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Berlusconi in cerca del plebiscito
di Alberto Burgio
Che cosa sta succedendo in questa nervosa vigilia elettorale? L'impressione è che gli eventi precipitino, impedendo una riflessione pacata sulla situazione politica e sociale del Paese. Fermiamoci un momento, cerchiamo di capire.
Silvio Berlusconi occupa il centro della scena politica e mediatica, è il protagonista indiscusso delle cronache con la sua faccia truce, alterata, con la sua maschera stravolta dal rancore. C'è la storia delle veline e delle minorenni, un'ondata di spazzatura che ci ammorba. Del resto, sin dall'inizio questa legislatura è stata segnata da un tripudio di volgarità e di malcostume, con inopinate carriere politiche di ministri della Repubblica dal curriculum a dir poco desolante. Ma c'è ben di peggio. C'è, soprattutto, la condanna di un cittadino inglese colpevole di falsa testimonianza, che - come la magistratura milanese ha dimostrato - è stato corrotto da Berlusconi affinché nascondesse le sue responsabilità in materia fiscale. La reazione del presidente del Consiglio è stata furibonda. Ha scagliato insulti, ha lanciato anatemi, ha disseminato minacce. Perché?
Che Berlusconi non gradisca che gli italiani siano informati delle sue malefatte si capisce. Ma questa reazione appare spropositata. Prevedendo probabili processi a suo carico, egli ha preteso che il Parlamento promulgasse una legge anticostituzionale che gli assicura l'impunità. Il cosiddetto "lodo" Alfano lo tiene lontano dalle aule di giustizia. Perché, allora, questa reazione estrema?
Se leggiamo i termini in cui si articola l'ultima minaccia rivolta da Berlusconi contro la Costituzione repubblicana, forse troviamo una risposta. Il presidente del Consiglio medita di mobilitare la "sua gente" per lo scontro finale contro lo Stato di diritto, la divisione dei poteri, il Parlamento e l'indipendenza della magistratura. Ha imparato a usare la democrazia contro la democrazia. Vuole raccogliere milioni di firme, inscenando una sinistra replica del plebiscito mussoliniano, per ridurre le Camere a una inerte appendice dell'esecutivo.
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GEAB Report n. 35
Crisi sistemica globale: il mondo esce da una cornice di riferimento vecchia di sessant'anni
Il surrealismo finanziario che è stato il cuore dei trend dei mercati azionari, degli indicatori finanziari e dei commenti politici negli utlimi due mesi è a tutti gli effetti il canto del cigno della cornice di riferimento all’interno della quale il mondo ha vissuto dal 1945.
Già nel gennaio 2007, la 11esima edizione del GEAB Report descriveva che la svolta dell’anno 2006/2007 era avvolta in una “nebbia statistica” tipica dell’ingresso in recessione, create per sollevare dubbi tra i i passeggeri che il Titanic stesse realmente affondando.
Oggi il nostro team ritiene che la fine della primavera del 2009 sia caratterizzata dalla definitiva uscita del mondo dalla cornice di riferimento usata per sessant’anni dai protagonisti globali economici, finanziari e politici per prendere le loro decisioni, in particolare la versione semplificata [della cornice di riferimento, NDFC] usata massicciamente dalla caduta del blocco comunista del 1989 (quando la cornice di riferimento divenne esclusivamente centrata sugli USA).
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I consumi di Cindia
di Jayati Gosh
L'Occidente teme il benessere di Cina e India, che «brucia» risorse che considerava sue
Una visita in Europa occidentale lo scorso marzo mi ha offerto una visione lievemente diversa, e un po' inquietante, circa lo svolgersi degli avvenimenti economici e delle loro coordinate. Quando una crisi si sviluppa, in ogni parte del mondo ci si interroga sulle attuali istituzioni economiche - e naturalmente paure, insicurezze e preoccupazioni incidono pesantemente sulla visione del futuro. Le principali domande riguardano le entrate economiche e la distribuzione delle risorse (non succede sempre cosí?), ma in questi tempi di crisi globale le argomentazioni possono diventare piú taglienti e perfino laceranti. Due sono gli argomenti piú usati pubblicamente. Il primo consiste in un'animosità, appena o per niente dissimulata, nei riguardi di Cina e India (inevitabilmente associate, nonostante le enormi differenze), indicate come beneficiarie della globalizzazione e voraci divoratrici di risorse globali. Il secondo rivela una generale incapacitá di concepire una via di uscita dalla crisi attuale che non sia semplicemente replicare il passato, persino quando ció risulti chiaramente insostenibile.
