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Il populismo secondo Laclau
Michela Russo
né al primo momento né all’ultimo.
L. Althusser
PremessaIl termine populismo, afferma Laclau, non possiede alcuna «unità referenziale proprio perché non designa un fenomeno circoscrivibile, ma una logica sociale, i cui effetti coprono una varietà di fenomeni. Il populismo è, se vogliamo dirla nel modo più semplice, un modo di costruire il politico»1. O, rovesciando i termini, il momento politico par excellence viene a coincidere, per Ernesto Laclau, con la costruzione del popolo.
Ernesto Laclau, teorico di origine argentina, è noto in Italia grazie alla recente traduzione di On Populist Reason (2005)2 e Contingency, Hegemony, Universality (2000)3, e pur tuttavia calca le scene del dibattito filosofico-politico anglosassone sin dalla seconda metà degli anni Ottanta, in particolare a partire dal volume Hegemony and Socialist Strategy (1985)4, scritto a quattro mani con Chantal Mouffe. Molte le parole spese sulla parabola intellettuale di questi due autori, in particolare per quel che riguarda la rielaborazione da loro operata della teoria gramsciana dell’egemonia nei termini di una Discourse Theory. Non intendiamo, qui, aggiungere l’ennesima parola in un dibattito che, giocato esclusivamente sul dettaglio, finirebbe nel dominio inaccessibile degli specialisti. Tantomeno intendiamo restituire una summa della produzione laclauiana. In questo spazio di riflessione dedicato al lessico della postmodernità cercheremo, per quanto possibile, di comprendere le “ragioni” di questo percorso intellettuale che, a partire dall’imprescindibile sodalizio intellettuale con Chantal Mouffe, raggiunge il suo culmine nell’analisi del concetto di populismo, al fine di affrontarne criticamente la posta in gioco, sia da un punto di vista teorico che politico.
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Tra ideologie e finzioni
Franca D'Agostini
<La logica di ciò che non esiste . Incontro con il filosofo Graham Priest, che ha inaugurato il «dialeteismo», ossia la prospettiva logica in base alla quale esistono contraddizioni che non comportano il collasso della razionalità. In questa pagina considera le ricadute politiche della sua teoria nella prospettiva di Marx e Engels: solo il pensare in termini di contraddizioni, porta a progettare azioni politiche efficaci
Da parecchio tempo la politica è orfana della grande teoria. Secondo alcuni è una buona cosa. Fine delle ideologie, inizio di qualcosa di nuovo: forse inizio dell'impolitico, o della politica pura, pragmatizzata, di puro provvedimento. O anche: inizio di movimenti spontanei, senza avanguardie intellettuali e senza leadership, come le rivolte nordafricane o gli indignados spagnoli. Secondo altri invece «con le ideologie abbiamo perso anche le idee», ovvero: «abbiamo perso la capacità di ragionare in grande», come ha detto di recente Gustavo Zagrebelsky. In realtà non è lontano il tempo in cui proprio il grande pensiero era sotto accusa, in quanto grand récit (per il postmodernismo militante) o in quanto generatore di società chiuse (per Karl Popper). Però è abbastanza facile vedere che la perdita del disegno complessivo ha portato la prassi, orfana della teoria, a smarrirsi nelle secche della politica personalizzata e consumistica: una trappola in cui, come sappiamo, è caduta anche la sinistra.
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Romano Alquati: una cooperazione libera ed aperta
di Ferruccio Gambino
Fino ai primi anni dello scorso decennio Romano Alquati ha continuato a scrivere e a insegnare, anche se i testi dell’ultimo periodo della sua vita sono conosciuti soltanto da cerchie ristrette. Uscito in forma di dispensa, il suo “Corso del 2000” di sociologia industriale è uno di tali scritti e, come altri di Alquati, ha l’apparenza di un testo magmatico, irto di rimandi, sospensioni, dissolvenze. In realtà, ad una lettura appena attenta, il “Corso 2000” costituisce un notevole saggio inteso a rilanciare lo studio della società industriale contro una sociologia generale che oggi “rimuove l’industrialità dell’agire”. Si tratta di un’industrialità, come egli scrive, nella quale è immerso circa ”un quinto” dell’umanità, mentre gli altri quattro quinti ne sono ai margini. A prima vista, l’analisi risulta impassibile rispetto ai problemi politici; in realtà, non appena ci si addentra nella prosa parlata di queste lezioni, la passione politica di Alquati traspare nella forma interrogativa in cui egli pone agli interlocutori/interlocutrici le aporie della nostra condizione.
