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poliscritture

Sempre in coda al flusso reale, inconoscibile

di Gianfranco La Grassa

cerchio cromatico 2Questo saggio  fa lucidamente il punto, e in termini drastici rispetto ad alcune delle principali tradizioni di pensiero otto-novecentesche, su un tema, quello della realtà, che si è presentato spesso in numerosi post di Poliscritture riguardanti ora questioni di poesia ora di politica; come pure, in modi spesso personalissimi, nei commenti. La tesi di fondo mi pare riassunta in questo passaggio: «è meglio pensare ad una realtà assoluta, autonoma, indipendente da noi e a noi esterna, che tende continuamente a mettere sottosopra ogni nostra transitoria fissità». O in questo: «E’ invece assai più sensato supporre che siamo sempre alla coda del mutamento (casuale e non finalistico) di quel flusso che rappresenta la realtà». Da  questa posizione, alla quale La Grassa è giunto dopo un lungo percorso teorico-politico, discendono una serie di affermazioni che  rifiutano ormai apertamente   idee tuttora correnti di umanità, progresso, cooperazione, solidarietà, pace, utopia ( e magari ancora di comunismo), anche quelle appartenenti alle versioni più critiche (di matrice religiosa o marxiana). In primo piano viene riproposto il «conflitto» sociale e politico. Incessante e non finalizzato. E non più tra le «classi» ma tra individui e gruppi «conservatori e innovatori». (Meglio: soprattutto tra «élites conservatrici o innovatrici»). Conflitto, comunque, sempre condizionato dal «flusso squilibrante della realtà, inconoscibile per sua “essenza”».  Il suggerimento è di leggere più volte il saggio e di discuterne col massimo di intelligenza critica e, perché no, di passione politica. [E. A.]

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badialetringali

Quale cultura nella decadenza

Marino Badiale

800px Viejos comiendo sopaQuesto articolo parte dalla convinzione che la nostra organizzazione economica e sociale, ormai estesa all'intero pianeta, sia entrata in una fase di decadenza di civiltà, analoga a quella del tardo impero romano. Un indizio di questo declino è rappresentato dal convergere e dall'intrecciarsi di tre tipologie di crisi: la crisi economica dalla quale non sembra che si riesca ad uscire (tanto che alcuni autori mainstream parlano apertamente di “stagnazione secolare”), la crisi geopolitica dovuta al lento declino USA, la crisi ecologica della quale il cambiamento climatico è per il momento l'evidenza più forte. Non sono ovviamente in grado di fare previsioni sulla durata di questa fase di declino, né sulle forme culturali, sociali ed economiche che l'umanità si darà per superarla. È però facile pronosticare che essa comporterà sofferenze per grandi masse umane, e la perdita di valori civili e contenuti culturali. Temo che non sia possibile invertire questi sviluppi tendenziali. È però possibile un'azione politica e culturale che abbrevi il decorso della transizione e ne riduca le sofferenze e i danni. Una tale azione sarà opera di forze politiche e sociali che riescano, fra le altre cose, ad elaborare un discorso culturale che colga gli aspetti fondamentali dell'attuale situazione storica. In Italia un tale programma di “difesa civile” dovrà avere al proprio centro la Costituzione del 1948, quintessenza di quanto di meglio la storia recente del nostro paese abbia prodotto.

Occorre però aver chiaro un punto: produrre un discorso culturale adeguato a questi problemi sarà un compito difficilissimo, perché si tratterà di andare del tutto controcorrente.

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comuneinfo

Creare beni comuni

George Caffentzis e Silvia Federici

Ovunque gli spazi urbani vengono privatizzati, le strade commercializzate ed è proibito persino sdraiarsi su di una spiaggia senza pagare. I fiumi intanto vengono contenuti dalle dighe, le foreste disboscate, l’acqua imbottigliata e messa sul mercato, i sistemi di conoscenza tradizionali saccheggiati attraverso norme di proprietà intellettuale e le scuole trasformate in imprese volte al profitto. Ciò spiega perché l’idea dei beni comuni esercita una forte attrattiva sull’immaginario collettivo. Del resto, in ogni angolo del mondo gruppi di persone hanno cominciato a costruire insieme beni comuni: orti urbani, banche del tempo, gruppi di acquisto solidale, monete locali, licenze “creative commons”, pratiche di baratto, cucine popolari, esperienze di pesca comunitaria… Creare e difendere beni comuni è più di un argine contro gli assalti neoliberisti alle nostre vite. È la forma embrionale di un modo diverso di vivere, è il seme di una società oltre il mercato e lo stato. “Il nostro compito è comprendere come possiamo connettere queste diverse realtà – spiegano in questo splendido saggio George Caffentzis e Silvia Federici – E come possiamo assicurarci che i beni comuni che creiamo siano realmente trasformativi delle nostre relazioni sociali e non possano essere cooptati”

