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Quella “cosa” chiamata libertà
Libertà liberale e libertà socialista
Dario Corallo
Tralasciando le varie trasformazioni subite dal concetto di libertà, dall’ἐλευθερία greca di stampo politico e religioso alla libertas e libero arbitrio della tradizione cristiana, quello che intendo prendere in considerazione è il concetto di libertà per come viene inteso oggi, con valore onnicomprensivo: morale, politico, religioso, metafisico ecc. Ma cos’è, precisamente, la libertà?
La posizione del senso comune sostiene che la libertà sia l’assenza di ogni vincolo eccetto uno: la libertà dell’altro. Questa, che sembra essere la concezione più ampia possibile, nasconde in realtà un’enorme serie di limiti. Potremmo dire che si basa, in qualche modo, su un paradosso: per spiegare cos’è la libertà individuale si ricorre al concetto di libertà sociale. I rapporti umani sono, dunque, rapporti necessariamente vincolati e limitati dalla relazionalità stessa.
Questa libertà è, di fatto, quella di soddisfare i propri bisogni: cosa mangiare, bere, come vestirsi, dove abitare. A queste si possono aggiungere una serie di libertà che definirei “passive”, in quanto non richiedono una vera e propria azione sul mondo: libertà di culto, di pensiero ecc.
Queste, che sembrano essere concessioni, mentre rappresentano l’essenza dell’essere umano, sono libertà fasulle. Come si può pretendere la libertà di mangiare, bere, vestirsi quando il sistema economico, e quindi le cause materiali, non forniscono i mezzi per il compimento di questa libertà attraverso l’azione?
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Il Novecento «oltre» il Novecento: Mario Tronti
di Damiano Palano
Nel gennaio 2003, assistendo ai funerali di Gianni Agnelli, Marco Revelli si immergeva tra la folla che sfilava dinanzi al feretro dell’«Avvocato» per ricercare le orme di quella che – ancora pochi anni prima – era stata la «capitale del lavoro», e forse anche l’unica vera «città-fabbrica» italiana. In realtà ben poco era rimasto dei miti dell’industrialismo novecentesco. Il Lingotto, in cui era ospitata la camera ardente, non mostrava più nulla della sua vecchia natura di tempio modernista della produzione. Tra i volti disciplinatamente in fila per rendere il proprio omaggio alla salma, gli operai non erano neppure riconoscibili. E anche il rituale funebre finiva col sembrare abissalmente distante dalla geometria dell’ordine della Fabbrica, assumendo piuttosto i contorni di una manifestazione tardo-ottocentesca. «Non è stato un funerale ‘industriale’», scriveva Revelli, ma un rito «d’ancien régime», «che ha scoperto, sotto la patina del secolo industriale, una Torino di longue durée, radicalmente monarchica nel proprio immaginario collettivo, nella gestualità, nei linguaggi simbolici, nella struttura delle fedeltà e dei comportamenti, popolana più che popolare, cortigiana più che disciplinata». Dinanzi al feretro, veniva così a riemergere un immaginario pre-industriale, tutto costruito su una polarità elementare: «il corpo del sovrano e la folla informe dei ‘suoi’ sudditi», «la ‘persona’ nella quale il corpo sociale si rappresenta e riconosce, e la massa informe di chi senza quel simbolo non sarebbe».
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La morale della favola irlandese quattro anni dopo
di Alberto Bagnai
Nel post dei dieci milioni ho fatto notare che dove era un tempo dileggio e attacco personale si stava stabilendo un confronto costruttivo, basato su fatti osservabili. Questo a destra, perché a sinistra il confronto, come Leonardo ci ha illustrato (e poi ci torneremo) si basa sui sogni, il che lo rende fatalmente meno costruttivo, se non addirittura più distruttivo.
Devo dire che ho una certa nostalgia di un dibattito fact based. Il dibattito dream based, fra l'altro, porta una sfiga ladra: guardate com'è finita al povero Lennon (per fortuna Leonardo ha meno followers, il che abbatte la probabilità che ce ne sia uno sufficientemente sciroccato da abbattere lui)...
Nei miei primi interventi su lavoce.info l'atmosfera era assolutamente professionale, fact based e molto stimolante. Non so se ricordate La morale della favola irlandese. Quando lo pubblicai, i miei colleghi di dipartimento mi guardarono con altri occhi: "Hai pubblicato su lavoce.info!" (be', com'è andata poi lo sapete, comunque se Boeri vuole mandarci un lavoro io glielo pubblico...).
