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Nazionalizzazioni, golden power e aiuti di stato
La partecipazione dello stato alla competizione intercapitalistica
di Domenico Moro
L’attuale fase storica del modo di produzione capitalistico è caratterizzata da un aumento della concorrenza tra frazioni nazionali di capitale che viene accentuata dalla crisi del Covid-19, che si presenta come la più grave dal ‘29. L’elemento che sembra caratterizzare maggiormente questa fase è un revival dell’intervento statale nell’economia non sono sul piano del sostegno economico alle imprese in difficoltà ma anche in difesa della nazionalità delle imprese stesse. Infatti, la crisi determina una condizione per la quale le imprese, sia quelle quotate sia quelle non quotate, possono essere più facilmente acquisite e interi settori manifatturieri e economici potrebbero così passare in mani estere. Data la specifica situazione di difficoltà dell’economia italiana si assiste a un attivismo particolarmente marcato dello Stato italiano a difesa del proprio capitale nazionale. Tuttavia la tendenza è comune anche al resto della Ue, in Spagna, Francia e Germania ad esempio, e interessa un po’ tutti i Paesi a capitalismo avanzato. Del resto, la crisi del Covid-19 accentua una tendenza protezionistica commerciale e di difesa proprietaria del capitale nazionale che si stava già diffondendo da qualche tempo, non solo negli Usa di Trump ma anche in Europa, andando in direzione opposta rispetto alle correnti liberalizzatrici che avevano caratterizzato la fase della globalizzazione.
Via libera agli aiuti di stato e alle nazionalizzazioni
In primo luogo va rilevato che la Commissione europea nell’ultimo mese ha molto allentato le normative che tradizionalmente facevano dell’opposizione agli aiuti di stato uno dei suoi pilastri, grazie alla comunicazione del 13 marzo, in cui si dà l’assenso a misure supplementari atte a porre rimedio a situazioni di grave turbamento dell’economia e si predispone la velocizzazione delle decisioni della Commissione stessa rispetto alle notifiche dei singoli Stati sugli aiuti da prestare alle imprese.
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Crisi climatica e trasformazione sociale al tempo del coronavirus
di Norbert Trenkle
Perché la produzione capitalistica di ricchezza deve essere superata
Uno degli strani effetti collaterali della crisi sanitaria è il fatto che essa, nel giro di poche settimane, ha contribuito al miglioramento del clima globale più di quanto non siano riuscite a fare tutte le politiche sul clima degli ultimi anni. A cause del fatto che la circolazione automobilistica nelle principali città è diminuita fin dell’80% mentre il traffico aereo si è drasticamente ridotto e molti impianti di produzione hanno cessato l’attività, secondo una stima del Global Carbon Project, le emissioni di CO2 potrebbero diminuire di circa del 5% nel 2020. Parrebbe perfino che anche il governo tedesco, nonostante le sue ben poco incisive misure di politica climatica, possa centrare l’obiettivo di una riduzione del 40% dei gas serra rispetto al 1990 (Süddeutsche Zeitung 24/3/2020). In ogni caso sarebbe vano sperare che la crisi sanitaria conduca ad una stabile riduzione delle emissioni nocive per l’ambiente e alla limitazione del riscaldamento globale. Il fatto è che questo temporaneo arresto delle attività economiche in gran parte del mondo non ha mutato in nulla la logica fondamentale del modo di produzione capitalistico, che è diretta dall’aumento illimitato e fine a se stesso della ricchezza astratta, rappresentata nel denaro. La compulsione alla crescita, generata da questa finalità autoreferenziale, non sarà certo abolita dalle misure adottate per combattere la pandemia, ma solo rallentata per un breve periodo di tempo. Nel medesimo frangente i governi e le banche centrali stanno facendo tutto il possibile per mitigare questa frenata, allo scopo di mantenere in moto, magari in maniera precaria, la dinamica economica, così da rilanciarla il più celermente possibile una volta revocate le misure di contenimento.
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Crisi sociale e pandemia
Riflessioni sulla barbarie del capitale
di Anderson Deo
«So che nulla sarà come questa
mattina o dopodomani
resistendo nella bocca della notte un gusto di sole»
(Nulla sarà come prima/ Milton Nascimento e Beto Guedes)
Una frase è stata ripetuta esaustivamente dalle grandi corporazioni dei media su scala mondiale: Nulla sarà come prima! Come una specie di mantra, tale espressione indica che la pandemia del nuovo coronavirus produrrà cambiamenti significativi, anche profondi, in diversi livelli della vita e, pertanto, delle relazioni sociali in tutta l’umanità.
La prima questione che vorrei affrontare è che la storia ci insegna che nessuna formazione sociale, nessun modo di produzione è mai entrato in collasso senza che ci fossero forze sociali organizzate a spingere tali processi. Trattandosi del modo di produzione capitalistico, nel corso del XX secolo, di fronte ai vari momenti di manifestazione della sua crisi strutturale e sistemica, questa forma sociale si è ristrutturata su nuove basi e contraddizioni, per riprodurre gli elementi fondanti della sua socialità. Pertanto, per quanto ne capisca, la pandemia di per sé non dà origine a nessuna forma di rivoluzione che punti al superamento del capitalismo o a una possibile forma di transizione socialista. Al contrario, la COVID-19/SARS 2, sembra essere l’espressione radicalizzata della barbarie, alla quale è sottomessa l’umanità, e che si approfondisce, sempre più, di fronte all’autocrazia del capitale finanziario mondializzato sull’umanità.
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Default totale. Per un’uscita anticapitalistica dalla crisi
di Giulio Palermo*
In questo articolo, propongo una riflessione ad ampio raggio sul ruolo che può avere il ripudio del debito pubblico in Europa in questa crisi economica e finanziaria. Ben inteso, la crisi è mondiale e l’Europa non ne è certo l’epicentro. Anzi, l’Unione europea sta mostrando la sua subalternità nei rapporti imperialistici mondiali e la sua impreparazione rispetto a questa accelerazione delle contraddizioni che già viveva prima del coronavirus.
