Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2237
Educazione e istruzione
di Paolo Di Remigio
Riceviamo e volentieri pubblichiamo (M.B.)
Educazione e istruzione, da sempre necessarie per lo sviluppo della libera personalità, sembrano essere diventate opposte e incompatibili da quando i pedagogisti pretendono che l’insegnante non debba istruire gli allievi tenendo lezioni e verificandone lo studio, ma debba educarli senza nulla aggiungere a quanto già sanno, limitandosi a stimolarne gli interessi e la creatività, così che la scuola, finora un carcere per la ‘trasmissione’ di inutili e comunque evanescenti conoscenze teoriche, si trasfiguri in un giardino gioioso in cui fioriscono flessibilità mentale e competenze pratiche. Non è la prima volta che la pedagogia polemizza con l’istruzione; già Rousseau, che nel suo «Emilio» proclamò di odiare i libri, progettava un’educazione che eludesse le astrattezze della teoria e condizionasse il fanciullo con la segreta manipolazione del suo ambiente; già in lui il rigetto della civiltà diventò divieto di istruire e l’educazione assunse accenti totalitari[1]. In ogni caso è un segno di estrema decadenza che, entro la civiltà ai cui inizi è sbocciata la libera filosofia, si diffami la conoscenza teorica come fonte di corruzione dei giovani. Un simile rovesciamento di valori suggerisce l’opportunità di qualche considerazione altrimenti scontata sul senso dei due concetti.
Educazione si riferisce in genere all’ambito morale, all’acquisire le abitudini che consentono alle persone una convivenza senza troppi attriti. La prima convivenza degli individui è la famiglia. Diretta ai bambini dalla loro nascita, l’educazione familiare procede per lo più muta, per lo più grazie all’imitazione; e quando prende la parola è per lo più proibitiva. Poiché il suo lato positivo consiste nell’imitazione e il suo lato negativo nella proibizione, essa non è più spontanea e creativa dell’istruzione; al contrario, essa limita in silenzio l’ambito dell’esperienza possibile e la spontaneità per proteggerle dalle conseguenze lesive.
- Details
- Hits: 2548
La morte degli eroi: per agire al di là del bene e del male
Considerazioni a partire da Joker
di Gigi Roggero
“Per il momento viviamo ancora estranei e celati a noi stessi. Per molte altre ragioni ci sarà necessario vivere da solitari e anche portare maschere – ci troveremo quindi male nella ricerca dei nostri simili. Vivremo soli, conosceremo probabilmente tutte le torture delle sette solitudini.”
(F. Nietzsche, 1885)
Questa non è una recensione. La lasciamo a chi è più competente, a chi può parlare correttamente di cinema, a chi può analizzare la fotografia e il montaggio, a chi coglie i particolari e i dettagli, i riferimenti e i collegamenti con altri film. Se diciamo che questa non è una recensione non lo facciamo per abbassare l’asticella delle pretese nel campo della cultura, ma per alzare l’asticella delle pretese nel campo che ci interessa, quello centrale: il campo politico. Non per modestia individuale, ma per ambizione collettiva.
Di che parliamo? Ma di Joker, ovvio. Che palle, ecco che anche quelli di Commonware dicono la loro. Ok, probabilmente avete ragione. Però sappiate che non ce ne frega niente di dire la nostra sul film. A noi interessa utilizzare il film. Senza rispetto per la supposta correttezza interpretativa. Allora liquidiamo ciò che riguarda strettamente i commenti sul film, sul suo regista, sui suoi attori, o meglio sull’unico attore: Phoenix è straordinario, ma non è questo il punto. Non lo è qui per noi, sia chiaro.
E perché vi interessa così tanto utilizzare questo ennesimo prodotto hollywoodiano? Perché come altri grandi prodotti hollywoodiani, e probabilmente più della maggior parte dei grandi prodotti hollywoodiani, ci parla di quella maledetta cosa che si chiama società capitalistica, o ancor meglio civiltà capitalistica. Più precisamente, ci parla della crisi di questa civiltà. La crisi non è lo stadio prima del crollo, niente affatto. La crisi è la verità della civiltà capitalistica. È la civiltà capitalistica nella sua forma esplicita, senza veli e senza fronzoli.
- Details
- Hits: 1627
L’accumulazione e la donna. Storie di genere e di oppressione
Una lettura di “Calibano e la Strega” di Silvia Federici
di Massimo Maggini
“Il capitalismo è il paradosso di un onere straordinario permanente. Si trattava di convertire l’intero processo riproduttivo sociale in un unico processo di «creazione di denaro» o di «moltiplicazione del denaro» e gli uomini in astratte macchine da lavoro e rendimento astratto di questa «legge» inizialmente esteriore e imposta. Questa mostruosità si rappresentava come stato di necessità costituente o come lo stato di eccezione che funzionò da levatrice del capitalismo, la cui funzione fu quella di spezzare una volta per tutte la volontà di autonomia sociale. La storia di questa brutalizzazione delle relazioni sociali, senza precedenti nella storia dell’umanità, nonostante il capitolo del Capitale di Marx sull’«accumulazione originaria» e le ricerche del primo Foucault, è ancora ben lungi dall’essere stata scritta”
-Robert Kurz, Weltordungskrieg
“Nella forma del proto-mercato mondiale, nel contesto del sistema coloniale il capitale fu davvero il «dio straniero» (Marx) che sopraggiunse attraverso le società mentre simultaneamente si sviluppavano, in queste stesse società, la statalità centralizzata, la struttura della dissociazione sessuale moderna e le corrispondenti ideologie (protestantesimo); nel senso di un orientamento degli individui e di una fondazione anche simbolico-culturale del nuovo rapporto complessivo capitalistico, la dissociazione sessuale marcò una dimensione profonda, eclissata, assolutamente non a caso, dalle riflessioni più tarde”
-Robert Kurz, das Weltkapital
È apparsa nell’estate 2015, per merito ancora una volta della casa editrice Mimesis, la riedizione di un libro fondamentale per aiutare a comprendere la genesi del capitalismo: Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria.
Questo libro, partorito dalla vitale e generosa mente di Silvia Federici, cui va il nostro riconoscimento e plauso per aver tratteggiato le linee di una storia misconosciuta ma quanto mai centrale per la nascita di uno dei più feroci – se non il più feroce – fra i sistemi sociali che l’umanità abbia mai conosciuto, rappresenta un contributo estremamente prezioso per approfondire il meccanismo attraverso il quale questo sistema si è insediato e ha preso possesso delle nostre vite.
