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Il fattore G
I tempi cambiano, e i tormentoni pure. Una volta si diceva: speriamo di non fare la fine dell’Argentina. Oggi gli italiani fanno corno e bicorno, e ripetono: speriamo di non finire rovinati come la Grecia. Grecia che, in effetti, si ritrova in un mare di guai: ad Atene, il debito pubblico sta letteralmente esplodendo; e con i debiti stanno esplodendo anche le proteste di piazza. Una situazione caotica. Tanto caotica, che questa settimana i giornali di mezzo mondo - dal blasonato “New York Times” al nostrano “Corriere della Sera” - si chiedevano in coro se e quando sarebbe arrivato il momento del “sipario”, cioè del fallimento. Dubbio, per carità, atroce e legittimo. Ma che sarebbe stato bene accompagnare con una domanda davvero indispensabile.
Ovvero: chi - e soprattutto come - sta “scomettendo” sul fallimento della Grecia? Una domanda fondamentale. Perché - per dirla con una metafora - se non si conoscono i giocatori, è impossibile capire a che gioco si stia giocando.
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Dopo la tragedia, la farsa!
Ovvero come la storia si ripete
Slavoj Žižek
Introduzione. Lezioni del primo decennio.
Il titolo di questo libro dovrebbe costituire un test del quoziente intellettuale elementare: se la prima associazione che provoca nel lettore è il volgare cliché anticomunista: “Ha ragione – oggi dopo la tragedia del totalitarismo del XX secolo, tutta questa faccenda di un ritorno al comunismo non può essere che una farsa!”, ebbene, gli consiglio vivamente di fermarsi qui. Non solo, ma il libro gli dovrebbe venire confiscato, perché vi si tratta di una tragedia e di una farsa assolutamente diverse, ossia dei due avvenimenti che aprono e chiudono il primo decennio del XXI secolo: gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la débacle finanziaria del 2008.
[...]
L’analisi proposta in questo libro non ha nulla di neutro; al contrario, è impegnata e “parziale” al massimo – perché la verità è di parte; essa è accessibile-vi si può accedere soltanto se si prende partito, e non per questo è meno universale. Il partito preso qui è naturalmente quello del comunismo. Adorno fa iniziare i suoi Tre studi su Hegel con un rifiuto della domanda tradizionale su ciò che egli esemplifica col titolo del libro di Benedetto Croce: Che cosa è vivo e che cosa è morto nella filosofia di Hegel? Una simile domanda suppone da parte del suo autore l’assunzione di una posizione arrogante di giudice del passato, ma quando abbiamo a che fare con un filosofo veramente grande, la vera domanda da formulare non riguarda quello che questo filosofo può ancora dirci, quello che ancora può significare per noi, ma piuttosto il contrario: a che punto siamo ai suoi occhi?
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Il PIL dell'Europa frena: rischio "Double-Dip"
di Stefano Bassi
Qualche tempo fa l'anemica crescita in area UE del PIL del 3° trimestre 2009 è stata accolta con fuochi d'artificio dai gossip-governanti e dai gossip-tiggì: giravano titoloni del tipo "la Recessione è finita", "Siamo in Ripresa", "Il peggio è alle spalle", etc etc.
Però in quei proclami non si faceva cenno al fatto che quel trimestrino di ripresina post-crollo epocale aveva ricevuto un contributo fondamentale dagli incentivoni (in particolare pro-automobile) a costo di sputtanare i debiti pubblici e da altri fattori "tecnici" come il re-stocking (ricostituzione scorte di magazzino).
Si sentivano solo rarissimi cenni alle "incognite" ed ai rischi di ricaduta...
Ebbene ecco i fulminanti dati di "crescita" del PIL UE (Eurozona a 16) nel 4° trimestre 2009:
+0,1% deludendo le attese per un già miserrimo +0,4%...
