alla pura autoconservazione di una classe dirigente ormai oligarchica; all’estremo opposto, qualsiasi voto popolare che metta in crisi partiti di establishment viene liquidato sbrigativamente come “populismo”, voto di pancia che sollecita i peggiori umori delle masse; ogni voto che rovescia o diserta partiti tradizionali diventa genericamente “voto di protesta”; e ogni appello diretto al consenso popolare, contro l’irrigidimento della rappresentanza formale, è “demagogia”. E così via, in un gioco noioso e prevedibile per cui l’avversario viene sempre ridotto a un fantoccio antidemocratico.

Ma la democrazia non può funzionare con una simile rappresentazione degli avversari politici. Per ragioni sia di principio che funzionali. Per ragioni di principio: i cittadini di una democrazia liberale dovrebbero riconoscersi come liberi e eguali, tuttavia negare dignità alle ragioni dell’avversario, nel dibattito politico, significa rifiutare questo riconoscimento. Ma soprattutto per ragioni funzionali e, per così dire, di strategia elettorale: dal momento che, nel bene e nel male, il potere si fonda sulla legittimazione tramite il voto, non capire le ragioni dell’avversario, e ridurlo sempre a una macchietta, impedisce a un partito di recuperare voti nell’elettorato degli avversari. Probabilmente, questa sorta di “inconsistenza ideale” della lotta politica è dovuta alla fine dei confronti ideologici forti. I due modelli rivali che hanno egemonizzato il conflitto politico nel Novecento, liberalismo e socialismo (in tutte le loro varianti), nonostante la durezza dello scontro, e l’uso di un linguaggio denigratorio nei confronti dell’avversario, conoscevano e riconoscevano reciprocamente i rispettivi progetti ideologici generali, e li prendevano sul serio: i liberali sostenitori del capitalismo sapevano che dall’altra parte c’era un altro modello di società, un progetto politico forte, non riducibile a dilettantismo o inconsapevolezza, e lo combattevano in quanto tale; e lo stesso avveniva per i socialisti. Adesso, invece, molto spesso si sottovaluta la dignità ideologica, culturale, di progettualità politica, dell’avversario, e così la vita politica si imballa, gli elettori sono disorientati, o polarizzati in modo del tutto irrazionale (e questo anche nei confronti del “nemico esterno” delle democrazie liberali, l’integralismo islamico).

La politica democratica avrebbe tutto da guadagnare dal recuperare una prospettiva più sostanziale. I movimenti che la stanno trasformando potrebbero diventare più chiari, generare meno paura, e rendere possibili nuove mediazioni politiche, se si accettasse di portare alla luce i progetti ideali di democrazia sottesi alla diverse posizioni in campo. Faccio qui una proposta di mappatura, molto impressionistica, che cerchi di operare questo cambio di prospettiva. I quadri generali che tenterò di delineare non corrispondono ai “programmi dei partiti”, né alle linee politiche dei loro dirigenti, ma a degli “stati dell’opinione”: si tratta di idee generali sottese a certe posizioni politiche, condivise da ampie parti dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti; sottolineo che si tratta di “idee generali”, cioè ideali di democrazia, diverse sue interpretazioni intorno alle quali i cittadini si dividono. Fare questo sforzo di “riportare all’ideale”, alla visione generale, serve a capire che tutte queste posizioni sono dentro la tradizione democratica, per quanto con letture molto diverse, e non ne sono invece degenerazioni o fuoriuscite. Le posizioni delle forze politiche in campo, come vedremo, corrispondono in parte a queste visioni, ma altre volte le fondono e le sovrappongono, in maniera imprevedibile, a seconda delle circostanze politiche specifiche.

