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Confronto tra il modo in cui l'Occidente e la Cina offrono prestiti ai Paesi in via di sviluppo
di John P. Ruehl - countercurrents.org
Le istituzioni economiche occidentali consolidate stanno affrontando una sfida formidabile da parte dei nuovi arrivati cinesi, ognuno dei quali offre strategie di prestito distinte e competitive con conseguenze di vasta portata per le infrastrutture e lo sviluppo globale
Nell'ottobre 2023, nel corso delle celebrazioni per il 10° anniversario della Nuova via della seta (Belt and Road Initiative, BRI) della Cina a Pechino, i leader pakistani e cinesi hanno firmato un accordo multimiliardario per un progetto ferroviario. Come componente centrale degli sforzi della Cina per promuovere l'integrazione economica e sviluppare le infrastrutture all'estero, il Pakistan ha ricevuto un'importante assistenza allo sviluppo da Pechino attraverso il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) da 62 miliardi di dollari.
Tuttavia, anche le nazioni occidentali e le entità finanziarie hanno effettuato manovre strategiche in Asia, con il Fondo monetario internazionale (FMI) che ha approvato un prestito di 3 miliardi di dollari per il Pakistan a luglio, "salvandolo dall'insolvenza sul debito". Altri Paesi della regione stanno sperimentando una concorrenza simile. Il Bangladesh, ad esempio, ha inaugurato il Collegamento ferroviario del Ponte Padma (Padma Bridge Rail Link) legato alla BRI in ottobre e settimane dopo ha ricevuto un prestito di 395 milioni di dollari dall'UE. Nello stesso mese, lo Sri Lanka ha concluso un accordo sul debito con la Cina, mentre gli Stati Uniti hanno concesso un prestito di 553 milioni di dollari per la costruzione di un porto a Colombo all'inizio di novembre.
Con l'aumento della competizione per le infrastrutture e gli investimenti negli ultimi anni, si sono intensificati gli stalli tra i finanziatori occidentali e cinesi per la ristrutturazione del debito e gli sgravi. I creditori esitano a offrire pacchetti di sgravi, temendo che la concessione di un creditore possa consentire al Paese debitore di utilizzare il denaro degli sgravi per pagare gli altri. Queste impasse sottolineano le sfide che il sistema finanziario dominato dall'Occidente da decenni e le iniziative di prestito devono affrontare.
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La Striscia di terra bruciata
di Joshua Frank
Dopo aver abbattuto le persone e le case, c’è da avvelenare la terra e l’acqua. Ci penseranno l’utilizzo del fosforo bianco, l’inquinamento delle falde e l’abbattimento degli ulivi. Come rendere Gaza, una volta conclusa la campagna di sterminio, un angolo del mondo invivibile anche per le generazioni palestinesi a venire. Ci vorranno almeno cento anni per eliminare gli effetti ambientali di questa guerra.
* * * *
Su una pittoresca spiaggia nel centro di Gaza, 1.600 metri a Nord del campo profughi di Al-Shati, ormai raso al suolo, lunghi tubi neri serpeggiano attraverso colline di sabbia bianca prima di scomparire sottoterra. Un’immagine rilasciata dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) mostra decine di soldati che posano condutture e installano quelle che sembrano essere stazioni di pompaggio mobili che devono prelevare l’acqua dal Mar Mediterraneo e convogliarla nei tunnel sotterranei. Il piano, secondo vari rapporti, è quello di allagare la vasta rete di gallerie e tunnel sotterranei che Hamas avrebbe costruito e utilizzato per svolgere le sue operazioni.
“Non parlerò dei dettagli, ma includono esplosivi per distruggere e altri mezzi per impedire agli agenti di Hamas di utilizzare i tunnel per danneggiare i nostri soldati”, ha detto il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, il Tenente Generale Herzi Halevi. “Qualsiasi mezzo che ci dia un vantaggio sul nemico che usa i tunnel, privandolo di questa risorsa, è un mezzo che stiamo valutando di utilizzare. Questo è un buon piano”.
Anche se Israele sta sperimentando la sua strategia di allagamento, non è la prima volta che i tunnel di Hamas vengono sabotati avvalendosi dell’acqua di mare.