(la UE a 27, che include membri non-euro, ha fatto anch'essa +0,1%)
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Ragazzi imbrogliati dalle bugie sulla scuola: 7 miliardi in meno
di Marina Boscaino e Marco Guastavigna
130 mila insegnanti a spasso, studenti abbandonati all’improvvisazione. Ma il Gran Simpatico si scioglie d’entusiasmo: “Dal prossimo anno avremo scuole che potranno essere comparate agli altri paesi”. Parole al vento tra una canzone di Apicella e il mancato viaggio di nozze della ministra Gelmini
La scrittura come terapia. In quest’ultimo anno e mezzo abbiamo provato – noi come molti altri – a fare tutto ciò che era nelle nostre possibilità per segnalare disagio, illegittimità, pericolo di quanto stava succedendo alla scuola. Ci siamo trovati insieme, nelle mobilitazioni, nel confronto sul web, nei convegni. Abbiamo indagato, studiato, motivato le nostre affermazioni, le nostre denunce. La scuola non attira, non ha appeal.
La dimensione della violazione dei diritti collettivi non rappresenta più un motivo di indignazione, nemmeno tra gli insegnanti. Per questo non ci resta che scrivere, a quattro mani, a 2 teste, per trasformare il senso di impotenza che ci deriva dall’arroganza e dall’ignoranza – che vanno quasi sempre di pari passo – di chi ci governa, non solo in testimonianza, commento, ma documentazione.
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Cosa sono i CDS Credit Default Swap
Felice Capretta
Oreste Lavolpe, Franco Sicuro e i CDS
Titoli, titoli, titoli.
Oggi ci sono titoli per ogni ben di dio: obbligazioni aziendali, titoli di debito pubblico, azioni, e ci sono anche i cosiddetti derivati.
In particolare, un derivato è un titolo che dipende da un altro titolo o da un’altra cosa, detta "sottostante". Ci sono derivati di ogni tipo su ogni tipo di sottostante: options su azioni, future sul petrolio e sul grano, swap su valute e mille altre cose.
Oltre la frontiera dei derivati ci sono contratti tra due parti, detti Credit Default Swap, i CDS, che sono cosa alquanto perversa in quanto la relazione con il sottostante è praticamente assente e si limita alla scommessa sul fallimento di qualcuno, solitamente di una terza parte.
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Per finirla con il XXI secolo
Jean-Claude Michéa
(Prefazione all’edizione francese di The Culture of Narcissism de Christopher Lasch, Climats, 2000)(1)
All’inizio del suo meraviglioso libretto su George Orwell, Simon Leys fa notare, e a ragione, che ci troviamo davanti a un autore che ” continua a parlarci con una chiarezza e una forza di gran lunga superiore alla prosa che opinionisti e politici ci fanno leggere sui quotidiani ogni giorno”(2). Con le giuste proporzioni del caso, un tale giudizio lo si può applicare perfettamente all’opera di Lasch e in particolare a The culture of narcissisme, che è indubbiamente il suo capolavoro. Ecco, in effetti, un’opera scritta più di vent’anni fa(3) e che rimane, con tutta evidenza, infinitamente più attuale della quasi totalità di saggi che hanno avuto la pretesa, da allora, di spiegare il mondo in cui abbiamo da vivere.
Grazie alla formazione intellettuale iniziale (marxismo occidentale e in particolare, la Scuola di Francoforte) Lasch s’è ritrovato assai presto immunizzato contro il culto del “Progresso” (come si dice ora, della modernizzazione) che costituisce ai nostri giorni, il residuo catechismo degli elettori di Sinistra e dunque uno dei principali catenacci mentali che li trattiene in questa strana Chiesa nonostante il suo evidente fallimento storico. Presentando, qualche anno più tardi, la logica del suo itinerario filosofico, Lasch arriva a scrivere che il punto di partenza della sua riflessione era stata da sempre “una questione tutt’altro che semplice: come si spiega che delle persone serie continuino ancora a credere al Progresso quando l’evidenza dei fatti avrebbe dovuto, una volta e per tutte, portarli ad abbandonare una simile idea?”(4).
