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soldiepotere

La Patria è di destra o di sinistra?

di Carlo Clericetti

569732La sinistra dispersa e litigiosa ha trovato un nuovo motivo di divisione e di insulti. L’occasione è stata la costituzione di una nuova associazione culturale, promossa da Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre e un nutrito gruppo di intellettuali, che ha lo scopo di incidere sul dibattito politico costruendo una cultura per la sinistra dell’attuale momento storico. Ma a scatenale le polemiche è stato soprattutto il nome, che Fassina ha scelto nonostante i dubbi avanzati da alcuni partecipanti alla discussione: “Patria e Costituzione”. Tanto è bastato per attirare l’insulto di moda, peggiore anche di “populismo” e “sovranismo”, ossia quello di “rossobrunismo”, cioè un ibrido tra posizioni di estrema sinistra ed estrema destra.

Se usare il termine “Patria” basta per essere accusati addirittura di filo-nazismo (le “camicie brune”, come si ricorderà, erano appunto i nazisti), bisogna dire che il dibattito politico è scaduto a livelli inferiori a quelli di un Bar Sport. Noti rossobruni, in questo caso, sarebbero per esempio Che Guevara (con il suo “Patria o muerte”), Palmiro Togliatti, Lelio Basso e tantissimi altri che trovano posto nel pantheon della sinistra storica. E persino la rivista dell’associazione dei partigiani (l’Anpi), come ha ricordato Fassina, si chiama “Patria indipendente”.

Sgombrato il campo dagli insulti lanciati non si sa se per ignoranza o malafede, ci si può chiedere perché rispolverare un termine che da molti anni non fa più parte del vocabolario della sinistra. L’intenzione di Fassina e compagni è che i due termini vadano strettamente legati: la “Patria” è quella disegnata dalla nostra Costituzione, i cui principi dovrebbero essere prevalenti rispetto a tutto, anche a quello che viene deciso in sede di Unione europea. Il che ha una logica.

E’ ormai assodato che il modello di società prefigurato dai trattati e dall’organizzazione dell’Unione europea è diverso da quello che la nostra Costituzione si propone di realizzare (vedere in proposito, per esempio, i libri di Luciano Barra Caracciolo e di Vladimiro Giacché, nel cui intervento è sintetizzato il problema).

Ancora oggi noi ci riconosciamo in quel modello sociale, con cui si pone il lavoro alla base dell’inserimento nella società, e si aggiunge subito dopo che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il modello che viene disegnato dai trattati e dagli accordi dell’Unione europea, e soprattutto il modo in cui è stato gestito nella realtà e che le riforme proposte allontanerebbero ulteriormente dal nostro, pone come obiettivi prioritari il controllo dell’inflazione, il pareggio di bilancio, il divieto di intervento dello Stato, la tutela della concorrenza. Una delle formule applicative di quel modello prevede non solo che esista una certa quantità di disoccupazione, ma addirittura che sia opportuna.

La differenza sostanziale consiste nel fatto che questo modello si propone di far funzionare al meglio un certo tipo di economia, e la società deve adattarsi al suo funzionamento; il nostro modello prefigura invece un certo tipo di società, e sta poi alla politica individuare quali meccanismi economici siano in grado di realizzarla. Queste impostazioni si riflettono anche sulla struttura istituzionale: nel primo modello sono i tecnici – o meglio, le regole instaurate in base alle prescrizioni di una determinata teoria economica – a stabilire le compatibilità. I politici possono scegliere una linea vagamente progressista o più conservatrice, ma solo all’interno delle compatibilità definite, alle quali “there is no alternative”.

La storia ci dice che invece le alternative ci sono, e i sistemi democratici sono nati appunto per far esercitare ai cittadini la scelta tra di esse. Chi dunque continua a proporre “più Europa” sta di fatto promovendo in modo implicito una riforma costituzionale ben più radicale di quella bocciata dalla maggioranza degli italiani il 4 dicembre del 2016, perché riguarda non solo il modo di funzionamento dello Stato, ma anche i valori fondamentali espressi nella nostra Carta e la stessa logica del funzionamento della democrazia.

Gli europeisti di sinistra – da Yanis Varoufakis a Luciana Castellina – concordano quasi del tutto con questa analisi, ma pensano che si debba combattere per cambiare l’Europa, un obiettivo che Fassina & c. considerano irrealizzabile. Come è noto, per cambiare i trattati serve l’unanimità dei paesi membri: che non si raggiungerà mai, non solo per ragioni ideologiche, dato che il modello europeo è stato disegnato secondo i principi dell’ordoliberismo tedesco, ma anche perché vari paesi – Germania in primis – sono favoriti dall’attuale assetto, e dunque a cambiarlo non ci pensano proprio.