- Details
- Hits: 1504
Problemi falsi, soluzioni vere
di Il Pedante
For a problem can only be solved by a principle.
(G. K. Chesterton)
Esiste una percezione diffusa, che la politica oggi sarebbe incapace di offrire soluzioni ai «problemi dei cittadini» perché troppo lontana dalla «gente». È una percezione che anch'io condivido ma in cui si annida un rischio, di credere che esista davvero un «bene del Paese» indistinto e non invece un sovrapporsi di interessi e bisogni che si limitano a vicenda, in certi casi si escludono. Si negherebbe altrimenti la possibilità di esistere di una politica come scelta di campo possibile tra le tante possibili, di un equilibrio più o meno sbilanciato tra le forze sociali secondo visioni, convinzioni e condizioni diverse.
L'idea di considerare il politico come il luogo di risoluzione o lenimento dei problemi «dei cittadini» produce la convinzione che i suoi fallimenti coincidano con il fallimento delle sue soluzioni. Ma è il contrario. L'elaborazione politica si distingue in modo fondamentale dall'amministrazione perché è chiamata a formulare i problemi, non a risolverli, a stabilire cioè un progetto da affidare all'esecuzione dei tecnici. Quel progetto può essere espresso implicitamente indicando, appunto, i problemi che occorre risolvere per realizzarlo progressivamente. L'approccio di dichiarare i problemi e non direttamente gli obiettivi sottesi ha un vantaggio pragmatico: i primi (ad es. i salari bassi, la disoccupazione, la denutrizione, la mancanza di servizi ecc.) sono concreti e presenti, i secondi (ad es. un livello di vita dignitoso per tutti) sono astratti e lontani e devono in ogni caso scomporsi in una visione problematica che fornisca stimoli all'azione.
La formulazione del problema implica anche la sua collocazione all'interno di una rete di relazioni causali che, a sua volta, disegna sullo sfondo una certa visione della realtà tra le tante possibili.
- Details
- Hits: 1578
M. Cacciari, La mente inquieta
Recensione di Giulio Gisondi
M. Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo, Einaudi, 2019
L’ultimo lavoro di Massimo Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo, vuol essere un tentativo di ripensare il contenuto filosofico dell’Umanesimo. Lontano dal diluire o dal ricondurre, come spesso ha fatto una certa filosofia contemporanea, l’esperienza culturale del Quattrocento italiano all’esclusivo ambito artistico-letterario, da un lato, e alla pratica erudita e filologica degli studia humanitatis, dall’altro, l’autore riconosce, invece, all’Umanesimo la sua piena identità e dignità filosofica. E lo fa esplicitando, sin dalle prime pagine, il debito nei confronti della lezione di Eugenio Garin, di quell’idea di Umanesimo civile compreso come «età di crisi […], in cui il pensiero si fa cosciente della fine di un Ordine e del compito di definirne un altro, drammaticamente oscillante tra memoria e oscuri presagi, crudo scetticismo e audaci idee di riforma» (Introduzione ). Proprio il riconoscimento dell’Umanesimo quale momento disarmonico, disincantato, tragico e conflittuale, di rottura delle cattedrali metafisiche scolastiche, rappresenta uno dei maggiori risultati della ricerca e della prospettiva gariniana, a partire dalla quale questo saggio prende le mosse.
Tuttavia, nonostante il lavoro di ricostruzione storico -filosofica e filologica avviato nel dopoguerra dalla scuola di Garin, di Cesare Vasoli, e proseguito dai loro allievi, Cacciari osserva come ancora oggi molte siano le riserve, le diffidenze e le incomprensioni relative al senso, al significato e al valore filosofico dell’Umanesimo. Una delle ragioni di tale incomprensione è legata all’abitudine, di una pur grande storiografia, di porre il problema dell’Umanesimo considerandolo sempre in funzione della propria posizione teoretica. È questa, ad esempio, la prospettiva all’interno della quale l’Umanesimo è stato considerato da autori come Giovanni Gentile o Ernst Cassirer, ovvero quale presupposto o momento della maturazione del loro stesso pensiero.
- Details
- Hits: 1412
Chi ha paura del… Totalitarismo?
di Carla Filosa
Cancellare il diritto materiale degli oppressi alla rivoluzione: ecco il senso ultimo di (non)concetti come quello di totalitarismo, a proposito della indecente risoluzione del parlamento UE
Per chi ha incontrato nella propria infanzia i fumetti dei tre porcellini (anni ’50), era consuetudine leggere ripetutamente la loro rassicurante canzoncina “chi ha paura del lupo?”, riferito a Ezechiele Lupo, il cattivo minaccioso attentatore alla vita dei porcellini perpetuamente destinato a soffrire la fame, nel finale buonista. Il potere di oggi di molti governi mondiali ha bisogno di rinnovare aggravate le vecchie paure, di fronte al rigurgito fascistoide diffuso unito al pericolo di ribellione di masse sempre più espropriate perfino dei territori su cui vivere, avendo però l’accortezza di sostituire al “lupo”- metafora, il non-concetto di “totalitarismo”.
Sotto questo ombrello infatti, oltre alla genericità sempre ambigua, si annida ancora il concetto invece di lotta di classe – sebbene mascherato – da esorcizzare definitivamente. Il riferimento qui è alla non nuova risoluzione del Parlamento Europeo del 19.09.20019, che ha approvato la “valutazione… riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista” (art.5). Questa richiede ora una riflessione meno semplicistica sull’equiparazione di nazismo e comunismo ivi di fatto contenuta, e una presa di posizione di fronte alla storia passata, ferma perché consapevole.
La domanda su “chi ha paura del totalitarismo” non solo è pertanto lecita ma soprattutto doverosa, perché riguarda la definizione e la tenuta delle nostre cosiddette democrazie, dove la virulenza dell’imperialismo mondiale viene invece sottaciuta e distolta mentre si innalzano muri e si armano guerre itineranti dall’apparenza locali. Il finale buonista, per questo imperialismo sempre più famelico, non è per niente scontato.