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Che scandalo: il congresso Cgil discute su diverse scelte sindacali!
di Giorgio Cremaschi
Con l’accordo sottoscritto dai sindacati dei chimici dovrebbe essere chiaro a tutti che in Cgil ci sono linee diverse, se non opposte sulle scelte contrattuali. I chimici della Cgil hanno sostanzialmente accettato ciò che i metalmeccanici della Cgil hanno totalmente respinto. Questa diversificazione profonda non avviene su una piccola questione, ma su temi di fondo che riguardano il futuro dei contratti nazionali, i diritti, il salario flessibile, insomma, sulla vita stessa del sindacato. E’ incomprensibile allora lo scandalo di chi si lamenta che questo congresso sia con diverse mozioni. Dovrebbe essere normale che un congresso decide sulla politica sindacale e che quando ci sono posizioni diverse, siano gli iscritti a scegliere. E’ chiaro che non possono avere contemporaneamente ragione coloro che accettano il nuovo sistema contrattuale e coloro che lo respingono subendo gli accordi separati. Continuare a far finta che scelte opposte siano valide entrambe è un segno di crisi della Cgil che va affrontato fino in fondo.
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Ahmadinejad e Obama: due attori per un finale già scritto?
di Simone Santini
Mentre le immagini di esercitazioni missilistiche in Iran, anche quando si tratta di test dell'industria aero-spaziale nazionale, riempiono gli schermi dei notiziari occidentali, ingenerando l'impressione di una incombente e oscura minaccia, ben poca eco ha invece avuto il dispiegamento voluto da Obama delle batterie di missili patriots nei paesi arabi del Golfo persico.
Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi. Ognuno di questi paesi, secondo il generale Petraeus, riceverà due batterie di sistemi di missili anti-missile difensivi denominati patriots, mentre negoziati sono in corso con l'Oman. Il termine "difensivo" non deve trarre in inganno. Il sistema è concepito per rispondere ad eventuali rappresaglie iraniane in seguito ad un attacco che coinvolga la penisola arabica come corridoio aereo. In questo modo Washington intende ottenere una serie di risultati: accrescere la pressione su Teheran; rassicurare i paesi arabi vicini senza l'intervento sul posto di truppe che potrebbero contrariare le opinioni pubbliche di quei paesi; calmare e dissuadere Israele da un attacco preventivo.
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L’italica debolezza
di Massimo D'Antoni
Ho trovato molto stimolante la lettura dell’articolo apparso ieri in prima pagina del Corriere, a firma Michele Salvati. Salvati punta il dito sulla bassa crescita della nostra economia, che non nasce certo con la recente crisi, e dichiara la sua meraviglia per il fatto che su questo problema centrale “non rimanga permanentemente concentrata l’attenzione dei media e del governo, per non dire degli economisti italiani, che dovrebbero considerarla come la più grande sfida interpretativa da affrontare”.
Credo che dovremmo, tutti quanti, ciascuno dall’angolo offerto dalla propria sottospecializzazione disciplinare, raccogliere questa sfida. Qual è la natura della “malattia” dell’economia italiana? Quali le prospettive? Quali le possibili cure?
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Obama, un anno dopo l'insediamento
di Raffaele Sciortino
Alla fine del suo discorso sullo stato dell’Unione Obama, in un passaggio non privo di sincerità, ha dovuto riconoscere che a un anno dal suo insediamento presidenziale le sorti del paese ruotano sì ancora intorno al change ma che la sua realizzazione è divenuta problematica: “So che molti americani non sono più così sicuri del fatto che possiamo cambiare - o comunque che io posso farcela”. Dal discorso in effetti non emerge nessun cambiamento significativo realizzato. Non sul sistema sanitario e sulle emissioni di gas serra - la “minaccia” di misure punitive nei confronti del mercato si è dileguata, tira il fiato Forbes - non sulla finanza, non in politica estera e su Guantanamo, per stare ai temi principali in agenda: “the devastation remains”. Soprattutto la battaglia sulla sanità - ancora in corso ma oramai senza possibilità di un esito effettivamente avanzato, anche per le posizioni ultramoderate dello stesso partito democratico - ha inferto un serissimo colpo al programma obamiano, sia nello specifico sia per i risvolti politici complessivi.