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Operazione Bird dog
Maurizio Donato*
Le politiche di riduzione salariale, il ruolo delle valute, il rapporto tra UE e USA sono questioni di attualità eppure non nuove. La loro storia affonda le radici in un periodo lontano e terribile, quello della guerra. L’articolo che segue racconta – in forma sintetica e in parte narrativa – le vicende che portarono all’introduzione nella Germania occupata del nuovo marco tedesco.
***
Era da un pezzo che voleva chiederglielo, solo non sapeva come. Joe era – quasi – suo amico, appunto, quasi. E poi in certi casi non sai proprio come farle certe domande, o se farle, ma la curiosità era tanta, erano ore che scaricavano casse su casse.
Che razza di nomi, Bizonia, Trizonia. Era un anno e mezzo prima, poco dopo Natale del ‘47, che aveva sentito per la prima volta quei nomi assurdi, e adesso un ordine ancora più assurdo, e soprattutto segreto, segretissimo.
Solo in pochissimi conoscevano bene la faccenda, e uno di questi era effe gi. Ma io non lo conoscevo; sì, in teoria avrei potuto chiederglielo, ma mi era bastata la sua faccia quando uno dietro di me gli aveva domandato: “Cibo per cani, vero?”
Certo, quella scritta sulle casse faceva pensare ai cani, ma che cavolo, ventimila casse di cibo per cani, e in segreto, poi. Ah, non tornava; armi, sì armi, forse bombe.
Il francese, sì il francese qualcosa doveva sapere, magari più di qualcosa.
Sigaretta?
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Le insostenibili leggerezze del Jobs Act
Andrea Fumagalli
La riforma del lavoro di Giuliano Poletti n. 78 (comunemente chiamato Jobs Act) potrebbe violare il diritto comunitario[1]. Lo hanno segnalato in molti a partire da Giugno: i parlamentari del M5S, l’Associazione giuristi democratici, il sindacato Usb. In agosto anche la CGIL ha deciso di farsi sentire presso la Commissione Ue. La Cgil, così come chi l’ha preceduta, insiste su un punto in particolare: la legge 78, eliminando l’obbligo di indicare una causale nei contratti a termine, “sposta la prevalenza della forma di lavoro dal contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo determinato, in netto contrasto con la disciplina europea che, al contrario, sottolinea l’importanza della … stabilità dell’occupazione come elemento portante della tutela dei lavoratori”[2].
Quali sono le strategie che il governo di Renzi intende perseguire per la definitiva normalizzazione del mercato del lavoro italiano? Analizziamo dunque le ragioni economiche che stanno alla base del Jobs Act, partendo da tre ordini di considerazioni.
Primo: nel periodo pre-crisi, 2002-2008, gli occupati complessivi sono aumentati di 1,164 milioni di unità. Contemporaneamente, gli inoccupati sono calati di 366.000 (vedi Tabella 1). Tali dati possono essere interpretati, come è stato fatto, alla luce degli effetti di flessibilizzazione del mercato del lavoro indotti dagli interventi legislativi promulgati nel 1997 (pacchetto Treu), 2001 (riforma del contratto a tempo determinato), 2003 (Legge Maroni).
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Thomas Piketty, il pragmatico dell’utopia light
Russell Jacoby
l saggio di Thomas Piketty Le Capital au XXIe siècle è un fenomeno sia sociologico sia intellettuale. Cristallizza lo spirito della nostra epoca come fece, a suo tempo, The Closing of the American Mind di Allan Bloom. Quel libro, che denunciava gli studi sulle donne, sul genere e sulle minoranze nelle università statunitensi, opponeva la mediocrità del relativismo culturale alla ricerca dell’eccellenza associata, nello spirito di Bloom, ai classici greci e romani. Ebbe pochi lettori era particolarmente pomposo ma alimentava il sentimento di una distruzione del sistema educativo statunitense, e degli stessi Stati uniti, a causa dei progressisti e della sinistra. Un sentimento che non ha affatto perso vigore. Le Capital au XXIe siècle (Il Capitale nel XXI secolo) si inquadra nello stesso registro inquieto, a parte il fatto che Piketty viene dalla sinistra e che la controversia si è spostata dall’educazione al campo economico. Anche in materia di insegnamento, il dibattito si focalizza ormai sul peso dei debiti di studio e sulle barriere suscettibili di spiegare le disuguaglianze scolastiche.
