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Le ragioni dello sciopero dei professori
di Guglielmo Forges Davanzati
Lo sciopero dei professori universitari programmato per il prossimo settembre – con la sospensione degli esami di profitto nella sessione autunnale – sta suscitando numerose polemiche perché interpretato come una rivendicazione corporativa di lavoratori privilegiati, con stipendi elevati. E’ opportuno ricordare che la decisione di scioperare deriva da anni di vertenze con il Ministero per avere riconosciuti gli scatti stipendiali fermi dal 2011: trattative che non hanno portato ad alcun esito. Ed è opportuno anche ricordare che, a partire dal 2015, alle altre categorie del comparto pubblico è stato accordato il riconoscimento a fini giuridici degli anni di blocco: ci si riferisce ai docenti delle scuole, ai medici, al personale degli enti di ricerca. E’ necessario poi precisare che un professore universitario con venti anni di anzianità guadagna circa 2000 euro netti mensili e che un suo collega di altri Paesi europei guadagna almeno cinque volte tanto. A ciò va aggiunto – e non è cosa di poco conto – che i fondi per la ricerca, in molte sedi, sono stati pressoché azzerati, a seguito dei tagli al sistema formativo, praticati con la massima intensità nelle sedi universitarie meridionali, che prosegue ininterrottamente da quasi dieci anni. Il Fondo di finanziamento ordinario – ovvero il finanziamento statale che costituisce la principale fonte di entrata delle Università – si è ridotto di circa 10 miliardi dal 2010 al 2016.
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Autonomia di classe in Venezuela
di Valerio Evangelisti
Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.
Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia. Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. E’ lo sfascio del modello governativo liberale.
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Fermate quel reddito di cittadinanza
di Giuliana Commisso e Giordano Sivini*
Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro sono al centro del disegno di legge sul reddito di cittadinanza del M5S e sono parte integrante di un ordine del discorso che mira a far interiorizzare la normalità della precarietà lavorativa. Per questo, secondo gli autori del libro Reddito di cittadinanza: emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? quel disegno va conosciuto, discusso e contestato
Il Reddito di cittadinanza è, nelle enunciazioni, una misura volta a dare dignità a milioni di persone, che il M5S ha posto all’ordine del giorno. Ma gli strumenti previsti dal suo disegno di legge sono contestabili: dall’obbligo per i beneficiari di documentare una ricerca attiva di lavoro non inferiore a due ore giornaliere, a quello di accettare qualsiasi lavoro se dopo un anno non hanno trovato un’occupazione.
Dignità lesa e sconquasso del mercato del lavoro. È già successo. In Gran Bretagna i poveri sono costretti al lavoro coatto gratuito, altrimenti perdono il sussidio; in Germania devono accettare, per lavori che vengono loro imposti, salari miserevoli a cui viene aggiunto il sussidio.
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Robert Kurz, “Le crepe del capitalismo”
di Alessandro Visalli
Robert Kurz è stato un filosofo ed editore della rivista di critica marxista “Exit”, scomparso nel 2012, in questo testo, tradotto in italiano la piccola casa editrice radicale Bepress raccoglie alcuni saggi dell’autore che si collocano nell’ultimo biennio di lavoro. Cioè diversi anni dopo la spaccatura con il resto del “Gruppo Krisis”, ed in particolare con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, che abbiamo già letto in “Terremoto nel mercato mondiale”.
Abbiamo letto la critica della propensione alla liquidità ed il rapporto con il tempo nella bella ricostruzione della finanza e delle sue aporie compiuta da Amato e Fantacci in “Fine della finanza” (che sono autori di scuola keynesiana e non marxisti). La questione si può riassumere nella messa a valore e scambio del tempo, e nello sforzo costante di neutralizzare l’incertezza, contro ogni evidenza e contro ogni ragionevolezza. Persino un economista neoclassico, già Governatore della Banca d’Inghilterra negli anni della crisi, Mervyn King, ammette in “La fine dell’alchimia”, quando cade dalla carica, che così non è possibile andare avanti; che quindi i continui rinvii dovranno essere sostituiti da qualche forma di razionalizzazione che sottragga al denaro parte della sua funzione di riserva di valore.