Dallo scoppio della crisi del debito pubblico europeo, nel 2009, la strategia del capitale finanziario è stata quella di isolare e colpire gli stati, uno a uno, per costringerli ad accentuare lo sfruttamento dei lavoratori. Ora questa strategia è saltata. Ora è l’intero capitale finanziario europeo ad essere in crisi e il suo salvataggio richiede un forte aumento del debito pubblico di tutti gli stati europei. Molti dei quali, subito dopo i salvataggi, in un contesto di blocco produttivo senza precedenti nella storia del capitalismo, si ritroveranno, tutti assieme, con livelli di debito tecnicamente inesigibili.
Questo riduce drasticamente i margini di attuazione del vecchio motto “divide et impera”. Il capitale finanziario dovrà colpire simultaneamente gli stati in crisi di solvibilità e questo è oggettivamente un punto di debolezza per il capitale. Ma la sua debolezza principale è che, in questa fase, la crisi colpisce innanzi tutto le banche e le imprese e non è affatto detto che gli stati dell’Unione possano o debbano salvarle.
In questo passaggio decisivo della crisi del capitale, è importante esplicitare gli interessi della classe lavoratrice che, come sempre, subisce le decisioni senza poter prendere parola. Anche se non è certo sul terreno della finanza pubblica che i lavoratori sono abituati a lottare, è proprio da qui che proviene l’attacco frontale che il capitale finanziario sta sferrando contro di loro.
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Costruire il proprio destino
Giulio Gisondi intervista Vladimiro Giacché
Meno di un mese fa Giuseppe Conte affermava “faremo da soli”, qualora la scelta per l’Italia fosse stata quella di ricorrere al Meccanismo Europeo di Stabilità. La decisione del Consiglio europeo del 23 aprile è stata, invece, proprio quella di ricorrere al MES, alla BEI, al fondo per la disoccupazione SURE, con l’ipotesi, ancora poco chiara, d’istituire un Recovery Fund temporaneo, finanziato dai singoli Stati e che dia, non si sa bene se prestiti o trasferimenti ai paesi che ne necessitano. Ne abbiamo discusso con Vladimiro Giacchè, Presidente del Centro Europa Ricerche, dalla metà degli anni Novanta nel settore bancario e finanziario, nonché storico della filosofia e autore di saggi e monografie tra cui La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (2008), Anschluss. L’annessione: l’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (2013, nuova ed. 2019).
* * * *
Dott. Giacchè, come valuta le misure adottate dall’ultimo Consiglio Europeo? Perché non liberare la BCE dal divieto di monetizzare gli Stati, come stanno facendo le maggiori banche centrali del mondo?
Si è passati dal proclamato rifiuto di utilizzare uno strumento come il MES che non ha senso in questo contesto, perché basato sul debito e perché a noi porterebbe molto poco denaro rispetto al fabbisogno che si è creato a seguito di quest’emergenza (stiamo parlando di qualcosa come 37 miliardi di euro al massimo), all’accettazione di un pacchetto di strumenti che include il MES e in cui l’aspetto comune è che tutti comportano un aumento del debito. Questo vale per il MES, per la BEI e anche per il fondo di assicurazione SURE, che è sostanzialmente diverso da quello che fu proposto dall’Italia qualche anno fa.
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Covid19 Lockdown
di Giovanna Cracco
Un rapporto dei servizi segreti, indirizzato alla presidenza del Consiglio e ai ministri competenti, segnala la possibilità di problemi di ordine pubblico nel Sud Italia nel caso l’epidemia da coronavirus dovesse allargarsi anche a quella parte del Paese. È ciò che riporta Fabio Martini in un articolo pubblicato il 26 marzo su La Stampa (1). “Si tratta di un report top secret” scrive Martini, “ma da quel che trapela il pericolo segnalato è quello di un’escalation, che partendo dalla fragilità e dal possibile collasso delle strutture ospedaliere, possa portare inizialmente a ribellioni legate alla carenza di assistenza e aggravate davanti a casi di «raccomandazioni», che in alcune realtà hanno una loro consistenza. E l’ultimo anello di questa escalation nel Sud potrebbe determinarsi con interferenze sempre possibili da parte della criminalità organizzata”.
Lo stesso giorno su Repubblica, edizione Palermo, Claudia Brunetto e Francesco Patané segnalano un “pomeriggio di tensione all’interno del supermercato Lidl di viale Regione Siciliana per il tentativo di una quindicina di persone di scappare con i carrelli pieni senza pagare la spesa […] sul posto sia polizia che carabinieri hanno ricondotto alla ragione la quindicina di clienti […] Si tratta di famiglie palermitane provenienti dal Cep, dallo Zen e da Cruillas che dopo una lunga trattativa con le forze dell’ordine hanno ammesso di non avere più soldi per pagare la spesa perché rimaste senza possibilità di lavorare dopo l’inizio della quarantena. Carabinieri e polizia sono riusciti a convincere le famiglie in difficoltà a lasciare la merce nel supermercato. Nessuno è stato denunciato” (2).
Come si è potuti arrivare a questa situazione, per di più in un tempo decisamente breve (3), in una liberaldemocrazia a capitalismo avanzato del XXI secolo?
Legge, disciplina, sicurezza
L’epidemia da coronavirus ha prodotto, sui quotidiani e in rete, una serie di analisi e riflessioni che ne hanno seguito l’evoluzione, modificando anche nel tempo la chiave di lettura, com’è normale che sia quando si cerca di capire una situazione nuova e in divenire.
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Cercare ancora. Il capitalismo, la tecnica, l’ecologia e la sinistra scomparsa. L’attualità di Claudio Napoleoni
di Lelio Demichelis
Da dove iniziare, volendo recuperare, soprattutto ora, il pensiero e l’opera – complessa, molteplice, culturalmente alta – di Claudio Napoleoni?