Se guardiamo al panorama politico attuale, si possono individuare quattro di queste interpretazioni della democrazia: 1) la democrazia nazionale e/o identitaria; 2) la democrazia partecipativa e sociale; 3) la democrazia rappresentativa liberal-conservatrice; 4) la democrazia rappresentativa progressista. Li elenco e li analizzo in questo ordine, strettamente alfabetico, per evitare di imporre subito a questa categorizzazione la distinzione destra-sinistra, che rischia di leggere alcune posizioni come “derivazioni” o peggio “degenerazioni” di altre. L’ordine alfabetico permette di parlare di ogni posizione per se stessa; inoltre ognuna è definita come una interpretazione della democrazia, radicata nella sua storia. Ogni posizione verrà esposta a partire da due metri di analisi: la sua concezione della constituency democratica, cioè la sua idea dei fondamenti di legittimazione della democrazia, con le conseguenze politiche che ne discendono; il suo rapporto con il capitalismo, cioè la sua idea di società nell’ambito dei rapporti economico-sociali.

 

La democrazia nazionale e/o identitaria

La base di questa posizione è una idea del demos in termini di appartenenza storica e culturale, di tradizione. Il “popolo” che si esprime nelle istituzioni democratiche è una comunità costituita da una storia, da una lingua, da una tradizione culturale, da un ethos condiviso (spesso la nazione, ma a volte anche comunità più ristrette, locali). I confini della democrazia sono quelli che demarcano questa comunità da chi non gli appartiene, da chi è esterno a essa perché appartiene a un’altra storia e a un’altra identità. Il fine delle istituzioni democratiche è sì quello di rappresentare la volontà popolare, ma di rappresentarla in quanto espressione di questo popolo, e quindi di questa identità. Il bene a cui esse devono tendere è la promozione di questa identità, senza la quale la democrazia sarebbe svuotata. Eguaglianza e libertà, i due pilastri ideali della democrazia moderna, sono interpretate dentro questa cornice: i confini del demos delimitano allo stesso tempo i limiti di chi viene considerato eguale nei diritti di cittadinanza e i limiti dello spazio delle libertà individuali. La preservazione dell’identità storica della comunità fonda e guida l’azione politica, definendo un “primato” di chi vi appartiene rispetto a chi ne è esterno. Lo Stato, in questa concezione della democrazia, è “forte”, si colloca nella tradizione europea della “sovranità” e dello Stato-Nazione: non riconosce la superiorità giuridica di organizzazioni internazionali o associazioni di Stati (come l’Unione Europea), né accetta l’universalismo dei diritti e il cosmopolitismo, ma interpreta la scena internazionale come il luogo dell’affermazione e dello scontro delle identità particolari dei popoli.

Di conseguenza, sul piano della politica economica, questa posizione rifiuta la globalizzazione come processo di integrazione economica transnazionale. Non rifiuta il capitalismo come sistema sociale, non vede cioè in esso la radice dei mali sociali, ma rifiuta la globalizzazione come campo uniforme di scontro tra privati, che non tiene conto delle identità dei popoli. Il mercato globale diventa invece il luogo dove scontrarsi per affermare e tutelare il bene della propria collettività. La politica economica quindi non è anticapitalista e antiglobalista in senso proprio, ma è protezionista in senso molto lato. Tende cioè a creare le condizioni per favorire il benessere degli appartenenti al demos. Sul piano internazionale, si può servire certo della tradizionale politica doganale, ma anche di accordi di libero scambio, quando questi sono vantaggiosi e mirati; sul piano interno, vale il principio “prima i nostri”, nella redistribuzione delle risorse (sussidi, servizi ecc.), nella politica fiscale, negli incentivi ecc.