L'atteggiamento europeo nei confronti dell'Asia é stata a lungo caratterizzata da una combinazione variabile di paura e fascinazione, rispetto e repulsione, competizione e colonialismo - come gli studi sull'Orientalismo hanno reso fin troppo evidente.
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Tremonti e la paura dei riflessi di Pavlov
Ruggero Paladini
Il governo italiano, a differenza degli altri, non ha fatto praticamente nulla contro la crisi perché ha prevalso il timore della reazione dei mercati all'aumento del debito, che agisce come un riflesso condizionato. Ma rinuncia anche a risparmi efficaci che però toccherebbero interessi lobbystici
Negli ultimi tempi le dichiarazioni di ottimismo si sono moltiplicate; ovviamente da parte dei governi, tra i quali si distingue il nostro, che è riuscito a sostenere che senza “la stampa e la sinistra” della crisi non ce ne saremmo accorti. Ma dichiarazioni di fiducia sono venute da operatori ed osservatori. I motivi principali sono:
1) la ripresa delle Borse; le perdite dei primi mesi dell’anno sono state recuperate (ma restano quelle dell’anno scorso, che sono state quelle più pesanti), e, si dice, le Borse anticipano di alcuni mesi la ripresa reale; tuttavia abbiamo visto che le Borse si sbagliano spesso e volentieri;
2) la ripresa dei prezzi delle materie prime; dai minimi di febbraio il petrolio e gli input industriali sono risaliti in modo significativo, ma restano comunque bassi (il petrolio si colloca al livello del 2006); questo è dovuto al ciclo delle scorte, che una volta azzerate, vanno ricostituite; a questo ciclo la Cina in particolare sta dando un contributi significativo, acquistando a prezzi di saldo grandi quantità di materie, che comunque le servono, visto che la crescita continua a livello sostenuto;
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Una storia italiana
di Guido Viale
Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia ventun anni fa. E' stato ammazzato per far tacere le sue trasmissioni con cui tutti i giorni denunciava amministrazioni locali e malavita organizzata. E' stato ammazzato alla vigilia di un potenziamento del segnale della sua stazione trasmittente che avrebbe esteso il suo ascolto dalla provincia di Trapani a tutta la Sicilia. E' stato ammazzato, verosmilmente, anche perché era sulle tracce di un gigantesco traffico di armi che coinvolgeva mafia e servizi segreti. Ma è stato ammazzato soprattutto all'indomani della sua pubblica e conclamata incriminazione comemandante, insieme ad altri ex dirigenti di Lotta Continua, dell'omicidio, avvenuto diciassette anni prima, del commissario Luigi Calabresi. Questo è stato sicuramente l'elemento scatenante che, delegittimandolo come ex-terrorista agli occhi dell'opinione pubblica, ha messo la mafia sull'avviso che il «momento giusto» per mettere a tacere Mauro era arrivato.
Mauro è stato ammazzato dalla mafia e per qualsiasi persona onesta e di buon senso non c'era, fin da subito, alcuna possibilità di ipotizzare un movente del suo omicidio diverso dalla volontà di interrompere le sue denunce svolte con l'intelligenza, la creatività e il rigore che lo avevano sempre caratterizzato. Ma ci sono voluti ventun anni perché questa verità evidente venisse fatta propria dal documento giudiziario che da ieri prescrive la «custodia cautelare» per due mafiosi già in carcere.
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Perché i piani di Obama & C. non funzioneranno
Pino Cabras
Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.
A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.
La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche.
I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.
Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà.
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India, vince la politica. Di sinistra (ma in Italia non si dice)
Alessandro Cisilin
Frizzi, lazzi e paparazzi. Storie dinastiche, a cominciare dai Nehru-Gandhi. La saga di Sonia, volo di sola andata dal Piemonte a Delhi. L'avanzata politica e mediatica del figlio Rahul, specialista di gaffes ma carisma da donnaiolo. E poi la sua mite sorella Pryanka, l'inflessibile nonna Indira, per non parlare del bisnonno Jawaharlal, padre dell'Indipendenza. La stampa italiana racconta le elezioni indiane come fossero italiane. I contenuti seppelliti da elucubrazioni su immagini da telenovela.
Un approccio comprensibile nel paese del monopolio delle tv. Ma, parola di antropologo, a dispetto delle etichette esotiche di matrice coloniale in India non si vota sui simboli. Si sceglie su altre categorie, dichiarate fuori moda dai nostri tuttologi. Si chiamano destra e sinistra.
Per farla breve, i fondamentalisti indù del “Partito del Popolo Indiano” (il Bjp, Bharatiya Janata Party) hanno completamente fallito nella campagna antimusulmana e anticristiana della paura, mentre il centrosinistra guidato dal Congresso ha allargato i consensi grazie a una sia pur timida politica in favore dei poveri.
