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marxismoggi

La riscrittura dei fatti e la realtà della storia

A proposito della mozione votata a Bruxelles

di Alexander Höbel

La Battaglia di Berlino min1. La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come "criminali" comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato.

Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all'aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.

Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l'inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l'Anschluss tedesco dell'Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti?

Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov)[1], preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica.

Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker[2], la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere?

Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l'art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l'art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l'intento anche anti-russo dell'operazione. Grave ancora l'art. 17, che con evidente compiacimento "ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti", come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci?

In generale, il senso di questo squallido documento è l'equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”.

 

2. C’è poi un altro aspetto della risoluzione, che pure è molto grave e contrasta con le acquisizioni più recenti di gran parte della storiografia: ossia il considerare il comunismo novecentesco come un Moloch totalitario, schiacciandolo completamente sul concetto di “stalinismo” e identificandolo con esso: un procedimento su cui già Togliatti aveva riflettuto criticamente, a partire dalla celebre Intervista a Nuovi Argomenti. Nel 1964, all’apice della sua riflessione critica, il leader del Pci ribadì che a un dato momento nella vita dell’Urss si era prodotta “non soltanto una deformazione – una degenerazione, abbiamo detto noi – del potere, ma l’assenza di una qualsiasi forma di potere e di controllo democratico”. E tuttavia – aggiungeva – dalle denunce dei guasti prodotti occorreva risalire agli “errori politici” che ne furono alla base e alle “cause di questi errori”, per capire meglio e “non consentire ai nostri avversari di buttare nell’informe calderone del cosiddetto ‘stalinismo’ tutti i momenti positivi della storia del primo Stato proletario”[3].

Il Segretario del Pci, dunque, sottoponeva a una critica severa aspetti rilevanti della direzione staliniana, ma ovviamente rifiutava i giudizi liquidatori dell’intera esperienza sovietica, collocando la stessa politica di Stalin nel quadro dello scontro mortale che si svolse nel mondo in quegli anni, nel quale l’Urss e il movimento comunista internazionale svolsero un ruolo fondamentale nella lotta contro i fascismi, dalla guerra di Spagna alla Resistenza.

Proprio a partire dai drammi di cui era stato testimone in Unione Sovietica[4], peraltro, oltre che dall’esperienza spagnola e dalla svolta dei fronti popolari, e naturalmente sulla base dell’elaborazione di Gramsci, Togliatti impresse al Pci – a partire dalla “politica di Salerno” del 1944 – una impostazione nuova, che legava strettamente democrazia e socialismo, delineando quella “via italiana” fondata su “riforme di struttura” e “democrazia progressiva”[5] che sfociò in primo luogo nella lotta per l’Assemblea costituente e nel contributo decisivo fornito dai comunisti alla stesura della Costituzione repubblicana[6], quindi nelle lotte per la difesa e l’ampliamento della democrazia, e che nel 1956 venne organicamente definita[7]. Tale linea sarà poi portata avanti dai suoi successori, da Luigi Longo a Enrico Berlinguer, che proprio sul tema della democrazia come via del socialismo, inscindibile da esso, concentrò la sua elaborazione[8]. Vi è dunque un grande patrimonio di elaborazione e di prassi politica (che peraltro non riguarda solo l’Italia: si pensi all’esperimento di Allende in Cile, che vide alleati socialisti e comunisti e fu stroncato nel sangue dal golpe made in Usa), che non si può cancellare con una mozione e che al contrario ha ancora tanto da offrire di fronte alla crisi sistemica di un capitalismo globale sempre più distruttivo.

Il caso del Pci e della via italiana al socialismo è inoltre l’esempio più clamoroso di quanto sia scorretto e storicamente sbagliato presentare il comunismo novecentesco come un fenomeno a una sola dimensione, quella appunto “totalitaria”. È, quest’ultima, una concezione da Libro nero del comunismo, non a caso il volume maggiormente sponsorizzato e diffuso da quel Berlusconi che un tempo era il nemico giurato di tanti che hanno votato la mozione del Parlamento europeo. La storiografia più avvertita perla ormai da tempo del comunismo come fenomeno complesso ed eterogeneo, se non addirittura di “comunismi” al plurale[9]: una interpretazione che rende giustizia alla realtà storica e che appare lontana anni luce da un documento come quello votato a Bruxelles, che rappresenta un testo sbagliato e strumentale, da respingere al mittente e contro il quale sensibilizzare tutta l’opinione pubblica democratica e antifascista. Questo vale soprattutto nel nostro paese, in cui l’attacco alla storia dei comunisti rischia di essere funzionale a nuove offensive contro la Costituzione repubblicana, mentre proprio la Carta costituzionale continua a rappresentare una formidabile leva per la trasformazione e il progresso sociale.