 

La democrazia partecipativa e sociale

Per questa concezione, il soggetto fondativo e legittimante della democrazia è costituito dai cittadini che partecipano alla deliberazione pubblica. La democrazia non è, come per il primo modello, il regime che dà voce a una collettività storica, ma è quello che assicura l’identità tra governati e governanti tramite la partecipazione e la deliberazione collettive. Alla radice si trova l’idea della democrazia diretta: libertà è partecipare al processo decisionale. Nel contesto delle società complesse, la libertà diventa l’attivismo dei militanti, cioè di una minoranza mobilitata che sottopone costantemente a controllo l’operato dei “delegati” e impone un mandato imperativo sull’azione di governo. L’impossibilità di convocare in assemblea la totalità dei cittadini viene aggirata con i mezzi della comunicazione informatica e i social media, ma soprattutto con i presìdi garantiti da manifestazioni, riunioni, gruppi di discussione ecc. L’obbiettivo di questa visione politica è quello di riportare la sovranità popolare alla sua radice, rovesciando la rigidità dei sistemi rappresentativi, la chiusura delle classi politiche e dirigenti ecc.

La parola d’ordine quindi è realizzare l’eguaglianza promessa dalla democrazia, realizzare cioè un’eguaglianza che superi quella formale dei regimi rappresentativi, diventando sostanziale, sia politica che sociale. La prima viene realizzata attraverso forme inedite di democrazia più o meno diretta. La seconda è il fine dell’azione politica: intervenire a favore dei ceti più deboli, operando una redistribuzione delle risorse e limitando le forze disgregatrici del mercato. Lo stato sociale deve essere riattivato contro le forze cieche del capitalismo.

Sul piano della politica economica anche questa posizione è antiglobalista, ma per ragioni di equità sociale, non per ragioni identitarie. La globalizzazione è la scena dello sfruttamento planetario dei lavoratori, il campo livellante che mette tutti i lavoratori in concorrenza e così li indebolisce di fronte al capitale. Per questa ragione, la democrazia partecipativa e sociale è anticapitalista, non solo antiglobalista: individua nel mercato strutturato dalla logica del profitto la causa essenziale del dominio sociale e dell’ingiustizia, e un potenziale pericolo per la democrazia. Il suo obbiettivo è portare la società fuori dalle dinamiche di mercato, generando invece partiche solidaristiche tramite la partecipazione, la redistribuzione delle risorse, l’autogestione economica in piccole comunità, la riduzione della domanda indotta dal mercato (la “decrescita”), l’attenzione alla cura dell’ambiente sociale e naturale. Gli strumenti concreti di questa politica, economica e non solo, non si limitano a quelli tradizionali dello Stato (imposte, accordi economici, incentivi ecc.) ma si collocano sul piano, più basso, dell’interazione sociale: consumo consapevole, finanza etica ecc.

 

La democrazia rappresentativa liberal-conservatrice

Qui, il popolo che fonda la legittimazione democratica è formato da individui eguali e liberi che mirano a realizzare i propri fini egoistici e a tutelare, primariamente, la loro sfera di libertà privata. La volontà popolare si esprime non nella promozione dell’identità storica collettiva, come nel primo caso, né nella partecipazione pubblica, come nel secondo, ma nella rappresentanza politica, nella delega del momento deliberativo a rappresentanti che hanno il compito di mediare tra interessi e punti di vista. Il principio-guida fondamentale è la libertà detta “negativa”: questo implica una concezione “leggera” dello Stato, un primato della società civile e quindi della libertà economica. La società intesa come sfera dei conflitti tra egoismi contrapposti si identifica in larga parte con il mercato, e di conseguenza questa prospettiva sostiene e promuove il capitalismo come orizzonte sociale. La libertà prevale sull’eguaglianza, che viene realizzata solo sul piano formale. O meglio: l’idea di eguaglianza è declinata a partire dalla eguale libertà di soggetti indipendenti, quindi non implica né il multiculturalismo né l’eguaglianza sociale. La teoria è quella della “gara dei talenti”: vinca il migliore, una volta che sono garantite le condizioni di eguaglianza alla partenza. Le scelte culturali e le posizioni sociali cadono nella sfera privata, e i conflitti che ne derivano non sono mediati dalla politica.