Ora Obama cerca di rilanciare la sua agenda (anche se della green economy è rimasta la ripresa del nucleare e delle trivellazioni lungo le coste!). Ma lo smalto del presidente si è logorato: l’unico risultato effettivo che può rivendicare è quello di aver evitato il precipitare della crisi economica ma a costo di aver dovuto salvare “le stesse banche che hanno contribuito a causare questa crisi” riprendendo pari pari il programma di salvataggio dell’amministrazione Bush! Ciò non ha comunque impedito l’esplodere della disoccupazione e, se pure la crisi economica non dovesse esitare in un double dip (doppia recessione), non impedirà che quanto ci aspetta è semmai “una ripresa per le statistiche, e una recessione per le persone”, come ha riconosciuto il consigliere economico Larry Summers (La Stampa, 31 gennaio).
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Perché gli Usa provocano la Cina?
di Enrico Piovesana
Cosa c'è dietro all'escalation della tensione alimentata da Washington nei confronti di Pechino?
Perché gli Stati Uniti continuano a provocare la Cina? Se lo chiedono in molti, anche negli Usa.
L'escalation. Prima l'aggressivo pressing sulle emissioni inquinanti, accompagnato dalla minaccia di Obama di spiare la Cina con i satelliti militari a scopo ambientale.
Poi il durissimo attacco della Clinton alle politiche informatiche cinesi in seguito al caso Google (azienda legata alla più potente agenzia d'intelligence Usa, la National Securty Agency) che con insolito clamore ha denunciato un attacco informatico non diverso dai tanti già subiti in passato.
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Verso il fallimento degli Stati
IAR Noticias
La crisi fiscale dell' Europa fa crollare i mercati mondiali
I segnali sono chiari: i fondi pubblici miliardari utilizzati per salvare il settore bancario ed industriale hanno generato un debito impagabile e un rosso cronico nei conti di bilancio delle nazioni dell'euro (soprattutto in Grecia, Spagna e Portogallo). L'ombra del mancato pagamento del debito europeo, si è aggiunto ai dati negativi sulla disoccupazione negli Stati Uniti, terminando giovedi con il crollo dei mercati di Wall Street fino al resto dei mercati azionari mondiali.
Le principali piazze borsistiche sono cadute giovedi al ribasso, nel mezzo dei timori per il massiccio debito nazionale di varie nazioni europee e l'aggravamento della crisi del mercato del lavoro statunitense. La tendenza è continuata questo venerdì.
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Un attacco devastante ai diritti dei lavoratori
di RdB
Approvata dalla Camera, la Proposta di Legge “Collegato Lavoro” ora passa al Senato
Il Disegno di Legge “Collegato Lavoro” garantisce nuove tutele per le aziende ai danni dei lavoratori: più difficile vincere cause di lavoro, impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere giusti risarcimenti. Particolarmente garantite le aziende che fanno ricorso massiccio allo sfruttamento del lavoro precario.
Diventerebbe legge la possibilità di derogare ai CCNL, “certificando”, tramite commissioni, i contratti individuali contenenti clausole peggiorative: viene limitata la giurisdizione del giudice e si incentiva il ricorso all’arbitrato.
Certificazione dei contratti e arbitrato: vi è la possibilità di assumere lavoratori con il ricatto di sottoscrivere un contratto individuale “certificato”, dove si certifica la “libera volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative a norme di legge e di contratto collettivo, e dove il lavoratore rinuncia preventivamente, in caso di controversia o licenziamento, ad andare davanti al magistrato (rinunciando alla piena tutela delle leggi): in questo caso, il giudice viene sostituito da un collegio arbitrale che può decidere a prescindere dalle leggi e dai contratti collettivi; massima discrezionalità, da parte del collegio arbitrale, nei casi di vertenza per i lavoratori assunti con contratti precari e atipici (determinati, cocopro ecc…).