Un’uscita dall’Europa o anche solo dall’euro sarebbe rischiosa (a meno che non fosse concordata: ma anche di questo non si vede la probabilità). Ma se vogliamo salvare il nostro modello sociale bisogna stabilire che ciò che prescrive la nostra Costituzione viene prima delle norme europee. Il significato di “Patria e Costituzione” è dunque questo: non è questione di nazionalismo o sovranismo, ma della scelta di conservare il modello di società che la nostra democrazia ha scelto.

Ciò detto, il concetto di “Patria” non è il più appropriato a rappresentare questa linea. Lo usarono i partigiani, è vero, ma in quella fase serviva qualcosa attorno a cui potessero raccogliersi visioni politiche molto diverse, unite dall’obiettivo della lotta al fascismo e della conquista della democrazia, in un paese occupato militarmente da eserciti stranieri; e non c’era ancora la Costituzione che ha fissato i valori della nostra convivenza civile. E al patriottismo di Togliatti non era certo estranea la necessità di affermare che il suo partito, accusato di prendere ordini dall’Unione sovietica, aveva prima di tutto a cuore il bene del paese. In tutto il periodo successivo il termine è stato usato soprattutto dalla destra, e questo lo ha certamente connotato ed è una cosa che può respingere una parte di potenziali elettori progressisti. Ma non è per questo che lo ritengo sbagliato come identificativo di una iniziativa di sinistra. “Patria”, come “nazione”, rimanda a un’identità che non si basa su una scelta razionale, ma sull’essere nati in un certo posto e sulla presunzione che ciò implichi una determinata cultura distinta dalle altre. Che cosa c’entra questo con una scelta politica di sinistra? Chi è di sinistra si sente più vicino all’italiano Matteo Salvini o al francese Jean-Luc Mélenchon? All’italiano Silvio Berlusconi o alla tedesca Sahra Wagenknecht?

Se l’obiettivo è un determinato tipo di società, l’identità che va costruita è politica, non quella che deriva dalla nascita in un certo luogo: con quest’ultima sì rischia di sconfinare nel nazionalismo “ideologico”, mentre ai fini del progetto politico descritto il nazionalismo è puramente contingente e strumentale, per non farsi travolgere dall’altro modello sociale. Non è una differenza di poco conto. E d’altronde la Costituzione è certo basata su valori, ma è un atto di diritto positivo, non ha nessun aspetto trascendente né ne ha bisogno. Invece quello di “Patria” è un concetto trascendente, al contrario dello “Stato” che è una costruzione politica.

Riassumiamo.

Primo. L’Unione europea è stata costruita non solo con un deficit di democrazia, ma soprattutto in base a un modello sociale diverso da quello prefigurato dalla nostra Costituzione. Le scelte seguite all’introduzione dell’euro e la gestione della crisi iniziata dieci anni fa hanno segnato un’evoluzione verso il peggio, e le riforme di cui si sta discutendo enfatizzerebbero questa evoluzione negativa.

Secondo. Non esistono le condizioni per un cambiamento di rotta, né è prevedibile che possano verificarsi in futuro.

Terzo. In questa situazione, lo Stato nazionale è il solo ambito che renda possibile perseguire democraticamente il nostro modello sociale, quello disegnato dalla Costituzione.

Chi poi obiettasse che il progetto dell’unità europea travalica gli interessi nazionali, è invitato ad esaminare con più attenzione il comportamento degli altri paesi membri, nelle politiche economiche e ancor di più in quelle con l’estero. Se riuscirà a rintracciare un solo barlume di solidarietà a scapito degli interessi nazionali di ognuno sarà stato certo più bravo di noi. Questo non significa che dobbiamo isolarci, né impegnarci in una conflittualità permanente. Ma tra queste ipotesi e l’assistere al progressivo disfacimento del nostro modello sociale ci deve ben essere una via intermedia, e questa via consiste nel pretendere rispetto e la possibilità di seguire la nostra strada, e su queste basi impostare la cooperazione con gli altri paesi, senza dubbio necessaria. Se poi chi si pone in questa prospettiva farà a meno di utilizzare il concetto di “Patria”, avrà evitato molti possibili equivoci.

Resta poi un altro serio problema, e cioè che bisognerebbe avere governi che facciano le cose giuste, cosa che non accade da lunghissimo tempo. Ma la soluzione non è farsi governare dagli altri, come molti personaggi “illuminati” della nostra storia hanno creduto (agendo di conseguenza). “Gli altri” fanno gli interessi di chi li deve eleggere, non i nostri, e se qualcuno avesse avuto bisogno di prove dovrebbe già averne avute più che a sufficienza.