Bastavano tre righe, dunque. Ma quelle tre righe non sono state scritte da alcun giornale mainstream. Solo qualche cenno alla sconfitta della destra, senza peraltro sottolinearne il significato dirompente: quello del no alla “strategia della tensione” di marca induista, costruita in almeno vent’anni di campagne d’odio e fisiche aggressioni nei confronti delle persone e dei simboli delle altre comunità religiose.
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Aggressione a Rinaldini: i giornali di sinistra condividono le logiche comunicative del potere
di Pietro Ancona
Ieri i telegiornali hanno martellato duramente tutto il giorno e fino a notte tardissima la notizia della "aggressione" subita da Rinaldini ad opera di un gruppo di facinorosi appartenente ai Cobas. Naturalmente tutte le forze politiche ed i grandi capi delle Confederazioni hanno espresso solidarietà a Rinaldini e stigmatizzato duramente il comportamento "teppistico" dei Cobas. La dichiarazione più dura è stata del Ministro Sacconi che si è riferito all'azione di "soliti noti" mentre la Marcegaglia non ha fatto mancare la solidarietà sua e degli industriali italiani al Segretario della Fiom.
Il martellamento massmediatico continuerà anche oggi e durerà dal momento che viene utilizzato da una sapiente regia per criminalizzare le "reali" resistenze alla manovra padronale, nel caso della Fiat, per la realizzazione di accordi che ridurrebbero considerevolmente i dipendenti di Pomigliano d'Arco o di Termine Imerese. Il martellamento serve ad isolare e ridurre alla stregua di teppisti quanti lotteranno per salvare il pane delle loro famiglie. Molti di loro, da un anno vivono con 650 euro al mese, che è l'equivalente della somma che la signora Marcegaglia spende in una notte di albergo.
Stupiscono in questo contesto due cose: il fatto che Rinaldini non abbia smentito l'episodio ma anzi definisce teppisti i presunti aggressori quando sembra che il tafferuglio sia nato da persone del palco che volevano impedire al rappresentante dei Cobas di prendere la parola; stupisce la durissima condanna pronunziata dal "Manifesto" con un corsivo durissimo. "Da oggi, o di qua o di la". E' stata inferta una dolorosa ferita che fa da spartiacque".
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Come ottenere consenso politico in Italia?
Nicolò Bellanca*
Se guardiamo al dipanarsi delle esperienze storiche di riforme radicali, oppure di transizione da un assetto sociale ad un altro, constatiamo che una loro dimensione ricorrente risiede nella capacità degli innovatori istituzionali di catturare consenso politico attorno ad una strategia di discontinuità[1]. In queste occasioni, la formazione del consenso non si verifica cumulando singole adesioni fino alla maggioranza, semplice o qualificata. Al contrario, il consenso è un percorso egemonico lungo il quale si ottiene la collaborazione di alcuni gruppi e il contrasto di altri. Non di rado, passaggi simbolici drammatici – in cui qualche gruppo viene esplicitamente sconfitto – appaiono cruciali momenti di non-ritorno, oltre cui è la vicenda di un’intera collettività a mutare direzione[2].
Per capire meglio l’esigenza di una simile strategia di discontinuità, ricordiamo due tra le più autorevoli e dibattute letture del nostro sistema politico: quella di Sartori-Farneti e quella di Pizzorno. Secondo Giovanni Sartori[3], la stortura del caso italiano nasce dal “pluralismo polarizzato”. Fino agli anni settanta dello scorso secolo, vi fu la presenza di importanti partiti antisistema: quello comunista e quello neofascista. Di fronte ad opposizioni mutuamente esclusive e caratterizzate da posizioni estreme, il partito moderato, la Democrazia cristiana (DC), fu “costretto” a restare al governo.
