La giornata del ricordo nell’era Meloni
di Sergio Fontegher Bologna
Questa storia delle foibe, che la “giornata del ricordo” ci ripropone con cadenza annuale, ha almeno il merito di farci riscoprire la centralità delle politiche della memoria, diventate ormai componente essenziale del conflitto sociale, antifascista e anticapitalista. Per questo abbiamo ritenuto di poter riproporre uno scritto di Sergio Fontegher Bologna di due anni fa, apparso sul sito del Centro per la Riforma dello Stato (che ringraziamo anche per la foto). In quel pezzo si invitava a “spostare il terreno di scontro”, dalle vicende specifiche del confine orientale al tema centrale, da cui tutto, Shoah compresa, era partito: la guerra mondiale e la scelta del fascismo di aggredire popoli che per l’Italia non rappresentavano nessuna minaccia: francesi, tunisini, iugoslavi, albanesi, greci e infine russi. Di aggredirli, di invadere le loro terre, solo per fare un favore a Hitler. Ma non basta, di aggredirli senza armamenti ed equipaggiamenti adeguati, per cui le abbiamo beccate ovunque di santa ragione. Un’intera generazione mandata al massacro da un dittatore irresponsabile. E’ una storia che, a pensarci, fa ancora accapponare la pelle e che rende grottesca ogni manifestazione di militarismo, simile a quelle che danno voce alle paternali dei generali italiani in servizio, pronti ad ammonire i giovani di oggi che “occorre essere pronti alla guerra”.
Quest’anno cade l’ottantesimo della Liberazione, del 25 aprile. Ecco un bel banco di prova per la politica della memoria. Speriamo che non sia solo martirologio ma si possa rivendicare con orgoglio di aver fatto fuori qualche criminale in camicia nera o in divisa da SS.



Machina Sapiens di Nello Cristianini contiene già nel titolo l’indicazione di una svolta epocale per l’umanità e il Pianeta di cui nessuno conosce davvero i possibili sviluppi. La convinzione dello scrittore Arthur Charles Clarke che le tecnologie avanzate risultino spesso indistinguibili dalla magia trova conferma nel fatto che oggi si tende a guardare all’intelligenza artificiale generativa come a una sorta di oracolo. Restando ancora per un istante nell’ambito del magico o del divino, si potrebbe dire, con una battuta, che se l’attingere dall’albero della conoscenza (del bene e del male) da parte dei Progenitori ha scatenato l’ira di Dio, ora i loro lontani discendenti sembrerebbero intenti a consegnare la conoscenza conquistata a caro prezzo (evidentemente senza aver imparato a distinguere il bene dal male) a una nuova divinità chiamata macchina (intelligente) rimettendosi al suo (sconosciuto) volere.





L’ormai consolidata attitudine nel guardare agli avvenimenti con uno sguardo da hooligans – che è cosa ben diversa da un occhio partigiano – induce sfortunatamente molti di noi a posizionarci, rispetto anche ad avvenimenti tragici come le guerre, come se si trattasse di scegliere tra curva sud e curva nord. Mentre, ovviamente, la realtà è sempre più complessa e sfaccettata, e per essere davvero compresa e valutata richiede che si metta da parte la propria scelta di campo, cercando innanzitutto di selezionare le notizie e le fonti non in base alla coerenza emotiva col nostro sentire, ma alla loro veridicità.
Il paradosso di oggi


ANDANDO AL CENTRO DELLA QUESTIONE: Gaza è stata una zona di uccisioni libere e un “campo di concentramento” (per citare il direttore della sicurezza nazionale israeliano Giora Eiland nel 2004), ben prima del 7 ottobre.
In vista dell’assemblea nazionale che si terrà a Bologna in questo fine settimana sono usciti numerosi articoli che provano a fare il punto sulla mobilitazione nelle università e a immaginare ulteriori sviluppi per il movimento. Data la composizione della propria redazione e la rete di collaboratori di cui dispone, la rivista Jacobin è quella che forse più si è spesa in tal senso. Questo è certamente un merito. Al tempo stesso però, ci sembra di poter dire che Jacobin sia anche l’espressione più nitida di una certa incapacità di proporre una critica più generale al modello di università liberista, proponendo soluzioni e parole d’ordine che tendono più a migliorare l’esistente che a metterlo in discussione. Di questa tendenza è emblematico l’articolo di Giacomo Gabbuti. La polemica che qui proponiamo non deve essere intesa, in alcun modo, come rivolta in maniera specifica all’autore, ma investe una serie di prese di posizione che il pezzo di Gabbuti condensa. Mentre infatti l’articolo risulta particolarmente utile per mappare lo stato di avanzamento del movimento di protesta e per avere contezza delle mobilitazioni messe in campo dalle varie assemblee precarie a livello locale nei mesi passati, soffre anche di due gravi criticità. La prima è la prospettiva generale attorno alla quale è costruito. La seconda è invece il rapporto tra la componente precaria e gli strutturati. Le due questioni possono essere poste singolarmente. Il nodo delle alleanze deriva però dalla prospettiva generale. Conviene quindi partire dalla prima per giungere alla seconda e non viceversa.