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Comments   

#65 Anna 2018-11-06 22:07
Caro Paolo Selmi ,
non mi hai tediata . A partire da quel particolare passaggio della Critica del Programma di Gotha , hai ragione a pensare che l’idea di pianificazione in sé non sia una forzatura deduttiva . Ma faccio notare che ho parlato di “pianificazione statale” e penso che tu abbia ancora più ragione quando sottolinei che Marx vada preso nel suo complesso , all’interno dell’intera sua opera omnia . E , come avrai capito , il punto dirimente è chiaramente lo Stato . Come scrive Marx nella “Prefazione all’edizione tedesca del 1872” del Manifesto ( siamo quindi appena dopo la Comune ) , l'esperienza della Comune ..”ha fornito la dimostrazione del fatto che la classe operaia non può semplicemente impossessarsi della macchina statale così com’è e metterla in moto per i propri scopi” . Nella stessa Critica del Programma di Gotha troverai tanti passaggi contro lo Stato e la mistificazione del comunismo in statalismo . Così come li trovi facilmente ne “Il Capitale” , ne “La Guerra civile in Francia” , ne “L’Ideologia tedesca” , ne “Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte” , ne “Per la Critica dell’economia politica” ecc. Marx mette al centro i liberi produttori , non lo Stato di cui professa se mai l’estinzione . Poi , marxianamente , questa dei liberi produttori , rimane una formula indeterminata e non poteva che essere tale . Lenin , seguendo Marx , in Stato e Rivoluzione , ha provato contingentemente a riflettere sul famoso “dualismo di potere” ( tra Soviet e Stato ) concludendo che i liberi produttori estinguono lo , e non sono più , Stato . Oggi , a maggior ragione , dato lo sviluppo e l’interdipendenza raggiunti , ritengo ancor più urgente immaginare e creare istituzione altre e oltre lo Stato. Qualsiasi Stato oggi , da solo , si presenta come inevitabilmente incapace di articolare politiche sociali ed economiche “progressive” : le uniche “pianificazioni” che , da solo , può attuare , sono quelle securitarie , repressive , e , a colpi di esenzioni fiscali e di abbassamento del valore del lavoro , tentare di attirare maggiori capitali liquidi del proprio vicino . Diciamo che , per regolamentare il Mercato e democratizzare il Capitale , ritengo che oggi la “pianificazione” ( se vogliamo usare questo termine ) possa essere solo oltre lo Stato .
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#64 Paolo Selmi 2018-09-30 22:52
Grazie mille Eros!
sia per la sintesi rigorosa, sia per la sua attualizzazione. E la filosofia avrebbe avuto un altro corso, in quei tre anni di superiori. Dare in pasto a un sedicenne (ma anche diciottenne) il Reale-Antiseri è come dire: studiate, portate l'argomento all'interrogazione, dimenticate. Tante nozioni, sicuramente tantissime rispetto ad altri manuali (alcuni miei compagni che facevano filosofia ce l'avevano anche nei primi esami di università), ma per questo inutile per avvicinare un giovane alla filosofia.

Io partivo prevenuto, specialmente quando trovavo due righe di seguito con elenchi di cose da tenere a memoria, d'accordo, ma sarebbe bastato un aforisma tipo questo che mi sarei divorato la Logica di Hegel e avrei pure iniziato a studiare tedesco: "Нельзя вполне понять «Капитала» Маркса и особенно его I главы, не проштудировав и не поняв всей Логики Гегеля. Следовательно, никто из марксистов не понял Маркса 1/2 века спустя!! " (Non si può appieno comprendere il Capitale di Marx e specialmente il suo primo capitolo, senza aver letto e compreso l'intera Logica di Hegel. Di conseguenza, nessuno dei marxisti ha mai compreso Marx da mezzo secolo a questa parte!! V.I. Lenin, "Quaderni filosofici", Opere complete (ПОЛНОЕ СОБРАНИЕ СОЧИНЕНИЙ), V ed., Moskva, Izd. Pol. Lit., Vol. 29, p. 162).

Occorre comunque tornare a volare alto... nello scrivere il sessantaquattresimo commento a questo articolo, penso: la migliore risposta alla domanda del titolo è: torniamo a volare alto! Parliamo di dialettica, parliamo di Leibniz, di Hegel, di Laozi, di Confucio, delle reducciones, della Comune di Parigi, della Comune di Shanghai, del ruolo del Komintern nei processi di liberazione nazionale, dell'economia di piano e di socializzazione dei mezzi di produzione. E facciamo altri sessantaquattro commenti di questo tipo. Questa è la migliore risposta alla domanda del titolo.