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Oltre il pensiero dell'Occidente
Faremondo
Bologna, estate 2008
Questo documento si rivolge a quanti, dentro e fuori la rete, vogliono avviare una discussione di lungo respiro sugli argomenti proposti. A novembre pensiamo di fare un primo convegno a Bologna. Nel frattempo, mentre il documento girerà in rete, raccoglieremo scritti, commenti e riflessioni che gli autori potranno anche presentare al convegno. Ovviamente ci riferiamo a contributi che entrino nel merito delle questioni da noi sollevate. Ci aspettiamo densità d’argomenti, critiche e anche scintille polemiche, ma respingeremo gentilmente al mittente i testi “fuori contesto” o estranei allo spirito del convegno. Che non vuole essere una kermesse, bensì un primo momento di conoscenza personale e di responsabile, approfondito confronto intellettuale. Per arrivare, se possibile entro la primavera del 2009, ad un incontro organizzativo che dia vita ad una sorta di centro di ricerca per l’analisi della società in rete. Responsabili di siti, frequentatori assidui, bloggers, commentatori, uomini di scienza, intellettuali e cani sciolti mentalmente fuoriusciti dalle paludi che furono i “marxisti”, la “sinistra” e la “destra”: abbiamo bisogno di un nostro pensiero, da costruire insieme mentre tutti i giorni ci muoviamo fra le macerie. Questa può diventare la prima iniziativa italiana lungo questo sentiero. Per inviare contributi potete utilizzare la seguente casella: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..
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L’ipotesi della instabilità finanziaria e il ‘nuovo’ capitalismo
di Riccardo Bellofiore*
Questa introduzione ha un triplice obiettivo. Chiarire organicamente, passo passo, in modo il più possibile elementare, un pensiero non sempre facile, come quello esposto nel libro che qui si presenta. Integrare le tesi di questo volume con gli sviluppi contenuti nei due libri successivi di Minsky, così come nella sua ultima riflessione sul money manager capitalism e sulla ‘cartolarizzazione’, fornendo così al lettore un quadro aggiornato e d’insieme. Mostrare infine la sorprendente attualità dell’approccio dell’economista americano, quale rivelata dalle dinamiche del ‘nuovo’ capitalismo e dal ritorno della crisi finanziaria (e reale). Una interpretazione ‘finanziaria’ della teoria di Keynes
Il pensiero di Hyman P. Minsky ha ruotato attorno a tre questioni. Innanzitutto, una rilettura di Keynes come economista monetario eterodosso che sottolinea il ruolo essenziale dei mercati finanziari e l’intrinseca non neutralità della moneta. In un mondo caratterizzato dall’incertezza, le oscillazioni degli investimenti privati determinano il ciclo, mentre gli investimenti sono a loro volta influenzati dai rapporti finanziari. Di questo versante della riflessione di Minsky fanno parte integrante il c.d. Modello ‘a due prezzi’ e la ripresa delle equazioni di Kalecki per la determinazione dei profitti.
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Il fantasma del“New Deal”
Alessandro Riccini
Si dovrà pur partire da un punto nel descrivere questo fenomeno che curiosamente molti si ostinano a definire “crisi finanziaria” o “crisi dei mercati”. Dove è il peccato originale? Il germe del problema, l'origine? La retorica dominante tenderebbe a distinguere il mondo dell'economia in due settori: il settore dell'economia reale e quello della finanza. Si è cercato, un po' ovunque, di far passare questa crisi come una problematica esclusivamente finanziaria. Finché si è potuto, si è fatto finta di ignorare la paralisi economica mondiale, in nome dei mitici “fondamentali sani”. Poi, quando proprio non se ne è potuto fare a meno, si è ammesso che la crisi “finanziaria” ha “contagiato” la mitica “economia reale”. Il 19 ottobre, un articolo su “Repubblica” di Paul Krugman (mutuato dal NY Times) dice finalmente come stanno le cose: l'articolo si intitola tutti al capezzale dell'economia: “Mentre il mercato azionario in fase maniaco-depressiva domina sulle prime pagine dei giornali, l'avvenimento più importante è la deprimente notizia che riguarda l'economia reale. È chiaro ormai che il salvataggio delle banche non è che l'inizio: l'economia non finanziaria è anch'essa in disperato bisogno di aiuto”.
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Se 2,5 milioni vi sembrano pochi
di Cristina Tajani*
Sono tanti o sono pochi 2,5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta censiti dall’Istat nel 2007? Secondo Orazio Carabini, in un editoriale del Sole 24 Ore del 24/04/09, i dati sulla povertà assoluta pubblicati a fine aprile dall’Istat[1] e la contemporanea indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza[2], smentirebbero la diffusa percezione di impoverimento del ceto medio e di aumento delle disuguaglianze che gli italiani avvertono. O meglio, non la confermerebbero se non in minima misura. Infatti i dati dell’Istat ci dicono che dal 2005 al 2007 l’incidenza della povertà assoluta è rimasta pressoché stabile, coinvolgendo circa il 4% delle famiglie e oltre 2 milioni di individui.