Come sempre, non sorprende la proverbiale franchezza di Alquati nei confronti di posizioni che egli giudica ormai superate. Neppure il Marx dei “Lineamenti fondamentali” viene risparmiato. Contrariamente a quel Marx, che definiva la società come “la somma delle relazioni, dei rapporti in cui…[gli] individui stanno l’uno rispetto all’altro”, Alquati presenta la sua definizione di società spingendola in avanti verso il suo contesto industriale: “una trama d’attività\lavori cui sono stati addetti attori\lavoratori…regolata da un mix di mercato e gerarchia (quindi – fra l’altro – non è una trama di relazioni fra persone…”.
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Un travet dello sterminio
Alberto Burgio
Nell'aprile del 1961 si apriva a Gerusalemme il celeberrimo processo all'ex tenente colonnello delle SS. Le polemiche che l'altrettanto famoso reportage di Hannah Arendt suscitò in quegli anni non si sono spente, a dimostrazione che le tesi della filosofa tedesca sulla «banalità del male» coinvolgono nodi tuttora elusi sul concetto di democrazia
Il processo all'ex-tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann si aprì l'11 aprile di cinquant'anni fa nell'aula della modernissima Casa del Popolo di Gerusalemme. A capo della sezione Ivb4 della Gestapo, Eichmann aveva diretto la realizzazione della «Soluzione finale» garantendo efficienza alla macchina dell'«emigrazione forzata» e dello sterminio degli ebrei. Al termine del conflitto era fuggito in Sud America. Nel 1960 agenti del Mossad l'avevano scovato in Argentina e tradotto clandestinamente in Israele.
Alla vigilia del processo vennero sollevate questioni di legittimità, in parte già sorte in occasione del processo di Norimberga. Si sostenne l'illegalità del rapimento (anche l'American Jewish Committee si associò alla richiesta di consegnare Eichmann a un tribunale internazionale, mentre il «Washington Post» accusò Israele di applicare la legge della giungla) e si mise in dubbio la competenza del tribunale israeliano. La corte ribatté che ogni Stato ha il diritto di processare «un criminale in fuga dalla famiglia delle nazioni» e che i crimini di Eichmann avevano coinvolto anche ebrei che durante la guerra si trovavano in Palestina.
Nonostante nel 1953 Israele avesse abolito la pena di morte, il dibattimento si concluse, dopo quattro mesi, con la condanna dell'imputato alla pena capitale per crimini contro il popolo ebraico e l'umanità. Contro la decisione del tribunale si pronunciarono intellettuali del calibro di Gershom Scholem e Martin Buber. Eichmann venne impiccato il 31 maggio 1962, dopo che la Corte suprema aveva confermato la sentenza di primo grado e respinto la domanda di grazia.