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Multipolarimo, socialismo e decolonizzazione del mondo
di Antonio Castronovi
“Nel mondo che emerge, un mondo fatto
di conflitti etnici scontri di civiltà,
la convinzione occidentale dell’universalità
della propria cultura comporta tre problemi:
è falsa, è immorale, è pericolosa…
l’imperialismo è la conseguenza
logica e necessaria dell’universalismo.”
(S. P. Huntington: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale).
Il mondo è scosso come non mai da un moto tellurico che sta rompendo gli ingiusti “equilibri” secolari ereditati dal colonialismo occidentale che ha saccheggiato, depredato e colonizzato interi continenti: dall’Africa all’Asia, dalle Americhe all’Australia. Interi popoli stanno riemergendo oggi dall’oscurità della storia e dalla marginalità, e stanno ritrovando le vie del proprio riscatto e della propria indipendenza e sovranità, accelerando la tendenza al multipolarismo.
La frattura che ha provocato questo evento è stata causata dalla decisione coraggiosa della Russia di non sottostare alle provocazioni della NATO di voler fare dell’Ucraina un avamposto anti-russo, minacciandone così la sicurezza. La guerra che ne è seguita sta mettendo in crisi l’ordine unipolare USA nel mondo, accelerando le spinte anticoloniali che si stanno liberando dall’egemonismo occidentale in Africa, in Asia, nel Medio Oriente, in America Latina.
Sta prendendo sempre più forma un nuovo ordine mondiale multipolare, con nuove istituzioni, nuovi rapporti di cooperazione tra Stati e paesi, con nuovi e diversi valori alternativi e contrapposti a quelli neo liberali.
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Oltre la Françafrique
I colpi di Stato in Africa nel processo di decolonizzazione
di Gabriele Santoro
Nei venti anni successivi all’indipendenza, ottenuta nel 1960, l’Alto Volta (dal 1984 Burkina Faso) vide tre colpi di Stato. Dopo quello del 1980 iniziò l’ascesa del militare e politico rivoluzionario Thomas Noël Isidore Sankara, classe 1949, il Presidente più giovane che l’Africa abbia conosciuto. Nominato Capitano, poi segretario di Stato per l’informazione, si distingueva spesso dalla condotta governativa quando questa avversava il popolo. Conquistavano il suo linguaggio coerente nel tempo con i comportamenti, la creatività, l’energia che sostanziarono un immaginario, quello del riscatto antimperialista dei vinti, che sostenne, seppure in assenza di libere elezioni, la sua scalata al vertice dello Stato.
“Osiamo inventare l’avvenire” sosteneva Sankara e non era semplice farlo nel secondo Paese africano più povero, dove l’aspettativa di vita non raggiungeva i quarant’anni. Non era semplice denunciare il fallimento degli stati postcoloniali, creati in quella regione del continente sotto la forte influenza francese, divenuti delle “democrature” segnate da regimi gerontocratici e prive di alcun contrappeso nei poteri statuali. Uno degli elementi più interessanti della breve e intensa vicenda sankarista fu proprio la messa in discussione del paradigma della Françafrique, perpetuatosi anche dopo il 1960, che è tuttora una questione politica e sociale aperta. Negli ultimi tre anni cinque paesi francofoni hanno vissuto colpi di stato militari: Guinea, Mali, Burkina Faso, Niger e da ultimo il Gabon.
Nel giorno della liberazione del Mali, Charles De Gaulle aveva ammonito: “L’indipendenza reale, l’indipendenza totale non appartiene a nessuno. Non c’è politica possibile senza cooperazione”.