L’opera traduce un’inquietudine palpabile: la società statunitense, come l’insieme delle società del mondo, parrebbe sempre più iniqua. Le disuguaglianze si aggravano e fanno presagire un futuro grigio. Le Capital au XXIe siècle avrebbe dovuto intitolarsi Le disuguaglianze nel XXI secolo.
Sarebbe sterile criticare Piketty per la sua incapacità di raggiungere obiettivi che egli non si era dato. Tuttavia, tesserne le lodi non è sufficiente.
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Rischiarare le tenebre della politica in Italia
di Andrea Stroscio
L’autore discute in questo articolo alcuni dei contributi presenti nel numero uno di Pandora. Puoi scaricare il PDF del numero completo a questo link
Condivido in generale la prospettiva per una critica del presente, per fare uscire la politica dalla sua crisi e per un recupero di autonomia politica della sinistra avanzata da Mario Tronti, in particolare nel suo libro dell’anno scorso e recentemente nel suo articolo sul primo numero di Pandora. La direzione indicata da Tronti ci aiuta a uscire dal disorientamento politico, ad avviare una riflessione collettiva sui primi passi da muovere per una riorganizzazione delle forze in campo e ad arginare la deriva antipolitica in favore di una politica forte e intelligente, che dica parole e pensieri propri, antagonista e autorevole, capace di incidere sulla realtà e di mediazione. Si tratta innanzitutto di stare, come intellettuale, da una parte, che è politica nel senso di una forza collettiva che critica lo stato di cose presente e si organizza per trasformarlo, riferendosi a quel punto di vista. E conseguentemente condivido il percorso parallelamente indicato da Giacomo Bottos su Pandora per riavvicinare teoria e prassi di trasformazione del mondo, per rimettere in contatto politica e centri di riflessione e ricerca, per un modo di parte di stare nei partiti e nei sindacati dei lavoratori e di confrontarsi con l’associazionismo, le aggregazioni, il terzo settore, che li riavvicini e li ripoliticizzi.
Mi colloco però a un livello di elaborazione meno avanzato, più limitato e incompleto, rispetto alla loro proposta di ricostruzione politica, anche se al contempo e contraddittoriamente avverto, mi sembra più di loro, l’esigenza di un progetto politico collettivo già da subito più concreto.
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La verità è rivoluzionaria*
di Mario Tronti
Sul populismo, quasi tutto è stato detto. Sulla rappresentanza, quasi nulla c’è più da dire. Sposterei il fuoco del discorso critico: verso i punti di cui non si dice, ma si tace. Di un ritorno in grande della critica c’è oggi bisogno. E però sul carattere che essa deve assumere, ci si deve intendere: almeno tra chi esprime la volontà politica di un “per la critica” riguardo a tutto ciò che è. Ma - ecco il punto - ciò che è non corrisponde a ciò che appare. Gran parte dei movimenti di opinione, nell’età della comunicazione di massa, prendono come nemico l’apparenza, combattono quello che vedono, cioè quello che gli viene fatto vedere. La realtà è così lasciata libera di operare su di loro, contro di loro. E vince, perché non ha più avversari.
Guardate. Non è da anni, è da decenni, dai favolosi anni Ottanta, che si ripete qui in Occidente la frase: è cambiato tutto, e tutto velocemente cambia. Non è vero. Tutto è sostanzialmente come prima, tutto è disperatamente fermo. Da sottolineare: “sostanzialmente”. Le forme di esistenza di una società capitalistica si sono radicalmente trasformate, ma il capitalismo come sostanza di vita, cioè come rapporto sociale e come struttura di potere, è ancora quello o ne siamo fuoriusciti? Le sue grandi trasformazioni, indubitabili, ci autorizzano a firmare con esso un patto di stabilità che lo certifichi come eterno presente? L’avvento del nuovo che avanza, a datare da fine Novecento, non si rivela adesso per quello che è, cioè un ritorno di Ottocento? Perfino la scienza economica più avvertita ormai se ne accorge: vedi il confronto in quel d’America tra Thomas Piketty e Stiglitz e Krugman. Queste sono le domande. Io penso che oggi la lotta, prima ancora che tra il giusto e l’ingiusto, è, deve essere, tra il vero e il falso. C’è un nuovo senso da dare al vecchio detto del movimento operaio: dire la verità è rivoluzionario.