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Massimo Recalcati, L'uomo senza inconscio
Eleonora de Conciliis
1. Non è esagerato affermare che, con questo suo nuovo libro*, Massimo Recalcati (che abbiamo già avuto l’onore di ospitare nel settimo numero e poi nel terzo annuario della rivista Kainos dedicato al tema Fame/sazietà) tenti di formulare un’interpretazione complessiva, e filosoficamente assai interessante, del cosiddetto postmoderno o dell’ipermodernità – com’egli preferisce definire il nostro presente per indicarne il carattere convulso, “smarrito” e compulsivo verso il godimento d’oggetto. Si tratta di un testo in cui il riferimento, magistralmente esposto, alla pratica clinica, costituisce il pungolo imprescindibile e non solo il pretesto per un ripensamento radicale della teoria freudiana delle pulsioni e di quella lacaniana dell’inconscio come linguaggio e luogo del desiderio dell’Altro: lasciandosi inquietare dall’emergenza di inedite forme di disagio (non solo quelle che cura ormai da decenni, ovvero la bulimia e l’anoressia, ma anche altre sempre più epidemiche, come gli attacchi di panico, la depressione e gli stati-limite), ovvero dai nuovi sintomi psicotici che la società contemporanea produce in individui ormai disancorati – in termini lacaniani – da qualunque struttura significante in grado di tenere insieme Legge e desiderio, l’autore cerca di capire cosa stia diventando la psicoanalisi nell’epoca dell’evaporazione del Padre e nel vuoto lasciato dalla mancata soggettivazione compiuta in suo Nome (su ciò cfr. pp. 36 e sg.).
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Mutazioni del vocabolario politico
Luigi Cavallaro
Di che cosa parliamo quando parliamo di sinistra. Dai processi collettivi di liberazione all'inflazionata parola-chiave libertà, un percorso di lettura per decostruire vecchie e nuove «narrazioni»: Qualcosa di sinistra di Franco Cazzola e Il partito personale di Mauro Calise
È possibile un'uscita da sinistra dalla crisi italiana? Per quanto l'atmosfera da basso impero in cui siamo precipitati in queste settimane abbia ringalluzzito non pochi intellettuali e militanti, convinti che siamo ormai al redde rationem e che basti una spallata - giudiziaria, mediatica o di piazza che sia - per sgombrare il terreno politico da colui che viene additato come caput et finis dei nostri guai, è forse opportuno avanzare qualche dubbio. Cominciando dal principio: cioè da cosa significhi concretamente «sinistra» nel tempo presente, e da chi possa conseguentemente essere definito «di sinistra».
L'imperativo dei prezzi stabili
Ci sono effettivamente molti modi per definire la «sinistra» e altrettanti criteri per differenziarla dalla «destra». Ma ce n'è uno solo che non si presta a equivoci, e - come spiega Franco Cazzola nel suo breve quanto intelligente Qualcosa di sinistra (il Mulino) - concerne le scelte relative all'elaborazione del bilancio statale (e del bilancio complessivo del comparto pubblico). È in relazione a questo criterio che si manifestano le scelte in ordine al rapporto tra stato e mercato e si evidenzia come questioni apparentemente «tecniche» (come l'ammontare del deficit e/o del debito, la misura della pressione fiscale diretta e indiretta in rapporto al Pil e l'efficacia redistributiva della spesa pubblica) si rivelino in realtà cariche di significati politici.
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La decostituzionalizzazione del sistema politico italiano
Luigi Ferrajoli*
E’ in atto un processo decostituente della democrazia italiana. Questo processo si manifesta nella costruzione di un regime personale basato sul consenso o quanto meno sulla passiva acquiescenza a una lunga serie di violazioni della lettera o dello spirito della Costituzione: le tante leggi ad personam, che formano ormai un vero corpus iuris ad personam dirette a sottrarre il Presidente del Consiglio ai tanti processi penali dai quali è assediato; le aggressioni ai diritti dei lavoratori e al sindacato; le leggi razziste contro gli immigrati, che hanno penalizzato lo status di clandestino; le misure demagogiche in tema di sicurezza, che hanno militarizzato il territorio, legittimato le ronde e previsto la schedatura dei senza tetto; il controllo politico e padronale dei media, soprattutto televisivi, che ha fatto precipitare l’Italia al 73° posto della classifica di Freedom House sui livelli della libertà di stampa.
Di solito questo indebolimento della dimensione costituzionale della nostra democrazia viene interpretato come un prezzo pagato a un rafforzamento della sua dimensione politica ottenuto con il conferimento agli elettori del potere di scegliere volta a volta la coalizione di governo: in altre parole, come una riduzione e una svalutazione della dimensione legale della democrazia in favore della valorizzazione della sua dimensione politica e rappresentativa, concepita peraltro come il fondamento esclusivo della legittimità dei pubblici poteri.