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Istantanee in movimento. Da Genova ad Amburgo e nessun ritorno
di ∫connessioni precarie
Luglio 2001, Genova, grandi manifestazioni di massa e riots contro un G8 che pretende di rappresentare una sorta di governo mondiale della globalizzazione. La prima manifestazione è quella dei migranti, aperta da uno striscione che reclama la libertà di movimento, una libertà senza confini. Un ragazzo viene ucciso. E non può essere dimenticato. Migliaia di persone non accettano il simulacro di una democrazia globalizzata.
Luglio 2017, Amburgo, grandi manifestazioni di massa e riots contro un G20 che registra l’impossibilità di un governo politico della globalizzazione. Uno striscione ricorda le migliaia di migranti morti in mare (si parla di 30 mila negli ultimi quindici anni), mentre un altro invoca la fine della guerra contro i migranti. Molti sono gli arresti immotivati. Troppi attivisti e troppe attiviste sono ancora in carcere. E anche questo non può essere dimenticato. Al vertice sono presenti capi di governi dichiaratamente autoritari e nessuno se ne stupisce. L’illusione democratica si è dissolta, le decisioni vengono prese lontano dagli schermi senza provocare scandalo. La globalizzazione del capitale ha schiantato ogni possibile mediazione politica mondiale.
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La rivoluzione non è (soltanto) affare di Partito
di Sandro Moiso
Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, (a cura di Massimo Cappitti), con un testo di Pier Carlo Masini con la sua traduzione di Problemi di organizzazione della Socialdemocrazia russa, BFS Edizioni 2017, pp. 128, € 12,00
“I passi falsi che compie un reale movimento
rivoluzionario sono sul piano storico
incommensurabilmente più fecondi e più
preziosi dell’infallibilità del miglior
comitato centrale” (Rosa Luxemburg)
Nel centenario di una rivoluzione che nemmeno la Russia di Vladimir Putin sembra voler celebrare, la ripubblicazione del testo di Rosa Luxemburg sull’esperienza bolscevica e delle masse sovietiche a cavallo tra il 1917 e il 1918 appare ancora di sorprendente attualità. Non solo per i commenti “a caldo” che dalle sue pagine è possibile raccogliere ma, e soprattutto, per comprendere come tale esperienza rivoluzionaria sia stata liquidata tanto da chi, ieri ed oggi, l’ha voluta osteggiare quanto da coloro che l’hanno voluta e continuano ad esaltare.
Tanto da far sì che a cent’anni di distanza siano realmente pochi gli scritti e le ricostruzioni critiche, ovvero tese a ricostruirne fasi, errori, vittorie, possibili esperienze sia da rivalutare che da abbandonare o da rifiutare decisamente.
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Danno collaterale
di Diana Johnstone
Sanno che cosa stanno facendo? Quando il Congresso statunitense adotta sanzioni draconiane mirate principalmente a indebolire il presidente Trump e a escludere qualsiasi mossa che migliori le relazioni con la Russia, si rendono conto che le misure corrispondono a una dichiarazione di guerra economica contro i loro cari “amici” europei?
Che lo sappiano o no, ovviamente se ne fregano. I politici statunitensi considerano il resto del mondo come l’entroterra degli Stati Uniti, da sfruttare, prevaricare e ignorare con impunità.
La proposta di legge H.R. 3364 “Contrastare gli avversari degli Stati Uniti mediante sanzioni” è stata adottata il 25 luglio da tutti i membri della Camera dei Rappresentanti, salvo tre. Una versione precedente è stata adottata da tutti i Senatori, salvo due. L’approvazione finale con proporzioni a prova di veto è una certezza.
Questo sbrocco del Congresso scalcia in tutte le direzioni. Le principali vittime saranno probabilmente i cari, amati alleati europei degli Stati Uniti, in particolare la Germania e la Francia.
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L'Economia e l'Europa
Alba Vastano intervista Sergio Cesaratto
Intervista all’economista Sergio Cesaratto sui macrotemi dell’economia europea e su come e perché uscire dalla morsa del capitalismo europeo
“Un’altra Europa non è possibile in quanto le entità politiche e monetarie sovranazionali hanno un’insopprimibile impronta liberista e sono funzionali a smantellare gli spazi nazionali in cui si esprime il conflitto sociale che, se regolato, è il sale della democrazia” (S.Cesaratto).