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Modernizzare stanca
di Marino Badiale
Credo sia opportuno iniziare a discutere un atteggiamento mentale che mi sembra abbastanza diffuso nel piccolo mondo anticapitalistico del nostro paese. È un complesso di idee del quale sarebbe molto interessante ricostruire la storia, che risale probabilmente a fine Ottocento ed è legata, io penso, al modo in cui nel nostro paese è nata e si è sviluppata la moderna impresa capitalistica. Per farla breve, si tratta dell'idea che il nostro sia un paese arretrato, che il nostro capitalismo sia un capitalismo di second'ordine, inadeguato, straccione, e che, di conseguenza, il compito principale delle forze antagonistiche sia quello di modernizzare il paese e di correggere il suo capitalismo favorendone la trasformazione secondo il modello del capitalismo dei paesi “civili” e “avanzati”.
Sono convinto che la necessità di “modernizzare l'Italia” sia stata una delle principali idee-forza della sinistra nel nostro paese, e in particolare abbia rappresentato il fondamento reale del radicamento e del successo del Partito Comunista Italiano in una parte significativa dei ceti dominanti e degli intellettuali.
Sono anche convinto che questa idea-forza sia oggi una palla al piede di ogni tentativo di politica antisistemica. Gli argomenti per questa tesi li ho esposti in un saggio scritto assieme a Bontempelli (adesso contenuto in “La sfida politica della decrescita”).
In sostanza, la tesi in esso sviluppata è che oggi sviluppo, modernizzazione e progresso, almeno come sono declinati dalla totalità del mainstream informativo, sono valori interni a un capitalismo profondamente distruttivo e nella sostanza regressivo.
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Come stiamo svendendo l’Italia
di Enrico Grazzini
La vendita della Indesit a Whirpool è solo l'ultimo caso: si sta verificando nel silenzio generale la fine dell'Italia industriale, come predetto da Luciano Gallino (1). Il pericolo imminente è quello di cedere al capitale estero non solo le industrie ma anche le grandi banche, e di svendere completamente il risparmio italiano. A causa del declino verticale dell'industria e della sofferenza delle banche italiane, e a causa della colpevole inerzia governativa e dei pesanti vincoli europei, il capitalismo nazionale sta diventando un servile vassallo di quello internazionale. E l'Italia rischia così di precipitare definitivamente nel Terzo Mondo.
Untangled. Così l'Economist titola soddisfatto un suo recente articolo sul capitalismo italiano in crisi. Untangled si traduce in italiano sciolto, smembrato: così è ormai diventato il capitalismo italiano, secondo l'autorevole rivista britannica, dopo lo scioglimento dei patti di sindacato da parte di Mediobanca (2). Non si comprenderà mai abbastanza quanto profonda sia stata la svolta (forzata) compiuta da Mediobanca qualche mese fa quando ha deciso di sciogliere gli accordi incrociati tra le maggiori aziende nazionali.
Da allora al cosiddetto “capitalismo italiano di relazione”, cioè all'intreccio tra capitalismo (semifallito) delle grandi famiglie, capitalismo finanziario e capitalismo (quasi dismesso) di stato, si è sostituito l'arrembaggio dell'industria e della finanza internazionale. Con la benedizione del governo Renzi. Il giovane Matteo è stato chiaro in una sua recente intervista al Corriere della Sera. Ha dichiarato sulla vendita dell'Indesit di Merloni alla concorrente Whirpool: «La considero una operazione fantastica. Ho parlato personalmente io con gli americani a Palazzo Chigi. Non si attraggono gli investimenti esteri riscoprendo una visione autarchica e superata del mondo. Noi vogliamo portare aziende da tutto il mondo a Taranto come a Termini Imerese. Il punto non è il passaporto ma il piano industriale. Gli imprenditori stranieri sono i benvenuti in Italia se hanno soldi e idee per creare posti di lavoro» (3).
Così il liberista Renzi esulta di fronte al fatto che il capitalismo industriale italiano non è più competitivo e si sta smembrando a favore dei capitali stranieri. E' ovvio che gli investimenti produttivi esteri sono benvenuti e che non si possono proteggere sempre e a tutti i costi le società nazionali. Ma bisognerebbe assolutamente evitare di cedere le industrie strategiche indispensabili per il futuro industriale del nostro paese.