Nella politica economica, questa posizione sostiene, ovviamente, il capitalismo di mercato e la globalizzazione, seguendo la tradizione settecentesca del libero-commercio portatore di benessere economico, progresso e civilizzazione dei costumi. Sostiene le politiche economiche “neoliberiste”, tese a favorire il funzionamento del mercato, tramite la riduzione della spesa pubblica, il controllo dell’inflazione, lo stimolo agli investimenti tramite l’offerta (cioè il miglioramento delle condizioni di mercato) e non tramite la domanda, gli accordi internazionali di libero-scambio, la libera circolazione di tutti i fattori di produzione (capitale e lavoro), la riduzione dei vincoli sul mercato del lavoro ecc. Nel complesso, punta più all’efficienza economica che all’equità, fiduciosa negli effetti di crescita del benessere e di redistribuzione promossi “naturalmente” dal mercato. Le diseguaglianze create dalla crescita dei profitti non sono un problema, se questa crescita genera benessere. La globalizzazione è così l’occasione della crescita e dello sviluppo anche per società molto arretrate, non è il luogo del conflitto tra popoli per le risorse né la fonte dello sfruttamento planetario della forza-lavoro.

 

La democrazia rappresentativa progressista

Anche in questa prospettiva, ovviamente, la legittimità democratica si fonda su una concezione del popolo come associazione di individui liberi e eguali, la cui volontà deliberativa è espressa da un corpo rappresentativo. Anche qui, ovviamente, le libertà individuali hanno un ruolo costitutivo: la democrazia non è possibile se non tutela anche i diritti di libertà. Tra i due principi fondativi, tuttavia, viene sottolineata maggiormente l’eguaglianza. O meglio: l’idea di eguaglianza è intesa non solo come eguale libertà, ma come eguali possibilità di realizzare il proprio progetto di vita. Al di sotto dell’eguaglianza formale dei diritti, questa posizione cerca di perseguire, nel contesto di una democrazia liberale e di una società di mercato, una maggiore eguaglianza sostanziale sul terreno sia culturale che sociale. Ecco perché fa proprie le lotte per i diritti civili, la difesa degli spazi della diversità culturale e la difesa dei diritti sociali nel mondo del lavoro. Questi ambiti vengono di solito relegati nella sfera del privato dalla teoria liberal-conservatrice, mentre la posizione progressista li concepisce come pubblici perché attraversati da rapporti di dominio. Tutto questo però avviene senza abbandonare la prospettiva dell’economia di mercato, nella convinzione che una società civile autonoma dal potere politico è garantita da un sistema economico che non è assorbito dallo Stato. Questa prospettiva, nel complesso, si autocomprende come uno sviluppo del liberalismo e della democrazia nel senso dell’eguaglianza sociale.

Sul piano della politica economica, quindi, questa posizione non è antiglobalista, né ostile al capitalismo di mercato. Promuove istituzioni internazionali e sovranazionali che medino i conflitti politici ed economici a livello globale. Cerca di trovare il punto di equilibrio tra efficienza ed equità, o meglio di porre dei vincoli di equità alle esigenze dell’efficienza economica. Riconosce nella crescita del benessere un presupposto delle politiche di giustizia sociale, e quindi cerca di limitare le forze distruttrici del capitalismo senza ostacolare la riproduzione del profitto. Riconosce anche, in una certa misura, gli effetti redistributivi resi possibili dall’efficienza del mercato. Per queste ragioni, si muove su linee di politica economica non sempre identiche: a volte cerca di favorire la promozione degli investimenti con la spesa pubblica, altre volte cerca di correggere gli squilibri dei conti pubblici; cerca di stimolare la domanda senza rompere gli equilibri finanziari, oppure di favorire l’offerta con incentivi, o con la liberazione dei fattori produttivi. Cerca di pensare nuove forme di regolazione del mercato del lavoro e di welfare che tengano conto dei limiti imposti dal mercato globale e dal ridimensionamento del potere di intervento dello Stato sull’economia.