Per capire la crisi più lunga che l’Europa sta attraversando, le cause del crollo delle economie nazionali e il perché dovremmo pensare, sapendo che non sarà un percorso facile, a liberarci dalla gabbia dell’Europa e dell’euro, proviamo ad andare a lezione di economia. L’intervista che segue a Sergio Cesaratto professore ordinario di Economia internazionale, Politica monetaria europea e Post-Keynesian Economics presso l’Università di Siena, autore del saggio “Sei lezioni di economia”, offre un panoramica sui macrotemi dell’economia e sulle dinamiche originarie che hanno portato il mondo del lavoro e l’economia europea in un loop da cui è necessario uscire al più presto.
* * * *
Professor Cesaratto, lei è un economista eterodosso rispetto agli economisti marxisti che ritengono ancora oggi valida la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. Ci può spiegare in breve in cosa consiste il suo disaccordo sulla teoria del valore?
Se ne discute da 150 anni, difficile rispondere in poche righe.
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Luoghi pubblici e norme private
di Alessandro Gilioli
Per aver condiviso questa vignetta di Biani sono stato sospeso da Facebook per 24 ore. La vignetta è una parodia di un manifesto fascista e razzista del '44. Non è difficilissima da capire.
Niente di grave, s'intende, il mio ban: e sarà capitato a tutti o quasi quelli che qui mi leggono. Un po' come alle medie, quando la prof ti mandava in corridoio o dietro la lavagna una ventina di minuti per punizione.
Ci trattano come dei ragazzini, i padroni della rete. Sanno che loro sono onnipotenti, noi nelle loro mani. La nostra possibilità di parlare - di diffondere le nostre opinioni - è in mano a un ignoto poliziotto che è allo stesso tempo legislatore e giudice.
Un poliziotto-giudice-legislatore che esercita il suo potere in assoluto e che non sempre è intelligentissimo: quando ho chiamato Facebook, mi hanno risposto che probabilmente il "revisore" (così vengono chiamati, quelli che impongono i ban) che mi ha messo in punizione non parlava italiano e non ha capito.
Questo almeno è quanto mi ha detto l'ufficio stampa di Facebook, a cui come giornalista - quindi "privilegiato" - mi sono rivolto.
Così come mi sono rivolto a Luca Colombo, country manager di Facebook in Italia, insomma il numero uno dell'azienda in questo Paese. Che sostiene di non sapere nulla di ban e sospensioni, lui non se ne occupa, «non so nemmeno se a sospendere sia un algoritmo o una persona».
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Terrore, terrorismo, rivoluzione
di Andrea Russo
Recensione a Terrorismo e modernità di Donatella Di Cesare pubblicata nel n.4 di Qui e ora
Rispetto all’ormai sterminata bibliografia sull’argomento, il libro di Donatella Di Cesare merita di essere letto, studiato e discusso, soprattutto da chi nutre velleità rivoluzionarie. La tesi di fondo è la seguente: il terrorismo non è un “mostro”, un flagello che si abbatte dall’esterno sulla nostra società, ma parte integrante della storia del moderno Stato democratico. Il merito di questo libro è mettere allo scoperto il tabù che lo Stato moderno cela dentro di sé.
«Terrorismo» è un termine di cui lo Stato ha il monopolio, così come ha il monopolio della violenza. Scrive Di Cesare, «Solo lo Stato esercita il potere di qualificare, definire, nominare. Solo lo Stato può dire ad altri “terrorista” E, per converso, nessuno può applicare allo Stato questo nome, a meno di non dichiararne apertamente l’illegittimità e comprometterne la sovranità».
Nell’ottica statuale, il terrorismo verrebbe solo dal basso. Insomma, per lo Stato non ci sono dubbi: il terrorismo è quello di ribelli, anarchici, autonomi, brigatisti, e poi oggi quello di islamisti e jihadisti. D’altra parte, è pur vero che oggi nessun rivoluzionario si definirebbe mai “terrorista”.
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Oltre Keynes
di Luca Benedini
Da Rocca, una rivisitazione prospettica dell’“economia keynesiana” alla luce delle dinamiche socio-politiche contemporanee – inclusa la spesso estrema debolezza delle classi lavoratrici – e in relazione con le tattiche economiche del “socialismo scientifico” marx-engelsiano
La situazione economica mondiale analizzata in Dietro le quinte dell’economia internazionale (Rocca n. 12/2016) sollecita delle riflessioni da cui poter poi sviluppare delle proposte alternative che affrontino pienamente i suoi nodi.