Lo faremo concentrandoci su due suoi temi forti – trascurandone per necessità molti altri, come la questione della pace e della guerra, di Dio e della laicità (e il suo voler ripensare il rapporto tra politica religione) o le divergenze con Rodano e le critiche a Sraffa. Due temi che ci coinvolgono direttamente avendo dedicato ad essi, in questi anni, le nostre attività di analisi e di ricerca: il tema della tecnica, intesa come sistema/meccanismo integrato e integrante di uomini e macchine[i]; e quello, strettamente connesso/dipendente dell’alienazione[ii].
Partiamo dall’alienazione. Napoleoni scriveva così, nel 1988 – pur non accettando pienamente (e neppure noi, oggi), la definizione ingraiana di allora delle nuove alienazioni (“perché credo che non ci sia niente di nuovo a questo riguardo… è sempre la stessa, vecchia cosa che il marxismo ha già analizzato…”[iii]): l’alienazione è cioè “il piano in cui si riprende la tematica dell’inclusione dell’uomo moderno dentro meccanismi, non importa se pubblici o privati, che lo dominano, ne espropriano l’autonomia, ne fanno l’elemento di una macchina; [ma] è anche il piano in cui si parla di distruzione della natura e di questione femminile”.
Uscire da questa alienazione doveva allora diventare il compito principale della politica in senso lato e dalla sinistra in senso specifico. Compito che “non è tanto la lotta alla concentrazione del potere economico, quanto l’assumere il problema dell’unificazione nell’alienazione di quella che appare in maniera immediata e sociologica, come la frantumazione sociale”[iv].
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La Covid19 Economics e il trionfo europeo dei Chicago Boys
di Sargent Pepper
Effimera è venuta in possesso di alcune lettere scritte da un conservatore americano lobbista a Bruxelles e amante dei Beatles – che, per rispetto della privacy, abbiamo ribattezzato con uno pseudonimo: Sargent Pepper. Sono lettere indirizzate a un suo anziano collega ricoverato in una casa di riposo … In tempi di corona virus i postini a volte si disfano della corrispondenza per evitare luoghi pericolosi come le case di cura lombarde, ove è facile rimanere contagiati. Hans Iacob Stoer l’ha trovata e ora Effimera pubblica la traduzione del testo apparso a Gottingen in lingua inglese, traduzione del prof. Ferrante Pallavicino
“See the worst thing about doing this
Doing something like this
Is I think that at first people sort of are a bit suspicious
‘You know, come on, what are you up to?’
The Beatles, A day in the life, 1967
1. Caro XXXXX è difficile immaginare il futuro quando si resta a casa a guardare dalle finestre.
È ancora più difficile quando si è in preda ad un bombardamento mediatico che ripete incalzante ritornelli insopportabili.
Fra questi ce ne sono alcuni che abbiamo costruito con dovizia proprio noi: i Chicago Boys.
Ed io sono uno di loro che, come tanti, ha trovato lavoro in Europa. Faccio parte di quel mondo di confine fra i funzionari di Bruxelles e le Università in cui si insegnano soprattutto le nostre teorie economiche. Teorie economiche che dominano la vostra visione politica. È ciò di cui mi hai chiesto di parlare durante la nostra ultima telefonata, e allora, sperando che possa mantenere vivo il tuo antico senso critico, parliamone, ricorrendo alle nostra amatissima carta da lettere.
2. Siamo in deflazione da molto tempo, soprattutto in Europa: siamo cioè in una situazione di diminuzione generale del livello dei prezzi. La deflazione deriva dalla debolezza della domanda di beni e servizi, cioè deriva da un freno nella spesa di consumatori e imprese.
Qualche dato: l’inflazione della zona euro a marzo è calata di mezzo punto percentuale rispetto al mese precedente, scendendo dall’1,2% allo 0,7%: cibo, alcol e tabacco hanno il tasso annuale più alto (2,4% rispetto al 2,1% di febbraio), seguono i servizi (1,3% dall’1,6% del mese precedente), i beni industriali non energetici (stabili allo 0,5%) e l’energia (-4,3% dal -0,3% di febbraio).
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Paura, governo, sovranità e coronavirus
di Alessandro Visalli
Quello che segue è un intervento pubblicato sul sito di Nuova Direzione sulla crisi da coronavirus e la dinamica conseguente.
In sintesi:
La crisi in corso comporta l'effettivo rischio che, se non è controllata e ridotta, produca un cambio nella forma politica, da quella che chiamo "sovranità neoliberale", e post-democratica, nella quale viviamo, ad una "sovranità iperliberista", direttamente anti-democratica.
Questa paura diffusa, però se mal indirizzata rischia di usare inconsapevolmente strutture neoliberali per inibire l'autodifesa sociale e farci cadere in uno 'stato di eccezione' reale, per disperazione e stanchezza. Se tra le tecniche dello "stop and go", del "massive boming" di tamponi, e del "rintraccia ed isola" tradizionale, scegliamo di fatto il primo per paura del "rintraccia" del terzo, nella pratica impossibilità di dare adeguata massa al secondo (che comporterebbe una militarizzazione della vita), allora avremo continui "Stop", sempre più duri, e finiremo per disgregare società ed economia. Alla fine il modello "Elysium" al quale tendiamo si compirà completamente.
Ma il "go", allora va calibrato con saggezza, e combinato con il "rintraccia ed isola" al giusto livello di ampiezza e solidità tecnica (che non è solo tecnologica, ma soprattutto organizzativa ed umana), perché sia sostenibile nel medio e lungo periodo senza ricadere. Questa è la posta dalla quale dipende anche l'arresto delle conseguenze anti-democratiche della paura.
La paura non si combatte facendo "lo struzzo", ma ponendo in essere quelle difese efficaci, sapendone sopportare il prezzo, al fine di non dover pagare quello maggiore.