Accomunare comunismo e nazismo forse va fatto risalire ai tragici anni ’30 del secolo scorso, come scrive lo storico Eric J. Hobsbawm in Il secolo breve:
- Details
- Hits: 2148
Illusione Matematica
di Claus Peter Ortlieb
Con il testo "Illusione Matematica", Claus Peter Ortlieb torna a quelli che sono i fondamentali di una critica delle scienze matematiche della natura. Si sa che, in particolare le scienze naturali, rivendicano per sé una oggettività che pretende di non aver niente a che vedere con i soggetti investigati, né con il loro specifico interesse sociale alla conoscenza, né niente a che vedere con la forma sociale; viene assunta, per così dire, la «visione del nessun luogo» (Elisabeth Pernkopf). Ortlieb si oppone all'idea, ampiamente generalizzata e diffusa in quelle che sono le scienze esatte, secondo cui la realtà è, nella sua essenza, di natura matematica, per cui la matematica e le leggi formulate nel suo linguaggio sarebbero, pertanto, una qualità naturale, indipendente dalle persone e dalla loro visione del mondo. Un'accurata analisi di quello che è l'indagine matematico-scientifica reale prova questa idea è erronea. Si tratta di un feticismo, che proietta quella che è la sua propria forma di conoscenza storicamente specifica, insieme a quelli che sono i suoi propri strumenti, sull'oggetto della conoscenza, rendendo quelli proprietà di questo. La connessione con il feticismo delle merci è ovvia, e si può anche dimostrare che la conoscenza matematica della natura ha come suo presupposto la dissociazione del femminile. (Presentazione del testo sul n°15 di exit! del mese di aprile del 2018). Il testo che segue è la versione scritta ed ampliata di un intervento alla conferenza: «Matematica Generale: Matematica e Società. Prospettive filosofiche, storiche e dialettiche», Schloss Rauischholzhausen, 18-20 giugno 2015.
* * * *
Quando si guarda il mondo indossando occhiali di color rosa, esso appare di colore rosa. E, quindi, chiunque guarderà il mondo attraverso gli occhiali della matematica vedrà strutture matematiche dappertutto. [*1] Ora, il colore rosa non è ovviamente una proprietà del mondo, ma semmai degli occhiali.
- Details
- Hits: 3087

Retorica e realismo di un (grande) poeta borghese: Giosuè Carducci
di Eros Barone
«Il signor Settembrini è letterato» commentò Joachim, un po’ impacciato. «Ha scritto per giornali tedeschi il necrologio di Carducci... Carducci, sai?» E rimase ancora più impacciato, poiché suo cugino lo guardò stupito come per dire: che ne sai tu di Carducci? Tanto poco quanto me, suppongo.
Thomas Mann, La montagna incantata, Cap. III, “Satana”.
Scrive Pietro Gibellini nella sua pregevole Introduzione a Tutte le poesie del Carducci: «La fortuna di molti scrittori ha l’andamento delle montagne russe dei vecchi luna-park: qualche ondulazione e sobbalzo all’avvio, quindi una ripida ascesa in vita (e di solito nell’immediato ‘post mortem’) fino ai vertici della gloria, poi una caduta precipitosa verso l’abisso del discredito o, peggio, dell’oblio. Si pensi a Monti, la cui fama grandissima, durante l’esistenza, mai compromessa dal tempestoso alternarsi dei regimi, fu intaccata dopo la morte dal confronto obbligato con Foscolo (...). Si pensi a D’Annunzio, asceso alla gloria letteraria e al successo mondano durante la sua “vita inimitabile” e precipitato poi, con le polverose rovine del regime cui, a ragione o a torto, era stato associato, nel vallone oscuro dove è rimasto fino a tempi recenti. Il diagramma della fortuna del Carducci appare ancor più nitido, poiché alla linea progressivamente ascendente succede, con netto contrasto, quella discendente altrettanto progressiva. Le sue quotazioni si mantennero alte come quelle dell’ammirato Monti, ma per un periodo ancor più lungo; il suo declino, a differenza di quello di D’Annunzio, appare, almeno sino a ora, irreversibile (...). Da decenni Carducci non ha quasi più lettori, nemmeno nel luogo deputato delle aule scolastiche. Bello scacco, per quello che da Thovez in poi si suole chiamare il “poeta professore”!». 1
- Details
- Hits: 1718
Qualche spunto sulla Siria
di Giovanni Dall'Orto
Parliamo di cosa ci ha insegnato la guerra in Siria in questi giorni.
Purtroppo non riesco più a trovare (non credevo fosse importante, non mi sono segnato l’Url) l’intervista in inglese alla Zakharova, l’intelligente portavoce del ministero degli esteri russo, che a un giornalista occidentale che le chiedeva se i russi sarebbero stati disposti a mollare il loro uomo, Assad, per ottenere la pace in Siria, reagì con una faccia sbalordita e la frase: “Ma Assad non è il nostro uomo. Assad è il vostro, uomo”.
Ecco. Se la propaganda di guerra non soffocasse la possibilità di ottenere notizie, sarebbe più facile capire cosa succede nel mondo. Purtroppo però non è così.
Partiamo allora pure dal preconcetto secondo cui i russi mentono sempre, a prescindere, perché amano farlo. Se fuori piove e chiedete alla Zakharova che tempo fa, lei vi dirà che c’è il sole. Va bene, sia. E diciamo quindi che Assad in realtà sia il “loro” uomo, nonostante sia stato educato in Occidente e fosse intenzionato a vivere a Londra (e non certo a Mosca) come medico, se l’erede al trono siriano, suo fratello, non fosse morto.
Resta il fatto che la portavoce del ministero degli esteri russo ci ha tenuto a puntualizzare che a titolo ufficiale loro non lo considerano il “loro” uomo.
Forse voi avete dimenticato che Assad fece di tutto per riavvicinarsi agli Usa, e che fece offerte e proposte per risolvere il conflitto con Israele in base al principio “pace (e riconoscimento di Israele) in cambio di territori” – progetto fallito solo per l’opposizione di Israele, che non vuole restituire un solo centimetro di territorio siriano.
Forse voi dimenticate le “special renditions”, ossia di quando la Cia mandava i propri prigionieri islamisti in Siria per farli torturare dal tiranno Assad. Il che fa del regime siriano un regime di torturatori, esatto, ma anche un regime torturatore che collaborava strettamente con la Cia in questioni di politica internazionale, e non con la Russia.
- Details
- Hits: 1810
Ricchi, brutti e cattivi: il capitalismo, il Nobel, il “pensiero unico”
di Carlo Clericetti
L'economista Emiliano Brancaccio scrive un libro sul Nobel che va (quasi) sempre ai liberisti e in Svezia, di tutta risposta, decidono quest’anno di far vincere tre studiosi della povertà: “L'avevamo previsto”, replica. Di economia e potere – ma anche di Italia e di Europa – hanno discusso all'università Roma Tre con l’autore un Mario Monti in versione progressista e un Giorgio La Malfa keynesiano di ferro: un dibattito frizzante tra due liberali e un marxista.