Mentre la tendenza alla “stagnazione secolare” non devia affatto – in sintonia con l’imperversare del neoliberismo nelle scelte economiche di quasi tutti i governi del globo – molti aspetti della situazione ricordano il mondo che John M. Keynes si trovava davanti negli scorsi anni ’30: un mondo dominato dal liberismo e pertanto caratterizzato da un ruolo molto limitato della pubblica amministrazione (P.A.), e tanto più proprio nel campo economico, contrassegnato da frequenti e drammatiche crisi cicliche collegate soprattutto a delle fasi di sovrapproduzione, di riadattamento ai continui cambiamenti tecnologici e di debolezza creditizia e monetaria.
Keynes mise in luce come, specialmente nelle fasi di crisi, la P.A. potesse non solo regolare con più duttilità e acume il credito e la moneta, ma anche utilizzare la spesa per investimenti e servizi pubblici e la redistribuzione dei redditi dalle classi privilegiate a quelle economicamente in difficoltà come stimoli “anticiclici” che risollevassero l’andamento economico e la produzione, accrescendo l’indebolita domanda complessiva di beni e servizi.
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Il Venezuela tra Costituente, crisi economica e violenza paramilitare
Intervista a Jose Miguel Gomez*
Domenica 30 luglio si vota per l’Assemblea Costituente mentre aumenta la violenza paramilitare dell’opposizione che lancia l’offensiva contro il governo chavista e annuncia che non riconoscerà l'esito delle elezioni (appoggiata da Usa e Colombia). Una conversazione con l’attivista venezuelano Jose Miguel Gomez per comprendere cosa accade in questo momento decisivo per il futuro del paese latinoamericano
Come ha segnalato la scorsa settimana Marco Teruggi da Caracas meno di due settimane fa Trump ha minacciato sanzioni contro il Venezuela se il governo procede con il processo Costituente, mentre le opposizioni di destra hanno annunciato un governo parallelo, la volontà di impedire le elezioni della Costituente e un aumento della mobilitazione che in questi giorni è stata un flop, principalmente basata sull’azione paramilitare minoritaria. Due settimane fa si sono tenute le prove di forza dei due schieramenti: le elezioni-farsa di un referendum dell’opposizione (che non ha dato prova pubblica alcuna dei numeri di votanti annunciati e ripetuti dai media internazionali) e contemporaneamente le elezioni di prova della Costituente, completamente invisiblizzate dalla stampa internazionale in cui hanno votato milioni di elettori.
Incontriamo a Buenos Aires Jose Miguel Gomez, co-fondatore della Comuna Pio Tamayo e della fabbrica autogestita di proprietà comune Proletarios Unios di Barquisimeto, a pochi giorni dalle elezioni dell’assemblea costituente. Lo abbiamo conosciuto due anni fa in Venezuela durante l’incontro internazionale Economia dei Lavoratori, uno spazio di riflessione, dibattito ed organizzazione tra ricercatori e studenti, lavoratori e lavoratrici dell’autogestione, delle fabbriche recuperate, delle cooperative, dei sindacati conflittuali impegnati nelle lotte per una economia dei lavoratori.
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Sarà invertendo l'austerità che si metterà fine alla depressione?
di Michael Roberts
Sono state le politiche della cosiddetta austerità la causa della Grande Recessione?. Se non ci fosse stata nessuna austerità non ne sarebbe conseguita alcuna depressione o stagnazione per quel che riguarda le principali economie capitaliste? Se è così, ciò significa che le politiche dei governi "austeri" sono state solo follia, del tutto basata sull'ideologia e sul cattive scelte economiche?Per i keynesiani, la risposta a tutte queste domande è "sì". E sono i keynesiani quelli che dominano il pensiero della sinistra e del movimento operaio come alternativa alle politiche pro-capitaliste. Se i keynesiani hanno ragione, allora la Grande Recessione e la conseguente Lunga Depressione avrebbero potuto essere evitate con un sufficiente "stimolo fiscale" all'economia capitalista per mezzo di una maggiore spesa pubblica in direzione di un deficit di bilancio (vale a dire, facendo a meno di equilibrare la spesa governativa e non preoccupandosi della crescita dei livelli del debito).