capitalismo noAbstract

Il documento mette a confronto la logica sottostante la produzione dei “beni comuni” con quella delle relazioni capitaliste e descrive le condizioni in base a cui i beni comuni divengono semi di una società oltre lo stato e il mercato. Mette anche in guardia rispetto al pericolo di cooptazione dei beni comuni per fornire forme di riproduzione a basso costo e analizza come poter prevenire tale esito.

 

Introduzione

I “beni comuni” stanno diventando una presenza costante nel linguaggio politico, economico e persino in campo edilizio, dei nostri tempi. Sinistra e destra, neoliberisti e neokeynesiani, conservatori e anarchici utilizzano il concetto nella loro propria accezione politica.

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manifesto

Il nemico non è più astratto

di Sandro Chignola

«La guerra d’aggressione come crimine internazionale»: è il libro uscito postumo di Carl Schmitt. Edito in Italia dal Mulino, nasce dal parere che il giurista scrisse su richiesta dell’industriale Flick, uno dei principali esponenti economici del regime nazista

berlino20ac5cc0db05Si dice che solo dal punto di vista di chi sia sconfitto sia dato comprendere i processi di lunga durata. Solo chi abbia perso tutto si volge all’onda che lo ha travolto cercando di scorgerne le profondità e di identificarne i ritmi e le correnti. Non è il respiro breve del vincitore, inebriato del presente della conquista, quello capace di confrontarsi con i tempi dilatati della storia. Reinhart Koselleck, la cui biografia annovera anni di prigionia in Urss dopo lo sbandamento della Wehrmacht, ha scritto pagine importanti a questo proposito.
Uno dei suoi maestri, Carl Schmitt, è nel 1945 uno di questi sconfitti assoluti. Da tempo in rotta con il nazismo, cui imputa di aver approfondito il solco tra legalità e legittimità per aver ridotto il diritto a «un’arma velenosa» nelle mani del Partito, preda di una quotidiantà estremamente difficile – non riceve da mesi lo stipendio, vive in una Berlino devastata dai bombardamenti, subisce un primo arresto da parte dei militari sovietici -, si definisce allora, non senza una certa auto accondiscendenza, «annientato e calpestato» come «lo sconfitto della guerra giusta degli altri». I suoi interessi teorici si sono spostati sul terreno del diritto internazionale. Da mesi sta portando avanti la stesura del Nomos della terra. Rimane comunque un grande professore di diritto.

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azioni parallele

Sulla ricezione italiana di Günther Anders

di Devis Colombo

32af69 bf0227a600d046f183dbb86af19c5416Gli stimoli, le critiche e le riflessioni filosofiche di Günther Anders1 (1902-1992) sulla natura contingente dell’uomo, sulla perdita dell’esperienza, sulla società tecnologica e consumistica contemporanea, espresse in un insolito stile a metà tra la riflessione teoretica e la rappresentazione letteraria, hanno avuto una discreta ricezione del nostro paese, seppure in modo parziale, in fasi alterne e da punti di vista e approcci differenti.

La prima fase è quella degli anni ’60, quando con le due opere tradotte in italiano da Renato Solmi per l’editore Einaudi, Essere o non essere nel 1961 – il diario di viaggio in un Giappone devastato dalla guerra atomica –, e La coscienza al bando nel 1962 – ossia il carteggio con il pilota Claude Eatherly corresponsabile dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima –, Anders si afferma in Italia2 e a livello internazionale come icona teorica del movimento pacifista e antinucleare3.

