Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 1408
Le peggiori menzogne di Israele
di Alessandra Ciattini*
Sembra che in Italia nessuno si sia accorto della pubblicazione del libro di Jean-Piere Bouche e Michel Collon, intitolato Israël. Les 100 pires citations (Israele. Le 100 peggiori citazioni), avvenuta nel 2023 grazie a Investig’action, sito multimediale amministrato dallo stesso Collon. E ovviamente la ragione è evidente: il libro contiene notizie, frasi, espressioni, ragionamenti rilasciati dai dirigenti politici israeliani, da cui si può ricavare la netta differenza tra i discorsi ufficiali e l’autentico pensiero dei fondatori, dei presidenti, ministri, militari israeliani, i quali sin dal 1895 hanno dichiarato a chiare lettere quale fosse la loro strategia e il loro obiettivo finale. Tutti questi elementi, spesso oscurati, mettono in evidenza il progetto coloniale israeliano, non meno feroce delle precedenti avventure coloniali europee.
Mi pare importante sottolineare in prima battuta che il principale obiettivo di Collon, espresso nello slogan di Investig’action, Pas de Paix sans Info Indépendente, è quello di analizzare meticolosamente i contenuti che quotidianamente ci vengono elargiti dai mass media, mostrando come essi alterino la realtà, tentino di manipolarci e distorcano i fatti. Collon è uno specialista in questo ambito, avendo studiato tutte le manipolazioni ideologiche legate alle guerre “umanitarie”, esportatrici di democrazia degli ultimi decenni; da ricordare il suo libro sulle immagini diffuse sulla guerra in Ucraina, nel quale mostra che sostanzialmente i procedimenti di manipolazione e di falsificazione sono sempre gli stessi.
Una delle opinioni ormai più fondate è quella secondo cui i tempi di guerra partoriscono tantissime menzogne, come del resto aveva già documentato il grande storico francese Marc Bloch in Riflessioni sulle false notizie della guerra (1921). In una pagina, in cui si richiama alla psicologia delle testimonianze, scrive: “Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le notizie false, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende -, hanno riempito la vita dell’umanità. Come nascono? da quali elementi traggono la loro consistenza? come si propagano, guadagnando in ampiezza a mano a mano che passano di bocca in bocca o di scritto in scritto? Nessun interrogativo più di questi merita d’appassionare chiunque ami riflettere sulla storia”. Bloch scriveva quando ancora i mass media non avevano raggiunto la pervasività attuale e, pertanto, guardava più alle false notizie generatesi spontaneamente tra i combattenti.
- Details
- Hits: 1029
Alcune questioni circa la Cina, confronto tra universalismi
di Alessandro Visalli
In vista di un dibattito sulla Cina, organizzato dalla redazione de L'Interferenza per il 17 maggio, al quale parteciperò, pubblico la prima parte di tre di una riflessione sull'universalismo cinese nelle sue differenze con l'universalismo occidentale e nel quadro del progetto strategico della "Comunità umana dal futuro condiviso". Lo sforzo è duplice: da una parte contrapporre al suprematismo occidentale di marca americana un progetto di contropotere fondato sul reciproco riconoscimento concretizzato intorno al Brics; dall'altra fare da barriera selettiva alla modernità occidentale che rischia di corrodere dall'interno la Cina tanto più quanto più procede sulla via di una "moderato benessere" (Xiao Kang). Il tentativo è di governare sul piano strategico la modernizzazione del paese, ormai alla frontiera su molti livelli, senza con ciò dissolvere l’identità collettiva o cadere in una subordinazione epistemica con l’Occidente.
Quella di Xi Jinping è dunque una modernizzazione selettiva e centrata, che mira a produrre una soggettività collettiva “armoniosa”, in cui convivano un’identità culturale riconoscibile, un’economia aperta e una capacità di intervenire nel discorso globale da una posizione non subalterna. Un compito di enorme difficoltà e importanza.
Al contempo una prospettiva altamente delicata e critica, schematizzabile nella sintonia/opposizione tra dialettica e conflitto, da una parte, e armonia nel tianxia, dall'altra.
- Details
- Hits: 1510
La teologia narrativa di Francesco
di Geminello Preterossi
Il pontificato di Francesco presenta delle ambivalenze che affondano le radici in una tensione storica tra la Chiesa e la modernizzazione estrema dell’Occidente. Uno dei suoi grandi meriti è stato quello non di innovare la dottrina ma di cambiare profondamente il linguaggio
Il pontificato di Papa Francesco ha segnato questo decennio in modo largamente positivo, soprattutto sul piano della politica internazionale. Francesco ha rappresentato — e rappresenta — una voce autonoma, critica, libera e anche assennata, direi, rispetto ad alcune derive del nostro tempo.