È certamente questa la conclusione di un altro articolo del centro-sinistra britannico, The Guardian. L'autore, Phil McDuff, sostiene che mantenere bassi i salari e tagliare la spesa pubblica, com'è stato fatto dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, fra gli altri, è stata un'idea di "economia zombie" che è stata «continuamente screditata ma che continua a farsi strada camminando con andatura ondeggiante e barcollante nel nostro discorso pubblico.»
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Cosa sta accadendo in Venezuela? Un approfondimento
di ****
Lo scontro si va acuendo di giorno in giorno, sotto la spinta degli Stati Uniti a sostegno della destra golpista
Vi riproponiamo l’analisi complessiva della situazione, per come esce fuori dall’incontro stampa di qualche giorno fa tra analisti che il Sud America lo conoscono davvero.
Un incontro Stampa organizzata da ADIATV, Radio Città Aperta, Contrapunto Internacional e Rivista Nuestra America, con la partecipazione del professore dell’università Sapienza di Roma, Luciano Vasapollo e del giornalista Achille Lollo, profondi conoscitori del contesto latino americano, fa il punto sulla situazione in Venezela.
Come l’imperialismo attacca violentemente la costruzione “del Territorio Libero di America”.
* * * *
ADIATV – Il piano per destabilizzare il governo bolivariano di Nicolas Maduro, definito Freedom-2, fu implementato in Venezuela dagli agenti della CIA durante il governo del democratico Barak Obama. Oggi con il repubblicano Donal Trump cosa è cambiato?
Luciano Vasapollo: ” Assolutamente nulla! Freedom 2 ha ricevuto una silenziosa conferma da parte di Donald Trump, poiché in termini di geo-strategia, quando si tratta di colpire chi non vuole sottomettersi al comando imperiale, non ci sono differenze tra democratici e repubblicani.
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L’eterno ritorno della servitù volontaria
Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie
di Pierluigi Fagan
Il testo di questo breve ed esplosivo saggio venne scritto originariamente a metà del 1500 da un giovane men che ventenne secondo quanto riferito dal suo grande amico, personale ed intellettuale, Michael de Montaigne. L’originale, aveva un doppio titolo, quello del Discorso che divenne poi il suo unico e conosciuto titolo ed un altro “Le Contr’Un” che si potrebbe tradurre come “Contro l’Uno”. La tesi è nota e già spiegata nel concetto di “servitù volontaria”: nella forma di gerarchia che informa le relazioni umane e sociali la funzione è certo dall’alto verso il basso ma la formazione originaria del sistema è probabilmente dal basso verso l’alto. Montaigne che rimase folgorato dalla tesi sosteneva che Etienne l’aveva scritta addirittura a sedici anni, forse diciotto. Possibile?
In fisica, si ritiene che dopo i trenta anni nessuno più avrà facoltà di avere idee originali. Il motivo è semplice, più si va avanti nell’età, più la mente assorbe schemi di pensiero esterni, storici e sociali, meno si ha facoltà di mantenere uno sguardo genuinamente stupefatto sulle cose, uno sguardo pulito ed originario, non ancora strutturato da vari tipi di fantasmi teorici. Del resto, nella favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Andersen nel 1837, chi ha la sfrontatezza di dire la verità semplice ovvero che “… il Re è nudo!” è appunto un bambino. Il bambino non ha ancora introiettato la convenzione sociale di dire quello che si pensa col sistema mentale attraverso cui tutti pensano. Quel sistema non può dire che il Re è ridicolo e quindi sostiene la finzione in maniera così vasta e pervasiva da far della finzione una realtà intersoggettiva che nelle umane società, è spesso la verità di fatto.
In più, La Boétie, crebbe in un milieu culturale fortemente influenzato dall’Umanesimo rinascimentale italiano, rappresentato nel suo ambiente dal vescovo del suo paese natale che era un cugino della famiglia Medici, il vescovo cattolico fiorentino Niccolò Gaddi.