Note
[1] Cfr. M.J. Carley, 1939, l'alleanza che non si fece e l'origine della Seconda guerra mondiale, Napoli, La Città del Sole, 2009. Sulla politica di Litvinov, cfr. S. Pons, Stalin e a guerra inevitabile, Torino, Einaudi, 1995.
[2] E. Honecker, Autodifesa, Napoli, Laboratorio politico.
[3] P. Togliatti, Per l’unità del movimento operaio e comunista internazionale, rapporto alla sessione di CC e CCC del PCI del 21-23 aprile 1964, in Il Partito comunista italiano e il movimento operaio internazionale 1956-1968, a cura di R. Bonchio, P. Bufalini, L. Gruppi, A. Natta, Roma, Editori Riuniti, 1968, p. 214.
[4] Si veda il dialogo col dirigente comunista tedesco Ernst Fischer riportato in A. Agosti, Palmiro Togliatti, Torino, Utet, 1996, p. 219.
[5] P. Togliatti, La via italiana al socialismo, Roma, Editori Riuniti, 1964; D. Sassoon, Togliatti e il partito di massa. Il Pci dal 1944 al 1964, Roma, Castelvecchi, 2014 (nuova ed. di Togliatti e la via italiana al socialismo, Torino, Einaudi, 1980); A. Höbel, a cura di, Togliatti e la democrazia italiana, Roma, Editori Riuniti, 2017.
[6] P. Ciofi, G. Ferrara, G. Santomassimo, Togliatti il rivoluzionario costituente, Roma, Editori Riuniti, 2014.
[7] Cfr. P. Togliatti, Il 1956 e la via italiana al socialismo, a cura di A. Höbel, Roma, Editori Riuniti, 2016.
[8] Cfr. E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo. Antologia 1969-1984, a cura di P. Ciofi e G. Liguori, Roma, Editori Riuniti, 2014.
[9] M. Dreyfus et al., dirs., Le Siècle des communismes, Paris, Éditions de l’Atelier, 2000 (trad. it. Il secolo dei comunismi, Milano, Marco Tropea, 2000).
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Mario Galati
Sunday, 13 October 2019 17:24
Non so da dove è saltata fuori l'espressione: " se Hanna Arendt negava o sinistra che Tocqueville fosse liberale... ecc.". Io avevo scritto: "negava o dubitava". Scherzi del t9.
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Mario Galati
Sunday, 13 October 2019 17:12
A Fabio dico: se Hanna Arendt negava o sinistra che Tocqueville fosse liberale e applicava lo stesso criterio di giudizio a se stessa, mi permetto di negare affidabilità al suo giudizio.
Per MD mando un mio commento ad articolo di Eros Barone: "Immigrazione, gingoismo ed esercito industriale di riserva", pubblicato su questo sito.
Faccio questo perché ci vuole tempo e fatica per ribadire con una certa ricorrenza a chi non segue assiduamente questo sito opinioni già espresse.
Lo stesso accade per tutti gli altri argomenti storici e teorici presentati nei commenti precedenti.
"Hegel è un pensatore totalitario ("La verità è l'intero"). La realtà non è la semplice sommatoria di elementi, ma un complesso unitario, organico e coerente, in cui gli "elementi" sono in relazione tra loro e col tutto. La realtà come complesso di relazioni instabili è il nucleo della dialettica, per quello che ho capito.
La visione "pluralista" liberale che considera la società come una sommatoria di "individui" che entrano successivamente e volontariamente, contrattualmente, in relazione tra loro, non è che l'espressione della concezione "non totalitaria" dei liberali: le cose, gli individui, esistono in loro stesse come essenze preformate e poi, eventualmente, entrano in relazione tra loro, formando aggregati frutto di sommatoria. Il valore ideologico, illusorio e
vero nel contempo, di questa forma di legame sociale della società "atomisticamente disgregata", ce l'ha insegnato Marx. Il concetto marxista di individuo come complesso di relazioni sociali è estraneo al liberalismo.
Il concetto di totalità sociale è proprio di eminenti marxisti (Labriola, Gramsci, Lukàcs, ...).
Gramsci sostiene che ogni società tende a organizzarsi in modo totalitario intorno al suo principio informatore.
Quanto ciò sia vero lo constatiamo nella società capitalistica, che si organizza plasmando tutte le sfere della vita intorno al principio della merce e del suo "libero" scambio. Tutto ciò è ora anche teorizzato espressamente dalla dottrina ordoliberista. La nostra società "libera, aperta, non totalitaria, degli individui", manipolazione dell'informazione e propaganda a parte, è totalitaria sino al midollo. Il decantato suo "pluralismo" è proprio una manifestazione del suo totalitarismo fanatico.
Anche la futura società comunista si organizza necessariamente in modo totalitario intorno al suo principio informatore: non il libero scambio di merci ma la libera, e organizzata, associazione dei produttori coscienti, la sola che, superata la divisione in classi e la rigida divisione del lavoro classista, può formare individui onnilaterali, non
disgregati e monchi.
A una determinata totalitá sociale se ne sostituisce un'altra.
Secondo Gramsci, la classe rivoluzionaria deve essere portatrice di una autonoma e "integrale" concezione del mondo, il materialismo storico, che è concezione "autosufficiente" (proprio così: integrale e autosufficiente. I liberali pluralisti si scandalizzino pure per il totalitarismo, l'integralismo e il dogmatismo di Gramsci).
Il partito ha il compito di elevare la classe a questa concezione "integrale" e "autosufficiente", unitaria e coerente. Ciò soltanto esprime l'autonomia della classe rivoluzionaria e la emancipa dalla soggezione ideologica alle concezioni eclettiche, disgregate, incoerenti, pluraliste, che le classi subalterne formano e assorbono sotto l'influenza ideologica
delle classi dominanti (le quali, a modo loro, hanno una concezione unitaria e coerente funzionale all'assetto di dominio). AGGIUNGO: "il partito politico: la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali" (Gramsci, Note sul Machiavelli. Invito a leggere le note sul Machiavelli in cui Gramsci tocca pure la questione dei partiti sedicenti totalitari, il partito fascista, e analizza la categoria del totalitarismo in questa sua accezione corrente e banale per quella che è dal punto di vista di un marxista. Invito a leggere Gramsci, che è di altra levatura e spessore rispetto a tanti autori citati).