La guerra mondiale a pezzi, un movimento tettonico
Una di queste derive riguarda innanzitutto lo scivolamento verso un’idea di guerra totale. Colpisce, infatti, come si stia sdoganando il concetto stesso di una ostilità totalizzante. Negli anni del secondo dopoguerra, soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta, l’uso della bomba era ancora un tabù condiviso da tutti: intellettuali, scrittori, uomini di Chiesa, politici di ogni orientamento.
Come diceva anche Norberto Bobbio: “La guerra non si può più fare, perché sarebbe l’ultima guerra”. Oggi, però, non sarei più così convinto che quel tabù esista ancora. Anzi, come abbiamo sentito poco fa, sembra proprio che sia venuto meno.
Si parla ormai apertamente dell’uso di armi nucleari tattiche, di armi di distruzione di massa… e non soltanto in modo ipotetico. Non è solo un delirio, un’illusione: forse è anche il segno di un cinismo estremo. Ma, comunque, è indicativo di una deriva culturale profonda.
In questo contesto, Papa Francesco — con la formula, ormai nota, della “terza guerra mondiale a pezzi” — ha trovato una chiave espressiva efficace. Mi pare che sia pienamente consapevole del fatto che oggi ci troviamo davvero di fronte a un rischio estremo.
- Details
- Hits: 1861
La menzogna di Ventotene e il 25 Aprile
di Nico Maccentelli
Appunti sulla Resistenza ieri e oggi
Questo 25 aprile è stato il peggiore di tutti: la Brigata Ebraica (1), che ha operato in Italia poche settimane per andare poi a sterminare gli arabi in Palestina, ha preso la scena di tutti i TG, mentre le manifestazioni realmente partigiane sono state demonizzate come episodi di intolleranza estremistica.
I principali politici guerrafondai hanno strumentalizzato la Resistenza e i partigiani accostandoli al regime nazista banderista ucraino spacciato per resistente, mentre la maggior parte della popolazione ucraina non ne può più né della guerra né della repressione sanguinaria che pratica la SBU, i servizi di intelligence ucraini e i sequestri dei reclutatori ai danni dei cittadini che cerano di non andare a morte certa al fronte: uno stravolgimento propagandistico filo-nazista della realtà dei fatti nel nome di una non meglio precisata “libertà”.
Ma ciò su cui si regge tutto questo cumulo di manipolazioni della nostra Resistenza è la menzogna nata pochi anni fa, creata ad arte, e che non ha nulla a che vedere con la nostra lotta di Liberazione dal nazifascismo e ancor prima sulla lotta antifascista durante il Ventennio. Una patina ideologica sulle reali ragioni della Resistenza, che sostituisce gli imprinting politici e ideologici dei partiti della Prima Repubblica, provenienti per valori e visioni del mondo proprio da quella Resistenza stessa. In particolare mi riferisco al percorso storico del PCI: il gruppo dirigente del PD formatosi in tutti questi anni, non solo ha abbandonato la missione di emancipazione delle classi popolari dal dominio classista del capitalismo, ma oggi osanna l’esistente sopprimendo ogni passaggio politico e punto di vista di classe e popolare, manipolando la storia a uso e consumo di una costruzione europea postuma alle Resistenze e che non è uno stato sovranazionale con i suoi organi democratici (ricordo che il Parlamento Europeo, ha solo funzione consultiva), ma un grumo di gestione del potere continentale, delle sue oligarchie finanziarie e multinazionali che sta involvendosi verso un’economia di guerra.
- Details
- Hits: 1306
Dollarizzazione digitale
di Francesco Cappello
Il piano degli Stati Uniti per mantenere la supremazia del dollaro, si oppone all’abbandono progressivo dall’uso del dollaro su scala globale grazie all’implementazione di un “Dollaro digitale” che non avrà la forma di una valuta digitale emessa direttamente dalla banca centrale (CBDC), ma piuttosto di un piano per promuovere e regolamentare le stablecoin ancorate al dollaro. I Paesi BRICS+ stanno utilizzando valute alternative, e Cina ed Unione europea stanno sviluppando valute digitali controllate dalle banche centrali (CBDC) che potrebbero aggirare il sistema finanziario controllato dagli Stati Uniti. In questo scenario, le stablecoin sono un’arma digitale atta a sostenere la circolazione dei dollari in tutto il mondo (malgradi dazi e sanzioni) e preservare la supremazia finanziaria degli Stati Uniti nell’era delle criptovalute.