La Banca d’Italia, da parte sua, segnala che il nostro paese, pur collocandosi a livello internazionale tra gli stati con il più alto livello della povertà e della disuguaglianza nei redditi familiari, non ha visto nell’ultimo quindicennio un sensibile inasprimento delle disuguaglianze (registrabile, invece, se si osserva l’ultimo trentennio, come documentato in diversi contributi presenti su questa stessa rivista[3]). Dunque la statistica smentirebbe la percezione di crescente insicurezza e disuguaglianza che l’opinione pubblica, in sintonia con il sistema dei media, avverte.
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Giorgiana Masi, le pistole e gli spari
Enrico Campofreda
Le piazze nella tarda primavera del 1977 venivano vietate al ‘Movimento' e conseguentemente a tutti i "disturbatori", compresi i radicali dei primi referendum. La studentessa del liceo Pasteur, colpita da un proiettile della polizia sul lungofiume accanto a ponte Garibaldi, lasciò sull'asfalto la sua giovane determinazione di vincere la paura con cui Andreotti e Cossiga governavano
Fumo e blindati, candelotti e scudi, poi la pistola e la bisaccia. Le tante pistole e gli spari.
Questo vedeva chi dopo le prime cariche della polizia nelle romane piazza Navona e san Pantaleo si ritrovava schiacciato a Campo de' Fiori tempestato da lacrimogeni e colpi d'arma da fuoco. Non si doveva manifestare a Roma come a Bologna, le piazze nella tarda primavera del 1977 venivano vietate al ‘Movimento' e conseguentemente a tutti i "disturbatori", compresi i radicali dei primi referendum. Proprio il grande passo civile della vittoria del referendum sul divorzio, prima sconfitta elettorale della Dc, si voleva celebrare quel pomeriggio. Dal ricordo festoso si passò al dramma. Più d'un manifestante venne ferito da colpi sparati da falsi manifestanti che altro non erano che agenti di Ps usati provocatoriamente dal Ministero degli Interni per seminare paura e poi morte. E la morte prese alle spalle Giorgiana Masi, studentessa del liceo Pasteur, colpita da un proiettile sul lungofiume accanto a ponte Garibaldi, dopo che i giovani erano stati spinti da Parione a Trastevere. Un intero pomeriggio in cui migliaia di agenti predisposti dal responsabile degli Interni Cossiga cercarono ripetutamente di uccidere usando - lo testimoniarono un'infinità di passanti - pistole d'ordinanza e non.
Lo mostrò più d'un filmato, contraddicendo le affermazioni giurate di Cossiga che sosteneva come nessuno, proprio nessun agente, avesse sparato, la polizia invece voleva vendicare il celerino Passamonti ucciso nelle settimane precedenti durante altri scontri al quartiere san Lorenzo. Le squadre speciali in quei mesi di governo Andreotti sorretto dalle astensioni della sinistra non erano una novità.
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Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica
Toni Negri
L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: “il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente”. Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.
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Aggressione all'umanità
Alessandro dal Lago
Quando qualcuno, affamato, malato o bisognoso, bussa alla nostra porta, dovrebbe scattare un imperativo primordiale al soccorso. Questo almeno sostengono le mitologie religiose. L'umanità, prima ancora di un'astrazione filosofica, è l'espressione di questo riflesso. Anche se non crediamo al diritto naturale e tanto meno alla retorica dei diritti umani, soprattutto nell'epoca delle guerre umanitarie, sappiamo che il limite minimo della comune condizione umana è definito da quell'imperativo. Rinviando i barconi dei migranti in Libia, il governo italiano ha deciso di rinunciare di fatto e di diritto a qualsiasi minima considerazione umana. O meglio: ha stabilito che la cittadinanza, italiana o occidentale che sia, è il requisito indispensabile perché qualcuno sia trattato da essere umano. E dunque che abbia diritto a vivere, a essere curato e trattato come una persona.
Tra i migranti respinti senza nemmeno mettere piede sul nostro sacro suolo ci sono persone in fuga dalla guerra, dagli stermini e dalla fame. Impedendo loro persino di chiedere asilo e riconsegnandoli ai porti d'imbarco, l'Italia li condanna alla detenzione, alle angherie e, come è già documentato da anni, alla morte.
Così nel nome della difesa paranoica della nostra purezza territoriale che accomuna la maggioranza di destra e parti consistenti dell'opposizione, noi rispediamo nel nulla i nostri fratelli, uomini, donne e bambini. Proprio come, a diecimila chilometri di distanza, in nome della nostra sicurezza, le nostre pallottole uccidono i bambini e le nostre bombe cancellano dalla faccia della terra cento civili in un colpo solo.