Cosa ha a che fare tutto ciò con il concetto liberale, banal-liberale, di "totalitarismo" della "libertaria" (anarco-liberale? Cosa significa "libertaria"?) Hannah Arendt? È un concetto riduttivo e mistificante che si limita ad evidenziare l'irregimentazione di massa e l'intensa attività propagandistica in tutti i settori della vita sociale, con richiesta di dedizione individuale al regime, propria delle "dittature" del '900. Essa pretende di accomunare ignobilmente e
falsamente nazifascismo, tipica creatura della società e dell'ideologia liberale, e comunismo (prima solo nella versione "stalinista", poi il comunismo tout court), che ne è l'antitesi. In questa accezione solo politica, il concetto si cominciò ad usarlo negli anni '20, come dice Ermes, con riferimento ai "regimi reazionari di massa", i regimi fascisti (lo si trova anche in Togliatti).
Dopo la seconda guerra mondiale il termine viene mistificato, insieme alla storia e alla verità, nella categoria arendtiana come potente arma ideologica dell'ignobile propaganda anticomunista, per equiparare il comunismo al nazifascismo.
I liberali si sono appropriati di questa parola per la loro becera campagna anticomunista.
Svuotare una parola dell'avversario del suo senso e piegarla, mistificandola, al proprio fa parte della lotta di classe, sul piano ideologico. L'operazione si è dimostrata efficace, se è vero che tanti compagni, ignari o dimentichi del precedente significato, usano quella categoria nel senso voluto dagli avversari, assumendone l'ideologia veicolata.
L'altra forma della lotta ideologica sulla parola "totalitarismo" è di associarla all'organicismo e all'olismo. Per chi non fosse sufficientemente informato, comunico che per i liberali sono totalitari-organicisti-olisti Hegel, Rousseau, Marx.
Nessuno escluso.
La cosa curiosa è che, a mio parere, nulla è più organicista e olista, anti individuale, della dottrina liberale, la quale afferma il bene collettivo essere il risultato non cercato e non voluto delle utilitaristiche azioni individuali. Gli individui come strumenti inconsapevoli e ciechi del mercato. Questa sarebbe libertà.
In conclusione, se Hegel, Rousseau, Marx, Labriola, Gramsci, Lukàcs, erano "totalitari", può la becera e ignobile propaganda ideologica anticomunista e liberale privarmi della parola e del pensiero che essa contiene?".
Aggiungo, a mo' di risposta sul quesito perché antistalinista equivarrebbe ad anticomunista, ponendo un altro quesito: se il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti e il movimento comunista, dei lavoratori, novecentesco è stato largamente caratterizzato da Stalin, con tutti i successi, gli errori e i crimini, quale altro significato può avere essere antistalinisti oggi (particolarmente dopo l'esperienza storica dell'ultimo trentennio)?
O il comunismo è l'esperienza teorico dottrinale di Marcuse e dei marxisti (?) "occidentali"?
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Fabio
Sunday, 13 October 2019 02:46
“Non credo proprio di essere una liberale. Non direi che Tocqueville sia liberale, nemmeno Kant, nemmeno Aristotele. Mi servo dove posso; prendo ciò di cui ho bisogno da ognuno”.
( Hannah Arendt rispondendo a Roger Errera, che voleva lodarla riferendosi a lei come una liberale progressista )
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MD
Saturday, 12 October 2019 21:35
2 domande a Galati
a)quali sono le "insulsaggini", gli errori, gli argomenti sbagliati, di Hannah Arendt nella sua tesi del totalitarismo staliniano.?
b) perché antistalinista equivale a anticomunista ?
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Mario Galati
Saturday, 12 October 2019 17:58
Ulteriore P.S.: ritengo doveroso citare tra gli storici ignorati la valente e coraggiosa Annie Lacroix-Ritz, orgogliosamente ebrea e comunista.
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Mario Galati
Saturday, 12 October 2019 17:39
È proprio la categoria di "totalitarismo stalinista" l'insulsaggine teorica arendtiana. Ed esso è alla base di tutta la propaganda anticomunista della guerra fredda e odierna. È davvero sorprendente come, dopo lo sviluppo storico dell'ultimo trentennio, ancora si sia talmente ciechi da non rendersene conto.
Quella categoria, se uscisse dalla metafisica, potrebbe al massimo avere il valore di uno schema sociologico astratto, che nulla avrebbe a che vedere, non solo col marxismo, ma neppure con un serio pensiero filosofico o politico. Sociologia astratta, come le analisi su "violenze esterne e violenze interne" che connoterebbero, differenziandoli, hitlerismo e stalinismo. Differenze che in un basico ed elementare linguaggio, e modo di ragionare, marxista andrebbero ricondotte alla presenza della tendenza imperialista colonialistica del capitalismo, nella versione ultra aggressiva fascista; elemento assente in uno stato socialista. Non mi sembra un'analisi la semplice constatazione che il nazismo condusse aggressioni imperialistiche e l'URSS no, dileguandola in una categoria generalissima e astratta, "violenza esterna e violenza interna", che ottiene il risultato di nasconderne la natura storico-sociale e di classe.
Mi sembra che Hannah Arendt abbia poco a che fare con Marx, nonostante i "bellissimi scritti" dedicatigli. Mentre invece ha molto a che fare col liberalismo.
P.S. Di tutti gli anticomunisti citati, nessuno era comunista e la maggior parte nemmeno marxista. Non sarebbe facile concludere che l'antistalinismo fosse concreto anticomunismo surrettizio?
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Anna
Saturday, 12 October 2019 16:58
Per chi fosse interessato , H.Arendt nel ’53 dedica a Marx due bellissimi testi ( ora in Hannah Arendt, “Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale” ) dove, tra le altre cose, smonta proprio le accuse semplicistiche degli anticomunisti rivolte a Marx ; smonta cioè ogni riconduzione del totalitarismo “stalinista” al pensiero di Marx .
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Anna
Saturday, 12 October 2019 16:57
Quoting Anna:
Hannah Arendt non era “anti-comunista”. Era anti-stalinista. Come Simone Weil, Horkheimer, Marcuse, Simone de Beauvoir, Sartre, Merleau-Ponty, Foucault, Derrida e centinaia di altri filosofi e storici.