Grazie ancora Eros per la tua pazienza e per la tua voglia di divulgare e rendere patrimonio collettivo e
buona settimana a tutti!
Paolo
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#63 Eros Barone 2018-09-30 20:17
Mi scuso per il ritardo con cui intervengo, ma gli argomenti filosofico-politici introdotti da Paolo Selmi hanno stimolato in me qualche osservazione aggiuntiva su tre categorie fondamentali della dialettica materialistica: realtà, possibilità e casualità. In estrema sintesi: la realtà è ciò che esiste di fatto; la possibilità è ciò che può accadere, date certe condizioni. Sennonché la possibilità è contenuta nella stessa realtà, essendo il legame fra le due categorie di natura storica, oltre che logica. Oltre alle fini, ancorché discutibili, osservazioni di Robert Havemann sul rapporto tra possibilità e realtà, nonché tra 'causa' e 'motivo', richiamate opportunamente da Paolo Selmi, merita, in questa sede, un doveroso omaggio il massimo pensatore della categoria della possibilità nell'età moderna, ossia Leibniz, il quale, con mirabile acume dialettico, concepisce il presente come "issu du passé et gros de l'avenir". Attuandosi, la possibilità diventa realtà: quindi la realtà può essere definita come possibilità attuàtasi e la possibilità, per converso, come realtà potenziale. E' stato Hegel a criticare l'approccio soggettivistico di Kant secondo cui realtà e possibilità sono categorie puramente mentali, mettendo in luce non solo il condizionamento della seconda da parte della prima, ma anche il legame dialettico che intercorre fra le due categorie e la trasformazione dell'una nell'altra. Come si è detto, la possibilità diventa realtà, date certe condizioni. Ad esempio, la possibilità della rivoluzione socialista in un paese capitalistico può trasformarsi in realtà solo nel caso di una crisi di tutta la nazione, quando cioè si viene a creare una situazione in cui non solo gli strati inferiori 'non vogliano' vivere come per il passato, ma anche gli strati superiori 'non possano' governare come per il passato. Un'altra condizione-base per il prodursi di una rivoluzione socialista è la presenza di un partito proletario e rivoluzionario guidato dalla teoria marxista-leninista. Insomma, ogni fenomeno, nella natura così come nella società, rappresenta l'unità degli opposti, talché presenta possibilità molto diverse di equilibrio relativo/evoluzione/rivoluzione/restaurazione ecc. Tenendo conto delle peculiarità che caratterizzano le diverse possibilità, si possono distinguere possibilità reali e formali, astratte e concrete, reversibili e irreversibili, coesistenti ed escludenti, 'possibilità dell'essenza' e 'possibilità del fenomeno' (in ciascuno di questi casi si ha un incrocio tra due diverse coppie di categorie). Un esempio di possibilità reale è la possibilità di un'economia pianificata nei paesi socialisti; un esempio di possibilità formale è la possibilità per l'operaio di diventare capitalista. Questa possibilità non deriva dalle leggi del modo di produzione capitalistico, cioè dalla necessità, ma da un concorso fortuito di circostanze (ecco un esempio di casualità). Un esempio, invece, di possibilità concreta è la possibilità delle crisi economiche nelle condizioni del capitalismo, per la quale, come si è visto in questo decennio, si sono create le relative condizioni (predominio del capitale finanziario, sovrapproduzione, caduta del saggio di profitto, aumento della composizione organica ecc.). Ancora un'esemplificazione circa la coppia concettuale costituita dalla 'possibilità del fenomeno', che non modifica l'essenza di una cosa, e dalla 'possibilità dell'essenza', che consiste nella trasformazione di una cosa in un'altra cosa. Il reddito di cittadinanza o un aumento salariale in questo o quel ramo della produzione sono esempi di 'possibilità del fenomeno', il cui avverarsi non modifica l'essenza della divisione in classi sociali e della posizione reciprocamente asimmetrica di esse; la rivoluzione socialista oppure il cosiddetto "socialismo di mercato" sono, invece, esempi di 'possibilità dell'essenza', poiché il loro realizzarsi cambia l'essenza dell'ordinamento sociale: o la società capitalistica si trasforma in società socialista o la società socialista regredisce a società capitalistica. Sempre in tema di dialettica materialistica, varrebbe la pena di dire qualcosa sul rapporto tra i concetti di 'negazione della negazione', 'salto' e 'soluzione delle contraddizioni', che spesso vengono confusi, ma per ora quanto precede può bastare.
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#62 Paolo Selmi 2018-09-27 22:40
Grazie mille Mario!
altrimenti saremmo partiti con NEP si, NEP no, perché NEP in Cina no, ma capitalismo di Stato, perdipiù nella sua fase imperialistica, ecc. Tra l'altro provengo proprio oggi da una lettura di un articolo della Pustovojtova su fondsk.ru (https://www.fondsk.ru/news/2018/09/24/v-sozdanii-kitajsko-pakistanskogo-koridora-tretim-mozhet-stat-saudovskaja-aravia-46836.html) dove illustra come il fiato cinese cominci a dare fastidio anche alle élite locali di Pakistan (che sta cercando finanziamenti dagli arabi pur di non farseli dare a prestito dai cinesi, che hanno investito finora centinaia di miliardi di dollari e ora aspettano che la pianta cresca per raccogliere i frutti), di Malesia (che ha appena rifiutato 20 miliardi di dollari cinesi dicendo che il progetto "una strada una cintura" è una "nuova forma di colonialismo"), e persino di Birmania (che ha appena limitato gli investimenti cinesi nel porto di Kyaukpyu da 10 a 1.7 miliardi di dollari, proprio per paura di restare eccessivamente indebitati).