Qualche ora dopo che la Banca di Svezia aveva comunicato i nomi dei vincitori del Nobel per l’economia di quest’anno, il 14 settembre, ad Economia di Roma 3 si è svolto un dibattito di alto livello sul libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica”. Il libro esamina a chi e perché sia stato conferito il riconoscimento: ne emerge che sono stati scelti quasi soltanto studiosi di orientamento neoclassico, quelli comunemente definiti neoliberisti. Persino Jo Stiglitz e Paul Krugman, che oggi avversano quelle dottrine, sono stati premiati per studi precedenti assai più allineati alle teorie dominanti. L’economia, dice Brancaccio, crea “il discorso del potere”, quello che serve per giustificare determinate decisioni, e dunque spesso dal potere è influenzata.
Quest’anno però sono stati premiati studiosi che si occupano di come combattere la povertà, che non sembrerebbero allineati con le posizioni dei potenti. Ma forse la spiegazione è nelle parole di Mario Monti, che ha detto di aver saputo di “un certo nervosismo” a Stoccolma quando si è saputo del libro in preparazione: la scelta può essere stata una risposta indiretta alla critica di Brancaccio e Bracci, un tentativo di dimostrare che non è vero che per vincere il Nobel bisogna essere seguaci del “pensiero unico”.
- Details
- Hits: 2447
Il potere delle piattaforme digitali tra economia e politica
di Guido Stazi
Robert Nozick, il grande filosofo americano teorico dello stato minimo, in “Anarchia Stato e Utopia” (1974) scriveva che “il problema della regolamentazione è che lo Stato proibisce azioni capitalistiche tra adulti consenzienti”.
Cosa avrebbe detto però delle grandi piattaforme digitali che si comportano da veri e propri stati paralleli, che fatturano e capitalizzano ai livelli dei PIL degli stati nazionali, ma senza debiti, che si preparano a battere moneta digitale e che, per un lungo periodo, sono cresciute senza regole, se non quelle che stabilivano loro? E che adesso stanno investendo enormi risorse nella costruzione di loro, private, reti globali per emanciparsi da internet e privatizzare il transito dei big data.
Alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti fu varata la prima legge antitrust, lo Sherman Act, per impedire che imprese troppo grandi monopolizzassero i mercati e, tramite l’accumulo di enormi ricchezze, accrescessero le diseguaglianze e condizionassero la democrazia americana.
Allora le imprese che monopolizzavano l’economia statunitense erano le grandi compagnie petrolifere e ferroviarie; adesso ai tempi della rivoluzione dei big data, sono le piattaforme digitali, dinamiche e innovative, in grado di operare in modo globale e flessibile su molti mercati, unite dalla capacità di massimizzare e utilizzare al meglio i dati. Negli USA vengono definite in un acronimo: FAANG cioè Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google.
I dati di bilancio di queste cinque imprese, messi insieme danno la dimensione di un agglomerato economico e finanziario impressionante: gli straordinari fondamentali economici di FAANG derivano innanzitutto dalle grandi capacità di visione e innovazione dei fondatori, che hanno inventato nuovi modelli di business o trasformato con l’utilizzo della tecnologia business tradizionali, travolgendoli.
- Details
- Hits: 2473
Il suicidio come forma negativa del conflitto sociale
di Carmelo Buscema
[Pubblichiamo un estratto dal cap. 9 del saggio di Carmelo Buscema, Contro il suicidio. Contro il terrore. Saggio sul neoliberalismo letale, recentemente uscito per Mimesis]
Le parole che hanno
un senso e un contenuto
non sono parole assassine.
[Simone Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia].
[…] il successo e l’insuccesso non sono che due impostori.
Occorre smettere di scontrarsi con essi,
non hanno alcuna importanza:
nessuno fallisce per davvero
e nessuno ha così tanto successo.
[Jorge Luis Borges, Non c’è nessuno allo specchio].
Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi,
ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
[…] Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche,
stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri […], stufo di invidiare,
stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata,
stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie,
stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro,
di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle […] Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro,
non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti,
non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. […]
È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie,
privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. […]
Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere,
per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto,
cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile.
Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore.
[Michele (2017)].
Nel saggio intitolato “Non ricominciamo la guerra di Troia” – scritto negli anni tra i due conflitti mondiali, e con sullo sfondo il tragico clamore della guerra civile spagnola –, Simone Weil si faceva beffe del modo in cui il campo progressista pretendeva spiegare quel copioso tributo di vita che intere generazioni hanno ostinatamente continuato a offrire alla morte attraverso la loro partecipazione in massa alle guerre.
- Details
- Hits: 5668
Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?
di Giovanna Cracco
L’estate più pazza del mondo, così è stata definita la stagione da poco conclusa. E lo è stata, indubbiamente. Ma non per il Papeete, la caduta del governo giallo-verde, la nascita di quello giallo-rosso ecc. Non per le vicende italiane, insomma. La follia si è manifestata nei mercati finanziari europei e statunitensi: da una parte, alcuni dati non si sono storicamente mai registrati prima, dall’altra ce ne sono di già visti nel 2007, prima dell’esplosione della bolla dei subprime. A mettere insieme le tesserine del puzzle, l’immagine che si viene formando è molto più che preoccupante.
Parliamo di finanza, materia tecnica complicata, cercheremo di semplificarla.
Nel mercato dei titoli di Stato si registrano tassi negativi. La quotazione cambia di giorno in giorno, ma il quadro generale da agosto è che i bond sovrani a dieci anni di Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Finlandia, Danimarca, Austria, Svezia e Giappone hanno rendimenti sotto lo zero, e quelli di Spagna e Portogallo sono a un passo dall’averli. Per la prima volta nella storia, il 21 agosto la Germania ha emesso un Bund a 30 anni a tasso negativo (-0,11%), collocando 824 milioni su 2 miliardi, arrivando così ad avere rendimenti negativi su tutte le durate dei titoli, a breve e a lunga scadenza.
Anche le obbligazioni corporate (emesse da società private) a tripla A iniziano ad andare sotto lo zero. L’indice Bloomberg Barclays Euro Corporate Bond registra il 27 agosto rendimenti negativi per il 46% dei titoli, in una crescita vertiginosa dato che erano appena il 3% a dicembre 2018 (vedi grafico 1, pag. 8).