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La crisi e il lungo silenzio della sinistra
Antonio Lettieri
Era l’occasione per un profondo riesame culturale e politico, ma un lungo silenzio ha dominato i grandi partiti della sinistra europea. Il timore di uscire dall’ortodossia ha finora prevalso sulla voglia di indagare sullle origini sociali della crisi, sul fallimento delle teorie neo-conservatrici e sulla possibilità di aprire nuovi percorsi ideologici e politici
E’ passato poco più di un anno da quando il mondo fu scosso da quella che fu definita la crisi più grave dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. La crisi, non diversamente da quella del 1929, era nata dal crollo delle banche. Ma questa volta fu chiaro che alla sua origine vi era, oltre alla speculazione finanziaria, l’esplosione degli squilibri sociali accumulati negli ultimi decenni. Con la stagnazione dei salari e la requisizione dei guadagni di produttività a vantaggio del venti per cento della popolazione più ricca, l’economia americana era cresciuta sull’indebitamento delle famiglie. E le banche avevano trovato il modo di realizzare una colossale speculazione sui mutui ipotecari, adottando i più sofisticati strumenti della finanza innovativa.
Ma, non ostante le loro responsabilità nella crisi, si fece strada l’idea che innanzitutto bisognasse salvare le banche per evitare una nuova Grande Depressione. “Troppo grandi per lasciarle fallire” divenne il principio direttivo di tutti governi occidentali. Si sarebbe pensato dopo a rimettere in movimento l’economia reale e ad arginare la disoccupazione che, intanto, cresceva a vista d’occhio.
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Stiglitz: "Fanno soldi sul disastro che loro hanno creato"
Stefano Lepri intervista Joseph Stiglitz
Il Nobel per l'Economia: paradosso assurdo, colpa degli speculatori che prendono di mira i governi più deboli
«E' un paradosso assurdo, da voi in Europa - si infervora Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia 2001 - una ironia della storia. Non lo vede? I governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato».
Che può succedere ora?
«Aspetti. Non è finita qui. I governi varano misure di austerità per ridurre l’indebitamento. I mercati decidono che non sono sufficienti e speculano al ribasso sui loro titoli. Così i governi sono costretti a misure di austerità aggiuntive. La gente comune perde ancora di più, la grande finanza guadagna ancora di più. La morale della favola è: colpevoli premiati, innocenti puniti».
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Internet: Nuova boccata d'ossigeno per l'egemonia degli Stati Uniti
[La posizione cinese sulla rete internet da Chinadaily.com.cn. Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare]
Internet è nato negli Stati Uniti. Nel 1969, l'Advanced Research Projects Agency (Agenzia per Progetti di Ricerca Avanzati - ARPA) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha sperimentato il primo PSN (rete di commutazione a pacchetto) al mondo per collegare quattro università degli Stati Uniti. Il mondo ha visto una notevole espansione delle dimensioni e del numero di utenti di Internet tra la fine degli anni 1970 e i primi anni del 1980. Nel settembre del 1989, l'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) è stata fondata, con una sovvenzione da parte del Dipartimento del Commercio statunitense, per amministrare i root server Internet. Negli ultimi 40 anni, gli Stati Uniti, con il vantaggio di essere il luogo di nascita della tecnologia, hanno dominato Internet in tutto il mondo.
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Dall'euforia al panico
di Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli
[In occasione dell'uscita del volume di André Orléan, Dall'euforia al panico Pensare la crisi finanziaria e altri saggi (Ombre Corte, Verona 2010, pp. 160, € 15,00) anticipiamo parte dell'introduzione]
1. André Orléan è uno degli scienziati sociali più interessanti nel panorama attuale. Le sue ricerche e i suoi interventi pubblici appaiono svincolati dalle costrizioni cognitive che oggigiorno contraddistinguono gran parte delle posizioni assunte dagli economisti; sono infatti caratterizzati da rigore argomentativo, rilevanza, autonomia e capacità divulgativa. Tuttavia i suoi studi sono scarsamente noti agli scienziati sociali italiani.