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Desiderio: Pulsione = Verità: Sapere
Slavoj Žižek1
Secondo quanto indica Jacques-Alain Miller, il concetto di “costruzione in analisi” non si basa sulla (dubbia) pretesa che l’analista abbia sempre ragione (se il paziente accetta la costruzione proposta dell’analista, ciò rappresenta l’inequivocabile conferma della sua correttezza; se il paziente rifiuta, questo è un segno di resistenza che, di conseguenza, ribadisce il fatto che la costruzione abbia in qualche modo toccato la verità); il punto sta, al contrario, nel lato opposto della questione: “l’analizzando è sempre, per definizione, dalla parte del torto”. Al fine di giungere a tale conclusione, è necessario soffermarsi sulla distinzione cruciale tra la costruzione e la sua controparte, l’interpretazione, il cui rapporto è correlativo a quello della coppia sapere/verità. L’interpretazione è un gesto che è già sempre incorporato nella dialettica intersoggettiva del riconoscimento tra analizzando e analista, il cui intento è quello di concorrere alla produzione di un effetto di verità legato a determinate formazioni dell’inconscio (un sogno, un sintomo, un lapsus). Il soggetto dovrebbe allora poter “riconoscere” se stesso nella significazione proposta dall’interprete, precisamente con l’intento di soggettivarlo, al fine di assumere il significato proposto come “suo proprio” (Si, oh mio Dio, quello sono io, volevo davvero questo). Il successo dell’interpretazione è determinato da questo “effetto di verità” nella misura in cui influisce sulla posizione soggettiva dell’analizzando (suscitando ricordi di eventi traumatici fino a quel momento profondamente repressi che provocano resistenza violenta). In netto contrasto con l’interpretazione, la costruzione (ad esempio, quella di una fantasia fondamentale) ha lo status di un sapere che non può mai essere soggettivizzato, assunto dal soggetto come verità su se stesso, come la verità in cui egli può riconosce il nucleo più intimo del suo essere.
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Il vero "bail-out"? Quello della Germania
Thomas Fazi
Tra i tanti motivi per cui l’Europa – e in particolare la periferia – fatica a uscire dalla crisi, ce n’è uno che forse spicca su tutti: ossia, il fatto che a molti (inclusi, viene il sospetto, i nostri governanti) non è ancora chiaro come ci siamo entrati. Ci si rende conto di ciò ogniqualvolta si cerchi di ragionare sulle responsabilità della Germania nel perpetuarsi e aggravarsi della crisi – cosa che su questo blog facciamo con una certa solerzia, e non certo per pregiudizio anti-tedesco. In questi casi, a prescindere dalla validità delle proprie argomentazioni, è comune sentirsi rispondere: “Sì, avete ragione, la Germania potrebbe fare di più, ma bisogna pur capirli i tedeschi: hanno già sborsato tanti soldi per salvare le scalcagnate economie della periferia ed è normale che non se la sentino di sborsarne altri”. È infatti piuttosto diffusa l’idea secondo cui la Germania sarebbe giustificata a chiedere garanzie e sacrifici ai paesi della periferia – e a essere riluttante a fare ulteriori concessioni –, in quanto avrebbe già contribuito massicciamente ai “salvataggi” – o bail-out – di Grecia, Irlanda, Spagna, ecc. Insomma, anche la Germania, a suo modo, avrebbe pagato un conto piuttosto salato per via della crisi. Secondo questa lettura, la Germania potrebbe essere paragonata a una sorella maggiore severa, forse un po’ ottusa, ma comunque disposta ad aiutare i propri fratelli nel momento del bisogno. Ma è veramente così?
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La scienza del conflitto. Secondo il Pentagono...
Dante Barontini - Nafeez Ahmed *
Si fa presto a straparlare di “conflitto”. Se uno si accontenta di nuotare – sempre meno liberamente – nelle “tonnare” predisposte in piazza dalla polizia italiana, meglio che non si avventuri in questa lettura. Se invece non sopporta proprio di sentirsi come un insetto sotto la lente dell'entomologo, è bene che vada avanti.
Il conflitto sociale è materia che può e deve essere analizzata in maniera scientifica, tenendo conto dei precedenti storici come delle tecnologie esistenti, della “qualità” del nemico come di quella degli “amici”. Altrimenti ci si inoltra in un terreno sconosciuto, irto ovviamente di rischi imprevedibili, dotati soltanto delle proprie buone intenzioni e di una dose di incoscienza sopra la soglia.