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L’ossimoro che sfugge al governo italiano: la forza della sua debolezza
di Alberto Bradanini
Rahm Emanuel, capo dello staff di Barak Obama, affermava nel 2008 che “occorre evitare che una grave crisi vada sprecata. Essa offre l’opportunità per fare cose che prima non si potevano fare”. Non è un’immagine originale, va detto. Alcuni anni prima l’illustre monetarista della scuola di Chicago, Milton Friedman, aveva rilevato che “le alternative alle politiche esistenti vanno conservate, perché a un certo punto il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”.
Davanti a una scena nebulosa, sia per la futura convivenza con il virus sia per il destino della nostra economia, ecco prendere corpo un catalogo di scelte fino a ieri politicamente o tecnicamente impraticabili e affrontare i guai dell’economia e della politica.
Il luogo dove il Paese reputa di trovare un’illusoria soluzione alle sue pene non è situato sul nostro territorio tuttavia, ma nella cosiddetta Unione Europea (il termine Unione merita la sottolineatura), poiché a tale tecnostruttura il ceto politico-finanziario italiano ha incautamente consegnato nei decenni scorsi una preziosa quantità di democrazia istituzionale e di autonomia monetaria. Non solo, poiché sin dagli anni ’50 del secolo scorso, sedotta dalla fiaba infantile degli Stati Uniti d’Europa, un’Italia dimessa ha devoluto l’iniziativa politica ai paesi europei dominanti, Germania e Francia, nella rinuncia a disegnare una progettualità centrata su legittimi interessi nazionali.
Il primo gigantesco deficit che investe la cosiddetta Unione Europea (Ue) è il deficit di democrazia. Gli organismi europei che anche oggi decidono del nostro futuro non rispondono a sufficienza al principio democratico.
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Hegel e Marx: dall'idealismo al materialismo storico. Una risposta a Fusaro e Gentile
di Concetto Solano
Mandare in soffitta Marx è un’ambizione che ha accomunato, nel tempo, reazionari e progressisti, revisionisti e sedicenti “marxisti”. In anni recenti si è andato rafforzando il velenoso tentativo di liquidare Marx adagiandolo sul letto di Procuste di Hegel, con il duplice scopo di dimostrare che Marx è inferiore al maestro e il Marx che si professa non hegeliano è, invece, un metafisico che, applicando la dialettica hegeliana alla materia della vita, approda a tutta una serie di contraddizioni inestricabili. In conclusione, Marx sarebbe un filosofo da strapazzo che oscillerebbe tra “autofraintendimenti ed equivoci di varia natura”[1] frutto di “un’ambiguità che perseguiterà Marx”[2] nel corso della sua vita intellettuale.
Nel fiorente campo del revisionismo filosofico antimarxista spicca Fusaro, autore di Marx idealista. La chiave di lettura di Fusaro è, per sua stessa ammissione, la medesima che adottò Giovanni Gentile a fine Ottocento, per il quale Marx era un hegeliano comunista e la critica ad Hegel era una critica aporetica.[3]
Ci occuperemo, quindi, di Fusaro, esaminando, oltre che la copia sbiadita, anche l’originale, prodotto da Gentile con la sua Filosofia di Marx. L’intento, apertamente dichiarato da Gentile, è quello di colpire Marx, la teoria del materialismo storico, “da lui messa a leva d’una gravissima dottrina sociale”,[4] e “tutto lo scheletro insomma di quella filosofia, che si vuole insita nella concezione materialistica della storia, posta a fondamento della dottrina comunista”.[5]
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Editoriale n. 1 di Officina Primo Maggio
di Redazione
Qui il manifesto della nuova rivista e qui l'indice del primo numero
Scrive Sarah Lazare nel numero di In These Times del 12 marzo: «Pensavamo che il nostro sistema fosse caratterizzato da precarietà e senso di paura dei lavoratori, il Coronavirus ci ha fatto capire che è stato costruito così deliberatamente».
È vero. Tutte le caratteristiche negative del nostro tempo, in termini di sistema capitalistico in generale e in termini di sistema-Italia, stanno venendo a galla in maniera più chiara e più comprensibile di quanto abbiano potuto fare le migliaia di analisi e di denunce degli ultimi vent’anni.
Noi cominciamo qui la nostra avventura di Officina Primo Maggio. Eravamo pronti a uscire quando è partita l’emergenza. Far finta di nulla era ridicolo, mettersi a fare grandi analisi, tanti lo facevano, meglio di quanto avremmo potuto fare noi. Vorremmo provare allora a cambiare gioco e a pensare che cosa di positivo potrebbe nascere nella testa della gente, perché se c’è un dato certo è che il “pensiero unico” con il Coronavirus è andato in frantumi, e almeno su un paio di cose dovrebbe avere qualche difficoltà a ricostruire la sua compattezza di prima.
Primo, il ruolo dello stato e del servizio pubblico in generale.
Il problema però non dobbiamo guardarlo solo con l’ottica dell’emergenza: anche il più accanito neoliberale oggi è disposto a invocare uno stato autorevole, un comando centralizzato, una sanità pubblica efficace per combattere un virus. No, dobbiamo ripensare il ruolo dello stato da dove lo avevamo lasciato con Primo Maggio, e precisamente da quando ci siamo posti il problema dello smantellamento del welfare state. Quello che stava accadendo ce lo avevano spiegato Fox Piven e Cloward: non era tanto la demolizione del welfare quanto la sua trasformazione in sistema di regolazione e controllo.
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La ricostruzione di una ipotesi comunista per la società del XXI secolo
di Laboratorio 21
1. La sinistra radicale e i comunisti stanno vivendo quello che, in Europa e soprattutto in Italia, è il periodo peggiore della loro storia. Ciò appare paradossale se pensiamo alla profonda crisi strutturale del modo di produzione capitalistico in atto, che dovrebbe fornire argomenti alla sua critica. La verità è che la stessa identità comunista ha necessità di essere ridefinita: cosa vuol dire essere comunisti oggi e soprattutto cosa è il comunismo? La risposta a queste domande e la ripresa del movimento comunista richiedono tempo e soprattutto non possono avvenire mediante scorciatoie politicistiche o ideologico-dogmatiche. Si può risalire la china solo con un lungo e radicale lavoro di rielaborazione della storia del comunismo novecentesco e di comprensione del modo di produzione capitalistico e della società che vi sorge sopra.