Pare dunque utile accompagnare ai quattro testi qui raccolti - tutti molto recenti e tutti dedicati a pensare l’attuale crisi finanziaria - un’introduzione in cui cerchiamo di tracciare il percorso di ricerca che Orléan ha seguito a partire dagli anni Ottanta; una ricerca che ha i propri punti cardinali nei concetti di incertezza, mimetismo, convenzione e autoreferenzialità dei mercati. Si tratta di concetti-limite per la scienza economica che, nella sua accezione ortodossa, riduce l’incertezza al rischio probabilistico, risolve i problemi di comportamento degli agenti affidandosi all’individualismo metodologico, si concepisce come una scienza che deve decidere dell’allocazione di risorse scarse per fini alternativi, e tratta il mercato come un luogo al di fuori del tempo storico in grado di individuare i valori di equilibrio necessari affinché tutti gli scambi giungano a buon fine (salvo imperfezioni).
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Il risiko e il rischio
di Joseph Halevi
L'America che Obama ha ereditato da Bush può arrogarsi il diritto di decidere sui diritti umani nel mondo? No, l'attuale situazione in Iraq ed Afghanistan segnate a vita dalle storie di Abu Ghraib e Bagram e dalle innumerevoli vittime civili della guerra, la questione vergognosa e irrisolta di Guantanamo, alla fine l'approvazione del golpe in Honduras e la persistente accettazione della cancellazione da parte di Israele dei diritti civili, politici e nazionali dei palestinesi, testimoniano del fatto che nei confronti dei diritti umani nel mondo gli Usa non sono un paese kasher. Inoltre come metodo di pressione politica - come accade ora per il Tibet con la decisione di Obama di ricevere il Dalai Lama tre giorni dopo l'invio di 6,6 miliardi di dollari di armi a Taiwan - questa linea non può funzionare nei confronti della Cina. Come invece funzionava alla grande nei confronti dell'Urss la cui dipendenza alimentare dagli Usa era diventata endemica dopo le grandi crisi granarie del 1961-63. Il punto è che il capitalismo Usa necessita della Cina.
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Howard Zinn: Stati Uniti, una storia costruita sulle bugie
di Howard Zinn
In ricordo del grande storico americano scomparso il 28 gennaio, riproponiamo il testo di un suo intervento pubblicato da Peacereporter il 21 marzo 2006
Ora che la maggior parte degli americani non crede più nella guerra, ora che non si fida più di Bush e della sua amministrazione, ora che la prova del suo raggiro è diventata schiacciante (così schiacciante che persino il maggiore dei media, sempre in ritardo, ha iniziato a registrare indignazione), potremmo chiederci: com’è che tanta gente è stata ingannata così facilmente?
La domanda è importante perché potrebbe aiutarci a capire perché gli americani - i media così come i normali cittadini, nonostante i presunti modi sofisticati dei giornalisti - si siano precipitati a dichiarare il loro supporto appena il presidente ha mandato le truppe in giro per il mondo fino all’Iraq.
Un piccolo esempio dell’innocenza (o servilismo, per essere più precisi) della stampa è il modo in cui questa ha reagito alla presentazione di Colin Powell nel febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza, un mese prima dell’invasione. Un discorso che può essere registrato come il primato di falsità dette in un sol colpo. In esso, Powell, in confidenza, ha sparato la sua “prova”: fotografie satellitari, registrazioni audio, relazioni di informatori, con statistiche precise di come esistessero litri e litri di questo e quello apposta per una guerra chimica.
Il New York Times rimase senza parole per l’ammirazione. L’editoriale del Washington Post fu intitolato “Irrefutabile” e dichiarò che dopo il discorso di Powell “è difficile immaginare come si possa dubitare che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa.”
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Ancora lontani da una vera ripresa
Anna Avitabile intervista Pier Carlo Padoan*
Potremo dire di aver superato la crisi solo quando la ripresa, oggi trainata dalla politica monetaria e fiscale, sarà autonoma e basata su decisioni di spesa da parte del settore privato
“
La recessione mondiale sembra uscire dal tunnel, ma non si tratta di una ripresa stabilizzata”: così denuncia The Economist. Comincia da qui la nostra intervista con Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale dell’Ocse, cui chiediamo se è d’accordo con questo punto di vista.