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Reductio ad pueros
di Il Pedante
Dicembre 2016. A Port Said (Egitto) una pattuglia di polizia avvista una bambina coperta di stracci insanguinati che corre tra le macerie di un edificio abusivo in demolizione. Avvicinatisi, gli ufficiali vi trovano altre persone: un regista, due cameraman, un ragazzino e la famiglia della piccola, il cui sangue si rivela poi essere vernice rossa. Il gruppo finisce in commissariato. Lì il regista confessa ai poliziotti l'intenzione di realizzare e distribuire un finto reportage sulla crisi umanitaria di Aleppo, la città siriana a lungo assediata dall'esercito governativo di Bashar al-Assad.
Nello stesso mese gli oppositori del regime siriano diffondono sui social network la fotografia virale di un'altra bambina in corsa tra i cadaveri. Nonostante la maccheronica didascalia che la accompagna («It's not in Hollywood This real in syria»), l'immagine è in realtà tratta da un videoclip della cantante libanese Hiba Tawaji. Due anni prima, il 10 novembre 2014, il tema era stato declinato anche da una troupe cinematografica norvegese con un cortometraggio intitolato «Eroico ragazzo siriano salva la sorella da una sparatoria». Prima di ammettere che il film era un falso girato a Malta con attori professionisti e fondi inspiegabilmente pubblici, gli autori avevano incassato più di 5 milioni di visualizzazioni e scatenato l'indignazione di pubblico ed esperti per l'«uso di cecchini contro i bambini piccoli» da parte dell'esercito siriano.
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Attacco bipartisan alle pensioni
Quando la solidarietà tra generazioni diventa un dispositivo neoliberale
di Alessandro Somma
Due proposte di legge
La Commissione Affari costituzionali della Camera ha da poco iniziato l’esame di due proposte di modifica dell’articolo 38 della Costituzione, nella parte in cui menziona il diritto alla pensione e precisa che alla sua attuazione “provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”. Con la prima proposta, sottoscritta da parlamentari di maggioranza e opposizione, dal Pd ai Fratelli d’Italia, si vuole puntualizzare che il diritto alla pensione si attua “secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni”1. La seconda proposta è stata presentata da deputati del Pd e ha un contenuto simile: vuole precisare che “il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria”2.
Molti hanno accolto con entusiasmo il richiamo alla solidarietà tra generazioni, considerato una novità positiva per i pensionati di domani. Proprio su questo aspetto deve avere insistito una velina a cui evidentemente si deve un titolo molto gettonato dalle testate, che hanno sbrigativamente parlato di “norma salva-giovani”. Sono però mancate analisi più approfondite su una vicenda di notevole portata e impatto, tutto sommato passata sotto silenzio.
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Capitalismo, piattaforme e trasformazioni del lavoro
Dialogando a distanza con Benedetto Vecchi
di Michele Cento
Capitalismo delle piattaforme è una definizione precaria che ambisce a ricomporre la realtà in frammenti che viviamo ogni giorno. In virtù della sua precarietà, l’espressione si presta a evocare un mondo di mezzo, uno stadio di transizione che inizia con la crisi degli anni Settanta senza aver ancora concluso il suo ciclo, senza cioè aver raggiunto un assetto stabile che lo identifichi con precisione, come l’assetto fordista rendeva identificabile il capitalismo industriale. Più precisamente, lo suggerisce Benedetto Vecchi nel suo ultimo volume, con il quale vorremmo dialogare a distanza (Il capitalismo delle piattaforme, Manifestolibri, 2017), agli assetti certi il capitalismo delle piattaforme preferisce quelli a geometria variabile: è un agglomerato per sua natura instabile, rifiuta le vecchie «regolazioni» e mette a valore la presenza di identità diverse e non immediatamente riconducibili a unità, spacciando per ambivalenze quelle che sono le sue contraddizioni. In questo modo va dritto al cuore degli uomini: può dominarli perfino fuori dai tradizionali luoghi dello sfruttamento e fare a meno dell’intermediazione delle cose, grazie soprattutto all’intermediazione immateriale della Rete.
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Sull’intervista del capo della polizia Franco Gabrielli
di Turi Palidda

“C’è un quadro di Paul Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova unangelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa losguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovesciaai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti ericomporre l’infranto. Ma una tempesta che spira dal paradiso si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Così Walter Benjamin interpreta la celebra tela del pittore Paul Klee.
