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Cristianesimo, capitalismo e rivoluzione

Intervista a Diego Fusaro

16 settembre. Prendendo spunto dal dialogo tra Eugenio Scalfari e Papa Francesco abbiamo rivolto alcune domande a Diego Fusaro, una delle più brillanti menti filosofiche italiane. Ne è venuto fuori un discorso filosofico-politico di straordinaria densità.

D. Sollecitato da due interventi di Eugenio Scalfari (La Repubblica del 7 luglio e del 7 agosto) Papa Francesco ha alla fine risposto il 4 settembre affermando che si auspica “un dialogo sincero e rigoroso con i non credenti affascinati dalla predicazione di Gesù di Nazareth”. Lei che idea si è fatto di questo Papa? Coglie anche Lei il sintomo di una incipiente riscossa della Chiesa cattolica dopo che la cosiddetta “società aperta” d’impronta illuminista l’aveva emarginata? E se fosse così, siamo davvero in presenza, qui in Europa, di un risveglio della religiosità?
 
Credo sia, nel complesso, troppo presto per formulare un giudizio generale sull’operato di Papa Francesco. Quel che è certo – e non sono ovviamente solo io a sostenerlo – è che il suo profilo è profondamente diverso da quello del fine teologo Ratzinger. Il nuovo Papa non si presenta tanto come un teologo dottrinario, con forti doti filosofiche: è – questo sì – un grande comunicatore, che alla semplicità sa unire una forte immagine di autenticità e, come usa dire, di “ritorno ai valori”.  Personalmente, credo che la Chiesa cattolica e, in generale, le religioni tradizionali continuino a perdere incidenza e seguito nello scenario del tardo capitalismo di cui siamo abitatori. Non dimentichiamoci che, dopo l’ingloriosa fine dei comunismi novecenteschi  (Berlino, 9.11.1989), nell’inizio del 2013 il balcone di San Pietro è rimasto tragicamente vuoto: Ratzinger è stato il primo pontefice della storia sconfitto dalla mondializzazione capitalistica, il tempo in cui gli ideali precipitano nel nichilismo dilagante e la religione è ridotta a questione privata. Non credo, pertanto, si possa parlare di un risveglio della religiosità, a meno che per religiosità non si intenda la teologia neoliberale e il fanatismo dell’economia.

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War!

di Sandro Moiso

War / What is it good for / Absolutely nothing / War / What is it good for / Absolutely nothing / War is something that I despise / For it means destruction of innocent lives / War means tears in thousand of mothers’ eyes / When their sons go out to fight to give their lives
( Norman Whitfield – Barrett Strong, War, 1969)*

Abituati ai tempi del web e della “diretta” televisiva e al tempo ormai digitalizzato degli orologi e della produzione “just in time”, spesso ci si dimentica che i tempi della storia sono più vicini a quelli della tettonica a zolle piuttosto che a quelli (fasulli) di Italo e dell’alta velocità.

Accade così che l’opinione pubblica come si stupisce, immancabilmente e ogni volta, di fronte al fatto che città costruite lungo la faglia adriatica siano destinate, prima o poi, a soccombere sotto la furia di “imprevedibili” terremoti, altrettanto  si stupisca di fronte al fatto di trovarsi davanti al pericolo di un nuovo, imponente, devastante e altrettanto “imprevedibile” conflitto mondiale.

Ciò non sarebbe grave se lo stupore riguardasse soltanto la tanto denigrata pubblica opinione e l’arrendevolezza mentale al quieto vivere dettato dai media di ogni formato, ma lo diventa quando tale sorpresa riguarda anche chi di tale modello di pensiero quieto dovrebbe farsi critico o antagonista. Così, per decenni, una certa sinistra, da quella democratica e riformista fino a certe frange della cosiddetta estrema sinistra, ha potuto crogiolarsi nell’illusione che la guerra, come strumento di risoluzione delle contraddizioni dell’imperialismo, fosse ormai superata.

Sì, certo, poteva svilupparsi qua e là in giro per il mondo sotto forma di scontro tra stati e regimi sottomessi all’impero della finanza e del capitale occidentale, oppure tra gli stessi e i popoli che non ne accettavano logiche perverse e ingiustizie palesi, ma, per dio, sempre a casa d’altri. Non ora, non qui.