* * * *
Ogni transazione in Yuan Digitale (e-CNY) riduce gradualmente la dipendenza dal dollaro, tracciando la strada verso una multipolarità valutaria, dove diverse valute forti coesisteranno e si contenderanno il ruolo di riferimento. Questo è anche l’obiettivo dei BRICS plus: rendere il commercio globale più equo e meno esposto ai rischi legati a una singola moneta. La piattaforma di pagamenti cinese è pensata per rafforzare l’Asia, rendendo le economie locali più resilienti e consolidando la leadership economica della Cina nella sua regione. La Cina, promuovendo attivamente l’uso dello Yuan digitale negli scambi internazionali con oltre 20 paesi in via di sviluppo, più che una guerra commerciale sta facendo una guerra di sistema.
- Details
- Hits: 1063
Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale
di Carlo Formenti
3. Capitale commerciale e capitale finanziario. Lavoro produttivo e lavoro improduttivo
“[Nella misura in cui la produzione capitalistica si impadronisce della produzione sociale] le altre specie di capitale...non gli vengono solo subordinate e modificate nel meccanismo delle loro funzioni, ma non si muovono più che sulle sue basi...capitale denaro e capitale merce (in quanto esponenti di rami di affari propri) non sono ormai più che modi di esistere...delle diverse forme di funzionamento che il capitale industriale ora riveste e ora depone nella sfera della circolazione” (Libro II, p. 79).
Inauguro la terza tappa del viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale con questo passaggio, già citato nella tappa precedente, perché ben chiarisce il punto di vista di Marx sulla posizione che capitale merce e capitale denaro occupano nella gerarchia fra le diverse modalità di esistenza del capitale in generale: nel suo modello teorico, queste due forme svolgono la funzione di “ancelle” del capitale industriale. Si tratta di un punto di vista cruciale ai fini della distinzione fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Al tempo stesso, si tratta di un punto di vista che, nella fase storica caratterizzata dal grande capitale monopolistico, terziarizzato e finanziarizzato, è al centro di critiche anche in campo marxista ma, prima di analizzare tali critiche, è opportuno approfondire il pensiero di Marx sull’argomento.
L’incapacità del capitalista (e degli economisti volgari) di comprendere il “mistero” del plusvalore, cioè del fatto che esso scaturisce dal tempo di lavoro non retribuito, argomenta Marx, fa sì che costoro attribuiscano alla sfera del commercio la capacità di creare ricchezza: “Al capitalista l’eccedenza del valore, o plusvalore, realizzata con la vendita della merce appare come eccedenza del suo prezzo di vendita sul suo valore, anziché come eccedenza del suo valore sul suo prezzo di costo, per cui il plusvalore annidato nella merce non si realizza mediante (sottolineatura mia) la vendita di questa, ma scaturisce dalla (idem) vendita stessa (Libro III, p. 63).
- Details
- Hits: 1346
Quale liberazione? Il popolo tradito
di Flaviana Cerquozzi
«Ci hanno insegnato tutto gli americani,
se non c’erano gli americani a quest’ora…
eravamo europei[..]».
(G. Gaber, “Ci hanno insegnato tutto gli americani”)
Una Costituzione nata da quel lontano 25 Aprile 1945
Il 25 aprile festeggiamo la Festa della Liberazione, facendolo coincidere con la data in cui le principali città italiane vennero liberate dai partigiani e cadde la Repubblica di Salò. In questa data, infatti, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione generale nei territori occupati ancora dai nazi-fascisti.
Festeggiare il 25 Aprile significa riaffermare la centralità dei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che il “popolo”, con forza, ha riaffermato, nella piena libertà di autodeterminazione che ha espresso nella scelta della forma di stato repubblicana.
La Resistenza italiana non è stata soltanto un movimento contro l’occupazione nazista e il regime fascista, è stata “Il potere costituente”. A guerra terminata, infatti, furono gli stessi partiti che avevano guidato l’Italia verso la liberazione a prendere parte al momento costituente: la Costituzione generata da queste forze sociali non poteva non essere antifascista ed eretta sui valori di democrazia e di libertà.
Per tale ragione la Costituzione è dotata di quegli anticorpi necessari a respingere il ritorno a un regime totalitario, che incarna i valori della Resistenza, eppure la stessa Costituzione presenta delle falle attraverso le quali poteri esterni si sono introdotti e l’hanno “sterilizzata”.