“L’attesa perpetuamente insoddisfatta della salvezza … un’attesa in cui l’essere umano è trascinato dal tempo e dal progresso, lasciando alle spalle le tragedie e gli orrori di cui i dominanti sono stati capaci, seminando morte e distruzione ovunque. Redimere questi orrori, cioè dare senso e rendere giustizia alle vittime, non è un compito che viene assunto e garantito dalla divinità o dalla storia dell’umanità. Le macerie della storia restano mute, non trovanogiustificazione … la storia dell’umanità è rimasta storia di sangue e morte. Così l’Angelo di Klee guarda angosciato il passato, mentre il vento (il tempo) lo spinge via, quando vorrebbe restare tra quelle vittime per tenerle strette asé, per garantire ad esse un significato di qualche tipo[1].
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La sinistra desolata
di Tim Barker
Non è un segreto che il collasso del comunismo internazionale, avvenuto dal 1989 al 1991, abbia costretto su posizioni difensive molti marxisti. Ciò che viene meno compreso è il perché siano stati così tanti altri a cogliere l'opportunità per abiurare alcuni di quelli che erano i principi più venerati del marxismo. Perry Anderson, in un saggio sorprendentemente ammirativo su Francis Fukuyama, scritto nel 1992, concludeva valutando sobriamente quello che rimaneva del socialismo. Al centro della politica socialista - egli scriveva - c'era sempre stata l'idea che un nuovo ordine di cose sarebbe stato creato da una classe operaia militante, «la cui auto-organizzazione prefigurava i principi della società a venire.» Ma nel mondo reale, questo gruppo «era diminuito in dimensioni ed in coesione.» Non è che si fosse semplicemente spostato dall'Ovest sviluppato ad Est; anche a livello globale, notava, «la sua ampiezza relativa proporzionalmente all'umanità diminuisce costantemente.» La conclusione era che uno principi fondamentali del marxismo era sbagliato. Il futuro ci offriva una sempre più piccola, disorganizzata classe operaia, incapace di realizzare il suo ruolo storico.
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A proposito di jus soli e di razzismo tra gli operai
di Aldo Milani (SI-Cobas) e Pietro Basso (Il cuneo rosso)
Mentre è in atto l’osceno balletto del rinvio della legge sullo jus soli, con la retromarcia del governo Gentiloni e l’annessa gara a chi, tra M5S, Lega, Forza Italia e la restante congrega anti-immigrati, l’ha provocata, proviamo a mettere qualche punto fermo basilare a riguardo, parlando – è consentito ancora? – da comunisti internazionalisti.
Anzitutto per ricordare come fu impostata e risolta la questione un secolo fa nella Russia sovietica. Art. 2 della Costituzione: “In conseguenza della solidarietà tra i lavoratori di tutti i paesi, la Repubblica socialista sovietica federativa russa riconosce tutti i diritti politici dei cittadini russi a coloro che risiedono nel territorio della Repubblica russa, hanno un lavoro e appartengono alla classe operaia. La Repubblica socialista sovietica federativa russa riconosce inoltre il diritto dei soviet locali di garantire la cittadinanza a questi stranieri senza complicate formalità”. Questo è quanto. Altro che la celebre Costituzione italiana nata dalla resistenza!
Per noi che abbiamo come principio-guida fondamentale la solidarietà tra i lavoratori di tutti i paesi, le lavoratrici e i lavoratori immigrati in Italia, e non solo i loro figli, dovrebbero vedersi riconosciuti tutti i loro diritti politici, incluso il diritto alla cittadinanza (se ritengono di avvalersene).
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Tito Boeri e l’immigrazione: l’assenza di spiazzamento
di Alessandro Visalli
Il 19 luglio il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha tenuto un’audizione informale presso la Commissione Migrantidella Camera dei Deputati (qui il link all’evento). Il messaggio che propone, rispondendo anche ad alcune delle numerose critiche che gli sono giunte in seguito alla pubblicazione del XVI Rapporto annuale dell’Istituto di alcuni giorni fa è che bisogna, per salvaguardare l’equilibrio dei conti della previdenza nel medio periodo, regolarizzare quanti più lavoratori immigrati possibile, in parte sottraendoli all’attuale condizione di lavoro nero causata dal loro status di clandestini. In linea generale andrebbe promossa da ora in avanti una immigrazione regolare e mirata ai settori di maggiore utilità. Il resto lo farà il mercato.