Poco dopo la sua pubblicazione, Essere o non essere viene recensito sulla rivista Tempo presente da Nicola Chiaromonte, il quale, oltre a delle «pagine efficaci»4, ne rileva alcune in cui Anders verrebbe meno all’impegno – da lui stesso professato –, di voler ubbidire al precetto «non ti farai nessuna immagine»5, ossia di voler lottare «contro tutti gli “assoluti” fabbricati dall’uomo». Infatti nel tentativo di contrastare la possibilità che da un momento all’altro il mondo intero si trasformarmi in una seconda Hiroshima, per Chiaromonte è evidente il ricorso di Anders ad alcune «immagini concettuali», sulla cui efficacia si dimostra dubbioso: «si vorrebbe chiedere a Günther Anders se è proprio sicuro che fare appello a immagini come la bomba atomica, l’annientamento dell’umanità, la distruzione della Terra […], non sia invitare i contemporanei a distrarsi con immagini sensazionali piuttosto che fare attenzione e a riflettere»6, ossia se «predicare» l’Apocalisse non significhi nient’altro che eccitare l’uomo medio contemporaneo attraverso il «sensazionale», dunque «invitarlo a guardare se stesso al cinematografo anziché in realtà»7.

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commonware

Con e oltre Carl Schmitt: la guerra al tempo dell’assolutismo morale

di Franco Milanesi

rivoluzione 12 1 10Il novum della guerra tardo novecentesca deve essere pensato sondandone la densità storica, cioè il carattere di rottura e contiguità che intrattiene con il passato. A tal fine la strumentazione concettuale offerta dall’opera di Carl Schmitt risulta preziosa. Non si tratta, evidentemente, di essere più o meno d’accordo con un giurista paranazista e razzista che a fronte di una straordinaria profondità di sguardo ha ricondotto il conflitto di classe a un semplice fattore di regressione premoderna del politico. Si tratta piuttosto di maneggiare la sua articolazione teorica come dispositivo di ripulitura della mescola di interessi, leggi morali eterne, valori, religione e appelli alle coscienze che il liberal-capitalismo ha utilizzato per opacizzare il reale e confondere lo sguardo critico. Se coniughiamo questa azione di rischiaramento dentro una comprensione tutta “di parte”, se utilizziamo la sua opera non ingessandola nella filologia ma mettendola incessantemente alla prova di uno sguardo in grado di assumere o scartare suggestioni e motivi allora, forse, rendiamo un servizio al pensiero (anche a quello di Schmitt) e qualche nebbia del presente possiamo tentare di diradare.

Il lungo corso del paradigma vestfaliano e del jus publicum Europaeum, cioè del concreto principio d’ordine internazionale fondato sull’entità-Stato che seguì i conflitti religiosi cinquecenteschi e la guerra dei trent’anni (1618-1648), affonda le sue radici tanto nell’architettura politico-istituzionale quanto nella vicenda dell’ordo capitalistico borghese sostanziale a quell’impianto. Lo Stato dunque – operiamo già un netto scarto dall’assolutizzazione schmittiana – nonè l’unico attore sulla scena della modernità ma divide e intreccia il suo primato con il capitale, come è evidenziato dall’estesa applicazione di una razionalità calcolante che connette l’economia politica borghese all’architettura istituzionale e allo sviluppo tecnico- scientifico.

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palermograd

Leggere Bettelheim nel 2015

di Giovanni Di Benedetto

kandin4Ciò che più colpisce chi si accosta al lavoro intellettuale di Charles Bettelheim è il suo disincanto precoce, risalente agli anni ’30 del Novecento, sulla natura politica e sociale del mondo dell’Unione Sovietica, senza che tale punto di vista critico lo abbia mai costretto a rinunciare alle sue idee marxiste e comuniste. In ragione di questa considerazione si capisce perché l’obiettivo di Bettelheim fosse quello di non dimenticare lo scarto che separava la teoria di Marx e Engels dalla realtà del socialismo. Peraltro, questo presupposto metodologico vale a maggior ragione per chi vive nel tempo presente e sconta gli effetti di vera e propria restaurazione della stagione che si è aperta dopo il biennio 1989-91, in un contesto storico molto differente da quello in cui compaiono i lavori teorici più importanti del fondatore, alla Sorbona, del Centre pour l'Étude des Modes d'Industrialisation.