La logica è la medesima in entrambi i comparti: è la domanda crescente da parte degli investitori che porta i rendimenti in territori negativi. Semplificando all’estremo, significa che pago per investire il mio capitale invece di guadagnarci, un controsenso in termini.
- Details
- Hits: 1498
Verità, ontologia umana e capitalismo
di Lorenzo Dorato
Introduzione
Tra gli ostacoli più forti alla formazione di un fronte di opposizione al sistema di relazioni sociali dominante (il capitalismo) ed in particolare alle sue dinamiche più distruttive (che si esprimono in una crescente ed inesorabile manipolazione e degradazione antropologica) vi è l’idea pervasiva che la verità non esista. Può sembrare un’asserzione provocatoria ed esagerata, ma è proprio quello che penso e che proverò in queste pagine ad argomentare passo dopo passo. L’accettazione attiva o passiva del capitalismo e della filosofia sociale e politica che lo sostiene (il liberalismo) è compatibile, naturalmente, anche con la fede nell’esistenza della verità. Basti pensare alle numerose religioni che fanno della verità il loro perno contenutistico e che si pongono nella realtà sociale in una posizione di totale compatibilità con le relazioni economiche e sociali capitalistiche di mercato. Tuttavia, se questo è vero, e non si può negare che lo sia, vi sono due elementi fondamentali che devono corredare questa evidenza.
1 – Il fatto stesso di riconoscere l’esistenza della verità, intesa come conoscibilità certa e condivisa dell’essenza della natura umana e dei bisogni dell’uomo, permette un dialogo alla pari con l’assertore della verità, dialogo la cui base e premessa condivisa è il fatto stesso che una verità sull’Uomo, per quanto difficile e apparentemente imperscrutabile, esiste ed è innegabile che esista. Questo elemento comune consente quindi un dialogo alla pari tra dialoganti veritativi. Anche se si proclamano due verità diverse si è, quindi, consapevoli del fatto che, in virtù dell’esistenza della verità (che per definizione è unica), le divergenze possono essere attribuite soltanto a due ipotesi: la prima ipotesi è che almeno uno dei due interlocutori si sbaglia; la secondo ipotesi è che la forma esteriore assunta dalle verità proclamate ne occulta la comune sostanza. In ogni caso si crederà possibile il raggiungimento di una meta conoscitiva comune attraverso il dialogo e la conoscenza.
- Details
- Hits: 1265
Il dollaro è in crisi?
di Giacomo Gabellini
Con piacere vi presentiamo questo interessante articolo dell’analista Giacomo Gabellini su un tema molto spesso sottovalutato: la crisi del dollaro
In appena un anno, la Banca Centrale russa si è liberata dei circa 90 miliardi di dollari di Treasury Bond (T-Bond) statunitensi di cui era in possesso per incrementare le riserve in yuan da 0 a qualcosa come il 15% del totale. Percentuale sbalorditiva, che supera di molto la media – prossima al 5% – delle riserve in yuan di cui dispongono i 55 Paesi interessati dal mega-progetto della Belt and Road Initiative (Bri), ma che potrebbe essere eguagliata da un numero ben più consistente di Paesi in un futuro non troppo remoto. Lo suggeriscono i dati relativi alla composizione delle riserve valutarie detenute dalle Banche Centrali di tutto il mondo pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), da cui emerge che nel quarto trimestre del 2018 lo yuan è arrivato a rappresentare l’1,89% del totale, pari a 202,79 miliardi di dollari. Di per sé, la quota può apparire insignificante, se raffrontata a quella del dollaro (61,69%, pari a 6.617,84 miliardi di dollari), dell’euro (20,69%, pari a 2.219,34 miliardi di dollari), dello yen (5,20%, pari a 558,36 miliardi di dollari) e della sterlina (4,43%,pari a 475,45 miliardi di dollari). Il discorso cambia però radicalmente se si considera che la moneta cinese ha registrato aumenti della propria quota in cinque degli ultimi sei trimestri e che, nel quarto trimestre del 2016, le Banche Centrali di tutto il mondo detenevano yuan per appena 84,51 miliardi di dollari: un incremento di 2,5 volte nell’arco di un biennio. Il tutto a spese del dollaro, che pur mantenendo saldamente il primato, nel quarto trimestre del 2018 ha conosciuto un calo di ben 14,31 miliardi di dollari. E lo stesso fatto di rappresentare il 61,69% delle riserve valutarie globali assume un significato assai meno rassicurante se raffrontato alla situazione del 2000, quando qualcosa come il 72% delle scorte monetarie in possesso delle Banche Centrali era costituito da dollari.
- Details
- Hits: 8008
Mondi della differenza
di Figure
1. Nel mondo anglosassone sono conosciute come identity politics e i gruppi cui sono rivolte sono detti identity groups. In Italia non c’è un vero e proprio corrispettivo: a volte si usa “politiche dell’identità”, altre volte “politiche della differenza”. Esse identificano tutti quei discorsi politici che ragionano attorno alla disuguaglianza degli individui o di alcuni gruppi, nel momento in cui questa disuguaglianza deriva da una loro differenza propria. Le due differenze che storicamente hanno fornito il modello apripista per le altre, e per le rispettive politiche, sono quella di genere e di razza.
La necessità di un fronte politico che faccia perno sulle questioni della differenza è figlia delle lotte di liberazione delle colonie, delle lotte per i diritti dei neri e delle lotte femministe degli anni Sessanta e Settanta. Attraverso questa nuova conflittualità sono andati in frantumi i modelli e le norme che si volevano universalistici nella modernità. Diventa palese come l’Uomo, la Libertà, l’Uguaglianza e tutti i valori cardine della migliore cultura occidentale fossero costruiti anche sull’esclusione. A destra come a sinistra, tutti hanno dovuto fare i conti con le questioni che sono state poste da soggetti storicamente esclusi e discriminati nell’esercizio del potere non solamente per una differenza strettamente socio-economica – come vuole la vulgata comunista – ma per elementi che si posizionano su piani diversi.
Fra i due valori cardine di liberté ed égalité, le politiche della differenza aprono alcune contraddizioni: è davvero possibile coniugare l’uguaglianza dei soggetti alla rivendicazione della libertà di essere differenti? Se è possibile, come lo si realizza nella pratica? La complessa portata dei soggetti in campo e dei loro rapporti con la società pone infatti le politiche della differenza in perenne oscillazione tra due alternative: la volontà di essere ricondotti alla norma combattendo per politiche di non discriminazione e di pari opportunità, e un rifiuto della norma escludente unito alla rivendicazione di uno spazio altro e di un diritto differenziale.