Padoan Nelle ultime settimane si sono manifestati vari segni di ripresa, nei mercati finanziari, nel grado di fiducia di consumatori e imprese e anche nella decelerazione della caduta della produzione dovuti soprattutto alla accumulazione di scorte. Ma siamo ancora lontani da una vera ripresa. Potremo dire di aver superato la crisi solo quando questa ripresa, che è soprattutto trainata dalla politica monetaria e fiscale, sarà una ripresa autonoma basata su decisioni di spesa da parte del settore privato. E questo difficilmente potrà avvenire prima del prossimo anno.
Rassegna Il Rapporto Ocse dedicato all’Italia (giugno 2009) osserva che la crisi colpisce questo paese sotto due profili, per la crisi del sistema creditizio e finanziario, anche se in misura inferiore ai paesi anglosassoni, e per la sua forte dipendenza dalla domanda estera. In che modo questi due aspetti interagiscono tra loro e quali possibilità abbiamo di riagganciare la ripresa mondiale quando la domanda estera inizierà risalire?
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Il fatale premio geoogico chiamato Haiti
F. William Engdahl

- Il presidente diventa l’inviato speciale dell’ONU nell’Haiti colpita dal terremoto.
- Un affarista e predicatore neoconservatore convertito americano sostiene che gli Haitiani sono stati condannati per aver fatto un letterale ‘patto con il diavolo’.
- Le organizzazioni di soccorso venezuelane, nicaraguensi, boliviane, francesi e svizzere accusano i militari americani di negare il permesso di atterraggio agli aerei che trasportano i medicinali necessari e l’acqua potabile urgentemente necessaria per i milioni di Haitiani terremotati, feriti e senzatetto.
Dietro il fumo, le macerie e il dramma infinito della tragedia umana di questo disgraziato paese caraibico, si sta svolgendo un dramma per il controllo di quella che i geofisici credono che possa essere la zona più ricca del mondo di petrolio e di gas derivato da idrocarburi dopo il Medioriente, probabilmente di grandezza maggiore del vicino Venezuela.
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Alain Badiou
In un'epoca di pensieri deboli, anzi debolissimi, di "political correct" e di voci che non osano, Alain Badiou insegue la verità con tutte la passione che il concetto evoca. Questa presentazione- intervista che "posto" (da: http://elparison.spaces.live.com/) spero susciti quel minimo di curiosità necessaria per sentirsi invogliati ad affrontare le asperità del suo pensiero
La voglia di dimostrare che la filosofia è viva e vegeta non gli è ancora passata,(il suo "Manifesto per la filosofia" è una lucida quanto appassionata analisi in favore del "pensiero che pensa se stesso") ed è evidentemente contagiosa. Un pubblico eterogeneo segue infatti con assiduità le sue lezioni serali, le riviste di tendenza si occupano di lui, e i convegni a lui dedicati si moltiplicano. Come può un filosofo che non si concede alla divulgazione televisiva e offre un pensiero rigoroso e privo di concessioni diventare un fenomeno di moda? Forse è la sua capacità di costruire un rapporto empatico con il suo interlocutore a ipnotizzare le sale.
Quando avverte delle resistenze e delle difficoltà nel pubblico, non esita a esplicitare meglio un concetto o un passaggio oscuro, o a provocare con una battuta una risata fragorosa e liberatoria. Il filosofo è insomma un po' anche uomo di teatro, e ha sempre amato i colpi di scena. Lo dimostrano bene certi suoi episodi di gioventù.
Nei primi anni Settanta, ad esempio, con la brigata maoista di cui era a capo, irrompeva a di-sturbare la lezione del più anziano collega Deleuze, colpevole di essere un "anarchico desiderante". Questo incidente non avrebbe impedito a Deleuze, qualche anno più tardi, di esprimere il suo apprezzamento per il giovane filosofo. "Fedele a Nietzsche, Deleuze non coltivava il risentimento", spiega oggi Badiou con una battuta.