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La FIAT prepara chiusure e licenziamenti
Marco Cedolin
Dopo settimane durante le quali i media italiani hanno incensato senza posa le politiche commerciali del gruppo FIAT e l’azione del suo ad Sergio Marchionne, indomito cavaliere lanciato alla conquista della Chrysler e dell’Opel, sembra essere arrivata la prima doccia fredda concernente i progetti per il futuro dell’azienda torinese.
I quotidiani tedeschi hanno ieri reso noti alcuni dettagli del nuovo “progetto Fenice”, attraverso il quale la FIAT intenderebbe perfezionare l’acquisizione dell’Opel e contemporaneamente suggere qualche miliardo di sovvenzioni pubbliche anche in Germania, come in Italia sta facendo sistematicamente da oltre mezzo secolo. All’interno delle 46 pagine che compongono il nuovo piano viene dichiarata l’intenzione di procedere alla chiusura in tutta Europa di una decina di stabilimenti (come riportato sulla cartina) con conseguente licenziamento di almeno 10.000 lavoratori.
In Italia gli stabilimenti a rischio smantellamento dovrebbero essere tre, Termini Imerese in Sicilia, Pomigliano in Campania e la Pininfarina di S. Giorgio Canavese in Piemonte.
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Lezioni per il futuro
La crisi finanziaria del 2008 muterà in radice il nostro mondo o, quando si concluderà, mercati, lavoro, finanza, produzione, assetti geopolitici torneranno al passato? Chi e che cosa hanno innescato la turbolenza prima su Borse e banche poi nella vita di tanti di noi? Quali regole e quali riforme sono necessarie, agli istituti finanziari, alla banche centrali e ai paesi perché la tempesta perfetta non si ripeta? Il Sole 24 Ore apre, in collaborazione con il Financial Times e Foreign Policy, un dibattito sul futuro del nostro mondo e le vie per accelerare la ripresa.
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«Eccesso di diseguaglianza la malattia da guarire adesso»
di Jean-Paul Fitoussi
8 maggio 2009
«È evidente che un processo politico che porti a una vera riforma delle istituzioni di controllo del sistema economico e finanziario internazionale è ovviamente molto complesso. Riuscire ad arrivare a forme di governo globale che non lascino fuori nessuno, che siano davvero inclusive, è un obiettivo che incontra resistenze anche fra quelle istituzioni, come l'Fmi o la Banca Mondiale, che non hanno fatto bene il loro lavoro».
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Cronache dal Regno d'Italia: la politica torna a corte
di Aramcheck
Definitivamente l'Italia è monarchica, dopo poco più di 60 non sempre gloriosi anni, salutiamo con un pizzico di malinconia la Repubblica. L'Italia torna monarchica, culturalmente monarchica più di quanto non lo fosse stata dopo il Risorgimento. Né costituzionale né statutaria, il modello è autenticamente medioevale. Il corpo fisico del sovrano occupa ormai lo spazio pubblico, la politica esce dal polveroso e inefficiente parlamento e torna finalmente a corte.
Nella monarchia non c'è opposizione al sovrano, TUTTI sono sudditi. Lo scontro politico, l'aperta conflittualità dialettica si svolge al di sotto della figura regia, tra frange aristocratiche rivali che possono conrapporsi al re soltanto per interposta persona. Contrariamente che in democrazia la vita privata del re appartiene allo spazio pubblico, viene data in pasto al popolino. La figura del sovrano, ricompare nell'attenzione cortigiana che si dedica alla vita privata e al corpo fisico di sua Maestà, ai suoi vizi e ai suoi vezzi, distogliendo in parte l'attenzione del popolino dall'effettiva liceità e trasparenza del suo agire.
L'immagine del Re è un'estensione della sua camera da letto, le sue gonadi suscitano scandalo e apprezzamento, la sua nomea di uomo vigoroso, se non di vero e proprio satiro, inorgoglisce velatamente la nazione. Gli incontri di Stato con gli altri sovrani, sono feste di palazzo la cui riuscita non si misura in decisioni politiche, ma nella capacità del sire di rubare la scena pur comportandosi da un buon ospite. Il sovrano deve mostrarsi in buoni rapporti coi suoi pari, soprattutto quelli più potenti, per dimostrare di non essere da meno di nessuno, portando lustro al regno.
La rivoluzione forse non sarà un pranzo di gala, ma il G8 sì.
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Gioco d'azzardo con truffa
Alessandro Robecchi
È passato un mese esatto da quando l'Abruzzo ha tremato, l'Aquila è stata colpita e affondata, i suoi cittadini ci sono rimasti sotto, e il Paese intero si è piegato dal dolore. Un mese durante il quale l'unica cosa che si è mossa perfettamente è stata la propaganda di un governo ricco di cinismo ma povero di aiuti. Guai a dubitare, guai a criticare: il consenso obbligatorio impastato con il lutto è diventato censura, la retorica - già fastidiosa di suo - si è innestata su toni da cinegiornale Eiar, davanti al premier salvatore si sono sprecati gli alalà.