- Details
- Hits: 1344
Ricchezza della forza lavoro
Salario, prezzo e profitto di Karl Marx
di Adelino Zanini
Anticipiamo qui l’introduzione di Adelino Zanini alla nuova edizione di Salario, prezzo e profitto di Karl Marx, in uscita in questi giorni per ombre corte. Ringraziamo l’editore e l’autore per la disponibilità
Ci sono molte ragioni per riproporre alla lettura un testo breve e molto noto quale Salario, prezzo e profitto. E ci sono, anche, molte possibili letture del testo medesimo. Ricordiamo, anzitutto, come si tratti di un lavoro da Marx scritto nel 1865, per una situazione particolare e uno scopo specifico: rispondere, durante le assise del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, alle tesi propugnate dall’owenista John Weston, secondo il quale qualsiasi aumento dei salari monetari ottenuto dagli operai sarebbe stato annullato da un equivalente aumento dei prezzi. La risposta di Marx fu molto ampia e articolata, al punto da valutarne, in una lettera a Engels del 24 giugno 1865, la possibile pubblicazione, poi scartata per non anticipare inadeguatamente l’uscita del Libro I de Il capitale, che avvenne due anni dopo. Questa è la ragione per la quale il breve testo sarà pubblicato postumo nel 1898, dopo che Eleanor Marx ne rinvenne il manoscritto, redatto in lingua inglese. Molte possibili letture, dicevamo. Quella più ovvia non può che muovere da quanto lo stesso autore afferma nella lettera ora citata, ove è detto che il testo conterrebbe “parecchio di nuovo”, tolto dal manoscritto de Il capitale. Sul punto, si è molto insistito, cogliendo la possibilità di intendere Salario, prezzo e profitto non solo come un’anticipazione, ma anche come uno scritto divulgativo in sé compiuto e capace di sintetizzare, con efficacia, le prime tre sezioni de Il capitale.
Di qui due complementari linee interpretative, per nulla contrapposte, l’una più attenta alla tautologia da Marx discussa e insita nella formulazione classica della teoria del valore-lavoro, l’altra intesa a spingersi oltre, sino a cogliere la funzione svolta nel testo marxiano dalla domanda aggregata.
- Details
- Hits: 1356
L’attesa di tempi migliori
di Guglielmo Forges Davanzati
Il documento di Economia e Finanza e l’assenza di misure per la crescita
Sembra di trovarsi in una condizione macroeconomica per molti aspetti simile a quella che Hegel definiva “la notte delle vacche nere”. Sebbene l’insediamento del Governo Conte 2 abbia coinciso con la riduzione dello spread e, dunque, con minori interessi monetari da pagare ai creditori dello Stato italiano, non si rilevano apprezzabili cambiamenti soprattutto per quanto attiene alla prosecuzione delle misure di moderazione salariale e della conseguente deflazione. Sia chiaro che la deflazione (ovvero il rallentamento del tasso di inflazione) comporta riduzioni del tasso di crescita, dal momento che, da un lato, induce i consumatori a posticipare gli acquisti, attendendosi ulteriori riduzioni dei prezzi, e, dall’altro, spinge le imprese a posticipare i loro investimenti, in considerazione del fatto che i costi sostenuti sono minori dei profitti attesi.
La nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanza (NADef) recentemente pubblicata si muove nella direzione corretta, soprattutto mediante la pressoché obbligata sterilizzazione dell’aumento dell’IVA. Ma non va oltre, affidandosi a un recupero dell’evasione fiscale verosimilmente sovrastimato, come osservato da molti commentatori. Ciò è probabilmente dovuto all’urgenza con la quale questo esecutivo intende procedere e, ancor più, al tentativo (a quanto pare al momento di successo) di ripristinare rapporti ‘di buon vicinato’ con le Istituzioni europee.
- Details
- Hits: 2156
Mrs. Brexit, I suppose
di Militant
Salviamo il compagno Boris! Massima solidarietà, nonostante le evidenti differenze politiche, al bizzarro Johnson, che si trova impossibilitato a dar seguito al preciso mandato popolare: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. È difficile rintracciare, volgendo gli occhi al passato, una simile ostinazione, da parte delle élites economiche e culturali, nel negare la soluzione scelta dalla cittadinanza. In effetti un altro esempio esiste, peraltro recente: quello catalano, dove pure una importante riconfigurazione della polity di una comunità, avvenuta attraverso metodi liberal-democratici (referendum, pure lì), viene rifiutata perché… sbagliata! Il popolo ha votato in modo contrario agli interessi dell’alta borghesia… cambiamo il popolo! Questa battuta girava tanto quando il target – Brecht adiuvante – era il Comitato centrale, viene taciuta adesso, quando troverebbe una concretizzazione clamorosa e ripetuta.
In Catalogna Puigdemont e i suoi fedeli sono finiti in prigione, in Inghilterra non siamo (ancora) arrivati a tanto, ma la Brexit ha già fatto cadere due premier (corrispondenti ad altrettanti leader del Partito conservatore) e si appresta farne cadere un terzo. Inoltre ha soffiato tra le ceneri del Partito laburista e ha sfasciato il campo politico di Scozia e Irlanda. Non male per un referendum il cui esito deve ancora essere implementato…
Più ancora del caso catalano (forse perché rimane un abisso, in termini di legalità democratico-rappresentativa, tra Regno Unito e Spagna), a Londra si può toccare con mano la disperazione alto-borghese per la decisione popolare. Abbiamo sentito con le nostre orecchie un docente inglese fare questo limpido ragionamento: “Dobbiamo votare un’altra volta perché, a tre anni dal primo voto, l’esito può cambiare: in questi tre anni saranno morte alcune persone anziane che avevano votato per la Brexit e saranno diventati maggiorenni molti giovani che sono a favore dell’Unione Europea.
- Details
- Hits: 2448
Post-democrazia e Gamification ai tempi del “Dataismo”
Alcune considerazioni a partire dal caso Cambridge Analytica
di Lorenzo De Stefano
Una premessa
Il 17 marzo 2018 il Guardian, il New York Times e Channel Four hanno reso pubblici gli esiti di un’inchiesta durata circa un anno che ha scosso le fondamenta e la percezione comune del sistema politico statunitense e di quelli che sono ad oggi le principali tecnologie di informazione e di comunicazione: gli OSN1, segnatamente Facebook. Il caso riguardava Cambridge Analytica2, la società finita alla ribalta delle cronache mondiali perché rea di aver influenzato, attraverso un’opera di profiling e screening capillare su 50 milioni di utenti, le elezioni americane, il referendum sulla Brexit e non solo.