Ma mannaggia a me non volevo intervenire per questo. Mario e Michele, ho recuperato queste poche righe da Robert Havemann, "Dialettica senza dogma", Torino, Einaudi, 1965, pp. 126-7. Io mi ci ritrovo abbastanza, e penso che possano fornire argomenti utili ad approfondire ulteriormente l'argomento: le ho cercate sulla rete per risparmiarmi fatiche amanuensi... ma invano. Eccole:

"La concezione dialettica del nesso fra casualità e necessità, come ora si rivela anche nella meccanica quantistica, ci riporta a idee reali della libertà umana. Comprendiamo inmodo nuovo la nostra reale possibilità d'influire sulle cose, di trasformarle e modificarle. Se rifiutiamo la concezione classico-meccanica secondo cui il futuro sarebbe completamente determinato, cià naturalmente non significa che consideriamo il futuro completamente indeterminato. Il futuro resta in parte determinato dal passato, ma non in maniera definitiva e assoluta. Hanno un alto grado di determinatezza solo i fatti su cui non possiamo esercitare nessuna influenza. Il corso delle stelle, i movimenti dei pianeti e del sole possono essere calcolati in anticipo con grande esattezza. Sono processi sui quali non possiamo affatto influire, ameno per ora. Se una volta l'uomo acquisterà la forza di modificare il corso dei piantei, anche questo diventerà indeterminato e casuale. Noi acquistiamo libertà in quanto modifichiamo le necessità, creiamo nuove possibilità e variamo il possibile. Possiamo aumentare il grado di possibilità di certi fatti e diminuire quello di altri. L'uomo, con la sua attività , non è il trastullo di casi ciechi e fantastici, ma, al contrario, egli fa uso pratico della casualità dei fatti per raggiungere ciò che desidera. Se non ci fosse la cecità del caso, noi non potremmo mutare il mondo con i nostri occhi aperti. L'uomo è libero proprio perché il futuro del mondo può essere ancora determinato, non essendo ancora determinato".

E ancora "Il possibile è una componente indissolubile della realtà proprio come tutto ciò che di volta in volta si attua. Sulla base della dialettica, possibilità e realtà formano un'unità contraddittoria. Esse possono essere separate solo concettualmente, ma in realtà sono indissolubilmente legate fra loro. Il reale si accende continuamente nel possibile, e nuove possibilità scaturiscono continuamente dalla realtà in sviluppo. Il reale nel senso più ampio, tutto l'essere del nostro mondo, è in pari tempo possibilità e realtà (pp. 131-2)."

E infine: "Il possibile è più ricco, è l'universale, il non casuale, mentre la realtà, che realizza sempre soltanto una sezione del possibile, è più povera e casuale. [...] Il rapporto fra possibilità e realtà, l'attuarsi del possibile, non deve essere inteso come un rapporto causale. La forma in cui il possibile si attua è bensì la costante produzione di cause ed effetti; ma le cause e gli effetti sono soltanto estratti limitati della più ampia e più ricca scala del possibile. La causalità è nella realtà un rapporto unilaterale, irripetibile, transitorio e fuggevole. Nel rapporto causale appare il reale, che sorge dalle sue CAUSE. Nel possibile invece non appare la causa, ma il MOTIVO dei fenomeni. Il motivo è il fattore permanente nel flusso dei fenomeni". (pp. 133-4).

Sono pagine che illustrano la complessità in maniera del tutto illuminante, almeno per me. Intraprendere un cammino rivoluzionario di transizione al socialismo significa accettare la sfida di questa complessità e realizzare, attraverso la miriade di possibilità e di scelte davanti a noi, quelle realmente in grado di portarci verso il socialismo, verso la proprietà sociale dei mezzi di produzione, verso l'abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, di tutti gli uomini, non solo i "nostri", verso il rispetto e il ripristino delle capacità riproduttive di vita ed energia del nostro pianeta, l'unico che abbiamo, verso la pace e la costruzione di rapporti fra gli uomini improntati a valori etici di solidarietà e cooperazione che possono e debbono prevalere su quelli attualmente vigenti, verso una nuova civiltà. Una scelta dietro l'altra, un passo dopo l'altro, tutto nella vita è reversibile, nel senso che tutto è perdibile, nulla è scontato, così come nulla è realmente consolidato, ogni giorno è una lotta, e la lotta di oggi spianerà la strada alle lotte di domani, senza mai abbassare la guardia.