Bettelheim, nel suo lavoro di intellettuale marxista, consulente economico a Cuba, in Algeria, in Egitto e in India, docente universitario irregolare, prende le mosse dalla necessità di mettere in discussione il paradigma dell’economia capitalistica secondo cui solo un mercato autoregolato avrebbe inscritto nel proprio destino uno sviluppo privo di crisi e deragliamenti. Contro Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, e rifacendosi alle argomentazioni di Engels secondo il quale la produzione immediatamente sociale esclude la trasformazione dei prodotti in merci e quindi, in assenza di scambio, in valori, l’economista francese ribadisce la necessità di organizzare la produzione in base ad un piano che tenga conto dell’utilità degli oggetti in uso, considerati in rapporto alla quantità di lavoro necessario alla loro produzione.

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manifesto

La teologia politica delle macchine

Benedetto Vecchi

Il sistema delle macchine è un mostro totalitario. Ha consentito lo sviluppo economico, ma ha prodotto una società che non tollera eresie. Un sentiero di lettura a partire dal saggio «La religione tecno-capitalista» di Lelio De Michelis per Mimesis. Ma quello mondiale è un disordine fortemente organizzato, come testimonia «L’età del caos», un libro di Federico Rampini per Mondadori. Nel frattempo, la democrazia è ridotta a guscio vuoto e in deficit di legittimità, come afferma nel suo ultimo volume Pierre Rosanvallon pubblicato da Rosenberg&Sellier

17cultreteUn libro con una tesi semplice, ma basato su una stratificazione analitica, filosofica, economica e sociologica molto articolata e complessa, quasi a costituire un labirinto nel quale il rischio è di smarrirsi. C’è molta teoria critica francofortese, ma anche il fustigatore della tecnostruttura Jacques Ellul, il socialista liberale Norberto Bobbio, il Max Weber della gabbia di acciaio, l’ostilità filosofica di Martin Heidegger verso la tecnica, la filosofia antitotalitaria di Hannah Arendt. E molti altri ancora. L’autore è Lelio De Michelis, docente di sociologia economica e studioso da anni della grande trasformazione che ha investito il capitalismo negli ultimi tre decenni a partire dal ruolo sempre più determinante della tecnica, e la scienza diventata forza produttiva a tutti gli effetti, nei processi produttivi. Suoi contributi sono usciti nei volumi collettivi Biopolitiche del lavoro, Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazioneNatura e artificio, dove la tecnologia è vista come un apparato ormai autonomo dall’economia, ma che ha il potere di imporre regole, vincoli e compatibilità all’insieme delle relazioni sociali. Ha infatti un potere performativo che plasma la realtà sociale e politica a sua immagine e somiglianza. Il capitalismo, avverte De Michelis, l’ha usata per garantire la sua riproduzione, che marxianamente non poteva che essere allargata, arrivando cioè a costituire l’unico modo di produzione del pianeta terra, cancellando, talvolta violentemente, talvolta in maniera light, le altre forme di produzione della ricchezza. Il capitalismo, cioè, non ha più né antagonisti – il socialismo reale – né altre formazioni sociali subalterne, nel classico rapporto tra centro e periferia del sistema-mondo, dove attingere materie prime o dove vendere le merci prodotte.

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effimera

Sulla felicità come opera in lotta nel lavoro della conoscenza

di Nicolas Martino

Cominciamo con questo testo di Nicolas Martino a pubblicare alcuni degli interventi che sono stati presentati al Convegno di Effimera “Sovvertire l’infelicità”, il 3 e 4 ottobre scorsi. Per rilanciare i temi e le riflessioni emerse, diffondere contenuti, accendere discussioni, far fiorire nuove idee e pratiche creative

woman e1414177108348Notava significativamente Alfred Sohn-Rethel che l’intellettuale stesso «ignora assolutamente l’origine sociale delle sue forme concettuali» . È bene tenerle a mente queste parole – e in realtà tutta la geniale e troppo poco valorizzata ricerca di Sohn-Rethel sul rapporto tra forma denaro e forme del sapere – per provare a svolgere qualche riflessione sulla felicità e l’infelicità nel lavoro della conoscenza, ricordando che proprio qualche mese fa la storica rivista di filosofia «aut aut» ha dedicato un numero al lavoro intellettuale in epoca neoliberale, un fascicolo significativamente intitolato «Intellettuali di se stessi» . Essì, perché l’intellettuale è ormai interamente colonizzato dalla forma di vita neoliberale che ha fatto di ogni vivente un inprenditore di se stesso, e quindi lo ha catturato in quel marketing del se che non sembra lasciare alcuna via di scampo. Eppure proprio a partire da questa figura iperindividualizzata è possibile che emergano figure di vita comune, è possibile aprire un discorso che sottragga il lavoro intellettuale all’infelicità di un narcinismo (narcisismo + cinismo) esasperato.