Viceversa chiudere le frontiere, costringendo tutti i migranti a introdursi come “richiedenti asilo”, anche quando non ne hanno i requisiti, con l’effetto di stazionare a lungo in una condizione giuridica che gli impedisce la stabilizzazione, ha effetti solo negativi, perde le opportunità che pure l’immigrazione potrebbe garantire, e potrebbe in prospettiva addirittura “distruggere il sistema di protezione sociale”.
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A proposito del “ruolo dei comunisti”
di Italo Nobile
In questi mesi la Rete dei Comunisti ha avviato un dibattito sul ruolo dei comunisti oggi, dibattito necessario per rimettere di nuovo a confronto militanti provenienti da diverse esperienze e provare ad elaborare un linguaggio condiviso.
Chi scrive ha partecipato al dibattito facendone principalmente resoconti che facilitassero questa elaborazione. Tuttavia si sente il bisogno anche di esprimere il proprio personale punto di vista. E fare una prima sintesi problematica di tutti gli stimoli che il termine “comunista” porta con sé, a dispetto delle caricature che si fanno a questo termine creando a piè sospinto il proprio tascabile partito.
- A questo termine non si deve abdicare nonostante tutte queste parodie. Il nome è il primo momento di un passaggio dall’in sé al per sé che si augura ad ogni individuo e ad ogni organizzazione che iniziano un determinato processo di autocoscienza. Il nome è l’appropriazione di una storia con tutto il suo precipitato di errori e di tragedie.
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Gig-economy: se il codice è legge
di Gianluca De Angelis
Questo contributo è tratto da un intervento proposto in occasione della conferenza internazionale Logistics: Labour, Infrastructures, Territories, tenutasi il 3 e il 4 Aprile 2017 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia e Psicologia Applicata dell’Università di Padova[1]
Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza
civica, il nostro impegno sociale all’interno di u
contesto dominato da un linguaggio che non siamo
noi a parlare. È il linguaggio che parla noi, perché è
un linguaggio costruito e manipolato retoricamente
per definire i confini in quel mondo: i diritti che hai,
quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e
il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne
vieni espulsa perché quel mondo è costruito come
narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori
da quell’universo ti viene anche strappata la lingua
per dire quello che ti è successo e ti viene rovesciata
addosso la responsabilità. La frusta dell’oltre, appunto.
da Il bene, il male e i loro campioni;
Luca Rastello
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Dal femminismo dell'élite alle lotte di classe nella riproduzione
G. Souvlis e A. Čakardić intervistano Cinzia Arruzza
Cinzia Arruzza insegna Filosofia presso la New School for Social Research di New York. Il suo libro più recente è Storia delle storie del femminismo (con Lidia Cirillo, 2017). Tra gli altri suoi testi ricordiamo Le relazioni pericolose (2010) e Il genere del capitale (nella Storia del Marxismo a cura di S.Petrucciani) che è stato uno dei Libri dell’Anno 2016 di PalermoGrad.
Puoi dirci in breve qualcosa sulle esperienze della tua formazione intellettuale e politica?
Questa è una domanda difficile, perché sono diventata un’attivista all’età di tredici anni, e a partire da allora questo fatto non ha mai smesso di dare forma alla mia vita, nella sua interezza. Se dovessi identificare le esperienze che hanno maggiormente influito sul mio impegno politico e sul mio modo di pensare, potrei fornire l’elenco che segue. Anzitutto, il fatto di provenire da una famiglia povera siciliana, il che mi ha messa a contatto con l’ingiustizia e le diseguaglianze di classe, con il sessismo, con il razzismo culturale ‘soft’ nei confronti della gente del meridione (specialmente negli anni Novanta, quando la Lega Nord ebbe un’impennata sulla base di un programma antimeridionale). Quando avevo meno di vent’anni, i punti di svolta nel mio processo di politicizzazione furono le conversazioni con un insegnante di storia e filosofia della scuola superiore, che era un vicino di casa e un amico, la lettura del Manifesto del partito comunista, quella di Stato e rivoluzione di Lenin, e la partecipazione, da studentessa della scuola superiore, alla lotta degli operai di una fabbrica della Pirelli della mia città, che stava chiudendo e stava licenziando centinaia di operai che non avevano alcuna speranza di trovare un altro lavoro, dato il livello di disoccupazione in Sicilia.
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