Ciao
Paolo
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#61 Mario Galati 2018-09-27 20:49
Sull'oggettività dei processi economico-sociali, sostenuti così fortemente da Michele Castaldo, non si può non essere d'accordo (altrimenti, Marx, e non solo, a cosa sarebbe servito?). Ma la versione di Castaldo mi sembra unilaterale. Le figure sociali sarebbero soltanto delle maschere, dramatis personae, di una recita retta da chi? Dal moto-modo di produzione, risponderebbe. D'accordo, ma il moto-modo di produzione non è forse un complesso di relazioni instabili, come ogni totalità dialettica? La totalità dialettica si modifica complessivamente quando si modifica un elemento, una relazione, al suo interno. Non c'è un burattinaio che cambia la recita, il copione totale. In termini semplici Marx diceva che l'uomo è un prodotto storico, ma sono gli uomini a fare la storia. Se poi non vogliamo sconfinare nella metafisica, dobbiamo sempre tenere presente la relazione tra livello delle forze produttive e rapporti di produzione, e l'interazione (termine comunque impreciso nella concezione marxista) tra struttura e sovrastruttura.
A me non piace usare il termine abusato e di moda "soggettività", che spesso nasconde un ritorno all'idealismo, ma la storia non può prescindere dall'attività, condizionata, della personalità umana.
Inoltre, come è evidente, non concordiamo nel giudizio sull'URSS e il socialismo reale.
Già che ci sono, aggiungo che il mio ultimo commento, apparentemente così lineare, sarebbe più difficile e complicato da sostenere se si considerasse l'esperienza cinese (ma come? La Cina, ignorando l'"apprendimento" socialista, ripassa dallo sviluppo del capitalismo? Oppure, in una versione più "neppistica" completamente screditata agli occhi di Paolo Selmi, come mai si serve dello strumento capitalistico per sviluppare le forze produttive? Ma l'esperienza sovietica non ci ha dimostrato che si possono elevare le forze produttive anche in una economia collettivizzata?).
Io non vi ho fatto riferimento e mi sono reso la vita più facile.
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#60 michele castaldo 2018-09-27 18:21
Da figlio di mugichi (io) a figlio di braccianti Mario Galati.
Per stabilire la correttezza o meno di una concezione teorica - o ipotesi se meglio rende - la si deve rapportare alla realtà dello sviluppo storico. Dunque noi oggi siamo in grado di capire meglio e di riflettere una tesi complessa che Gramsci espone all'indomani della rivoluzione russa, quando la definisce .
Premesso che sto con la quella rivoluzione senza se e senza ma (come ho dimostrato con il mio libro Marx e il torto delle cose) si tratta però di capire la natura della stessa e se è corretta la definizione di "bolscevica" come diceva Gramsci.
Certo, parliamo col senno di poi e perciò abbiamo più elementi per analizzarla nella sua dinamica storica anche prescindendo dai giudizi dei suoi artefici del momento, come Lenin, tanto per citarne il più importante.
E' nota ai più la corrispondenza tra intellettuali e teorici del tempo (della nostra tendenza) sui destini della Russia rispetto al capitalismo - occidentale - che premeva, e le perplessità sull'ipotesi di evitare il calvario capitalistico per quell'immenso paese.
La "storia ha dato torto a noi" diceva Engels riferendosi alla tenuta del capitalismo con riferimento ai suoi giudizi sulla classe operaia in Inghilterra. Proprio così, la storia ci ha dato torto, non avendo noi capito che il capitalismo più che come modello di rapporti sociali di oppressione e sfruttamento si è delineato come straordinario movimento storico degli uomini con i mezzi di produzione, sviluppando classi che sono divenute complementari al proprio interno. Ed è stata così smentite la tesi di Marx-Engels del Manifesto sulla legge del chiodo scaccia chiodo per cui una classe abbatte il potere politico di quella esistente e instaura il proprio: la borghesia abbatte l'aristocrazia, il proletariato abbatterà la borghesia.
Se Mario mi consente, questo sì è meccanicismo, e la storia ha dimostrato che Marx e Engels si erano sbagliati a riguardo. Ammetterlo è da amici veri dei due studiosi e compagni.
Per Gramsci va fatto lo stesso ragionamento, lui fu un grande idealista e combattente comunista, in lui primeggiava la forza della ragione mentre nel modo di produzione capitalistico primeggia la ragione della forza, anche fra le classi proletarie come lo stesso Engels a più riprese ribadisce. Il capitalismo appare come un fatto del tutto naturale, dunque logico, razionale.
I bolscevichi furono catapultati alla testa della rivoluzione, da uno straordinario movimento di lotta di contadini, soldati e operai. I bolscevichi - nella loro stragrande maggioranza - erano giovani studenti universitari con tutto l'ardore della loro età. Il 1917 è il punto di maturazione di un processo storico cominciato nel 1871 con la riforma della servitù della gleba.