Sebbene per i ricercatori che studiano le dinamiche social e per le grosse aziende che detengono le chiavi di accesso e la capacità di gestione di quel meta-spazio, luogo-non luogo che è l’infosfera3, i meccanismi emersi non sono affatto qualcosa di nuovo, ma l’esito di un disegno di controllo biopolitico che ha coinvolto la società americana prima, e globale poi, sin dalla metà degli anni Ottanta4, il ‘caso Cambridge Analytica’ ha esplicitato i rischi e la vulnerabilità del nostro sistema democratico nell’epoca dei big data. La Datacrazia5 e la cultura algoritmica a essa sottesa, epifenomeno di quella che Colin Crouch ha definito Postdemocrazia6 inaugura una nuova frontiera per l’analisi filosofica, politica e sociologica. L’avvento delle nuove tecnologie digitali della comunicazione (ICT) ha posto fine al verticalismo ontologico dei mass media di seconda e terza ondata del secolo scorso, la radio e la televisione, per inaugurare una nuova forma di diffusione disintermediata della notizia in cui ciascun utente è un prosumer7, a un tempo fruitore e produttore di informazione sotto forma di dati e metadati. Tale complesso è comunemente identificato dal termine Big data.
- Details
- Hits: 1645
Fuga dal realismo capitalista
di Daniele Garritano
Mark Fisher è stato più volte accusato di nichilismo distopico. Al contrario, il motore della metodologia innovativa, aperta all’analisi di linguaggi estetici come la musica elettronica, il punk e l’hip hop e il cinema è il future shock
La categoria di «impotenza riflessiva» è stata coniata da Mark Fisher nel saggio Realismo capitalista. Uscito nel 2009, nel momento in cui il crack dei mercati finanziari trascinava il mondo occidentale in una spirale di ansia, disoccupazione e impoverimento di senso del futuro e poi diventato nel corso di dieci anni un testo di riferimento per la comprensione degli effetti socio-culturali e psico-cognitivi del capitalismo postfordista, Realismo capitalista pone la questione del rapporto tra immaginazione e principio di realtà nella «logica culturale del tardo capitalismo».
Il riferimento al testo di Fredric Jameson sul postmodernismo, che risale nella prima stesura al 1984, richiama un’insieme di intenzioni assunte coscientemente nell’impianto teorico di Fisher: la coscienza di riprendere una discussione teorica sull’esaurimento del processo di modernizzazione e sulle sue conseguenze nella vita quotidiana delle società occidentali, l’interesse sintomatologico per i consumi culturali mainstream (film, musica, pubblicità) come indicatori di modi di vivere e strutture di pensiero, l’interrogazione sul sistema delle macchine e su quella che Jameson definiva la «produzione di persone […] capaci di adattarsi ad un preciso e peculiare mondo socioeconomico». Rispetto alla lettura jamesoniana del postmodernismo, il teorico inglese accoglie la questione del «fallimento del futuro», il ruolo dell’utopia come categoria necessaria del pensiero politico, e soprattutto la necessità di interpretare la «logica culturale» del capitalismo sul piano dello stile e dei modi di vivere per decifrarne il senso comune.
Il richiamo all’autorità di Postmodernism di Jameson si basa anche su motivi generazionali: al momento dell’uscita del saggio a partire da cui si svilupperà il progetto jamesoniano (1984), Fisher aveva appena sedici anni e il socialismo sovietico – che si definiva «reale» – si apprestava a vivere il suo ultimo lustro di storia.
- Details
- Hits: 2323
Althusser e Poulantzas: egemonia e stato
di Bollettino culturale
Althusser incontra Gramsci
L'incontro di Althusser con il lavoro di Gramsci nei primi anni '60 fu un evento importante nel suo sviluppo teorico. Althusser scoprì Gramsci insieme a Machiavelli ed era inizialmente entusiasta di queste scoperte. Dalla sua corrispondenza con Franca Madonia sappiamo che ha letto Gramsci durante l'estate del 1961 e che è tornato a Gramsci durante la preparazione del suo corso su Machiavelli del 1962. Nel gennaio del 1962, durante la preparazione del corso su Machiavelli, la "scrittura forzata" come la descrive, ricorda di nuovo "quella facilità che avevo trovato in Gramsci". Questo primo corso su Machiavelli è stato intenso per lui, sia a livello filosofico che personale, Althusser insisteva sul fatto che «era su di me che avevo parlato: la volontà del realismo (volontà di essere qualcuno di reale, di avere qualcosa da fare con la vita reale) e una situazione "de-realizzante" [déréralisante] (esattamente il mio attuale delirio) ». Althusser mantenne questo rispetto per la lettura di Gramsci su Machiavelli, facendo riferimenti positivi a Gramsci in Machiavelli e Noi, il suo manoscritto degli anni '70 su Machiavelli, in cui accetta sostanzialmente la posizione di Gramsci secondo cui la sfida teorica e politica che Machiavelli affrontava era quella della formazione di uno stato nazionale in Italia. L'importanza di questo incontro iniziale con Gramsci è evidente in "Contraddizione e surdeterminazione".
«La teoria dell'efficacia specifica delle sovrastrutture e di altre "circostanze" resta in gran parte da elaborare; e prima della teoria della loro efficacia o simultaneamente (poiché è formulando la loro efficacia che la loro essenza può essere raggiunta) ci deve essere elaborazione della teoria dell'essenza particolare degli elementi specifici della sovrastruttura. Come la mappa dell'Africa prima delle grandi esplorazioni, questa teoria rimane un regno abbozzato in contorni, con le sue grandi catene montuose e fiumi, ma spesso sconosciuto nei dettagli al di là di alcune regioni ben note. Chi ha davvero tentato di seguire le esplorazioni di Marx ed Engels? Posso solo pensare a Gramsci ».
- Details
- Hits: 2344
Novità su Marx, novità da Marx
di Antonino Morreale
Nostalgie?
Se mai qualcuno della generazione che ha avuto i suoi primi contatti con Marx negli anni ’60 e ‘70, ritornasse oggi a rileggerlo, avrebbe di che meravigliarsi, scoprendo che tutto è cambiato.
I 35 anni che ci separano dal centenario della morte di Marx nel 1983 al bicentenario della sua nascita nel 2018 (che abbiamo festeggiato in allegria qui al Gramsci con una banda musicale al suono dell’Internazionale), hanno consumato molte illusioni.