 

II

È una facile tentazione ricondurre queste quattro posizioni alla dicotomia destra-sinistra, secondo un schema diffuso nel dibattito pubblico: “destra antisistema” – “destra di sistema” – “sinistra di sistema” – “sinistra antisistema”. Questo modello porta poi alla dicotomia che sta diventando dominante in questi ultimi tempi: globalisti vs antiglobalisti (europeisti vs antieuropeisti), establishment vs antisistema, per poi ricadere nelle contrapposizioni delegittimanti ricordate all’inizio: democrazia vs populismo, oppure, in senso inverso, capitalismo finanziario vs democrazia. Si ritorna alla semplificazione iniziale e se ne trae poco vantaggio.

È più utile invece cercare di tracciare la genesi di queste quattro posizioni, per vedere come in esse si disperdano promesse politiche prima tenute insieme da forze ideologiche e politiche più ampie. E poi vedere come questi “progetti ideali” si rapportino alle reali forze politiche in campo, che non sempre li rispecchiano.

All’origine, certo, si trova la dicotomia che ha dominato il Novecento: liberalismo vs socialismo. Per spiegare la situazione attuale, bisogna riferirsi al secondo Novecento e alle varianti riformiste del socialismo, nonché a quelle più o meno keynesiane del liberalismo. La crisi di entrambe è stata determinata dalla ristrutturazione del capitalismo globale a partire almeno dalla fine degli anni Settanta, e dal rafforzamento dei meccanismi di interdipendenza economica globale (la “globalizzazione”).

Sul piano della politica economica, il rallentamento dei tassi di crescita nei paesi ricchi e l’indebolimento del potere dello Stato hanno comportato una crisi di entrambi i modelli. La sinistra socialista di governo si è trovata ad adottare, prima con convinzione, poi sotto i colpi della crisi finanziaria, politiche “neoliberiste”, fondate sulla riduzione dei disavanzi e sul rigore di bilancio, e sulla priorità di rendere competitivi la produzione e il mercato del lavoro a fronte della concorrenza internazionale. Questo cambio di paradigma li ha portati, soprattutto dopo la crisi economica, a perdere voti, non più però in direzione della sinistra “rivoluzionaria” (diciamo verso i suoi eredi, i partiti di sinistra “non governativa”), sempre più residuale, ma prevalentemente verso le destre che proponevano un’idea di “democrazia nazionale” ancorata a un ruolo forte dello Stato, oppure verso nuove forme di protesta antisistema, di tipo partecipativo e sociale, fondate sui movimenti. La crisi dello Stato nella gestione dei processi economici ha fatto esplodere la dicotomia tradizionale, che presupponeva come un dato di fatto la capacità di assumere quel ruolo. Il passaggio da una gestione dell’economia di “state embedded markets” a una, all’opposto, di “market embedded states” ha reso impossibile il compromesso socialdemocratico di sviluppo e redistribuzione. Ma ha fatto saltare anche la variante liberale della politica economica: quest’ultima aveva assunto come suo verbo la svolta “neoliberista”, in nome della crescita del benessere e della competitività, ma questa svolta ha portato al disastro della crisi finanziaria e produttiva successiva al 2008, perdendo credito anche nell’elettorato di destra. Che a questo punto ha preferito rivolgersi a un’idea di democrazia nazionale, tendenzialmente antiglobalista (“sovranista”, come si dice). Sul terreno economico, i due elettorati delusi di sinistra e di destra convergono ampiamente su questo punto.