Oggi possiamo parlare di questa enorme e crudele truffa cifre alla mano, perché le gambe corte delle bugie del governo Berlusconi, corso a far passerella a L'Aquila, sono scritte nero su bianco.
Otto, dieci, dodici miliardi per l'Abruzzo, dicevano le promesse. Ma il decreto legge n. 39 del 28 aprile suona un'altra musica, ed è un'altra gragnuola di colpi in faccia al popolo d'Abruzzo.
Proviamo un rapido riassunto. Primo: dei 150 mila euro di risarcimento ad abitazione non c'è traccia, non se ne fa cenno. Indiscrezioni dicono che saranno così ripartiti: 50mila cash (chissà quando), 50mila come credito di imposta (a carico dei terremotati), e altri 50mila come mutuo agevolato (che pagheranno i terremotati).
I soldi cash stanziati per i primi due anni (2009 e 2010) superano di poco il miliardo. Se si tolgono quelli spesi per la prima emergenza, rimangono 700 milioni di euro, appena sufficienti per le costruzioni temporanee.
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Il paradosso di Abilene e la dittatura della massa.
di Uriel
Sinora ho citato diverse volte il padadosso di Abilene, e mi hanno chiesto di spiegarlo. Contemporaneamente ho detto “dittatura della massa”, e anche questo termine e’ abbastanza oscuro. Cosi’ adesso vedo di sforzarmi di spiegare entrambe le cose, in un linguaggio semplice.
Il paradosso di Abilene.
Dunque: Nash ha dimostrato che il sistema raggiunga un equilibrio migliore se ogni giocatore si sforza di beneficiare anche il sistema (cioe’ di contribuire al risultato complessivo) oltre che a massimizzare il proprio punteggio. C’e’ pero’ un piccolo problema: se l’informazione non e’ completa, e’ possibile produrre un gioco paradossale assumendo che tutti i giocatori vogliano migliorare il sistema, senza sapere pero’ come farlo.
Il paradosso di Abilene prende il nome da un racconto nato per spiegarlo. Una famiglia che, come molte persone, crede che Abilene sia un posto bellissimo sta organizzando una gita. Nessuno dei partecipanti vorrebbe andare ad Abilene, ma tutti credono (poiche’ e’ risaputo che Abilene sia bellissima) che gli altri vogliano andarci.
Cosi’, poiche’ ognuno intende evitare di essere il tiranno del gruppo, ognuno decide di acconsentire ad andare abilene. Il risultato e’ una stravagante unanimita’, ottenuta rinunciando al proprio payoff a favore di un un presunto payoff globale. Il problema e’ che nessuno voleva andare ad Abilene, e il risultato e’ che nell’intento di massimizzare il payoff collettivo si e’ ottenuto il peggior payoff possibile sia per i singoli che per il gruppo.
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«Darfur a bassa intensità»
Irene Panozzo*
L'inviato speciale dell'Onu ridimensiona la portata del conflitto. Soddisfazione cinese. Ma anche gli Usa stanno cambiando politica
Un conflitto a bassa intensità. Un brivido deve aver percorso le schiene degli ambasciatori dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu quando lunedì, in un incontro a porte chiuse, hanno sentito definire il conflitto in Darfur, in corso dal 2003, con queste parole. Ad avere l'ardire di rompere la retorica che, con una certa dose di veridicità, in questi anni ha permeato i discorsi sul Sudan e in particolare la sua regione più occidentale non è stato un analista qualunque. A prendere la parola davanti ai Quindici è stato Rodolphe Adada, ex ministro degli esteri del Congo e rappresentante speciale congiunto dell'Onu e dell'Unione Africana per il Darfur. Ovvero, il responsabile politico e diplomatico dell'operazione di peacekeeping congiunta Onu-Ua, l'Unamid, dispiegata in Darfur a inizio 2008.
A bassa intensità, e non da oggi. Perché, ha spiegato Adada illustrando ai Quindici l'ultimo rapporto del Segretario generale Ban ki-Moon su Unamid, dal gennaio 2008 a oggi le morti causate da atti violenti in Darfur sono state circa 2000. Come a dire, tra le 130 e le 150 al mese negli ultimi quindici mesi.
