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sinistra

Coi maranza. Visti da vicino il 24 Ottobre 2026 in piazza

di ALGAMICA*

roma maranzaÈ ormai svelato il trucchetto dietro la pagina anomima « Movimento 17 ottobre » che ha tenuto in ansia giornali, questure, prefetture e governo in vista della giornata del 24 ottobre. Ieri abbiamo chiacchierato a lungo con delle ragazze minorenni prima che arrivasse l’onda giovanile a fine corteo dei cosiddetti antimperialisti sovranisti, che avevano indetto una manifestazione per « l’Italia fuori dalla guerra » con un comunicato che chiariva anche « l’obiettivo di tenere i maranza fuori dalla piazza ».

Queste ragazze stavano in diverse chat telegram dove rimbalzavano i possibili luoghi della protesta giovanile. Ma erano tutte piazze già note. Un tam tam che scorre su internet che esprime e raccoglie una necessità di mobilitarsi, rilanciando “news” e “fake news”. Così mentre stavamo lì abbiamo guardato insieme i possibili luoghi indicati sulle mappe, scartandole tutte decidendo di restare in quel fiacco fine corteo, sperando che forse ci trovavamo nel luogo più ovvio – tra la fine di Via Cavour e Largo Corrado Ricci. Dietro a queste mobilitazioni non c’era e non c’è una regia, non c’era e non c’è una rete organica. Non vi è un coordinamento per come lo immaginiamo noi prendendo spunto dalle forme del passato. Il movimento studentesco con le grandi assemblee nelle Università, dove si coagulano differenti tendenze politiche ideologiche, che poi se trovano la quadra scendono in piazza unitariamente, oppure in concorrenza tra loro. La sigla Movimento 17 ottobre non è un collettivo, un coordinamento, sarebbe come a dire che negli USA esiste il movimento degli spiderman antifascisti, ma si tratta solo di ragazzi che seguono un meme vestendosi così, un volto mascherato semplicemente colorato. Un giovane forse arabo o forse palestinese che per caso ha ideato un qualcosa che ha gettato in apprensione Prefetture e Questure. Ora si vantano di aver smantellato una rete, una organizzazione che in realtà non è mai esistita. Poi abbiamo saputo che il governo, la prefettura e i media hanno trovato un capro espiatorio, guarda caso un trentenne di origini marocchine, indicato come responsabile di tutte le malefatte, la mente a capo delle rivolte giovanili di questi giorni. La notizia rimbalzava proprio mentre eravamo in strada e ovviamente le varie chat informali dei giovani ne davano notizia.

Nessuno è rimasto sconvolto, tantomeno disorientato. Tant’è che alla fine come un muro d’acqua che irrompe da diversi argini abbiamo visto arrivare da Via Cavour e da Via degli Annibaldi la fitta onda della protesta giovanile. Compatta, solida, qualche bandiera, italiana e palestinese, nessuno striscione. Ha preso possesso della manifestazione che non li voleva, stravolgendo la giornata con la loro energia, imponendo un corteo non autorizzato che ha sfilato tra Palatino, Esquilino, Viminale e il limitare del colle Quirinale fino a tarda serata