Sul piano delle politiche “culturali”, dei diritti e della difesa delle identità storiche, la destra liberal-conservatrice classica ha sempre cercato un compromesso tra la difesa della tradizione e i principi dell’individualismo, tutelando le identità storiche pur nel quadro liberale. Tuttavia, tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila la spinta prevalente, sia in Occidente che fuori, come reazione alle patologie della modernità, è stata quella di un rafforzamento radicale delle identità particolari, fossero esse nazionali, religiose o locali. La destra liberale ha iniziato a ospitare in sé questa spinta (si pensi ai “neoconservatori” di Bush jr) ma a un certo punto è stata scavalcata da varianti che hanno proposto queste concezioni identitarie “allo stato puro”. Ovviamente, lo scontro con il terrorismo islamico ha estremizzato questa tendenza, nella contrapposizione tra “noi” e “loro”: solo una democrazia nazionale forte, convinta dei propri valori, fondata su uno stato forte, può proteggerci dall’attacco del terrorismo islamico, e preservare i rapporti sociali tradizionali dalla corrosione della globalizzazione. In questo schema mentale hanno perso terreno sia la destra liberale moderata, incapace di rispondere così nettamente a queste esigenze, sia la sinistra socialista di goerno, che ha tradito le sue promesse di giustizia sociale e non sa come proteggere i “nostri” dagli attacchi del terrorismo.

La fuga degli elettori dai “partiti tradizionali” (cioè destre liberal-conservatrici e sinistre socialiste di governo) è andata a depositarsi verso due nuove forme politiche, la democrazia nazionale e identitaria e la democrazia partecipativa e sociale. Ovviamente, non sono così nuove, dal momento che fin dalla nascita della modernità politica (Rivoluzione francese) queste tendenze sono emerse dal suo interno, o come reazione a essa: la democrazia diretta dei sanculotti, o il nazionalismo romantico di inizio Ottocento. Sono però nuove nel quadro post-novecentesco, per diverse ragioni: l’egemonia che esercitava il modello liberalismo vs socialismo che aveva come corollari, all’esterno del sistema, le destre nazionaliste antimoderne (cioè fasciste) e le sinistre anticapitaliste rivoluzionarie; il carattere non rivoluzionario del modello partecipativo e sociale; il carattere non eversivo dell’idea di democrazia nazionale; lo svuotamento della tradizione socialista, che ha reso indipendente la variante democrazia rappresentativa progressista.

Insomma, il quadro è molto più complicato. Soprattutto, la novità rispetto al Novecento (e soprattutto rispetto alla crisi delle democrazie tra le due guerre, spesso evocata, e agli strascichi di quella crisi nel secondo dopoguerra) è che le varianti non liberali e non rappresentative si riconoscono nelle istituzioni democratiche, per quanto con principi e metodi diversi. È un errore continuare a pensare che l’idea di democrazia nazionale sia semplicemente erede del fascismo, e che l’idea di democrazia partecipativa e sociale sia semplicemente la rinascita di un ideale rivoluzionario o di democrazia diretta ostile alle istituzioni dello stato di diritto rappresentativo.

Se si seguono le evoluzioni delle forze reali, questo emerge ancora meglio.

Nelle ultime elezioni presidenziali francesi le quattro tendenze si sono viste quasi allo stato puro. La vecchia destra neofascista ha ormai assunto i tratti della democrazia nazionale, altrimenti non avrebbe avuto una forte legittimazione elettorale non solo con l’ottimo risultato al primo turno, ma soprattutto superando la soglia delle percentuali residuali al secondo turno; Mélenchon ha raccolto al meglio le istanze della democrazia partecipativa e sociale (emersa nei movimenti contro la “Loi Travail”, per esempio), innestandole in una tradizione di sinistra che in Francia ha sempre avuto una ascendenza giacobina e sanculotta; Fillon ha saputo mantenere forte la proposta della democrazia rappresentativa liberal-conservatrice; Macron si è collocato in maniera esplicita nella linea della democrazia rappresentativa progressista che non si richiama più al socialismo, ma ha vinto anche grazie alla sua ambiguità, che lo ha spostato più marcatamente al centro. Come vedremo, in questo gioco di quattro possibilità, vince chi riesce a porsi a cavallo di due di esse, con una buona dose di ambiguità politica.