2. Quella della sinistra radicale e dei comunisti è una profonda crisi, inserita all’interno di una fase di grande trasformazione dell’economia e della società dell’Italia e dell’Europa a sua volta inserita in una grande trasformazione del capitalismo a livello globale. I cambiamenti in atto nella struttura socio-economica hanno avuto conseguenze sulla sovrastruttura politica, determinando la crisi del bipolarismo tra centro-destra e centro sinistra – che in Italia si basava su coalizioni ruotanti attorno a Forza Italia-Partito delle libertà e al Pds-Ds-Pd. Nello stesso tempo lo spazio un tempo occupato dai partiti “centrali” è stato occupato, da una parte, da forze cosiddette populiste come il M5s e la Lega, che hanno drenato gran parte del voto della sinistra radicale e comunista e soprattutto di ampi settori di classe lavoratrice, e, dall’altra parte, dall’astensionismo di massa.
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Dal coronavirus al debito
di Alessandro Somma
Come l’emergenza sanitaria consolida le relazioni di potere tra Paesi europei
Rapporto di debito e governance europea
Se dal punto di vista formale il rapporto di scambio è una relazione tra pari, lo stesso non può dirsi per il rapporto di debito. Esso è sempre una relazione tra diseguali: tra un creditore egemone e un debitore subalterno, il primo interessato a protrarre nel tempo lo stato di soggezione per assicurarsi un regolare flusso di denaro, ma anche e soprattutto per mantenere a lungo il controllo sul secondo. Questo vale per le persone, ma non solo per esse: pure le comunità politiche, inclusi evidentemente gli Stati, utilizzano il debito per esercitare potere. E anche in questo caso il rapporto debitorio costituisce un dispositivo di governo della produzione e riproduzione di soggettività[1], quelle individuali esattamente come quelle collettive.
L’Unione europea ha elevato il rapporto di debito a paradigma delle relazioni tra gli Stati membri. Lo ha fatto alimentando politiche monetarie e di bilancio concepite ad arte per riservare ad alcuni Paesi lo status di creditori e imprigionare altri nel ruolo di debitori. Certo, tutti gli Stati sono debitori, se non altro perché l’indebitamento sovrano si è imposto come espediente attraverso cui il capitalismo ha guadagnato tempo: ha consentito di finanziare il welfare e di rimandare così la sua crisi in quanto ordine in costante frizione con la democrazia[2]. Non tutti sono però debitori allo stesso modo: alcuni Paesi sono capaci di controllare la produzione della disciplina monetaria e di bilancio e di utilizzarla per rendere cronica e irreversibile la condizione di inferiorità degli altri Paesi[3].
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Lenin e il movimento operaio italiano
Analisi storica e prospettive attuali
di Alessandro Mustillo
Prima di addentrarci nell’analisi del rapporto tra Lenin e il movimento operaio italiano c’è da chiedersi se oltre alla valenza storiografica di queste vicende, l’argomento sia utile a fornire ancora oggi insegnamenti validi per chi è impegnato nella ricostruzione del movimento comunista in Italia, in linea con l’obiettivo che l’Ordine Nuovo si è dato per questo speciale. Certo in un articolo di taglio storico il compito di attualizzare è quello più difficile e complesso, e per questa ragione alcuni aspetti propriamente cronologici saranno sacrificati a una lettura più argomentativa.
Oltre la retorica, e il rifugio nella comodità della tradizione, la risposta alla domanda iniziale, va ricercata immergendosi in un’analisi parallela delle posizioni di allora e del mutamento del contesto in termini economici, storici, politici tra la società di inizio ‘900 e quella del secondo decennio del XXI secolo.
Analizzare il rapporto tra Lenin e il movimento operaio italiano significa lambire la questione centrale e tutt’ora aperta, del fallimento della Rivoluzione in Occidente – ossia nei Paesi a capitalismo avanzato, al vertice della catena imperialista internazionale – in uno dei suoi potenziali avamposti. Lambire e non centrare, perché analizzare la questione da questo lato prospettico impone di concentrarsi sull’aspetto soggettivo e organizzativo e trascurare l’aspetto oggettivo degli elementi attraverso i quali le classi dominanti all’interno dei paesi imperialistici riescono a rendere le classi subalterne compartecipi agli interessi di esse.
L’attualità delle vicende in oggetto risiede – nel giudizio di chi scrive – negli aspetti di forte similitudine tra il contesto dell’inizio del ‘900 e la società di oggi.
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Classe, nazione e crisi
di Giovanni Iozzoli
Mimmo Porcaro, I senza patria, Meltemi, Milano, 2020, p. 217, € 18,00
Le parole “sovranità/sovranismo”, sono tra le più utilizzate nel dibattito politico contemporaneo. Pur godendo di solidi agganci dentro l’impianto costituzionale del 1948, questi termini sono diventate bandiere – peraltro fasulle – nelle mani delle ignobili destre italiane. Sul terreno delle parole, delle categorie, del linguaggio, si combattono da sempre battaglie cruciali per l’egemonia o la vittoria ideologica. Fino ad arrivare a perversi rovesciamenti di senso – basti pensare al termine “riformismo”, diventato negli anni ’90 bandiera neo-liberista, e definitivamente acquisito a quel campo.