Stando con la prima fila dei ragazzi e delle ragazze, fino a quando alla fine di piazza Esedra li abbiamo salutati, è risultato chiaro ed evidente che non ci sono assemblee di movimento dove si votano mozioni e si prendono decisioni. Sono comitive di giovani studenti, gruppi di affinità e le discussioni le fanno in strada, nei cortili delle scuole, nei parchetti di quartiere e nelle piazze dei cortei. Sono stormi di uccelli che anche quando si dividono si ricompongono. Non convocano “Piazze”, ma si stanno andando a prendere quelle già convocate, attraversandole e facendole proprie, stravolgendole e imponendo il loro punto di vista non a chiacchiere ma con i fatti. Non c’è una strategia di piazza che è già decisa e già studiata. Valutano il da farsi di volta in volta. Siamo nell’imbuto tra il Palatino e il Celio e un triplo cordone di celere ci si profila davanti, che si fa? Si comprende che si è in un cul di sacco e si tratta di uscire tutti dall’imbuto. Uno stormo scende sul Colosseo ed entriamo dentro, chi resta su, mima di raggiungerci e poi torna su, oppure da giù si consiglia il contro ordine di rimanere lì. Chi sta sotto gira tutto intorno l’antico anfiteatro gridando slogan contro il turismo e va a ricomporsi. È un fluido organico fatto di tanti pezzi mossi da una necessità comune che diviene volontà di ritrovarsi insieme come un unico corpo. Così dopo la confusione del Colosseo dove tutti, inclusa la polizia, si era nel caos dell’improvvisazione, prevale la necessità e la volontà della ricomposizione di un unico corteo. E così si risale per via Labicana. Le guardie a quel punto, con tanto di mezzi in fondo alla scarpata della curva a fine Colosseo, sono costrette a una rincorsa per mettersi di nuovo alla testa e a distanza di sicurezza. Tra l’onda e i blindati della celere fermi all’incrocio con via Merulana ci sono ormai una cinquantina di metri. Si fa cordone, si sta tutti stretti e serrati in migliaia. Si è parte di uno stormo, la vibrazione del battito delle ali orienta chi sta dietro muovendosi sincroni e ravvicinati.

Il blocco della polizia non si muove, ma ha ovviamente l’ordine dall’alto di non caricare se non in caso di grave urgenza. Tutto sommato è anche preoccupata e pure abbastanza confusa. I volti dei giovani si fanno duri e più truci. Non appena la polizia fa quei dieci metri indietro immaginando che si volesse tirare dritti verso San Giovanni attraverso viale Manzoni, all’unisono ci mettiamo a correre deviando su via Merulana per risalire l’Esquilino. Lì per lì le guardie non sanno se caricare per disperdere la deviazione inaspettata. Vola qualche fumogeno e ci si ferma a mucchio appena svoltato l’angolo. È ovvio se la polizia avesse caricato lì sarebbe stata circondata su due lati. Così i cordoni della celere fanno dietro front e con i blindati corrono verso viale Manzoni per raggiungere velocemente l’Esquilino passando per piazza Vittorio e per fermarsi a Santa Maria Maggiore dove ci hanno aspettato con un nuovo blocco. Un lungo stormo fitto si snoda per Via Merulana. Arrivati all’ultimo semaforo, dopo il teatro Brancaccio, abbiamo guardato indietro e la coda è ancora a inizio Via Merulana. Ci sono ragazzine che urlano “al Parlamento, al Parlamento, vogliamo andare al Parlamento”. Chi grida uno slogan verso chi guarda dalle finestre dal sapore nuovo e indicativo « Noi non siamo la Cgil », e ci siam detto: « non ricalcano, perché non è più possibile le forme storiche del movimento dei lavoratori ».

Lo stormo serra di nuovo i ranghi e avanza piano fino a quei venti metri che ci separano dalla polizia. La polizia è in assetto di carica, dietro i loro mezzi – cannoni ad acqua – c’è Santa Maria Maggiore. Non sembrano intenzionati a muoversi. Che si fa? Strategie, buon senso, discussioni tattiche, battibecchi, incertezze e preoccupazioni svaniscono in meno di centoventi secondi: una ragazzina delle medie superiori si mette a gridare forte « a regà guardate quanti siamo, siamo più di loro, che problema c’è? Andiamo a Termini e distruggiamo tutto, chi è d’accordo con me alzi la mano ». Senza che l’improvvisata votazione e consultazione avvenisse, una decisione unanime è presa e si avanza. Una lezione di democrazia che non si basa sul voto dei singoli ma sulla necessità superiore che diviene volontà e una voce a caso che parla per tutti a darle corpo. Non ci sono linee politiche tra giovani affiliati a questo o a quel gruppo o collettivo politico. La decisione è presa ci avviciniamo a dieci metri gridando alla polizia che ci deve lasciar passare sollecitando la loro ritirata da Santa Maria Maggiore.

Diciamo a una ragazza: « ci piace il vostro modo di intendere la democrazia, basta dire chi è con me alzi la mano e senza che nessuno si esprima la decisione è presa ». Lei ride e aggiunge: « io non mi sono espressa, ma funziona così, è giusto così ».