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Le 28 tesi di Massimo Bontempelli

Marx è morto, viva Hegel e Latouche?

di Ars Longa

Claudio Martini di Main-stream.it ci ha chiesto di esaminare un testo di Massimo Bontempelli e Marino Badiale dal titolo “28 tesi” che trovate qui. Ci è sembrata una sfida interessante e così abbiamo chiesto ad ArsLonga2 – che aveva già commentato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano – di analizzare e commentare questo contributo. Chi ha seguito Bontempelli in questi anni sa che non può più rispondere. Ma – seppure le conclusioni di ArsLonga2 risultino critiche su alcuni punti espressi – vogliamo pensare che, se fosse ancora tra noi – Bontempelli considererebbe questo lungo post per quello che anche è: una manifestazione di rispetto e di affetto pur da posizioni differenti.

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So che ti ho dato un compito piuttosto difficile …..

Difficile e facile contemporaneamente. Il facile sta nel fatto che conoscevo bene i lavori di Bontempelli e quindi questo testo – pur scritto insieme a Marino Badiale come poi tutti gli ultimi – non mi è nuovo nelle sue tesi. Ci sono cose scritte in “Marx e la decrescita”, in “Civiltà Occidentale”.

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Brasile, la corsa contro il tempo

Alessandro Mantovani

Pubblichiamo, all’indomani della giornata di mobilitazione nazionale indetta dal principale sindacato brasiliano, la CUT, un contributo inviatoci un paio di giorni fa da un compagno internazionalista che da qualche anno vive in Brasile e ha quindi la possibilità di osservare ciò che sta accadendo da una posizione privilegiata.

Ciononostante, ciò che ci ha spinto a dare spazio al testo che segue è principalmente il metodo adoperato. Lontano dagli aspetti puramente cronachistici e dalle facili contrapposizioni, esasperate invece dai principali media carioca (ma anche, e forse ancor più, da quelli occidentali), l’articolo focalizza l’attenzione sul processo di gestazione delle manifestazioni di protesta delle ultime settimane.

Ancora una volta, come già verificatosi nei casi dell’Egitto e della Turchia – giusto per rimanere alla più stretta attualità – non siamo in presenza di esplosioni improvvise, ma di salti di qualità che affondano però le loro radici in movimenti che a volte sono addirittura pluridecennali. Per di più, solo se si getta un po’ di luce sul modello di sviluppo che Brasilia ha fatto proprio negli ultimi anni (almeno in quelli dei governi del PT), andandone a scandagliare gli aspetti strutturali, si può comprendere come l’aumento di 20 centesimi di real del prezzo del biglietto trasporto pubblico, abbia potuto costituire il detonatore di un malcontento ben più generalizzato.

Riappropriarsi di un metodo di analisi della realtà che sappia rifuggire ricostruzioni approssimative e che mistificano gli attori in campo, rimuovendo del tutto il portato di classe delle proteste, ci pare un compito di primaria importanza.
Al punto da pubblicare questo contributo pur non condividendolo del tutto nel merito. In particolare, laddove si corre il rischio di rappresentare il gigante brasiliano come un campione del neoliberismo, con qualche mera spruzzatina di vernice socialdemocratica, crediamo che ci sia bisogno di un’ulteriore problematizzazione che ci possa portare ad analizzare il ruolo che lo stato ha svolto nella promozione di aspetti che più tipicamente si legano all’esperienza ‘desarrollista’, di cui il presidente brasiliano Juscelino Kubishek fu uno dei maggiori rappresentanti.

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Autodeterminazione dei popoli e indipendenza di classe per la prospettiva del Socialismo nel XXI secolo*

LAB e Fondazione Ipar Hegor (Paesi Baschi) intervistano Rita Martufi e Luciano Vasapollo

Come definirebbe l'imperialismo del XXI secolo? Come si è evoluto?

 Luciano Vasapollo (L.V.): La questione inerente l'imperialismo è complessa e relazionata al metodo di produzione capitalista. Il XXI secolo è caratterizzato da una forte competizione globale inter-imperialista nella quale gioca un ruolo centrale quello degli USA, ma va rafforzandosi anche l'imperialismo europeo che oggi come oggi, per noi, ha un forte impatto economico, commerciale e sociale. Secondo la nostra analisi, la costruzione della moneta unica europea, ha coinciso con la costruzione di un polo imperialista concorrenziale a livello globale dal punto di vista economico, commerciale e monetario all'interno del quale, l'euro, rappresenta la moneta forte dell’area valutaria europea che coincide con la forza economica e finanziaria tedesca.

Attualmente la Germania sta imponendo a tutta l'Europa, e non solo, il suo modello d'esportazione e l'euro può essere considerato come un super marco, proprio come l'Unione Europea può considerarsi una super Germania.