Quella dell’intellettuale è una storia lunga e complessa che ha segnato di se il Novecento, ma quella dell’intellettuale imprenditore di se stesso è relativamente recente ed è possibile farla risalire alla metà degli anni Settanta, in coincidenza con la grande controrivoluzione neoliberista. È il risultato da una parte della consumazione di quella figura dell’intellettuale separato chiamato a distinguere il vero dal falso e il bene dal male dall’alto del suo isolamento – consumazione indotta dalla trasformazione postfordista imperniata sulla fine della separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e sulla valorizzazione del lavoro intellettuale e creativo diffuso – e però anche del fallimento della risposta che a quella grande trasformazione tentò di dare quell’intellettualità di massa prepontentemente emersa sulla scena delle metropoli occidentali dopo i cosiddetti trenta gloriosi.

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micromega

C’è spazio in Europa per il costituzionalismo antifascista?

di Alessandro Somma

costituzione italia europa 510Si è cominciato, al principio degli anni ottanta, con il divorzio tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, ovvero con la rimozione dell’obbligo in capo alla prima di acquistare i titoli del debito pubblico che il secondo non riusciva a collocare. Seguì un forte incremento degli interessi, indispensabile a indurre gli investitori a concedere credito allo Stato italiano, all’origine di una drammatica spirale: il notevole aumento del debito pubblico, a sua volta produttivo di un ulteriore incremento degli interessi. Di qui la spinta a cedere all’Europa la sovranità monetaria secondo le modalità descritte nel Trattato di Maastricht, prima fra tutte quelle riguardanti il rapporto tra debito e deficit da un lato, e prodotto interno lordo dall’altro. Si pensò infatti che gli aspetti negativi della cessione avrebbero bilanciato quelli positivi, primo fra tutti l’abbassamento dei tassi di interesse e quindi, in prospettiva, del complessivo debito pubblico italiano.

Il tutto funzionò, ma solo per poco: con lo scoppio dell’attuale crisi economica[1], i tassi di interesse tornarono a salire, sino a raggiungere livelli che ebbero notevoli conseguenze per la vita politica italiana. Con il mitico spread oltre quota 500, l’Unione europea fece pressione affinché Mario Monti formasse un esecutivo detto tecnico, incaricato di realizzare condizioni squisitamente politiche per un ritorno alla normalità: l’ulteriore diminuzione della spesa sociale e nuove riforme del mercato del lavoro nel solco di quanto voluto dai cultori dell’austerità neoliberale. Il tutto ripreso poi da Enrico Letta e, se possibile con maggiore aderenza al pensiero unico, da Matteo Renzi.

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manifesto

Prigionieri in un triangolo delle competenze

Jacques Bidet

L’egemonia del neoliberismo nella società. Anticipiamo la relazione che il filosofo francese terrà in un convegno* ad Alessandria organizzato da «Critica marxista» e Fondazione Luigi Longo

22clt1 edward allington the victory boxed 1987 3I grandi dibat­titi sulla società hanno sem­pre posto al cen­tro la rela­zione tra mer­cato e orga­niz­za­zione, fra que­sti due modi di coor­di­na­zione razio­nale dell’azione sociale. Marx indaga il capi­ta­li­smo in ter­mini di strut­tura, come stru­men­ta­liz­za­zione del mer­cato, della razio­na­lità mer­can­tile, avve­nuta attra­verso la mer­ci­fi­ca­zione della forza-lavoro. Ma è in ter­mini di ten­denza sto­rica di que­sta strut­tura con­cor­ren­ziale che egli giunge all’organizzazione, trat­tata a par­tire dallo svi­luppo della grande impresa. Egli inter­preta l’organizzazione come un altro tipo di razio­na­lità, oggi nelle mani dei capi­ta­li­sti, ma che finirà per sfug­gire loro e che for­nirà, quando la pro­prietà pri­vata e il mer­cato saranno abo­liti, il tes­suto stesso del socia­li­smo. È que­sto il nucleo duro del grande mito eman­ci­pa­tore del XX secolo.