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Da vent’anni li aiutiamo a compiere i peggiori crimini
di Francesco Cappello
L’Italia è colpevolmente al fianco dei governi israeliani, in qualunque loro azione, contribuendo fattivamente alle sue reiterate criminali politiche di guerra. La scelta, ormai ventennale, di collaborare al potenziamento dell’apparato bellico israeliano ha avuto l’effetto collaterale della completa perdita di credibilità del ruolo di mediatore in Medio Oriente del nostro Paese
La cooperazione tra l’industria militare italiana e quella israeliana è stata ratificata dal terzo governo Berlusconi che codificò un precedente accordo generale nella forma di memorandum di intesa, sulla cooperazione militare tra Italia e Israele, con la Legge 94 del maggio 2005, passata grazie a uno schieramento “bipartisan”. Il memorandum coinvolge i Ministeri degli Esteri e della Difesa con la piena partecipazione del Ministero dell’Università e della Ricerca. Prevede misure per promuovere gli scambi di tecnologie, formazione, reciproco addestramento (1), ricerca militare, manovre militari congiunte, nonché il reciproco trasferimento di armi e tecnologia.
L’industria militare e le forze armate del nostro Paese sono coinvolte in attività militari congiunte con Israele di cui persino il Parlamento della Repubblica Italiana non ha piena conoscenza. Siamo complici delle reiterate carneficine contro i civili palestinesi che loro chiamano guerra.
Nel luglio 2012, è stato raggiunto un nuovo accordo per l’esportazione dei sistemi militari italiani verso Israele, inclusi gli aerei M-346 consegnati alle forze armate israeliane nel luglio 2014, nel bel mezzo della criminale operazione “Margine protettivo” a Gaza (Le vittime furono circa 2300, tra cui 600 bambini e 11100 feriti). Sebbene i nuovi velivoli siano utilizzati per l’addestramento al pilotaggio dei caccia, possono anche essere armati e utilizzati per bombardare. In particolare, grazie alla loro facilità di utilizzo, possono essere utilizzati in zone urbane e durante conflitti con forze armate a basso dispiegamento di contraerea.
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Il caso legale di genocidio
di Chris Hedges - chrishedges.substack.com
La Corte internazionale di giustizia potrebbe essere tutto ciò che si frappone tra i palestinesi di Gaza e il genocidio
L’esauriente memoria di 84 pagine presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che accusa Israele di genocidio è difficile da confutare. La campagna israeliana di uccisioni indiscriminate, la distruzione su larga scala di infrastrutture, tra cui abitazioni, ospedali e impianti per il trattamento dell’acqua, insieme all’uso della fame come arma, accompagnata da una retorica genocida da parte dei suoi leader politici e militari che parlano di distruggere Gaza e di eradicare i 2,3 milioni di palestinesi, sono tutte ottime ragione per arrivare alla condanna di Israele per genocidio.
Il fatto che Israele abbia diffamato il Sudafrica definendolo il “braccio legale” di Hamas esemplifica il fallimento della sua difesa, una diffamazione a cui hanno fatto eco quelli che sostengono che le manifestazioni organizzate per chiedere un cessate il fuoco e proteggere i diritti umani dei palestinesi sarebbero “antisemite”. Israele, con il suo genocidio trasmesso in diretta al mondo intero, non ha argomenti sostanziali per controbattere.
Ma questo non significa che i giudici del tribunale si pronunceranno a favore del Sudafrica. La pressione degli Stati Uniti – il Segretario di Stato Antony Blinken ha definito le accuse sudafricane “prive di merito” – sui giudici, scelti tra gli Stati membri dell’ONU, sarà intensa.
Una sentenza di genocidio è una macchia che Israele – che utilizza l’Olocausto come arma per giustificare la brutalizzazione dei palestinesi – avrebbe difficoltà a rimuovere. Sarebbe una sconfitta per l’insistenza di Israele che gli Ebrei sono le eterne vittime.
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Il "proletariato" palestinese
Un po’ di cifre
di Alessandro Mantovani
I proclami e i comunicati della resistenza contro Israele non ne fanno menzione; per essa le sue rivendicazioni specifiche non hanno nella lotta di liberazione nazionale luogo a procedere. Parliamo del proletariato palestinese.
Per contro diverse tendenze internazionaliste occidentali danno per scontato che esista, che possa essere autonomo dal nazionalismo borghese, che debba respingere le false sirene della lotta nazionale e combattere - assieme al proletariato del Medio Oriente, incluso eventualmente quello israeliano - contro la propria borghesia, in vista della propria emancipazione1.