Sicché la Russia ha dovuto attraversare il calvario del capitalismo - lo ammise continuamente Lenin - ma lo fece nel migliore dei modi (o tentò di farlo) fino a tutto Stalin. Lo fece cercando di centralizzare uno sviluppo economico equilibrato fra le classi che anche lì si andavano sviluppando. Ma proprio perché il modo di produzione capitalistico è un movimento storico mondiale in Russia (in Urss) non poteva - questo il punto, non poteva - essere costruito il socialismo, perché le stesse leggi l'avvolsero nel proprio vortice ; e non fu costruito. Tutt'altra cosa è voler equiparare lo sviluppo economico dell'Urss all'Occidente o - peggio ancora - definire dittatoriale e perciò peggiore delle democrazie occidentali. Losurdo è brillante da questo punto di vista, cioè di lotta antimperialista di quel paese ma oggi abbiamo la necessità di inquadrare correttamente i rapporti produttivi all'interno di un movimento generale del modo di produzione mondiale non più in crescita ma in decrescita, anche in Russia, come le recenti riforme su Sanità e pensioni stanno a dimostrare.
Paradossalmente - dico a Mario e ai compagni - quando si pensava che il socialismo si stesse costruendo in Russia - come pensava Bucharin - era molto lontano. Oggi che sembra molto lontano o addirittura lontanissimo è una prospettiva concreta non per la capacità bolscevica come Gramsci pensava, ma come maturità oggettiva del modo di produzione che non può proseguire più la sua folle corsa, ha saturato le sue potenzialità e non sappiamo cosa ci riserverà una implosione verso la quale si sta avviando. Tutto qua.
Michele Castaldo
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#59 Mario Galati 2018-09-26 16:50
Cercate di non fare caso agli errori disseminati nel commento.
Stranamente il mio smartphone mi visualizza l'ultimo commento di Paolo Selmi solo adesso. Misteri della tecnologia.
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#58 Mario Galati 2018-09-26 16:40
Nei miei commenti precedenti potrai leggere quali sono, secondo me, gli elementi da considerare per stabilire se attualmente la mondializzazione capitalistica attuale mantiene i caratteri progressivi assegnati a suo tempo da Marx e Lenin. Non bisogna mai prescindere dalle specificità concrete della fase storica.
Lenin ha fatto la "rivoluzione contro il Capitale", come disse Gramsci, nell'anello debole della catena imperialistica, non aspetto la maturazione compiuta dei rapporti capitalistici in Russia, come pretendeva il meccanicismo evoluzionista della seconda internazionale. Sempre Gramsci, guardando alla dialettica storica e, hegelianamente, alla storia universale, alla categoria di "apprendimento", come sottolineava Losurdo, ci fornisce la chiave di interpretazione della dinamica storica fuori e contro ogni determinismo adialettico, meccanico. È il passo in cui, critica un concetto attribuito ad Antonio Labriola, secondo il quale, l'emancipazione di un "selvaggio" papuano deve necessariamente passare per una fase, più o meno lunga di schiavitù (per attivare la dialettica servo/padrone, ecc.). Gramsci contesta questa concezione e osserva che, quando si arruola un selvaggio in un esercito moderno gli si insegna immediatamente ad usare un'arma da fuoco moderna; non lo si fa combattere con una cerbottana. C'è poi anche una critica a Gentile, ecc. Se non lo hai già fatto, leggilo direttamente e integralmente.
Cosa ci dice ciò della nostra discussione?
Nella fase storica attuale, dopo che lo sviluppo capitalistico, integrale o meno, distorto o meno, ha già toccato da tempo tutto il globo, o, quantomeno, la sua esperienza può essere comunicata e appresa da un mondo non più chiuso e isolato, ma, soprattutto, dopo che il mondo, in alcune vaste esperienze, è andato già oltre il capitalismo, dopo l'esperienza socialista e la decolonizzazione, sostenere che il socialismo deve ripassare dall'esperienza capitalistica (che avrebbe il compito di distruggere i vecchi rapporti feudali e arcaici, o di predisporre l'adeguato sviluppo delle forze produttive, come ai tempi di Marx e Lenin), significa riproporre la logica storica criticata da Gramsci. Significa riproporre la logica meccanicistica e adialettica della seconda internazionale. Significa essere più realisti del re, più capitalistici degli stessi capitalisti.
Aggiungo che anch'io, laddove ci sono residui feudali, di dipendenza personale, nei rapporti (per es., ancora, nel meridione d'Italia) sono un sostenitore del carattere progressivo dei rapporti capitalistici. Così, di fronte a coloro che, in un'ottica anticapitalista rivolta al passato, propone utopie reazionarie precacapitalistiche, io difendo la progressività del capitalismo.
Ma oggi, non abbiamo "appreso" dalla storia universale sviluppatasi nel '900?