Esiste in Italia una rete di soggettività ascrivibili al cosidetto “sovranismo costituzionale”: un’area composita che sostiene la tesi secondo cui la crisi sistemica della globalizzazione e degli assetti post-’89, apre larghi spazi ad un recupero delle categorie di Nazione e Sovranità, nella prospettiva di un’inveramento radicale della Costituzione o addirittura di una ripresa della lotta anticapitalistica. Senza entrare nel labirintico dibattito sulla “questione nazionale” dentro la moderna storia d’Italia – che ci condurrebbe in una giungla storiografica e filosofica che da Machiavelli porta a Mazzini, Gramsci, Togliatti, Bobbio, passando per gli snodi cruciali dell’Unità d’Italia, del fascismo, dell’8 settembre, della Resistenza -, queste tesi vanno comunque vagliate con attenzione, specie in uno scenario mondiale fortemente destabilizzato. A cominciare dalla crisi di egemonia degli USA e dalla caduta di legittimità degli organismi globali e delle nuove statualità sovranazionali, Unione Europea in testa. Persino la pandemia in atto acuisce le criticità del globalismo e rimette in discussione tutte le tessere del complicato mosaico internazionale. Mimmo Porcaro, nel suo libro, affronta senza timidezze questi aggrovigliati nodi, provando a definire l’agenda e le ragioni di un discorso sovranista e costituzionale.
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"Una spesa pubblica timida oggi significa recessione devastante e un debito pubblico più alto dopo"
L'Antidiplomatico intervista Antonella Stirati
Intervista alla Professoressa di Economia Politica di Roma Tre: "Ci sono grossi problemi all’interno dell’eurozona, non ha portato a più coesione, al contrario aumentato diseguaglianze territoriali e sociali. Se questo processo continua a generare così tanta diseguaglianza, e problemi nella gestione di crisi ricorrenti, difficilmente può essere sostenibile."
Mes, Bei, Sure e una promessa di un Fondo - il cosiddetto Recovery Fund - da legare al bilancio europeo con prospettive al momento di difficile previsione vista la nota astiosità dei paesi membri che lo dovrebbero lanciare. Mentre Olanda e Austria parlano di “prestiti”, la Germania "non c'è accordo su come finanziare il fondo", la Francia tace e l’Italia esulta. Questo, in estrema sintesi, il Consiglio europeo di ieri che doveva dare “risposte storiche” ed è stato invece l’ennesimo temporeggiamento dinanzi una crisi economica che si prospetta devastante.
Come AntiDiplomatico abbiamo chiesto un commento alla Professoressa Antonella Stirati, ordinaria di Economia Politica all’Università Roma Tre, nonché firmataria insieme ad altri 100 accademici su Micromega di una lettera appello rivolta al governo italiano per non ratificare quanto pattuito il 9 aprile all’Eurogruppo.
* * * *
Professoressa Stirati, in una lettera pubblicata da MicroMega insieme a 100 colleghi avevate chiesto al governo italiano di non firmare l'accordo uscito dall'Eurogruppo. Ieri il Consiglio europeo ha invece ratificato di fatto quanto pattuito il 9 aprile. Perché è così negativo per il futuro dell'Italia?
A.S.: In quella lettera appello giudicavamo il documento uscito nello scorso incontro europeo in modo negativo sia per rilevarne l’insufficienza delle dimensioni quantitative dell’accordo raggiunto – i soldi banalmente messi a disposizione per l’intervento – sia per sottolineare l’inadeguatezza della natura stessa delle misure, perché si tratta comunque sempre di prestiti che graveranno sui bilanci pubblici nazionali e quindi sono un problema per l’Italia e tanti altri paesi europei.
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Lenin e l'imperialismo come categoria economico-politica
di Guido Ricci
«Non abbiamo bisogno di infarcire le menti, ma dobbiamo sviluppare e perfezionare la memoria … con la conoscenza dei fatti fondamentali, perché altrimenti il comunismo si trasformerà in una parola vuota, in una semplice insegna e il comunista non sarà che un millantatore se nella sua coscienza non saranno elaborate tutte le nozioni che gli sono state date. Queste nozioni non soltanto dovete impararle, ma impararle e al tempo stesso criticarle al fine di non ingombrare la nostra mente di un ciarpame assolutamente inutile, ma di arricchirla con la conoscenza di tutti quei fatti che un uomo moderno colto non può in nessun modo ignorare». V.I. Lenin, Discorso al Congresso Panrusso della Gioventù Comunista, 2 ottobre 1920.
1. Premessa
La nozione di imperialismo, delineata già da Marx ed Engels ed analizzata scientificamente da Lenin, è di grande importanza per la corretta comprensione della realtà, cioè delle contraddizioni insanabili del modo di produzione capitalistico nella sua fase suprema, che stanno alla base del conflitto tra classi e tra paesi e determinano l’ineluttabilità della violenza imperialista.
La corretta comprensione della nozione di imperialismo è fondamentale anche per contrastare l’influenza diretta che esso ha sul movimento operaio e, quindi, sulla lotta di classe e sulla strategia per la trasformazione rivoluzionaria della società.
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Impadronirsi della Fase Tre - In galera! - Contributi a Cinque Stelle (non spente)
di Fulvio Grimaldi
Viviamo in un mondo in cui i medici distruggono la salute, i giuristi distruggono la giustizia, le università distruggono la conoscenza, i governi distruggono la libertà, la stampa distrugge l’informazione, la religione distrugge la morale e le nostre banche distruggono l’economia” (Chris Hedges, giornalista e scrittore statunitense, premio Pulitzer, professore a quattro delle maggiori università USA)
A convalida di quanto qui sopra epitomizzato da un illustre giornalista, poniamo una citazione, tanto celebre quanto artatamente fatta dimenticare, di un personaggio centrale nella strategia economica, sociale e biologica dell’UE. Una personalità francese di altissimo rango, ascoltata dai potenti, venerata dai media e che riassume in sé le categorie citate da Hedges. Jacques Attali è giurista amministrativo, eminenza grigia politica e capo di gabinetto di Mitterand, massimo consigliere economico dello stesso Mitterand e poi di Sarkozy e Macron, banchiere internazionale quale presidente della Banca Europea per lo Sviluppo e presidente della Commissione Attali incaricata di promuovere il neoliberismo finanzcapitalista in Europa e specialmente nei paesi ex-comunisti. Infine autonominato, ma riconosciuto, medico e biologo, come risulta dal programmino di sfoltimento dell’umanità riassunto in questa sua dichiarazione. Per pura coincidenza, appartiene alla stessa confessione di tutti i protagonisti della strategia del vaccino e della depopolazione mondiale:
Un programmino per lo sfoltimento
“Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società. L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle nostre società future. Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorché essa sarà troppo insopportabile, o economicamente troppo costosa” (Jacques Attali, “La médicine en accusation“, in AA.VV., L’avenir de la vie, Seghers, Paris 1981).