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Contenuti e rischi dell’accordo sulla riforma della contrattazione
Antonella Stirati
Il 15 aprile Uil e Cisl, ma non la Cgil, hanno sottoscritto un accordo per l’attuazione delle linee di riforma della contrattazione già da tempo in discussione e indicate in un documento sottoscritto nel gennaio scorso. Vediamo gli elementi di novità di questo accordo rispetto a quello del 1993, che ha finora regolato la contrattazione tra le parti, per poi riflettere su alcuni dei suoi possibili effetti sul salario reale e produttività.
I principali contenuti dell’accordo
Quadro generale
Come già nell’accordo del 1993, si prevedono due livelli di contrattazione, uno nazionale ed uno aziendale oppure territoriale, ma viene ora stabilito che non si possa contrattare sulla stessa materia in entrambi i livelli.
La durata di validità dei contratti viene portata da due a tre anni per entrambi i livelli di contrattazione. Durante il periodo di discussione sul rinnovo, per una durata di sette mesi, è prevista una “tregua” sindacale e non dovranno essere indetti scioperi. La stessa norma si applica, per un periodo di tre mesi, nella fase di rinnovo dei contratti aziendali.
E’ prevista la derogabilità da quanto stabilito nel contratto nazionale in aree territoriali interessate da crisi aziendali o per finalità di sviluppo economico delle aree stesse.
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Pandemia? Non ve la prendete con i maiali
Mike Davis
La chimera genetica detta «influenza suina» non è una sorpresa, Science l'aveva prevista da anni. È nata in allevamenti-industrie, ha travolto la Maginot chimica dei grandi paesi, ha beffato l'Oms. In nome del profitto
Le orde di turisti primaverili sono tornate quest'anno da Cancún con un invisibile ma sinistro souvenir. L'influenza suina messicana, chimera genetica probabilmente concepita in qualche pantano fecale di un industria di maiali, all'improvviso minaccia di portare la sua febbre in giro per il mondo. Il suo rapido propagarsi nel continente nord americano rivela una velocità di trasmissione superiore all'ultima varietà pandemica ufficialmente riconosciuta, la febbre di Hong Kong del 1968. Rubando la scena all'assassino ufficialmente designato, l'H5N1 altrimenti conosciuto come influenza aviaria – che oltretutto ha dimostrato di mutare vigorosamente – questo virus suino costituisce una minaccia di sconosciuta magnitudo. Sicuramente, sembra meno letale della Sars del 2003 ma, essendo un'influenza, potrebbe durare molto più di questa ed essere meno incline a tornare nelle segrete caverne da cui è saltata fuori. Ammesso che una normale influenza stagionale di tipo A uccide un milione di persone ogni anno, un suo anche modesto incremento di virulenza, specialmente se accoppiato con un'alta incidenza, potrebbe produrre una carneficina pari a un grande conflitto bellico. Intanto, una delle sue prime vittime sembra essere la consolante fiducia, per lungo tempo predicata dagli spalti dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che la pandemia potesse essere contenuta tramite una rapida risposta della burocrazia medica, indipendentemente dalla qualità dello stato di salute della popolazione locale.
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Dietro l'accordo Fiat - Chrysler
di Emiliano Brancaccio
La grande stampa, il governo e i vertici del partito democratico hanno salutato con euforia le recenti operazioni espansioniste della Fiat su scala globale. Oggi l’approdo nel mercato statunitense tramite l’intesa con Chrysler, e forse domani la conquista di Opel in Germania, sono stati interpretati come sintomi di quella italica capacità di “aggredire i mercati esteri” che è stata in questi giorni rimarcata dal presidente del Consiglio e da molti altri. I lavoratori tuttavia non dovrebbero lasciarsi ingannare da questa pioggia improvvisa di lustrini tricolore. La realtà infatti è che la Fiat ha acquisito il controllo strategico di Chrysler sotto la condizione che i sindacati americani accettassero un accordo capestro: congelamento dei salari, scatto degli straordinari solo oltre le 40 ore settimanali, cancellazione delle vacanze di Pasqua e di altre festività per due anni, pericoloso acquisto di una gran massa di azioni Chrysler da parte del fondo pensione dei dipendenti, e completa rinuncia agli scioperi fino al 2015. Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di una soluzione responsabile e non ideologica da parte delle rappresentanze sindacali statunitensi. Ma sarebbe più onesta definirla una resa senza condizioni, che peserà non poco sulla localizzazione dei licenziamenti da un lato e dall’altro dell’Atlantico e che dunque costituirà un enorme problema per i sindacati italiani. Siamo insomma di fronte all’ennesimo episodio di quel generale processo di inasprimento della guerra tra lavoratori che sta sempre più caratterizzando l’evoluzione della crisi economica in corso.
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