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Il ricatto occupazionale
Marco Cedolin
La crisi economica continua a manifestarsi foriera di opportunità per l’imprenditoria di rapina, governata da banche e multinazionali, che proprio fra le pieghe del tracollo economico passato e venturo sta portando a compimento tutta una serie di obiettivi che solo una decina di anni fa sarebbero sembrati eccessivamente ambiziosi e difficilmente raggiungibili.
La progressiva limatura al ribasso dei salari (reali) dei lavoratori, la soppressione dei diritti acquisiti nel tempo, ottenuta con la complicità dei sindacati e la sempre maggiore diffusione del dumping sociale, hanno rappresentato gli strumenti attraverso i quali il lavoratore è stato deprivato della propria dignità e trasformato in una figura precaria, priva di coordinate, costretta a manifestarsi prona a qualsiasi capriccio o volere gli venga imposto in funzione di un interesse superiore.
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Il sindacato in mezzo al guado
Giuliano Garavini
Il sindacato ancora non riesce a scegliere se divenire definitivamente un sindacato "concertativo", cioè concentrato sul negoziato con il Governo in carica e l'offerta di servizi alle imprese, o un sindacato impostato su conflitto, partecipazione e l'eguaglianza fra i lavoratori
Una volta in mezzo al guado ci stava il Partito comunista. Non seppe scegliere alla fine degli anni Settanta se trasformarsi definitivamente in un credibile partito socialdemocratico, oppure se riprendere le fila di una serrata critica del capitalismo che gli avrebbe imposto un rinnovamento del suo armamentario ideologico e un legame con i fermenti sociali più innovativi.
Oggi in mezzo al guado c'è il sindacato, il quale ancora non riesce a scegliere se divenire definitivamente un sindacato "concertativo", cioè concentrato sul negoziato con il Governo in carica e l'offerta di servizi alle imprese, o un sindacato impostato su conflitto, partecipazione e l'eguaglianza fra i lavoratori.
Nel 1993 i sindacati confederali avevano scelto insieme la concertazione, credendo di avere di fronte interlocutori credibili e fissandosi il grande obiettivo della partecipazione con il gruppo di testa alla moneta unica. In nome di questo "obiettivo Europa" essi hanno chiesto sacrifici ai lavoratori, che sono stati rilevanti, e hanno chiesto garanzie sugli investimenti. Nessun investimento sui servizi e le infrastrutture del Paese è stato realizzato ma solo privatizzazioni, mentre l'obiettivo dell'euro è stato, quello sì, centrato.
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Il fumo e l'arrosto della farsa fiscale
Scritto da Leonardo Mazzei
Prima sì, poi no; poi ancora sì e di nuovo no. Ora siamo al nì, ma di sicuro non è finita.
Se si trattasse soltanto di rincorrere gli annunci ed i controannunci sulla riduzione della pressione fiscale potremmo limitarci ad un po’ di ironia, a commento di una farsa un po’ stantia ma recitata con tanto impegno anche in queste prime settimane dell’anno. Ma dietro al fumo c’è anche l’arrosto, e se la diminuzione del carico fiscale è semplicemente impossibile, il vero obiettivo è una ulteriore redistribuzione della ricchezza verso l’alto. La cosa significativa – in un paese dove tutti amano riempirsi la bocca con la Costituzione – è che questo aspetto sia dato per scontato non solo da Berlusconi, ma anche dai suoi “oppositori” ufficiali.
«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53 della Costituzione). Come mai questo principio costituzionale è dato ormai per dissolto? Come mai questa dissoluzione integrale è perseguita sia da chi la Costituzione la vuole stravolgere, sia da chi almeno a parole dice di difenderla?
La chiacchiera politica di queste settimane si svolge infatti secondo uno schema ben preciso, in cui la discussione è su riduzione sì, riduzione no; mai sul tipo di redistribuzione da attuare, come se tutti fossero già d’accordo sulla drastica riduzione del numero di aliquote, cioè sull’affossamento del principio della progressività.
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