Esiste davvero un proletariato palestinese? E se sì, qual è il suo peso sul totale della popolazione araba della Palestina? Non è facile determinarlo, dal momento che non solo le statistiche sono incomplete ma soprattutto redatte secondo criteri di non facile lettura marxista.
Per il marxismo la classe proletaria, in quanto classe rivoluzionaria, non si definisce in base al mero fatto di percepire un salario, bensì tenendo conto di quegli elementi dinamici che fanno di uno strato sociale un fattore in grado di incidere sui rapporti tra le classi: ad esempio una maggior concentrazione sul territorio, nelle unità produttive e nei servizi conferiscono notevole influenza sociale e politica anche a gruppi relativamente poco numerosi rispetto al resto della popolazione. Il proletariato russo arrivò al potere in Russia, nel 1917, benché minoranza, perché a Pietrogrado era concentrato e forte. Un altro elemento da tenere presente è il grado di “purezza” del rapporto fra capitale e lavoro salariato. Ad esempio un salariato stagionale, ancora legato parte dell’anno all’agricoltura, differisce alquanto per mentalità da un operaio industriale. Un lavoratore dei servizi differisce da un addetto alla catena di montaggio, ecc.
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Palestina, i diritti negati
Alba Vastano intervista Michele Giorgio
Alba Vastano: Prima di entrare nel tema dell’intervista, possiamo fornire ai lettori brevi informazioni su come è avvenuto che la tua storia professionale si è intrecciata con la storia della Palestina?
Michele Giorgio: Mi sono recato a Gerusalemme per motivi di lavoro, per qualche periodo alla fine del 1989 per conto di un agenzia di stampa. Nel periodo successivo sono andato e tornato varie volte. Vivevo tra Roma e Gerusalemme. Un momento importante è stato nel periodo della guerra del Golfo del ‘91quando sono venuto qui per scoprire quello che accadeva nei territori occupati palestinesi e in Israele durante quella guerra. Poi ho cominciato a collaborare con “il Manifesto”. Sono diventato poi il corrispondente da Gerusalemme. Ho effettuato vari viaggi di lavoro per “il Manifesto” in vari paesi del Medio oriente, nel Nord Africa e in Asia centrale. Nel 2021 ho fondato con altri colleghi una rivista che si chiama “Pagine esteri.it”, rivista di approfondimento politico e culturale sugli Esteri.
AV: Su quanto accaduto il 7 ottobre i media continuano a ribadire che la scintilla che ha scatenato il conflitto con Israele l’ha accesa Hamas con l’attentato definito di matrice terroristica. Qual è la tua opinione, ma soprattutto, qual è la verità sul conflitto in corso e sulle dinamiche dell’escalation?
MG: Sicuramente a Gaza è avvenuta una grossa rappresaglia, da parte di Israele, che ha causato la morte di molti civili innocenti. Non lo affermo sulla base di un mio convincimento personale, ma sulla base di quello che sono le notizie, soprattutto sulla base di quello che riferiscono le agenzie umanitarie più importanti.
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Israele: un “Protocollo Annibale” di massa prolungato nel tempo?
di Giacomo Gabellini
Conformemente al suo ruolo di spina nel fianco del governo guidato da Benjamin Netanyahu, il quotidiano israeliano «Haaretz» è tornato nuovamente sul tema dell’inadeguatezza “sospetta” manifestata dalle forze militari e di intelligence israeliane nel corso del 7 ottobre, sollevando il delicatissimo tema relativo al cosiddetto “Protocollo Annibale”. Vale a dire una procedura operativa introdotta per impedire la riproposizione di episodi analoghi a quello verificatosi nell’estate 1986, quando Hezbollah rapì e assassinò tre soldati israeliani inquadrati nella Brigata Givati, i cui cadaveri sarebbero stati consegnati a Israele nel 1996 in cambio della restituzione dei corpi di 123 guerriglieri del Partito di Dio.