La polizia a quel punto immagina che si sarebbe passati intorno alla basilica e per risalire via Cavour. Invece no, quando lentamente la testa stava per completare la rotatoria, improvvisamente e di corsa si cambia direzione imboccando via Gioberti e puntare la stazione Termini dal lato di via Giolitti. Via Gioberti e quel tratto di via Giolitti, in particolar modo il sabato sera, è luogo di ritrovo e di passeggio degli immigrati. Via Gioberti e quel tratto di via Giolitti, in particolar modo il sabato sera, è luogo di ritrovo e di passeggio degli immigrati. Oltre alle bancarelle, ci sono piccoli spacci, rosticcerie etniche e poi un hub per il parcheggio dei rider immigrati. Ci sorridono, ci stringono le mani, ci salutano. Chi nero, chi marroncino, chi bengalino, chi indiano, chi asiatico, chi latino americano.

Stringono il pugno felici e gridano con noi. Arriviamo a Termini. La stazione è sigillata dalla cancellata. Rimarrà chiusa per oltre un’ora, così come la fermate della metro. L’indomani si leggerà che parecchi viaggiatori sono rimasti bloccati all’interno della stazione per quasi due ore. Il blocco poliziesco è costretto a fare dietro front per l’ennesima volta. Lasciamo le prime file, salutiamo parte di quei ragazzi e ragazze con i quali abbiamo serrato le fila e torniamo indietro. Facciamo appendere il cartello con su scritto « Bismillah: dalla parte dei maranza » a un cartello stradale.

Lo stormo è ancora consistente e compatto. Nostra impressione: si tratta di una forza di un moto che non definisce una strategia a priori, ma che la trova e la definisce nel mentre, attraversando le circostanze.

A seguire la coda dello stormo non c’è traccia di polizia, ma solo una misera macchina della municipale che segue da lontanissimo per capire quando si potrà riaprire il traffico alla normalità. Dei buffoni e cialtroni del primo pomeriggio non rimane che un vago ricordo.

Per questi giovani il risultato politico non sta nei numeri, o in una manifestazione che crea consenso attraverso le adesioni formali. Non valutano una carica e la repressione come negativa perchè allontana le persone dalle piazze per timore di essere menati o arrestati. Non fanno ragionamenti sulle “strumentalizzazioni” dei giornali. Lo dicono chiaro e tondo: « ci state bloccando il futuro, allora noi blocchiamo la città ». Il risultato politico per loro è quanto a lungo si riesce in questo obiettivo, senza ricorrere a alcuna mediazione. Una carica della polizia, un danno collaterale messo nel conto.

 

Tutto è tempo

C’è un aspetto storico e teorico di estremo interesse, in queste mobilitazioni, dal punto di vista del determinismo storico: quello della differenza tra una fase pre-rivoluzionaria di natura integrativa da una di natura dissolutiva.

Facciamo solo dei brevi accenni rispetto a una questione teorica che va ripresa e approfondita a un livello diverso. Ben sapendo che è un linguaggio che non può riguardare vecchi bacucchi delle passate generazioni, senza che ci facciamo illusioni, e spieghiamo il perché.

Noi non neghiamo che sia giusto discutere di programma, di organizzazione, di comitati ecc. ma li collochiamo in una fase storica rivoluzionaria sì, ma di natura integrativa, ovvero per partecipare nella complementarietà di un modo di produzione quale oggi in dissoluzione.

Ora, le organizzazioni si sviluppano sulla base di interessi delle categorie che il modo di produzione capitalistico ha sviluppato man mano, dal suo sorgere fino ad oggi. Ciò vale per tutte le categorie tanto in alto quanto in basso. Sicché fanno ridere quanti pretendono di organizzare le classi oppresse e sfruttate in modo autonomo e indipendente, o – peggio che andar di notte – in direzione della marxiana « classe per sé », cioè « per la rivoluzione ».

A leggere certe cose dell’ultimo secolo c’è da diventare scemi: il povero Lenin veramente doveva impazzire per le troppe contraddizioni di cui cercava una via di uscita senza riuscirvi e si impastoiava continuamente, poi morì in tempo per non fare una brutta fine.