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Civiltà occidentale come critica all'Occidente
Intervista di Felice Fortunaci a Marino Badiale e Massimo Bontempelli*

Una della tesi fondamentali del vostro libro è quella che riguarda la distinzione fra “Occidente” e “civiltà occidentale”. Potreste chiarirla?
Questa è in effetti la prima delle due tesi fondamentali del libro. Si tratta di una distinzione che è secondo noi necessaria per fare chiarezza nelle discussioni oggi frequenti, e piuttosto confuse, su questi temi. Per quanto riguarda la nozione di “Occidente”, la nostra tesi si può pensare come una critica della nozione comunemente diffusa.
Quest’ultima è ben compendiata dal sottotitolo di un libro pubblicato da Laterza (ma si potrebbero fare molti altri esempi): “Mondi in guerra”, di Anthony Pagden. Il sottotitolo recita “2500 anni di conflitto fra Oriente e Occidente”. Perché una simile espressione abbia senso, occorre pensare che vi sia una entità, chiamata “Occidente”, che esiste appunto da 2500 anni, e che questa entità, pur avendo magari subito un’evoluzione, sia identificabile lungo tutto questo arco di tempo, e vi sia una continuità nella sua evoluzione. Bene, noi sosteniamo che questa entità non esiste nella storia, ma è una costruzione ideologica.
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Parola chiave: Partito
di Mario Tronti
La parola chiave serve per aprire la porta dell’agire politico. Ecco allora la difficoltà. La parola partito sembra oggi non assolvere più a questa funzione. Bisogna capire se è la chiave che si è sverzata nel tempo, o se è la serratura a essere stata cambiata, da qualcuno o da qualcosa. La forma-partito, per continuare a usare questa formula di gergo al tempo stesso burocratica ed eloquente, si è dissolta per consunzione interna, o è stata destrutturata da infiltrazioni climatiche esterne? Ricerca. Prima di tutto ricerca. Questo si vuole dire con questo fascicolo di Democrazia e diritto. E ricerca comparata, tra presente e passato e dentro un presente plurale, fatto di storie diverse, ancora declinate nel solco tradizionale dello Stato-nazione.
Più indagine storico-politica, sociologica, politologica, che teoria. Se si è data una teoria del partito, è difficile pensare che si possa dare ancora, in queste condizioni. È interessante notare questa cosa: chi ha speso più pensiero sul tema dell’organizzazione di partito è stato il movimento operaio.
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Da dove viene il linguaggio
Valentina Pisanty
Superata una certa soglia dell'evoluzione, è la crescente complessità delle strutture cognitive a far sì che la nostra mente sia pronta per elaborare gli strumenti simbolici, oppure è l'uso del linguaggio a plasmarla, potenziandone le capacità? Questa la cornice in cui si iscrive l'ultimo libro di Francesco Ferretti Alle origini del linguaggio umano, uscito da Laterza, secondo cui la facoltà di parola è una conseguenza dell'adattamento biologico
L'essere umano è un animale. Tutti gli animali evolvono secondo i principi della selezione naturale. Dunque, a meno di non contestare queste premesse, la conseguenza è obbligata: l'essere umano evolve secondo i principi della selezione naturale. Eppure qualcosa ci trattiene dal formulare una simile conclusione. Mentre non esitiamo ad ammettere che, al pari della proboscide dell'elefante e del collo della giraffa, l'attuale configurazione del corpo umano sia l'esito provvisorio di un processo evolutivo lento e graduale, l'organo di cui andiamo più fieri - il cervello, s'intende - ci sembra appartenere a una serie diversa. È nel cervello/mente che risiedono le nostre facoltà specie specifiche: la presunta razionalità, la rappresentazione, il pensiero simbolico e, soprattutto (o forse all'origine di tutto), il linguaggio. Difficile accettare che tali facoltà altamente complesse derivino da abilità più semplici già presenti in altre specie. Quale altro animale è anche solo lontanamente capace di concepire entità inesistenti o astratte, di affrancare i pensieri dal qui e ora, di rappresentare se stesso mentre compie queste operazioni, e di elaborare e usare sistemi di simboli discreti (come le parole del linguaggio e i simboli della scrittura) i quali, oltre a essere sganciati da qualsiasi rapporto necessario con i propri referenti, possono essere combinati ricorsivamente per generare un'infinità di possibili sintagmi? Tanto più che un'illustre tradizione filosofica (da Cartesio a Chomsky) ci ha presentato l'homo sapiens come una specie «unicamente unica», incommensurabilmente diversa, staccata dal resto del mondo animale proprio in virtù delle sue funzioni psichiche superiori.