Il protezionismo come prassi storica del capitalismo e base materiale del neoprotezionismo di Trump. La consustanzialità dell’isolazionismo alla guerra imperialista e all’odierna spinta bellica degli Usa. La necessità delle lotte dei comunisti e dei popoli per la liberazione dal giogo imperialista e della Nato.
Fermi tutti! Fermi tutti che qui abbiamo lo scooppone del Foglio! PIL al ribasso, titola allarmato: l’economia italiana è entrata in una fase critica; incredibile ma vero, l’ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto le stime sulla crescita del PIL per il 2024 e indovinate un po’? Incredibilmente l’obiettivo dell’1% non è stato raggiunto; anzi, non ci siamo manco avvicinati: 0,7, sentenzia il rapporto. Quando noi – e quelli che, come noi, non devono fare propaganda trionfalista filo-occidentale – lo dichiaravamo ormai quasi un anno fa, i sapientoni del Foglio, dall’alto dei loro curricula accademici in discipline economiche che da 30 anni non ne colgono una manco per sbaglio, ci davano dei gufi; propaganda putiniana, per creare una narrazione tossica sul declino dell’Occidente: “Fatti e numeri smentiscono l’eterna lagna nazionale” scriveva Marco Fortis il 26 marzo, forte del suo contributo alla rinascita italiana prima come consigliere di Mario Monti e poi di Matteo Renzi. Lo stesso Fortis che ancora in maggio rilanciava: “L’Italia ha scalato l’export mondiale”; “un bel successo per un Paese come il nostro che fino a una decina di anni fa era considerato in declino dalla maggior parte degli economisti e considerato come un perdente sicuro nel quadro della competizione globale”
DeepSeek, una startup cinese fino a poco tempo fa pressoché sconosciuta, ha scosso le convinzioni del mondo dell’intelligenza artificiale (IA), a fine gennaio, lanciando un modello linguistico di grandi dimensioni (large language model, 
Per quanto possa apparire un’ovvietà, vale sempre la pena ricordare che in nessun’epoca della storia gli uomini si sono sentiti “antichi”. Poteva accadere – ed è accaduto quasi sempre finché la moderna ideologia delle “magnifiche sorti e progressive” non si è affermata – che ci si percepisse in un’epoca di decadenza; ma ogni generazione si considera moderna e attribuisce alle precedenti errori e concezioni superate, anche se questo può farci sorridere se pensiamo a coloro che credevano nella fissità della Terra o nell’etere luminifero. Di quest’ovvietà si rese conto Thomas S. Kuhn nell’estate del 1947 quando, giovane dottorando venticinquenne, meditando sul testo della Fisica di Aristotele, all’improvviso ebbe una illuminazione:
Nel numero di luglio-agosto 2011 di quella bellissima esperienza di giornalismo locale che è stata in Lombardia il mensile La Civetta, sotto la direzione di Claudio Morselli (tra la metà degli scorsi anni ’90 e una dozzina d’anni fa, prima di soccombere – come tante altre esperienze – all’aspra recessione economica internazionale seguita alla “crisi dei mutui”), si scriveva nella seconda parte dell’articolo La deriva leghista-berlusconiana - La scomparsa del federalismo inteso come progresso sociale, a proposito del “caso Ruby” avviatosi il 27 maggio 2010 con una serie di telefonate del premier Berlusconi alla Questura milanese, miranti a salvaguardare dall’interessamento della polizia una minorenne straniera nota appunto come Ruby: «Il trionfo dei “governicchi ad personam” [messi tipicamente in piedi da Berlusconi nel corso degli anni, N.d.R.] è stato forse raggiunto il 3 febbraio e il 5 aprile [di quel 2011, N.d.R.], quando alla Camera 315 deputati la prima volta (su 614 presenti) e 314 la seconda (su 616) hanno approvato delle deliberazioni indirizzate alla magistratura di Milano e incentrate sullo spiegare le ormai famose telefonate che hanno avviato il “caso Ruby” (rivolte alla Questura di Milano dal premier e da suoi incaricati) come un’iniziativa “governativa” a tutela delle relazioni tra Italia ed Egitto, anziché come un’iniziativa personale di Berlusconi allo scopo di evitare che emergesse il suo coinvolgimento in cose come la prostituzione minorile. Tutti questi “onorevoli” hanno così sottoscritto la tesi che il premier pensasse davvero che la minorenne marocchina invitata col nome di Ruby ai party notturni di Berlusconi (dei quali è ormai notorio lo sfondo sessuale) fosse una nipote del premier egiziano Mubarak. Peccato che la tesi sia apertamente incompatibile con quanto è successo dopo quelle telefonate: quando la Questura ha aderito alle ripetute richieste di Berlusconi di affidare la ragazza (accusata di furto) non ai servizi sociali ma a un’inviata personale del premier stesso, cioè la consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti, quest’ultima non ha fatto che “consegnare” la minorenne Ruby a una prostituta brasiliana maggiorenne la cui professione era ben nota a Milano. Il premier era ovviamente a conoscenza di queste vicende (in seguito ampiamente documentate e rese pubbliche dagli apparati giudiziari), ma non disse alla Minetti di fare altrimenti, né l’ha criticata per queste sue azioni; anzi, più volte l’ha lodata pubblicamente per le sue grandi capacità...