Pochi giorni dopo il rapimento, il generale Yossi Peled, il colonnello Gabi Ashkenazi – che avrebbe successivamente ricoperto gli incarichi di Capo di Stato Maggiore e ministro degli Esteri – e il colonnello Yaakov Amidror si riunirono presso il quartier generale del Comando Nord per stilare quello che si configura come uno degli ordini operativi più controversi nella storia delle forze di difesa israeliane, che definiva la condotta da tenere in caso di rapimento di uno o più soldati dell’Israeli Defense Force. «Durante un rapimento – recita la direttiva – la missione principale consiste nel salvare i nostri soldati, anche a costo di ferirli. Le armi da fuoco devono essere impiegate per eliminare i rapitori o comunque fermarli. Se un veicolo con a bordo i rapitori non si arresta, occorre bersagliarlo deliberatamente con un singolo colpo di arma da fuoco mirato contro i sequestratori, anche se ciò dovesse significare colpire i nostri soldati. In ogni caso, verrà fatto di tutto per fermare il veicolo e non lasciarlo scappare».
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Quanto costa portare la propria testimonianza?
di Chris Hedges
Ci sono decine di scrittori e fotografi palestinesi, molti dei quali sono stati uccisi, che sono determinati a farci vedere l'orrore di questo genocidio. Sconfiggeranno le bugie degli assassini
Ho trovato ieri questo articolo ed ho immediatamente sentito, assieme alla rabbia e all’orrore, il bisogno di condividerlo prima che con voi amici lettori, con i miei “compagni d’arme” della redazione. Il termine non è casuale perché, ognuno a modo suo, stiamo tutti combattendo una guerra selvaggia, principalmente contro l’imbarbarimento delle nostre anime e delle nostre menti. Ho voluto tradurlo per dare ancora un’altra voce ai nostri “contubernali” palestinesi e stranieri, quelli che rischiano tutti i giorni la vita, e molti l’hanno persa, in quel fronte di massacro che è la Striscia di Gaza. Odio la guerra, ma soprattutto odio chi mi porta a combattere contro di lui, perché quest’odio fa di me un essere inumano, perché mi degrada al suo livello. Proprio per questo, per diluire un po’ l’odio dentro di me, ho chiesto a una donna, molto più umana di me, di portare il suo contributo. Grazie a Chris per averci fatto conoscere anche queste voci e un forte abbraccio a tutta la Redazione e a tutti voi. A.deA.
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Questi giorni sono importanti per la nostra cultura cristiana, un periodo che porta la speranza di salvezza grazie alla nascita di Gesù Bambino ma, come l’autore dell’articolo scrive, Gesù ha subito fin dalla Sua venuta in questa parte del mondo gli orrori della perfidia umana: la strage degli innocenti, facendolo diventare il primo rifugiato palestinese. L’orrore di questa ennesima guerra contro i civili, portata aventi con una metodicità allucinante che ci fa rabbrividire, l’ignominia delle informazioni pilotate volte a rassicurarci sulla “bontà” del genocidio, l’accanimento criminale per far tacere le voci dei giornalisti e fotografi che testimoniano con coraggio le stragi perpetuate è ancora più grave
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Possono aspettare con calma, mentre Netanyahu si affanna e sbaglia
di Alastair Crooke - strategic-culture.su
Netanyahu è nel bel mezzo di una "campagna". Ma non è una campagna elettorale, perché non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere alle elezioni
In una piccola stanza poco illuminata di Gaza, era stato possibile distinguere prima la vecchia sedia a rotelle da museo e poi la figura accartocciata e avvolta in una coperta del paraplegico che la occupava. All’improvviso, dalla sedia a rotelle era arrivato uno stridio acuto; l’apparecchio acustico del suo occupante era impazzito e avrebbe continuato a strillare a intervalli regolari per tutta la durata della mia visita. Mi ero chiesto quanto potesse sentire l’occupante della sedia, con un apparecchio acustico così mal regolato.
Durante la discussione, mi ero reso conto che, disabile o meno, il suo stato mentale era più affilato di una lama. Era duro come il ferro, aveva un ottimo senso dell’umorismo e i suoi occhi brillavano in continuazione. Chiaramente si stava divertendo, tranne quando lottava con i fischi e gli strilli del suo apparecchio acustico. Com’era possibile che un tale carisma fosse racchiuso in una figura così esile?
Quest’uomo sulla sedia a rotelle e con l’auricolare sgangherato – lo sceicco Ahmad Yasin – era il fondatore di Hamas.