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Il capitalismo è morto
di Paolo Giussani
Joe Bageant
1.
Anche se la crisi esplosa tre anni fa è solo una manifestazione acuta di una patologia cronica crescente iniziatasi con la fine del boom postbellico negli anni ’70, segna comunque uno spartiacque fra due fasi distinte perché è la prima manifestazione di un crollo generalizzato. Senza il fenomenale intervento pubblico cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere, ora il capitalismo mondiale comincerebbe già a essere un ricordo.
2.
Negli anni ’70 la diminuzione del saggio del profitto che ha accompagnato tutta la grande espansione del dopoguerra produce i suoi effetti attraverso una serie di recessioni mondiali. Da questo momento l’accumulazione comincia a procedere in maniera perturbata, seguendo un percorso tendenzialmente declinante e molto oscillante. Le difficoltà in cui finiscono molti settori e aziende e la formazione di vasti capitali liquidi inattivi unite al basso livello dei valori azionari provocano un enorme movimento di fusioni e concentrazioni che fa scattare in alto gli indici di borsa, e di qui, verso l’inizio degli anni ’80, prende il via il grande movimento di spostamento del capitale monetario dalla sfera produttiva a quella speculativa.
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Rivolta delle élites e disfacimento del capitalismo
Luigi Tedeschi intervista Costanzo Preve
1) Le soluzioni alla crisi economico - finanziaria del 2008 appaiono incerte e problematiche. Esse infatti vengono costantemente ricercate all’interno di un sistema finanziario globale, che non viene messo in discussione, semmai, ne vengono criticati solo determinati eccessi. Le ricorrenti crisi dell’economia capitalista hanno sempre dato luogo a profonde trasformazioni degli equilibri politico - sociali preesistenti, con la conseguenza di espandere la base produttiva. Inoltre, la conflittualità sociale scaturita dalla crisi ha sempre condotto all’ampliamento sia della sfera dei diritti sociali dei lavoratori che della partecipazione politica delle masse. Le evoluzioni del capitalismo, per due secoli sembrano avere seguito tale direttiva come fattore costante del suo sviluppo storico. Oggi, la crisi globale sembra invece aver prodotto una fase involutiva del capitalismo stesso. In Italia e in tutto l’Occidente, si va delineando infatti un “autunno caldo del capitalismo”, in cui è la classe dominante dell’economia a pretendere riforme economico - sociali sistemiche, che comportano profondi mutamenti nella legislazione del lavoro, con la conseguenza di stravolgere materialmente un assetto normativo costituzionale ispirato allo stato sociale e alla solidarietà tra le classi.
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Bisogna finire, bisogna cominciare
Marino Badiale, Massimo Bontempelli
Premessa.
Questo saggio è diviso in due parti. Nella prima parte, riprendendo e aggiornando analisi da noi svolte in lavori precedenti[1], sosteniamo l’esaurimento di senso politico della coppia concettuale destra/sinistra. Con questo non intendiamo dire che non esistano più destra e sinistra, ma piuttosto che tali realtà non hanno più il significato che hanno avuto fino a trent’anni fa, e che, in particolare, la sinistra non è più il luogo sociale e politico degli ideali di emancipazione, eguaglianza, giustizia sociale. Nella seconda parte mostriamo come questa nuova situazione non implichi la fine della lotta per un mondo più umano, ma implichi piuttosto che questa lotta va svolta secondo nuove idee e nuove linee di demarcazione.