Una forma di imperialismo e neo colonialismo perciò nati dall'interno, che hanno canalizzato verso la disindustrializzazione i Paesi dell'area mediterranea denominati PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), obbligandoli a divenire Paesi importatori colpiti in seguito da debiti interni, esterni, pubblici e privati.

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Imperialismo e antiamericanismo

di Elisabetta Teghil

“Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l’essenziale.”
Lenin, L’imperialismo come fase suprema del capitalismo

Per Lenin , l’imperialismo non è altro che la fase monopolistica del capitalismo. Non è la dimensione dell’impresa e la sua collocazione, ma le sue capacità di essere monopolio che fa l’imperialismo.

L’attuale stagione è caratterizzata dalla supremazia degli Stati Uniti che si propongono e, per molti versi, ci sono riusciti, di assumere il ruolo di Stato del capitale assoggettando con ogni mezzo a disposizione tutte le potenze rivali.

Dice Istvan Meszaros in Socialismo o barbarie:


”Così data l’inesorabilità della logica del capitale, era solo questione di tempo prima che il dinamismo del sistema si dispiegasse fino a raggiungere anche a livello dei rapporti interstatali lo stadio in cui una super potenza egemone arrivasse a dominare su tutte quelle meno potenti, per quanto grandi, ed affermare la sua pretesa esclusiva di essere lo Stato del sistema del capitale in quanto tale, pretesa infine insostenibile e la più pericolosa per l’umanità nel suo insieme.”


E’ falso che, in questo momento, la politica e lo Stato si sarebbero ritirati. Il sistema del capitale, in questa stagione che si manifesta con il neoliberismo, non potrebbe sopravvivere una settimana senza l’appoggio massiccio che riceve dallo Stato.


Gli Stati Uniti hanno 300 basi militari fuori dai confini nazionali e più di 200 Agenzie e possono contare su una miriade di Ong, Onlus e società di Think Tank.

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La materia viva del simbolico

di Pierre Macherey

In questo articolo scritto per il manifesto (3 luglio 2013)  il filosofo francese  esplora il rapporto tra teoria e prassi, e tra filosofia e sociologia,  alla luce dell'opera di Pierre Bourdieu. Con una nota di Fabrizio Denunzio

La riflessione che Pierre Bourdieu ha dedicato ai problemi generali della pratica si è principalmente sviluppata attraverso tre opere: Per una teoria della pratica (1972), Il senso pratico (1980) e Ragioni pratiche (1994). Sono, questi, i successivi tentativi di riscrivere uno stesso testo, arricchito di nuovi concetti, come ad esempio quello di «campo» divenuto operativo dopo il 1980, e alimentato di nuovi riferimenti, senza che, tuttavia, i suoi orientamenti principali ne vengano modificati. Questi orientamenti definiscono il progetto di una «teoria della pratica» che unisce l'intero percorso di Bourdieu e gli conferisce, sebbene lui rifiuti questo termine, una dimensione autenticamente filosofica.

La reticenza di Bourdieu a fare rientrare il suo percorso sotto la categoria del filosofico si spiega con il suo rifiuto della pretesa teoricista che, a titolo di una sorta di platonismo latente, ha attribuito, a torto o a ragione, alla filosofia in quanto tale e che la porterebbe, una volta estratta dalla pratica la sua teoria, a presentare quest'ultima, la teoria, come la verità essenziale della pratica, senza rendersi conto che questa «pratica» di cui la teoria dice di dare la verità, non esiste se non per la teoria da cui essa è costruita: così il principale insegnamento che può impartire una teoria della pratica protetta da ogni deriva liturgica è, giustamente, che quella «pratica» non esiste, o almeno quella non esiste se non per quanti cerchino di determinarne la verità assoluta facendone la teoria, mentre in realtà esistono solo delle pratiche, al plurale, costruitesi e decostruitesi nella storia di cui sono allo stesso tempo i prodotti e le condizioni, poiché sono esse che determinano gli schemi della sua evoluzione.