Un'inchiesta eccellente apparsa sul giornale inglese The Guardian nei giorni scorsi aiuta a rimettere con i piedi per terra sia l'idea che la pratica reale del conflitto sociale. Come fa? Semplice: guarda a quel che il Pentagono sta facendo da alcuni anni a questa parte per “implementare” la sua già immensa conoscenza.
Da prima ancora che l'11 settembre rendesse concreto il concetto di “guerra asimmetrica”, ai piani alti della Difesa statunitense si era capito che “il nemico” dei futuri scenari bellici sarebbe stata la popolazione civile.
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Contro il muro
L'origine comune della crisi ecologica e della crisi economica
di Claus Peter Ortlieb
Se nei centri capitalisti, la discussione pubblica interpreta la crisi economica, nonostante la sua persistenza, come un fenomeno puramente passeggero, invece si accorge perfettamente del fatto che la crisi ecologica proviene dalle stesse fondamenta del modo di vita moderna. E' troppo evidente, infatti, la contraddizione tra l'imperativo economico della crescita, da una parte, e la finitezza delle risorse materiali e della capacità dell'ambiente di assorbire i rifiuti prodotti dalla civilizzazione, dall'altra. Da alcuni anni, la catastrofe climatica annunciata occupa il primo piano della discussione, anche se oggi se ne parla un po' meno, date le nuove priorità derivanti dagli sforzi di far fronte alla crisi economica. L'obiettivo dei 2° C, grazie al quale si dovrebbe essere in grado di evitare i peggiori effetti del riscaldamento globale, viene ormai considerato del tutto irraggiungibile. Eccetto il calo che si è registrato durante l'anno di recessione 2009, l'emissione mondiale di CO2 continua ad aumentare inesorabilmente, e a sua volta il cambiamento climatico comincia a rafforzarsi, segnatamente liberando un surplus di gas serra provenienti dallo scongelamento del permafrost, o diminuendo la riflessione delle radiazioni solari nello spazio a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Tuttavia, il cambiamento climatico non rappresenta che uno dei campi di battaglia su cui si combatte la "guerra del capitale contro il pianeta", come la chiamano i sociologhi statunitensi John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York nel loro straordinario libro (anche se in molti paesi non è mai stato tradotto) intitolato "The Ecological Rift. Capitalism’s War on the Earth", New York, Monthly Review Press, 2010.
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Big data, complessità e metodo scientifico
Francesco Sylos Labini
Oggi è tecnicamente possibile la raccolta di enormi quantità di dati. Ma il trattamento dei “big data” non è in grado, di per sé, di migliorare la capacità di previsione di fenomeni naturali o sociali. Anche di fronte alla cono- scenza delle leggi dinamiche sottostanti, infatti, rimane difficile comprendere l’evoluzione di forze che danno spesso luogo a comportamenti caotici
Grazie allo sviluppo dell’informatica e di internet è ora possibile accumulare grandi insiemi di dati; si è così venuta a creare una nuova situazione che solo fino a qualche anno fa appariva impensabile. La quantità di dati archiviati in forma digitale, infatti, sta crescendo in maniera esponenziale e questo scenario pone una serie di nuovi problemi nuovi da considerare, dalla privacy degli individui alla qualità dell’informazione che può essere estratta dalle banche dati. Mentre ci sono delle applicazioni, come ad esempio lo sviluppo di traduttori automatici, in cui i dati possono davvero rappresentare un’innovazione fondamentale, la domanda che molti si pongono è se tali dati, da soli (senza cioè un modello teorico di riferimento) possano essere sufficienti per comprendere i fenomeni naturali o sociali, e se questa nuova situazione implichi una sorta di “fine della teoria”. In realtà, ci sono dei limiti intrinseci alla possibilità di estrazione di informazioni da grandi quantità di dati. Per illustrare il punto prendiamo le mosse da un esempio “storico” di comprensione di un fenomeno naturale avvenuto senza un modello teorico di riferimento.
Il comportamento caotico dei pianeti
Ogni civiltà a noi nota ha sviluppato delle conoscenze astronomiche: sono stati osservati i cicli del sole e della luna perché la loro conoscenza era importante per programmare le semine e i raccolti.
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