Oggi ne misu­riamo i limiti. La rifles­sione cri­tica ha del resto preso mol­te­plici forme. Per parte mia, io pro­pongo di ripren­dere, di cor­reg­gere e di allar­gare il pro­ce­di­mento di Marx a par­tire dal suo «comin­cia­mento». La società moderna si carat­te­rizza per il suo rife­ri­mento alla ragione. Ma que­sta non è che la sua meta­strut­tura, che non è posta, come pre­tesa pre­sun­ta­mente con­di­visa di libertà-eguaglianza-razionalità, che nelle con­di­zioni della strut­tura di classe, che a sua volta la presuppone.

 

Appro­pria­zioni privilegiate

La società moderna è ana­liz­za­bile dun­que nei ter­mini di una stru­men­ta­liz­za­zione della nostra ragione sociale. Que­sta si declina secondo le due media­zioni pri­ma­rie che sono il mer­cato e l’organizzazione. Le quali, in effetti, sono due modi della micro­re­la­zione inte­rin­di­vi­duale posti al di là dell’immediatezza discor­siva. La loro stru­men­ta­liz­za­zione li tra­sforma in fat­tori di classe co-costitutivi dei macro-rapporti di classe moderni.

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pandora

Intervista a Massimo Cacciari

a cura di Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini

Massimo Cacciari è uno dei protagonisti della vita culturale italiana. Con questa intervista ci siamo però concentrati su una stagione precedente del suo impegno politico-filosofico, quella che va dagli anni dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Le ragioni di questo interesse stanno nella straordinaria importanza che quella fase assume, sia come periodo di transizione e di crisi che contribuisce a determinare un assetto del mondo i cui effetti si dispiegano tuttora, sia per la compenetrazione tra riflessione teorica e impegno politico che era prerogativa di quella stagione e che ora pare scomparsa. Le domande mirano dunque all’approfondimento di questa vicenda storico-teorica e al ruolo che Cacciari gioca in essa

IncontroRufinoCacciari2 e1444978989614Lei ha iniziato il suo percorso intellettuale e politico insieme ai principali esponenti dell’operaismo italiano (Mario Tronti, Antonio Negri, Alberto Asor Rosa). Quali sono i motivi per cui a suo parere quella stagione ha assunto un rilievo filosofico oltre che politico?

Credo che si tratti di questo: si è trattato dell’ultima stagione in cui è comparso un marxismo creativo. Non ci si trovava cioè di fronte ad una scolastica marxista ma ad un pensiero che riprendeva i temi filosofici di Marx. Questo era evidente in autori come Negri, che provenivano da un percorso di studi sulla tradizione del pensiero politico, sulla filosofia tedesca tra Otto e Novecento, sullo storicismo di Dilthey ed altri temi consimili. E questo vale anche per Tronti, che era stato uno degli ultimi allievi di Ugo Spirito e aveva iniziato a leggere Marx attraverso quella prospettiva, da un punto di vista molto lontano da quello gramsciano -per non dire ovviamente crociano- che andava allora per la maggiore. Si trattava quindi di una scuola di politica e di filosofia che credo fosse abbastanza innovativa nel quadro non solo italiano, ma anche europeo. Non a caso questo filone di studi ebbe poi grande diffusione anche fuori d’Italia.