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Quella potenza umana ridotta a merce

di Sandro Mezzadra

Un libro ( "Il soggetto produttivo da Foucault a Marx" di Pierre Macherey) che esplora la celebre definizione metaeconomica del lavoro dell'uomo di Marx («L'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo») e le sue ricadute sulla società di oggi

«Marx per me non esiste», dichiarò Michel Foucault in un dialogo del 1976 con la redazione della rivista Hérodote. E aggiungeva: «voglio dire questa specie d'entità che s'è costruita attorno a un nome proprio, e che si riferisce ora a un certo individuo, ora alla totalità di quel che ha scritto, ora a un immenso processo storico che deriva da lui». C'è qui una chiave per intendere il rapporto intrattenuto da Foucault con Marx, tema che continua a essere al centro di molti studi e dibattiti (si veda ad esempio il bel libro curato da Rudy Leonelli, Foucault-Marx. Paralleli e paradossi, Bulzoni, 2010): la radicale distanza di Foucault dal marxismo, inteso come compatto edificio dogmatico, si accompagnava in lui alla diffidenza nei confronti di ogni tentativo di «accademicizzare» Marx, di ridurlo a un «autore» come un altro. Quest'ultima è un'operazione certo legittima, continuava Foucault nell'intervista del 1976, ma equivale a «misconoscere la rottura che lo stesso Marx ha prodotto». Quella rottura nel cui solco Foucault ha continuato per molti versi a pensare - non senza produrre ulteriori rotture, che lo hanno spesso condotto lontano da Marx.

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Parola chiave, Crisi

di Mario Tronti

Nel 1980, per il numero di aprile-maggio, La Rivista, un periodico molto interessante diretto da Walter Pedullà, manda in stampa un numero monografico con il titolo “La crisi del concetto di crisi”. Marco d’Eramo invia un breve testo che istruisce il tema. Le risposte sono di personaggi più che significativi: tra gli altri, Jacques Attali, Julien Freund, Emmanuel Le Roy Ladurie, Edgar Morin, René Thom. Molto gustoso un passaggio della proposta di d’Eramo: “Mentre si apre il penultimo decennio di questo millennio, la ‘Crisi’ è uno strumento che basta a evocare l’Emergenza, l’Unità- Nazionale, l’Austerità, lo Sforzo-Collettivo. È il miraggio di una Nuova- Era, di una Società-Più-Umana. È il preludio della Catastrofe, la consorte del Riflusso. Una volta la lingua era più ricca. Spengler parlava di Declino o Tramonto (dell’Occidente), Horkheimer di Eclissi (della Ragione)”. Si parla di noi, della nostra attuale crisi, come ne parlano gli interpreti, che sono poi, come si sa, i responsabili stessi della crisi. La prima preoccupazione dovrebbe essere quella di non parlarne in questi termini. Che la crisi sia di natura economico-finanziaria, non c’è dubbio. Che se ne possa dire nella sola lingua dell’economia e della finanza, questo è molto dubbio.

Riportiamo allora il concetto di crisi alla sua storia di lunga durata. Utilizziamo alcuni spunti del fascicolo sopra citato. Tucidide riprende la crisi sia da Ippocrate, nel senso medico, come improvviso cambiamento in un corpo, sia da Sofocle, nel senso teatrale, come rappresentazione del trauma.

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La crisi del neoliberismo e della governabilità coatta

di Gianni Ferrara

L'autore riflette sulle connessioni tra la dimensione economico-sociale e quella politico-istituzionale della crisi del neoliberismo.  L'attuale congiuntura storica è definita come quella dei "fallimenti interdipendenti" tra le promesse di sviluppo non mantenute dal liberalismo, quelle fatte proprie dal sistema istituzionale dell'Unione europea e quelle perseguite negli Stati attraverso la ricerca coatta della governabilità. La governabilità, come politica istituzionale volta a rimuovere ogni domanda politica e sociale non compatibile con il liberismo, in particolare, ha svuotato la rappresentanza politica e ha prodotto una mutazione funzionale dei partiti. In questo quadro si inserisce la formazione del governo attualmente in carica

La crisi che stiamo vivendo è totale. Coinvolge ogni aspetto della convivenza umana. È crisi politica, economica, sociale, istituzionale, morale. Viene da lontano. Da quando iniziò la controrivoluzione capitalistica. Quella che reagì alla fondazione e alle realizzazioni dello stato sociale costruito in Occidente nei trenta “anni d’oro” della “rivoluzione sociale” e della”rivoluzione culturale” come li chiamò Hobsbawm. Reagì per liquidarne le conquiste, rovesciarne i principi, disperdere i soggetti storico-politici che lo avevano progettato e che lo sostenevano. Ha compattato la sua azione dissolutrice sostituendo alle politiche keynesiane il neoliberismo, all’etica della solidarietà e dell’eguaglianza quella dell’individualismo proprietario, della concorrenza distruttiva e della competizione omicida, al pluralismo ideale e politico l’assolutismo del pensiero unico, alla rappresentanza politica inclusiva quella selettiva delle sole domande compatibili con l’economia del turbo-capitalismo, alla primazia dei Parlamenti la mistica della governabilità.