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Globalizzazione/glebalizzazione
di Salvatore Bravo
La globalizzazione pone quesiti imprescindibili sul futuro dell’umanità e di ciascuno. È necessario filtrare i messaggi che disorientano per “riflettere sulla durezza del problema”. I trombettieri della globalizzazione rappresentano l’interconnessione planetaria come una destino a cui non ci si può sottrarre. L’operazione ideologica si ripete secondo parametri operativi sempre uguali: si osannano le potenzialità del mercato globale, le tecnologie, si sciorinano numeri e nel contempo si occultano la verità e le tragedie etiche di cui è portatrice. Non sono “convenzionali tragedie della storia umana”, ma ci si trova dinanzi a processi tendenzialmente irreversibili che, nel loro incedere graduale, rischiano concretamente di minacciare ogni forma di vita e civiltà.
Si assiste ad una mutazione antropologica definita “rivoluzione”, ma in realtà si tratta di una regressione. Il termine rivoluzione ha un’accezione positiva. Si scorgono, invece, nel present,e i primi segni della barbarie che verrà. Il lavoro e la sua scomparsa a causa della robotizzazione crescente ed incontenibile è parte della regressione umana che si configura. Il lavoro non è una maledizione biblica, può esserlo in particolari condizioni materiali ed ambientali, ma il lavoro è parte sostanziale dei processi attraverso cui la persona ed intere classi sociali divengono consapevoli della propria condizione, e assumono il compito della lotta e dell’emancipazione per sé e per l’umanità. Senza il lavoro condiviso e simbolizzato non vi è che la tragedia dell’atomismo. Hegel, nella Fenomenologia dello Spirito, descrive la figura “servo-padrone”: il servo, attraverso il lavoro, impara a trasformare la natura, educa il proprio carattere e specialmente impara che non necessita del padrone, che la forza del padrone è la sua paura.
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La peste e lo Stato
di Alberto Toscano
La crisi pandemica ha generato un diffuso desiderio di stato e di autorità. Ma per filtrare questo desiderio imponendo un nuovo bisogno collettivo di salute occorre rivolgersi alle tradizioni di ciò che potremmo chiamare “dualismo del biopotere”, vale a dire ai tentativi di appropriarsi politicamente di quegli aspetti della riproduzione sociale, dalle abitazioni alla medicina, che lo stato e il capitale hanno abbandonato o reso insopportabilmente “esclusivi”
È un luogo comune commentare le più diverse crisi notando la loro capacità di rivelare, in un istante, ciò che l'apparentemente fluida riproduzione dello status quo lascia inosservato, di portare in primo piano ciò che è dietro le quinte, di rovesciare la scala delle priorità etc. Il carattere, la durata e le dimensioni del SARS-CoV-2/Covid-19 sono una illustrazione particolarmente efficace di questa vecchia, “apocalittica”, verità. Dalla esposizione “differenziale” alla morte creata dal capitalismo razziale alla nuova ribalta conquistata dal lavoro di cura, dall'attenzione alle condizioni letali della vita carceraria alla diminuzione, visibile a occhio nudo, dell'inquinamento, le “rivelazioni” catalizzate dalla pandemia sembrano grandi tanto quanto il suo impatto sulle nostre relazioni di produzione e riproduzione sociale.
La dimensione politica della nostra vita collettiva non fa eccezione. Dilagano stati di emergenza, nascono vere e proprie dittature sanitarie (egregiamente in Ungheria), una emergenza che è di sanità pubblica viene militarizzata, e ciò che The Economist soprannomina “coronopticon” è variamente testato su popolazioni in preda al panico[i].
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Eurobonds e MES. Cosa bolle in pentola per i lavoratori
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Impazza da giorni sulla stampa, in tv, nei social, con toni da fine del mondo, lo scontro tra chi è per il MES e chi per gli Eurobonds – incluso un certo numero di personaggi e personaggetti di “sinistra” (vedi Fassina). Tutti i contendenti, però, sono uniti sul punto decisivo: far crescere esponenzialmente il debito di stato, che dovrà essere ripagato, con gli interessi, dai lavoratori. Ragioniamo qui su questa “alternativa” farlocca, e sulla necessità di contrapporre ad entrambi questi strumenti anti-proletari (Eurobonds e MES) la lotta contro il debito di stato e il suo ingigantimento, per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% dei più ricchi. E colpire in questo modo ricchezza e potere della classe capitalistica, la sola ed unica responsabile dell’attuale disastro sanitario ed economico (In coda un glossario per capire i termini ‘tecnici’ con cui vogliono estraniare i lavoratori e le lavoratrici da questioni che, invece, toccano in profondità le loro vite, e le vite dei loro figli e nipoti).
La riunione dell’Eurogruppo del 9 aprile si è conclusa con un generico compromesso. La decisione è stata demandata al Consiglio Europeo del 23 aprile, la sede nella quale i capi di Stato e di governo dell’UE dovranno sciogliere il nodo del MES e del Recovery Fund proposto dalla Francia e appoggiato dal fronte dei paesi favorevoli agli Eurobonds, sia pure nella forma dei cosiddetti coronabonds, un orrendo neologismo che sta a indicare la mutualizzazione del debito che sarà contratto per far fronte alla pandemia in corso e solo di questo, con l’esclusione di quello passato (La mutualizzazione del debito è la condivisione della responsabilità, cioè del peso, da parte di tutti i paesi dell’Unione europea, e non solo di un singolo paese).
La questione ha aperto una aspra polemica politica in Italia, con divaricazioni sia all’interno della maggioranza di governo che nel fronte delle opposizioni. Gli schieramenti pro o contro il MES sono fin troppo noti e rendono qui superflua una loro illustrazione. Qualcosa in più, invece, vale la pena di dire sul merito della questione.