In Spagna, “Podemos” rappresenta al meglio la posizione partecipativa e sociale, senza mescolanza, ha capitalizzato bene la crisi dei partiti tradizionali, ma non al punto di riuscire a prendere la guida del governo. La destra conservatrice più tradizionale, il PP, è riuscita invece a prevalere elettoralmente grazie al fatto che comprende in sé gli elementi più tradizionalisti del franchismo, contenendo così la spinta verso una nuova destra nazionalista. I socialisti pagano cara la loro compromissione con le politiche di governo, e si rilanciano, per ora solo a livello di candidature, con una svolta verso posizioni più sociali e “sovraniste” (Sánchez). Una parte di un’idea di cittadinanza “centrista” è espressa da un’altra nuova formazione politica, “Ciudadanos”.

In Gran Bretagna, i conservatori pro-Brexit hanno messo in evidenza la presenza di due posizioni nella destra, spaccandola e intercettando l’opposizione sociale ai disagi della globalizzazione, nonché il timore nei confronti del terrorismo globale; Theresa May conduce la sua campagna elettorale cavalcando senza timore temi sociali “di sinistra”, in chiave di appartenenza nazionale (“prima gli inglesi”). Corbyn capitalizza le delusioni del Labour “liberista”, ma il partito è di fatto diviso. Nei due partiti si vede quindi, attraverso le divisioni interne, la presenza di tutte e quattro le posizioni, intrecciate e sovrapposte.

La Germania è il paese che conserva al meglio il bipolarismo tradizionale. L’area di centrodestra, sotto la guida della Merkel, cresce e si rafforza, contenendo ai suoi margini, secondo il tradizionale schema novecentesco, le destre xenofobe e razziste. Dall’altro lato, l’SPD, nonostante le illusioni dell’“effetto Schulz”, manifesta le difficoltà tipiche dei socialisti europei, per quanto in modo meno grave, perdendo consensi non solo a sinistra, ma anche a destra, verso la CDU. Bisognerà chiedersi allora se il tenace successo di questo partito non derivi dal fatto che anch’esso, da tempo, ha fatto una svolta verso la “democrazia nazionale identitaria”, per quanto con toni più morbidi e meno appariscenti, sovrapponendola alla sua identità liberal-conservatrice. A sinistra dell’SPD non si forma una forza di nuovo tipo, cresce ma poco la tradizionale Linke.

Gli Stati Uniti, ovviamente, hanno un schema di gioco diverso, poiché non provengono dalla contrapposizione liberalismo vs socialismo, ma da quella repubblicani vs democratici, che si leggeva tradizionalmente come conservazione vs progressismo. Il campo conservatore si è scisso e ha fatto nascere dal suo seno una forma nuova, che è l’incarnazione più evidente dell’idea di “democrazia nazionale”, con Trump. Le evoluzioni, in parte imprevedibili, della sua politica interna ed estera stanno mostrando però che non è affatto la “destra xenofoba e razzista”, cioè una minaccia per la democrazia, ma una variante della democrazia. Che tra l’altro, per quanto esaltatrice dell’identità nazionale e del potere economico dello stato (“sovranista”), non è cosi antiglobalista come sembrava. Nel campo democratico, l’idea di democrazia rappresentativa progressista resiste, ma indebolita, per i troppi cedimenti al liberismo, e per l’incapacità di intercettare le nuove forze sociali. I movimenti di contestazione “antisistema” come “Occupy Wall Street” sono la radice ideale di ogni partito di tipo partecipativo e sociale, ma non trovano sbocco istituzionale nel sistema politico statunitense.

Infine, l’Italia, che come la Francia è un laboratorio molto interessante, per ragioni diverse. Il M5S ha avuto negli ultimi anni una grande crescita elettorale perché, con una certa ambiguità, in parte consapevole in parte no, fa convergere in sé tanto le istanze della democrazia sociale e partecipativa (terreno su cui è nato l’attivismo di Grillo) sia quelle della democrazia nazionale (terreno da cui provengono alcuni dei suoi militanti e dirigenti, e su cui il movimento è molto presente). Quest’ultima radice chiarisce le prese di posizione su temi quali l’immigrazione o i diritti delle coppie omosessuali; la prima, invece, spiega la forza della lotta contro un establishment politico irrigidito e a volte oligarchico (si vedano le importanti vittorie elettorali di Torino e Roma). Entrambe, però sono accomunate dall’opposizione alle politiche “neoliberiste” e dal rilancio di politiche economiche “sovraniste”: tramite questo aspetto le due radici si rafforzano a vicenda, innestandosi sul tema tutto italiano della lotta alla corruzione e alla “casta”, e rendono possibile il grande successo del M5S, al di là delle sue difficoltà di governo delle città.