Da questo coacervo esplosivo emerge la spinta della crisi economica che ha creato più di venti milioni di disoccupati in Europa e in Italia un’area di 8 milioni e 750 mila persone in stato di difficoltà nel lavoro e di disagio sociale tra disoccupati, scoraggiati, cassintegrati, precari e part-time involontari (dei quali più del il 36 per cento giovani).[1] Crisi che non accenna ad attenuarsi né può perché la religione neoliberista, avendola provocata, continua ad ispirare con l’austerity la politica economica dell’Unione europea per esserne il fondamento.

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Letta e il falso problema del debito pubblico

di Guglielmo Forges Davanzati

L'elevato debito pubblico italiano costituisce un problema, per il presidente Letta, perché danneggia le generazioni future, che saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere. Sono tesi che si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato. E che devono essere superate, se davvero si vuole andare oltre il disastroso dogma dell'austerità

Per l’ex premier Mario Monti, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituiva un problema dal momento che avrebbe incentivato attacchi speculativi, così che occorreva porre in essere misure di austerità, riducendo la spesa pubblica e soprattutto aumentando l’imposizione fiscale. Due i risultati ottenuti: le misure di austerità messe in atto per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL hanno prodotto l’esito esattamente opposto, determinandone un aumento di circa 7 punti percentuali in un anno, anche in considerazione dell’errore di stima del moltiplicatore fiscale, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale. In più, proprio in quella fase, all’aumentare del debito pubblico non hanno fatto seguito attacchi speculativi, o almeno non di entità e durata paragonabili a quelli sperimentati nell’estate del 2011, quando l’indebitamento pubblico rispetto al PIL era inferiore ai valori assunti nel corso del 2012.

Per il neo-Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituisce un problema perché danneggia le generazioni future, che, inevitabilmente, a suo dire, saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere.

E’ bene chiarire che queste convinzioni si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato, e soprattutto si basano sull’assunto – non dimostrato né dimostrabile – secondo il quale il nostro debito pubblico è eccessivamente elevato.

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Geopolitica e coscienza di classe

di Sebastiano Isaia

Giovanni Armillotta rivendica su Limes «la struttura marxiana» quale eccellente strumento di analisi dei fenomeni geopolitici, soprattutto per ciò che riguarda il processo di globalizzazione. Su un articolo del 25 marzo 2013 pubblicato appunto sulla nota rivista italiana di geopolitica, Armillotta svolge alcune interessanti «considerazioni sulla presa di potere di fascisti, nazisti e bolscevichi», con l’obiettivo, davvero ammirevole, di smitizzare «luoghi comuni di destra e di sinistra», sebbene «La ragione di questo articolo non è certo quella di illustrare il senso politico, sociale o economico del vocabolo “rivoluzione”» (Numeri e rivoluzione in Europa).

Prima di vedere i tre casi storici portati ad esempio dal Nostro analista geopolitico, è forse utile comprendere il suo punto di vista geopolitico, il quale a me pare molto interessante, se non altro perché si sforza di resistere al luogocomunismo del politicamente corretto made in Occidente. Cito da un intervento di Armillotta pronunciato il 6 ottobre 2011: «La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo; l’aggressione alla Libia, la perdita d’identità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in melting pot di Serie B, a cui le ricchissime classi politiche sono insensibili; la tenzone con la Cina temuta da Washington sua “erede”, e le crisi dei debiti sovrani sono al centro dei grandi rivolgimenti in atto. Obama non è altro che uno dei migliori alleati dei piani dei neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato degli Stati Uniti, ampliatosi durante la presidenza di Barack Hussein. Un progetto cullato dalla famiglia Bush e portato avanti da Obama.