PRIMA PARTE. FINIRE LA STORIA DELLA SINISTRA E DELLA DESTRA
1.Cercando una definizione.
Una discussione sull’attualità politica delle nozioni di sinistra e destra deve naturalmente partire da una definizione di cosa si intenda per sinistra e per destra. In mancanza di una tale definizione, il dibattito si blocca subito perché ognuno attribuisce a queste espressioni significati diversi.
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Ricordo di Romano Alquati
Emiliana Armano, Raffaele Sciortino
Tre mesi fa, il 3 aprile, si spegneva a Torino all’età di 75 anni Romano Alquati, esponente di spicco del pensiero operaista, intelligenza sistematica ma al di fuori degli schemi convenzionali, riconosciuto come uno dei più raffinati studiosi della soggettività e della composizione di classe.
L’esperienza politica di Romano muove da quella componente minoritaria ma importante dei giovani “ricercatori scalzi” degli anni ‘50 che pur continuando ad abitare criticamente il movimento operaio, in particolare le sue organizzazioni sindacali, matura da subito una rottura profonda rispetto alle sue rappresentanze istituzionali e alle vie nazionali al socialismo. Al tempo stesso rimanendo distinta, anche per un tratto generazionale, dall’opposizione antistalinista “storica”. In questo, anticipa quella straordinaria cesura che maturerà compiutamente solo con il ’68. Romano Alquati viene su in un humus culturale che in quegli anni è alla ricerca di un marxismo libero da incrostazioni, capace di indagare e intercettare la classe operaia per quello che è e non per come dovrebbe essere secondo i canoni della “chiesa” comunista, efficacemente ibridato con la rilettura critica della sociologia ed empaticamente affine ad un approccio fenomenologico alla soggettività. Si forma politicamente a Cremona -una città della pianura Padana all’incrocio tra le esperienze di lotta del proletariato agricolo e la tumultuosa industrializzazione del boom economico- accanto all’amico Renato Rozzi e al comunista “eretico” Danilo Montaldi sotto il cui influsso fa le prime esperienze di ricerca militante.
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"Gli errori di Darwin"
Intervista a Massimo Piattelli Palmarini
A un secolo e mezzo dalla pubblicazione delle sue prime opere sull’evoluzione biologica, Darwin fa ancora notizia. Anzi, infiamma gli animi e scatena polemiche. L’ultima, in ordine di tempo, è motivata dall’imminente pubblicazione di Gli errori di Darwin (Feltrinelli), annunciata per il 21 aprile, dopo altrettante polemiche suscitate negli States dall’edizione originale. Il volume, che ha richiesto tre anni di lavoro, è scritto a quattro mani da due scienziati di livello internazionale.
Uno, vanto italiano, è Massimo Piattelli Palmarini, docente di Scienze cognitive all’Università dell’Arizona, dopo una permanenza al Mit di Boston e successivamente al San Raffaele di Milano dove ha creato il dipartimento della sua disciplina. L’altro, Jerry Fodor, è anch’egli un’autorità nelle scienze cognitive, insegna filosofia del linguaggio alla Rutgers University del New Jersey. Ancor prima di uscire nel nostro Paese, il volume di Piattelli Palmarini e Fodor sta riempiendo le pagine culturali e scientifiche dei nostri giornali, con pepati botta e risposta tra scienziati che si occupano di queste tematiche.
Ho raggiunto Massimo Piattelli Palmarini a Venezia, durante una sua parentesi italiana, per un ciclo di seminari universitari. Gli ho chiesto di spiegarci le ragioni di così tanto scalpore per aver controbattuto alcune presunte idee “errate” del darwinismo.
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