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I loro virus, le nostre morti
di Pièces et main-d’œuvre
«La speranza, al contrario di ciò che si crede,
equivale alla rassegnazione.
E vivere quello non è rassegnarsi»
Albert Camus, Noces
Le idee, lo diciamo da lustri, sono epidemiche. Circolano di testa in testa più veloci dell’elettricità. Un’idea che si appropria delle teste diventa una forza materiale, come l’acqua che mette in moto la ruota del mulino. È urgente per noi, Scimpanzé del futuro, ecologisti, cioè anti-industriali e nemici della macchinazione, rinforzare la carica virale di alcune idee messe in circolazione in questi due ultimi decenni. Per servire a ciò che potrà.
1) Le “malattie emergenti” sono le malattie della società industriale e della sua guerra al vivente
La società industriale, distruggendo le nostre naturali condizioni di vita, ha prodotto ciò che i medici chiamano non a caso «le malattie della civilizzazione». Cancro, obesità, diabete, malattie cardio-vascolari e neuro-degenerative, in buona sostanza. Gli umani dell’era industriale muoiono di sedentarietà, di malnutrizione e di inquinamento, quando i loro antenati contadini ed artigiani soccombevano per le malattie infettive.
Eppure è un virus che nella primavera del 2020 confina a casa propria un abitante terrestre su sette, come per un riflesso ereditato dalle ore più buie della peste e del colera.
Oltre ai più vecchi fra di noi, il virus uccide soprattutto le vittime delle «malattie della civilizzazione». Non solo l’industria produce nuovi flagelli, ma indebolisce la nostra resistenza a quelli passati. Si parla di «comorbidità», come di «coworking» e di «covettura», queste fecondazioni incrociate di cui l’industria detiene il segreto (1).
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Sovranità di Stato o solidarietà comune
di Pierre Dardot, Christian Laval
Ora che la morte è ovunque, si torna a sperare nello Stato. Nel 1978-79, Foucault parlava di biopolitica: a partire dal XVIII secolo, lo Stato moderno diventa il garante della vita, fa vivere e lascia morire, a differenza del vecchio sovrano investito dal diritto terribile di far morire. Potere di gestione della vita piuttosto che potere di disporre della vita. Oggi la popolazione si accorge, con terrore, dell’imprevedibilità criminale delle autorità pubbliche che, per risparmiare sui conti della serva, sotto la pressione del ministero dell’Economia e Finanza e della Corte dei conti, rigorose vestali delle norme europee, hanno deliberatamente ignorato i moniti dei ricercatori sul rischio pandemico. Lo Stato, d’altra parte, espone all’infezione gli operatori sanitari, chi quotidianamente lavora e tutti coloro i quali sono costretti, senza maschere di protezione, ad andare al fronte di produzione, per poi estendere l’esposizione all’intera popolazione, sostenendo che l’uso delle mascherine era riservato solo agli operatori sanitari e ai portatori del virus.
Lo Stato neoliberale degli ultimi trenta o quarant’anni rivela così violentemente il suo rovescio necropolitico, per dirla con Achille Mbembe. E scopriamo che incarna una nuova forma del potere sovrano di disposizione della vita. Si può parlare, dunque, di un’esposizione calcolata alla morte di interi settori della popolazione, cinicamente sacrificati alla logica del massimo profitto e della riduzione dei costi. In un’intervista a «Le Monde» pubblicata il 24 marzo1, Giorgio Agamben si rifugiava nell’argomentazione di «cospirazioni per così dire oggettive», fino ad appellarsi a Foucault per meglio giustificare di aver parlato a febbraio dell’«invenzione» di un’epidemia.
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Econ-apocalypse: aspetti economici e sociali della crisi del coronavirus
di Riccardo Bellofiore
Il testo è la sbobinatura di un intervento orale svolto online il 10 aprile 2020 per la Confederazione Unitaria di Base, con qualche piccola correzione e aggiunta, ma mantiene lo stile colloquiale. Mi sono giovato di alcuni commenti di Francesco Saraceno. (R.B.)
1. La crisi non è ‘esogena’: natura e forma sociale.
Quello che proverò a fornire è un inizio di scrematura dell’orizzonte problematico in cui leggo questa crisi. Vado per punti, in un discorso che si articola in diversi movimenti.
Primo movimento. Questa crisi non è, come spesso si legge, una crisi ‘esogena’, cioè qualcosa che da un esterno (la natura) investe la sfera economica. Se vogliamo, questa è una crisi ‘semi-esogena’ perché per un aspetto è indipendente dalla forma sociale, ma nella grande sostanza è invece legata a doppio filo all’organizzazione capitalistica della produzione, della circolazione delle merci, della distribuzione e dei modi di vita. Non è vero neanche che questa crisi giunga inaspettata. Una crisi del genere di quella che stiamo attraversando fu prevista, per esempio, nel 2005, sulla rivista Foreign Affairs, in un articolo preveggente sulla prossima pandemia.
Questa crisi mette in evidenza il rapporto perverso tra società e natura, che è peraltro già stato al centro della discussione, negli ultimi anni, in merito al cosiddetto ‘cambiamento climatico’, ma non è mai stato veramente preso sul serio dalla politica e dalla politica economica. Certo, si potrebbe dire che il problema non è il capitalismo, ma la struttura industriale. Le cose però non stanno proprio così. Il primato di una produzione tesa all’estremo al fine di una estrazione di profitto si è andato ad accompagnare ad un approfondimento della diseguaglianza globale, in alcuni casi in modo anch’esso estremo, dunque a malnutrizione, a forme di agricoltura e allevamento intensivi, al sovraffollamento abitativo, ad una urbanizzazione eccessiva. Tutto ciò ha fatto sì che trasmissioni virali che avrebbero altrimenti avuto una evoluzione lenta hanno visto una drammatica accelerazione.
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