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Bruciare Debord? A partire da un libro di Anselm Jappe

di Alessandro Simoncini

Persistenze dello spettacolo nel nuovo ordine penitenziale. Una premessa

«Bisogna bruciare Debord?«. Si apre con questa domanda il Guy Debord di Anselm Jappe (Roma, Manifestolibri 2013 → QUI), assai opportunamente ristampato per i tipi della Manifestolibri e pubblicato in prima edizione italiana nel 1992 dalle Edizioni Tracce.  Iniziava allora la litania della fine della storia: ogni alternativa alla società del capitale, della merce, del valore e del lavoro comandato doveva cessare di essere concepibile e, nelle intenzioni dei teorici del nuovo ordine, perfino desiderabile. Oltre venti anni dopo, la fine della storia non riesce ancora a finire. Anzi, nella temperie di una crisi acutissima ed ormai permanente – una crisi economica globale che si svolge nel contesto di una transizione geo-politica segnata dalla fine del “secolo americano” -, nuove sfibrate versioni della vecchia litania danno forma ad un discorso-zombie sulla “giustizia dei mercati” che si affatica a fornire  una sempre più instabile parvenza di verità alla variante finanziarizzata e neoliberale dell’accumulazione capitalista. Fin dalla sua nascita e per tutti gli anni ’80, ’90 e ‘00, l’espansione finanziaria è stata supportata e riprodotta dalle forme di quell’ordine “spettacolare integrato”che Debord aveva posto al centro della sua radicale indagine nei Commentari sulla società dello spettacolo (1988). 

Oggi nella crisi, con l’allestimento scenico di uno stato di emergenza permanente, le forme dello spettacolo sembrano mutare.

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il rasoio di occam

I beni comuni tra vecchi cliché e nuove sfide

di Riccardo Cavallo

1. I beni comuni: tragedia o farsa?

Da ‘acquabenecomune’ campagna portata avanti con successo dal Forum dei movimenti per l’Acqua contro la privatizzazione delle risorse idriche e conclusasi con la vittoria referendaria nel 2011 è stato un crescente proliferare di proclami ‘ariabenecomune’, ‘naturabenecomune’, ‘marebenecomune’, etc. fino a costituire uno dei punti cardine del ‘soggetto politico nuovo’ ALBA (acronimo per Alleanza, Lavoro, Beni comuni, Ambiente) o culminare nel motto di una coalizione politica (“Italia. Bene comune”). Il ‘benecomunismo’ come è stato ben presto etichettato sembra dunque essere diventata una sorta di virus che ha permeato tutti gli aspetti della nostra società, diventando il vessillo di nuovi movimenti più o meno politicizzati. Come sempre accade in questi casi, però, quando un termine viene utilizzato nei contesti più disparati può rimanere facilmente preda di malintesi, fino alla desemanticizzazione del termine stesso ‘beni comuni’: se ogni cosa che ci circonda è bene comune nulla lo è. Per evitare di cadere in pericolose semplificazioni è forse necessario fare un po’ di chiarezza, cercando innanzitutto di comprendere se il fenomeno dei beni comuni sia figlio dell’attuale società globalizzata o se, al contrario, sia qualcosa che affonda le sue radici in un passato ben più lontano.

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Il guardiano dell’idea assoluta

di Toni Negri

Georges de La Tour1C’è, in questa riscrittura badiousiana della Repubblica di Platone, un richiamo al “comunismo” come forma di governo, “quinta” oltre le quattro criticate dal fondatore dell’idealismo filosofico: dunque, oltre la Timocrazia (o il governo degli eroi) e l’Oligarchia (dei principi), oltre la Democrazia e la Tirannide (sempre fra loro ciclicamente intercambiabili). Ed è un bel concetto, questo, quasi una innovazione teorica – essa  ha, come molte proposte del post-moderno avuto espressione già in altri episodi della filosofia politica, come nelle varie esperienze democratiche di costruzione di comunità ecclesiali, nel Medioevo o nella Riforma, o nella “democrazia assoluta” spinoziana, o nelle stesse utopie anarchiche e socialiste della modernità. Che un solido Philosophe – ovvero un uomo dei Lumi, come a me pare Badiou – rivendichi quest’ideale, è non solo atteso ma bello. Nel suo libro che non è una trattazione sistematica della Repubblica di Platone, né un semplicemente un ammodernamento del testo, né l’esperienza di un dialogo amoroso del filosofo con Amantea (figura femminile e “repubblicana”, invenzione davvero formidabile) – nel suo libro dunque, la si legge con gioia quest’avventura ideale – solo relativamente appassita da qualche noioso esercizio antiquario.

Ma tentiamo di meglio situare questo lavoro di Badiou. Qui c’è tanto comunismo “alla francese”, un comunismo che congiunge ad un raffinato metodo razionalista, un afflato giansenista e la commozione sensista per una sorta di sublimazione comunitaria. Ma anche – va aggiunto subito – una totale assenza di spirito dialettico, di pratica antagonista e di dispositivi costituenti. Questo comunismo, questa repubblica ignorano la lotta di classe.