E ciò che mi aveva detto quella mattina è arrivato a sconvolgere il mondo islamico di oggi.
Mi aveva detto: “Hamas non è un movimento islamico. È un movimento di liberazione e chiunque, sia esso cristiano o buddista – persino io [Alastair Crooke] – avrebbe potuto farvi parte. Siamo tutti benvenuti”.
Perché questa semplice formula è così significativa e collegata agli eventi di oggi?
L’ethos di Gaza, a quel tempo (2000-2002), era prevalentemente quello dell’Islamismo ideologico. La Fratellanza Musulmana egiziana era profondamente radicata.
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Palestina è il mondo
Per un sostegno incondizionato alla resistenza palestinese
di Assemblea Militante
Gli eventi drammatici che sono seguiti all’iniziativa della resistenza palestinese del 7 ottobre, il genocidio di massa operato dalla Stato israeliano sostenuto e finanziato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, hanno sollevato il velo sulla bestiale opera colonizzatrice con cui si sfrutta, si reprime e si incarcera la popolazione palestinese. Ha dimostrato, al contempo, che è possibile e necessario ribellarsi e che nonostante il regime di apartheid, il controllo militare di uno degli eserciti più armati del mondo e l’utilizzo dei coloni come truppe di avanguardia per occupare, uccidere ed espellere i palestinesi, non si è fiaccata la loro volontà di resistere.
Una gigantesca e vergognosa propaganda di guerra si è messa in moto per giustificare l’intensificazione dell’opera, già in atto da ben prima il 7 ottobre in forma diluita e costante, di genocidio, repressione ed espulsione dai propri territori della popolazione palestinese che è sotto gli occhi di tutti. Una propaganda che non ha risparmiato menzogne si è attivata per derubricare a “bestiale” atto terroristico la resistenza palestinese e l’iniziativa militare contro il dispositivo militare e civile che circonda la Striscia di Gaza per incarcerare la popolazione palestinese, che lì sopravvive sotto il totale controllo delle risorse vitali (acqua, elettricità, cibo) da parte israeliana.
Nei mesi precedenti all’iniziativa militare del 7 ottobre, un attacco senza precedenti dell’esercito israeliano e dei coloni aveva investito l’altro piccolo bantustan dove vengono schiacciati i palestinesi: la Cisgiordania. Morte e repressione sono state disseminate in quei territori per espellere i palestinesi costretti a vivere in piccole isole territoriali incomunicanti e a dipendere dai permessi dei check point con tanto di dispositivi elettronici di riconoscimento facciale per poter accedere a quei pochi terreni che sono stati loro lasciati o uscire dalle proprie case per procurarsi da vivere.
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Un Vietnam israeliano?
di Giacomo Gabellini
Qualche giorno fa, il «Washington Post» ha rivelato che, a partire dallo scatenamento dell’Operazione Spade di Ferro, Israele ha lanciato contro la Striscia di Gaza oltre 22.000 bombe messe a disposizione dagli Stati Uniti, come si evince dai dati di intelligence di cui il Congresso ha recentemente autorizzato la divulgazione. Entro l’arco temporale in oggetto, Washington avrebbe fornito a Israele circa 15.000 ordigni (comprese le bombe anti-bunker da 2.000 libbre) e più di 50.000 proiettili di artiglieria. Un tipo di munizionamento smaccatamente incompatibile le cosiddette “operazioni chirurgiche”, ma perfettamente coerente con una campagna di bombardamenti a tappeto come quella che le forze israeliane stanno conducendo contro la Striscia di Gaza.
All’11 dicembre, il Ministero della Sanità di Gaza quantificava in oltre 18.200 morti e circa 47.000 feriti il numero delle vittime palestinesi mietute dagli attacchi israeliani, senza distinguere tra civili ed effettivi di Hamas. All’interno di un rapporto stilato dall’Israeli Defense Force, invece, si giudica “verosimile” un ammontare complessivo pari a circa 15.000 morti, tra cui “oltre 5.000” membri di Hamas. Un rapporto di due vittime civili per ogni miliziano di Hamas assassinato, che secondo il portavoce dell’esercito israeliano Jonathan Conricus certificherebbe il successo delle operazioni militari. A suo avviso, «qualora, come credo, i nostri numeri verranno confermati, si tratterebbe di un bilancio straordinariamente positivo e forse unico al mondo, se si confrontano questi dati con quelli afferenti a qualsiasi altro conflitto combattuto in territorio urbano tra un esercito e un’organizzazione terroristica incorporata nella popolazioni locale che utilizza i civili come scudi umani».