Per chi fosse interessato , H.Arendt nel ’53 dedica a Marx due bellissimi testi ( ora in Hannah Arendt, “Marx e la tradizione del pensiero politico occidenta le” ) dove, tra le altre cose, smonta proprio le accuse semplicistiche degli anticomunisti rivolte a Marx ; smonta cioè ogni riconduzione del totalitarismo “stalinista” al pensiero di Marx .
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Anna
Saturday, 12 October 2019 16:22
Hannah Arendt non era “anti-comunista”. Era anti-stalinista. Come Simone Weil, Horkheimer, Marcuse, Simone de Beauvoir, Sartre, Merleau-Ponty, Foucault, Derrida e centinaia di altri filosofi e storici.
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Anna
Saturday, 12 October 2019 12:25
Va bene Franco Bianco, però faccio fatica a seguirti .
In realtà H.Arendt , ne Le Origini del T. , rispetto Stalin ( al quale riserva relativamente poco spazio nell’ultima parte ) , si dedica molto di più alla critica del liberalismo nazionale inglese e francese. Lo fa per spiegare Auschwitz, per spiegare appunto dove originano antisemitismo, razzismo, nazionalismo, imperialismo coloniale, i lager ( invenzione inglese ) , la burocrazia, i massacri amministrativi, la trasformazione delle classi in masse, l’annichilimento dell’autonomia di pensiero, la riduzione dell’uomo a ingranaggio etc.etc.etc.
Insomma se vuoi citare H.Arendt per criticare Stalin, in realtà stai criticando a maggior ragione la Modernità Occidentale ( un po' sulla scorta di Horkheimer e Adorno, con Dialettica dell’Illuminismo, oppure di Marcuse, con L’uomo a una dimensione, o anche di Bauman, con Modernità e Olocausto, etc. )
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