Ribadiamo perciò la tesi: le mobilitazioni di questa fase rappresentano « la forza di un moto che non definisce una strategia a priori, ma che la trova e la definisce nel mentre, attraversando le circostanze ».

Si tratta di una tesi fondamentale che differenzia una pre-rivoluzione nella fase integrativa di un modo di produzione nel suo tumultuoso sviluppo da quella della sua fase dissolutiva. Nessuno sa cosa potrà accadere con la fine del moto-modo di produzione capitalistico, e chiunque prova a ipotizzarlo non può che dire scemenze. E le nuove generazioni ne hanno consapevolezza di questo, più di quanto noi possiamo (presuntuosamente) immaginare. Una “strategia” la puoi sviluppare sulla base di una forza organizzata, verso un obiettivo tangibile, che per te lo è.

Tanto per non essere astratti: per Lenin era fondamentale passare attraverso «l’Assemblea costituente », c’era stata cento anni prima in Francia durante la rivoluzione francese, dunque un “esempio” da seguire. Poi alla luce di nuovi fatti anziché valorizzare una propria proposta la scioglie.

Su cosa dovrebbe sviluppare, in termini programmatici oggi il movimento che si incomincia a sprigionare? « SOLO CONTRO », come pensava giustamente di Rosa Luxemburg. E nonostante la sua straordinaria altezza, da vera aquila reale, non riuscì a capire, però, il perché dello scioglimento dell’Assemblea costituente da parte del governo composto dai bolscevichi e dalla sinistra dei Socialisti rivoluzionari.

Noi dobbiamo fare tesoro dell’esperienza storica. Noi stiamo coi maranza e con Youssef Siher, senza dubbio alcuno, e chi si fa venire i mal di pancia si facesse vedere da un medico. Il vero punto in questione è che è in atto una rivoluzione mondiale contro il modo di produzione capitalistico non in quanto modello – attenzione bene, per sostituirlo con un altro – ma in quanto tempo storico, perché « non ci dà futuro ». Una rivoluzione produce tante cose, solo i fessi immaginano personaggi e movimenti puri secondo i propri desideri, come dio che crea l’uomo a sua immagine e somiglianza.

Se certi militanti avessero studiato la rivoluzione russa e avessero dato uno sguardo a cosa erano i bolscevichi o i socialisti rivoluzionari prima, durante e dopo la rivoluzione, avrebbero risparmiato di dire tante stupidaggini.

Capire questa cosa è veramente complicata. Un conto è una critica valoriale a un modo di produzione che è espressione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, tutt’altra cosa vuol dire « non abbiamo futuro » come tendono a dire le nuove generazioni. Dunque tutte le rivoluzioni degli ultimi cinquecento anni erano di natura integrativa, nazionali o meno, tendenti cioè a essere integrati nello scambio, nel commercio, nel diritto ecc. Mentre quella attuale si configura come una rivoluzione dissolutiva e dunque assolutamente priva di progettualità e di ideologia. Diventerà cosciente? Certamente, ma solo strada facendo.

Qual è l’assurdo al quale stiamo assistendo di fronte al nuovo che avanza? Il fatto che i difensori delle leggi del modo di produzione capitalistico – di destra, di centro e di “sinistra” – che la storia sta finalmente ponendo sul banco degli imputati – ebbene lor signori si ergono, “scandalizzati” a pubblici ministeri per qualche vetrina rotta, proprio quando le nuove generazioni percepiscono una tendenza verso una deriva catastrofica di natura ambientale e sociale.

Sicché risultano oltremodo ridicoli quelli che da “sinistra” leggono i fatti di questo periodo come la storia che si ripete meccanicisticamente: “1848, 1968, 2026/28”. Poveri disgraziati, o peggio ancora di quelli che accostano – per il livello di “violenza” delle mobilitazioni di questo periodo alla Resistenza filo americana in Italia contro il nazismo e il fascismo.  

Ecco, noi guardiamo avanti fiduciosi del fatto che le nuove generazioni percepiscono il pericolo e incominciano un percorso in difesa del loro futuro e non potranno prendere lezioni da chi nel corso della storia precedente si batteva per integrarsi.


* Alessio Galluppi e Michele Castaldo
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