Il socialismo reale, la colonizzazione e la decolonizzazione, l'esperienza di integrazione mondiale già fatta, anche a livello di sviluppo della comunicazione (la cultura, l'esperienza del mondo comunicata e appresa attraverso la cultura, come il papuano che impara ad usare il fucile, non è irreale per il fatto di essere elemento sovrastrutturale) sono stati una parentesi irrilevante?
Certo, nei detrattori dell'esperienza del movimento comunista e anticoloniale novecentesco è così. Ma io credo che questa sia un'arma dell'avversario di classe. Ecco perché sono così polemico con in compagni che si associano alla denigrazione borghese di Stalin, dell'URSS, ecc. Mio padre era un bracciante del sud che ha trovato la sua via di riscatto in quel movimento comunista. E Stalin e l'URSS hanno fatto passare il sonno ai padroni. Si riesce a capire cosa significasse ciò per intere masse di diseredati? Ma ora sto andando un po' oltre e mi fermo.
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#57 Anna 2018-09-26 12:39
Caro Mario Galati , ho riletto più attentamente i tuoi commenti e anche tu sottolinei che Marx si oppose radicalmente ad esempio al movimento di indipendenza nei Balcani o a quello dei cechi . Quindi ti ho frainteso e mi scuso .
Il ragionamento e la preoccupazione di Lenin , contro “la parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa” in realtà non era rivolta tanto ai “lavoratori d’Europa” , ma al movimento proletario nel suo complesso ed in particolare a quello dei popoli colonizzati essendo l’Europa del 1915 composta da 3 potenze imperialiste . Condivo la critica di Lenin di quel particolare contesto , a patto di non decontestualizzarne il senso .
Il pensiero generale di Lenin si evince non solo dalle sue scelte contingenti ( come sappiamo la riuscita della rivoluzione sovietica dipese da una sua decisione chiaramente antipatriottica e Lenin , 3 o 4 anni prima , ruppe con i maggiori partiti della Seconda Internazionale proprio perché fecero scelte “sovraniste” allo scoppio della Prima Guerra Mondiale , votando i crediti di guerra e trasformando gli operai in soldati per le proprie Patrie ) ma si evince principalmente dalla sua teoria generale , che , sulla scia di Marx , rifiuta di fare della Nazione un feticcio . Per Lenin “la liberazione dall’oppressione del capitale non avviene e non può avvenire senza un ulteriore sviluppo del capitalismo, senza la lotta di classe sul terreno del capitalismo stesso” . Qui di seguito il suo ragionamento :
“ Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la patria e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi sul significato progressivo di questa migrazione moderna dei popoli. La liberazione dall’oppressione del capitale non avviene e non può avvenire senza un ulteriore sviluppo del capitalismo, senza la lotta di classe sul terreno del capitalismo stesso. E proprio a questa lotta il capitalismo trascina le masse lavoratrici di tutto il mondo, spezzando il ristagno e l’arretratezza della vita locale, distruggendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo gli operai di tutti i paesi nelle più grandi fabbriche e miniere dell’America, della Germania, ecc”
( Vladimir Lenin, da "Il capitalismo e l'immigrazione operaia" )
Oppure anche qui
“Il marxismo sostituisce a ogni nazionalismo l'internazionalismo, la fusione di tutte le nazioni in una unità superiore. (...) Il proletariato non può appoggiare nessun consolidamento del nazionalismo, anzi, esso appoggia tutto ciò che favorisce la scomparsa delle differenze nazionali, il crollo delle barriere nazionali, tutto ciò che rende sempre più stretto il legame fra le nazionalità, tutto ciò che conduce alla fusione delle nazioni”
( Vladimir Lenin , “L'autodecisione delle nazioni” )

Non si tratta di escludere in linea di principio che lo Stato possa essere conteso, attraversato e appropriato dalla politica radicale, in condizioni che occorre di volta in volta valutare . Ma la questione è che nel 2018 , dato lo sviluppo e l’interdipendenza raggiunte dalle forze materiali , lo Stato nazionale ( e a maggior ragione in condizioni come quelle di un piccolo Paese periferico come l’Italia) si presenta come inevitabilmente incapace di articolare politiche sociali ed economiche “progressive”, come in parte è avvenuto in altre epoche storiche . Oggi la ricomposizione della coesione e della stabilità sociale attorno allo Stato e alla nazione passa necessariamente attraverso chiusura, autoritarismo e razzismo, attraverso la drastica riduzione degli spazi di libertà e uguaglianza e sempre con un’accentuazione di gerarchie e con un portato di discriminazione dei soggetti di volta in volta costruiti come “anormali”. Ribadisco che le contraddizioni del capitale si superano sul suo stesso piano in senso progressista .
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#56 Mario Galati 2018-09-25 17:31
La posizione di Marx e di Engels circa il panslavismo e l'indipendenza nazionale, naturalmente.
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