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effimera

La sovversione dell’infelicità: analisi, prospettive, possibilità

di Cristina Morini e Andrea Fumagalli

workersQuando, qualche mese fa, dopo la firma del governo greco al memorandum, abbiamo cominciato a pensare alla necessità di organizzare una discussione franca su quello che ritenevamo essere il naufragio attuale di un’Europa sempre più determinata a generalizzare la povertà e a erigere muri, non sapevamo bene dove saremmo approdati. Franco Berardi ha azzardato che, sgravati dall’ansia di dover per forza dare “la linea”, avremmo potuto osservare alcuni lati nascosti del problema, oppure scoprire elementi che in altre occasioni ci erano sfuggiti. Il nostro cruccio a non era quello di riparare a qualche eccesso di ingenuità di cui eravamo stati vittime, per quanto avessimo oggettivamente considerato l’Oxi greco e la possibile rottura della trattativa tra Tsipras e la troika come essenziali per il fronte dell’opposizione al direttorio tedesco e ai suoi lacché – e lo rivendichiamo. Il punto era riuscire a mettere a fuoco, con l’aiuto di coloro che sarebbero intervenuti nel dibattito, una mappa per uscire da una condizione di stallo, evidente nella difficoltà di talune categorie teorico-pratiche, nella prova degli anni, riattivando una relazione con il nostro stesso contesto di azione e possibilmente fuori da esso. In tutto questo, forse non c’era una vera e propria regia, tuttavia sapevamo dove andare a cercare e soprattutto avevamo la disponibilità a metterci in ascolto.

Evidentemente, Effimera muove da una radice operaista che rende determinante il porre attenzione alle soggettività del/nel lavoro, dunque muove oggi dalla consapevolezza delle immense questioni teorico-pratiche aperte dai nuovi paradigmi produttivi e da processi di valorizzazione che interessano anche sessualità e corpi, sensibilità e inclinazioni emotive.

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photostream

Appropriarsi della scienza – farla finita con il primitivismo

di lorcon

Questo articolo nasce come risposta all’articolo di Philippe Godard apparso su A – Rivista Anarchica n. 398. È nato come riflessione collettiva tra il sottoscritto e altri tre compagni. Un estratto è stato pubblicato nella rubrica della corrispondenza su A – Rivista Anarchica numero 401. Qua appare la versione integrale, come apparsa anche su Umanità Nova numero 30 anno 95. Si ringraziano G, G e C per gli spunti e le correzioni

anarchy in scienceBen volentieri recepiamo l’invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all’articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.

È oramai fatto accertato che l’ultimo secolo e mezzo di storia umana abbiano visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell’invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all’attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell’ambiente stesso in cui si è sviluppata.

Al contrario del Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile con un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l’onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l’autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.

Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l’epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all’azione divina dall’epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica.

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pandora

Egemonia, storia, capitalismo

Recensione a “Il lungo XX secolo” di Giovanni Arrighi

di Paolo Missiroli

14La casa editrice Il Saggiatore ha ripubblicato da pochi mesi a questa parte, a vent’anni dalla prima pubblicazione in inglese, Il lungo XX Secolo, un testo di Giovanni Arrighi, storico dell’economia e sociologo italiano. Recentemente scomparso, Arrighi rappresenta una delle punte di diamante di quella scuola di teorici del “sistema-mondo”(al pari di Immanuel Wallerstein con cui ha collaborato in diverse occasioni), che affonda le sue radici nelle riflessioni del grande storico francese Fernand Braudel, appartenente a quella scuola strutturalista che tanta influenza ha avuto in Francia ed in Europa degli anni ’60 e ’70.

Lo scopo del testo di Arrighi è dare ragione della condizione di crisi all’interno della quale si trovava il sistema-mondo all’altezza dei primi anni ’90 e di leggerne le trasformazioni. La domanda di fondo è la seguente: la conversione in termini finanziari dell’economia e l’incrinatura dell’egemonia statunitense, lo scivolare nel caos del mondo, sono fenomeni estemporanei e di assoluta originalità o possono essere ricondotti a processi storici di più lungo periodo? Non si tratta semplicemente, per Arrighi, di tracciare la genesi della nostra condizione presente. Si tratta anche di leggere il nostro momento storico come coerente con una struttura determinata che è quella del sistema-mondo capitalistico e di negarne conseguentemente l’assoluta originalità.

Tentiamo di ricostruire per capi sommari l’argomentazione di Arrighi. Per lo storico milanese la storia del capitalismo è storia di cicli di accumulazione; ogni ciclo è da intendersi come un periodo di tempo, più o meno lungo, nel corso del quale una potenza (coincidente con una formazione economico politica in generale identificabile con uno Stato o con una città-Stato) guida l’accumulazione di ricchezza a livello mondiale, risultando essere il centro economico e finanziario del sistema mondo; struttura il mondo stesso in un centro ed in una periferia.