Intervento all’iniziativa “
L’Occidente neoliberista ha scoperto all’improvviso che, a proposito di dazi e guerra commerciale mondiale, Trump e 

Considero il recente (presunto) suicidio del programmatore indiano ventiseienne Suchir Balaji, un giovane che aveva alle spalle quattro anni di lavoro presso il centro di ricerca di OpenAI, un evento di una tale gravità da richiedere un ripensamento in merito al ruolo svolto dalla proprietà intellettuale negli ultimi quarant’anni, sia all’interno della produzione informatica e di rete sia, più in generale, nell’ambito dei complessi rapporti che questa peculiare forma di proprietà privata ha stabilito con la libertà di opinione, con il diritto di accesso all’educazione e alla formazione, con la cooperazione internazionale allo sviluppo e, per estensione, con tutti i principali pilastri del diritto nelle democrazie liberali, quelli che i paladini del libero mercato continuano a invocare nei loro discorsi pubblici sebbene nelle realtà non se ne veda più traccia da moltissimo tempo.
È necessario sottrarsi al gioco di specchi tra sinistra e destra imperialistiche. Pensiamo a un Saviano che maledice Musk, ma non ha niente da dire sul genocidio in Palestina, o, al fatto ovvio che il “saluto romano” di Musk non intaccherà la stretta alleanza tra Usa e Israele (in merito difeso su X da Netanyahu, quale “grande amico di Israele”), ecc.
Il saggio di Emmanuel Todd sulla sconfitta dell’Occidente convince soprattutto nella previsione circa la fine dell’Unione europea come conseguenza del suo appoggio incondizionato alla guerra condotta dagli Stati Uniti contro la Russia. L’Unione nasce del resto come progetto atlantista, concepito per serrare le fila del mondo capitalista e affossare il costituzionalismo democratico e sociale sorto come reazione alla sconfitta del fascismo. E si sviluppa sotto forma di dispositivo neoliberale irriformabile, in quanto tale destinato a minacciare a tal punto le società europee da far apparire una loro reazione avversa come inevitabile e prima o poi destinata a produrre il disfacimento dell’Unione.
Tra la raffica di ordini esecutivi emessi dal presidente Donald Trump nei primi giorni della sua amministrazione, forse il più importante fino a oggi è quello intitolato “rivalutare e riallineare l’assistenza estera degli Stati Uniti”.
Il terzo paragrafo del breve saggio è dedicato alla questione del partito e alla sua funzione direttiva nel processo rivoluzionario, qui Lukács offre la più chiara e nitida esposizione della teoria leniniana del partito che il movimento comunista abbia mai elaborato. Ma proprio detta esposizione sarà oggetto di non poche critiche e censure. Perché? Lukács, in piena continuità con Lenin, non fa altro che subordinare la forma partito alla dialettica marxiana. In altre parole, considerando, e non potrebbe essere altrimenti, il partito un prodotto storico lo pone continuamente al vaglio dell’unica forma di sovranità che la dialettica marxiana riconosce: la lotta di classe. Non avevano forse detto Engels e Marx che l’unica scienza che riconoscevano era la scienza storica? Ma questa scienza non scientista non era forse determinata dai conflitti delle classi? Non era forse la soggettività di classe a essere l’elemento costitutivo e costituente della scienza marxiana? Ma questo, allora, non significa, senza ambiguità di sorta: la strategia alla classe, la tattica al partito? Questo il nocciolo della questione. Il partito non può chiamarsi fuori dalla dialettica storica, quindi non può rimanere separato e immune da ciò che, in maniera spontanea, la classe pone all’ordine del giorno.
1. Tra passato e presente: “il punto di vista di classe”
Note per approfondire la discussione







