Abbattuti muri che andavano abbattuti, altri ne sono stati costruiti che non andavano costruiti. E il mondo non si presenta più oggi come una marcia trionfale nel regno della libertà capitalistica finalmente realizzata; così come l’URSS allora e tutte le guerre di liberazione, dall’Algeria, al Vietnam, dall’Angola a Cuba, e il maggio francese, non erano una marcia trionfale verso il socialismo.
Il mondo è cambiato, noi con lui, e anche Marx è cambiato nel frattempo, ma diversamente da molti di noi è cambiato in meglio, e può aiutarci a decifrare il nostro diverso presente.
Certo, non basta tirar giù dagli scaffali più alti le vecchie edizioni Rinascita o Editori Riuniti, perché, ed è questa la novità, oggi il Marx che può aiutarci è molto diverso dal Marx che ci aiutò e guidò allora.
A questa premessa, diciamo così, generazionale, devo aggiungerne una più personale.
È per me una occasione singolare e fortunata parlare di questo libro di Musto K. Marx. Una biografia intellettuale e politica (1857-1883)”, perché è con un suo precedente lavoro Ripensare Marx del 2011 che mi è capitato di tornare a questo tipo di studi dopo molti anni dedicati ad altro.
Bisognava tornare a leggere Marx, ed è a questo punto che ho incontrato i lavori di Musto.
Anche per questo il libro che discutiamo non è per me uno dei tanti buoni libri che si possono leggere sull’argomento.
- Details
- Hits: 2492
Populismo pedagogico e scuola senza concetto
Cancellare il volto della scuola
di Salvatore Bravo
La scuola facile non libera, ipostatizza il presente, necrotizza la prassi e la trasformazione. La scuola difficile educa alla domanda. La scuola facile non permette al pensiero di configurarsi, ma lo destruttura in chiacchiera. La scuola dell’impegno è la scuola che forma alla costanza, ai tempi del concetto. Non vi è sapere critico se non nella gradualità dell’apprendimento dei contenuti. Il sapere critico deve conoscere la temporalità distesa e densa di contenuti Nell’antiumanesimo programmato il fine è cancellare ogni disponibilità all’umana comprensione
Populismo pedagogico
Il populismo pedagogico è il volto operativo della cattiva politica. Per populismo pedagogico si intende l’esemplificazione fine a se stessa: il semplicismo privo di concetto. In nome dell’esemplificazione si educa alla formazione del suddito, si forgiano le catene dorate dell’ignoranza con la pedagogia del disimpegno, della promozione sociale con contenuti minimi. Ma ciò che maggiormente rende nefasta tale struttura operativa è la formazione di caratteri dalla fragile resistenza alla frustrazione, pronti a rinunciare, a demordere, a svicolare dalle difficoltà. Si rafforza solo l’atomismo narcisistico da cui il mercato attingerà per promuovere i consumi. La comunità è dissolta nell’individualismo. Le azioni pedagogiche personalizzate – in nome della cosiddetta inclusione – sono finalizzate ad assottigliare, fino a divenire programmi e contenuti inconsistenti. In tal modo si ottiene il successo formativo da utilizzare nella campagna acquisti alunni della scuola azienda: la deprivazione culturale è presentata come un’eccellenza della didattica. Tutto dev’essere liscio quanto il desktop di uno smartphone:
«La vera contrapposizione è oggi tra “saperi difficili” e “saperi facili” o, meglio, saperi apparenti, fatti di scorciatoie, semplificazioni, impoverimenti linguistici ed argomentativi, saperi di superficie, saperi di formule. Questa è la vera alternativa per una scuola del futuro, una scuola che insegni a padroneggiare realmente Internet, non solo a saper battere i tasti e a essere schiavi di tutto ciò che passa per questa via».[1]
Il sapere apparente diventa parte fondante dell’industria del falso e del dominio globale. Il populismo pedagogico ha inventato «il docente facilitatore dell’apprendimento». Ovvero, il docente deve essere il regista silenzioso dell’apprendimento, non più educatore, non più punto di riferimento per i contenuti, ma solo un mediatore del lavoro dei discenti, i quali indirettamente stabiliscono contenuti, obiettivi, competenze che naturalmente sono minimi, semplici.
- Details
- Hits: 1458
La “guerra dei dazi” è solo all’inizio
di Claudio Conti
Di seguito l'articolo di Guido Salerno Aletta
L’emersione di una certa classe politica è sempre l’indice di una “necessità storica”, non uno scherzo del destino cinico e baro. Anche e forse soprattutto quando questa classe politica è “impresentabile” secondo i canoni politically correct della fase che si è chiusa.
Vale per i Salvini e le Meloni, vale a maggior ragione per Donald Trump o Boris Johnson. Se Stati Uniti (l’imperialismo in crisi) e Gran Bretagna (l’imperialismo dominante fino a metà Novecento) si sono ridotti a far salire sul trono temporaneo personaggi del genere è perché questi pagliacci – in modo sicuramente miope e contorto – rappresentano un’esigenza neanche tanto confusa di “cambiamento” rispetto al tran tran precedente.
Il modello economico fin qui realizzato, in altri termini, è diventato insostenibile e si va a tentoni in cerca di una drastica “rettifica” in piena corsa. Con il rischio – o la certezza – di far deragliare il treno.
Ancora peggio sta chi fa finta che si possa continuare come prima, chiamando ad improbabili “fronti” che dovrebbero impedire l’avanzata dei nuovi barbari senza però modificare di una virgola la governance delle cose, fin qui andata a loro esclusivo vantaggio.
Se avete pensato a Repubblica-Corriere e Pd siete sulla buona strada, ma troppo chiusi nel teatrino italico. Se invece avere pensato all’Unione Europea e all’establishment continentale, a partire da quello tedesco, avete fatto centro pieno.
Uno dei problemi strategici dei rapporti Usa-Europa è costituito dallo squilibrio struttura dei rapporti commerciali, con le importazioni Usa sistematicamente al di sotto delle esportazioni verso la UE. La “colpa” di questo squilibrio è nella scelta Usa, fin dai tempi della rottura della parità oro-dollaro (1971), di concentrarsi su servizi e finanza affidando al dollaro il ruolo di “ripianatore” di tutti gli squilibri.
Page 298 of 650





























