Il PD cerca di incarnare il passaggio alla democrazia rappresentativa progressista, e in questo ha avuto inizialmente qualche successo, giocando su una certa ambiguità centrista, come fa ora Macron in Francia. Tuttavia, questo passaggio è culturalmente debole, e incerto politicamente, perché in Italia non c’è mai stata una sinistra socialista di governo, né sono bastate le due (in realtà una e mezza) tardive esperienze del centrosinistra prodiano a costituirla. Il PD renziano fa fatica a scegliere chiaramente l’idea progressista e europeista (nella reale pratica politica), tende a volte a inseguire il M5S sul terreno della lotta alla “casta”, o su quello della democrazia nazionale. Trae vantaggio però dalla crisi del centrodestra liberal-conservatore.

In quest’area, il berlusconismo ha cercato di rispondere in modo molto originale (molto “italiano”) alla crisi politica ed economica degli anni Novanta, fondendo liberismo, modernizzazione economica, destra conservatrice tradizionale e spinte nazionaliste, insieme però anche a tendenze corporative e clientelari. Questa mescolanza precaria di elementi così eterogenei, se ha permesso di vincere all’inizio, è saltata sotto i fallimenti politici e la crisi economica finanziaria del 2008: molti elementi sono finiti verso il M5S, una parte verso la Lega (che ha saputo incarnare al meglio l’opzione della democrazia identitaria), una parte anche verso il PD. Forza Italia si è ridotto così a rappresentare la tradizionale destra liberal-conservatrice, in una posizione debole e sulla difensiva, come in altri paesi.

Il quadro, ovviamente, è in movimento, e le forze politiche reali incarnano in modo vario e imprevedibile le tendenze di fondo, in funzione di esigenze elettorali, tradizioni politiche e abitudini dell’elettorato. Ma è sempre stato così, si pensi all’eterogeneità degli interessi e dei gruppi sociali rappresentati dalla DC, o anche dal PCI, se confrontati con le loro “posizioni ideali”. Queste costituiscono però le linee direttive secondo le quali si orienta l’opinione pubblica: all’epoca erano date dalla contrapposizione di fondo tra liberalismo e socialismo, con ai margini le forze realmente antisistema: neofascismi e comunismi rivoluzionari. Adesso, la novità è che tra le opzioni ideali nessuna è realmente antisistema. Tutte si riconoscono nella democrazia, nessuna ha come progetto finale il rovesciamento radicale o addirittura violento del sistema sociale e politico. Le varianti non liberale e non rappresentative della democrazia (quelle che nel dibattito pubblico vengono contrapposte ai “partiti tradizionali”) sono due opzioni che vi si riconoscono, che non sono un pericolo per essa. Questo gli elettori, con più lungimiranza delle classi dirigenti, lo sentono, e votano per queste opzioni (come fanno da molto tempo con la Lega in Italia) non “per protesta”, “per abbattere il sistema”, “per (solo) disagio sociale”, ma perché trovano in esse delle risposte. Queste risposte vanno riconosciute, non vanno ridotte a dei fantocci privi di senso politico (“demagogia”, “populismo”). Solo in questo modo anche le forze che invece credono ancora nel progetto di una democrazia rappresentativa, con tutte le sue debolezze, possono evitare a loro volta di ridursi alla difesa ideologica del dominio delle classi dirigenti, cioè, di nuovo, un fantoccio politico.

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