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Pietra: materiale sovente impiegato per la costruzione di cuori
di Alberto Bradanini
Nelle righe che seguono è assunta quale base di riflessione la coraggiosa analisi[1] della tragedia di Gaza da parte del politologo americano di scuola realista, John J. Mearsheimer
Solo un cupo cinismo che rispecchia l’esecrabile deficit di etica umana che permea una società asservita a una capillare manipolazione consente di obliterare l’immensità dei crimini contro l’umanità che Israele (e personalmente i singoli membri del governo/esercito israeliani) continuano a commettere a Gaza contro persone inermi, uomini, donne e bambini, che muoiono sotto le bombe della sola democrazia del Medio Oriente, come i media al libro paga amano definire lo Stato Ebraico dell’Apartheid. Ciò che si dipana ogni istante sotto lo sguardo impotente del mondo eticamente evoluto costituisce un massacro deliberatamente pianificato. Insondabile è la profondità della tragedia umanitaria che si abbatte sul corpo di persone innocenti[2]. Che tale condotta cada o no sotto la definizione di genocidio è una questione che va lasciato ai legulei giustificazionisti.
Di certo non saranno queste parole di esecrazione a fermare i responsabili di tali atrocità, impermeabili come sono a ogni umana empatia. La storia, tuttavia, resta implacabile, ogni accadimento viene registrato e alla fine rimbalza. Sebbene oggi appaia improbabile, non si può tuttavia escludere che i criminali impuniti vengano un giorno tradotti sul banco degli imputati.
In ogni caso, se non a quello degli uomini essi dovranno rispondere delle loro nefandezze al tribunale della storia. A quel punto, insieme agli aguzzini, vedremo allungarsi le ombre dei loro complici, in prima fila le oligarchie americane che tollerano tutto ciò e a seguire quelle europee (e nella sua nota posizione del missionario anche quella italiana). A fianco di costoro vedremo quindi sfilare la schiera degli indifferenti, non certo caratterizzata da umana partecipazione, che farà i conti con la lacerazione della coscienza o quel che di essa sarà rimasto.
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7 Ottobre: chi c'era dietro?
di Moreno Pasquinelli
Visto il prezzo inaudito che i palestinesi e Gaza stanno pagando è inevitabile porsi la domanda: perché HAMAS e gli atri movimenti della Resistenza palestinese hanno compiuto la devastante azione del 7 ottobre?
C’è chi fornisce una risposta terribile: l’attacco di HAMAS sarebbe stata un’operazione sotto falsa bandiera.
Il teorema si regge su due gambe: il falso mito della potenza militare israeliana e dell’infallibilità della sua intelligence, e una concezione sbagliata della relazione causa-effetto.
Per ciò che concerne i miti ogni ragionamento oppositivo risulta vano; impossibile convincere chi crede che i miti, per quanto degni d’attenzione possano essere, sono come minimo improbabili se non frutto di fantasia.
Riguardo alla concezione della relazione causa-effetto, salta agli occhi il meccanicismo per cui, visto l’effetto una soltanto la causa. In verità, nel mondo reale, tanto più quello storico-sociale, abbiamo sempre un concorso di cause per cui diversi e spesso imprevedibili possono essere gli effetti. Il ragionamento del cospirazionista si può esprimere in questi termini: se la reazione del soggetto A va a buon fine, se ne deve dedurre che il soggetto B, il quale ha compiuto l’azione, è oggettivamente funzionale, se non addirittura soggettivamente al servizio, di quello che ha reagito. La fallacia della deduzione è evidente: solo le azioni politiche che ottengono un successo indiscusso sarebbero genuine e prive di zone d’ombra mentre, se si concludono con una sconfitta, dietro ci sarebbe lo zampino del diavolo.
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