- Details
- Hits: 1553
Robotizzazione generale del lavoro, espansione delle merci immateriali, caduta tendenziale del saggio di profitto e rivoluzione
di Fosco Giannini
Per ora, gettiamo solo un sasso nello stagno. La parabola delineata dal sasso lanciato non pretende di farsi curva politico-teorica compiuta, né scia strategica illuminante. Il suo obiettivo sta nel rapporto dialettico che, forse, potrà costituirsi tra la “curvatura” del tragitto del sasso e l’impatto di esso nello stagno stesso, e questo, eventuale, obiettivo vogliamo perseguirlo attraverso il minor “gravame” semantico possibile (recuperando il senso greco anti enfatico di semantikos, segnalare) e la maggior semplicità linguistica possibile. Due accorgimenti che potrebbero sfociare in alcune “ruvidezze” espositive. Ma come asseriva San Paolo di Tarso, su tutt’altro fronte, nelle sue “Lettere” (sintetizzando): tutto non è possibile, o sentiamo il sublime non senso ieratico nel ricercarlo, o rinunciamo a priori a parlare di Dio.
Cosa ci accingiamo a compiere? Due tentativi di “nuovo attraversamento” di due concezioni cardinali marxiane: il primo, relativo alla determinazione del valore delle merci; il secondo, relativo alla caduta tendenziale del saggio di profitto (lungo la strada alcune, volutamente incompiute per ragioni di “sostenibilità” di questo contributo, digressioni). Perché questi due “nuovi attraversamenti”? Per mettere a fuoco (solo per approssimazione, solo in relazione ai moti carsici “avvertiti” e certamente ancora - a nostro parere- non collettivamente portati alla luce, con un tasso, dunque, di errore alto) i compiti, di media-lunga durata, delle forze comuniste e rivoluzionarie.
In relazione a quali fatti concreti (di già potente impatto sulla fase ma, ancor più, densi di futuro) tentiamo di attraversare nuovamente le due concezioni cardinali marxiane citate?
Primo, la robotizzazione del lavoro in corso, ancora ai primordi, sul piano mondiale, ma già evocante un proprio sviluppo di carattere irreversibile ed esponenziale, non lineare. Un passaggio storico dallo stesso carattere “destinale”, ma con ben più imponenti potenzialità trasformatrici del lavoro e della lotta di classe, di quello del passaggio - seconda metà del 1.700 – dalla tessitura col telaio a mano a quella col telaio di Arkwright.
- Details
- Hits: 1430
BSW, sfide e nuovi equilibri politici in Germania
di Claudia Wittig
L’insuccesso alle prime elezioni generali dell’Alleanza Sahra Wagenknecht è da attribuire a un clima mediatico non favorevole, agli errori nella strutturazione del programma politico e nell’organizzazione del partito
La Germania ha votato anticipatamente. Il 6 novembre 2024, il cancelliere Olaf Scholz ha esautorato il ministro delle Finanze e annunciato l’intenzione di porre una questione di fiducia, con la possibilità di elezioni anticipate.
Nel frattempo, l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), nata meno di un anno prima, a gennaio 2024, da una scissione della Linke, aveva già attirato molta attenzione. Dopo anni di conflitti interni, Sahra Wagenknecht aveva lasciato Die Linke, formando una nuova forza politica. Alle elezioni europee del giugno 2024, la BSW aveva ottenuto il 6,2% dei voti, raggiungendo pochi mesi dopo risultati significativi alle regionali in Germania orientale, entrando anche in coalizioni di governo in Brandeburgo e Turingia.
Nonostante questi buoni risultati, alle ultime elezioni la BSW non è riuscita a entrare, per soli 9.000 voti, nel Bundestag. Pur avendo ottenuto il miglior risultato per un partito di nuova formazione, la delusione è stata grande. Gli eventi tra la caduta della coalizione di governo e le elezioni evidenziano però le criticità del sistema politico tedesco e il ruolo crescente della BSW nel dibattito pubblico.
1. Cosa vuole la BSW?
Non esiste ancora un programma di base, ma già a novembre era chiaro quali fossero i principi cardine del nuovo partito: pace, economia sociale di mercato e un approccio più sfumato al dibattito sulla migrazione.
Nel suo anno di fondazione, il principale tratto distintivo della BSW consisteva nell’opposizione alla “politica estera basata sui valori” della coalizione di governo, proponendo invece una coerente politica di pace. Secondo la BSW, la strategia della ministra degli Esteri Annalena Baerbock e del ministro dell’Economia Robert Habeck non solo aveva causato gravi danni economici e aumentato il rischio di un’escalation della guerra in Ucraina, ma aveva anche portato la Germania, con le sue massicce forniture di armi, a sostenere una guerra di ritorsione contro i palestinesi.
- Details
- Hits: 1609

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Seconda parte: Il 1905: chiave di volta e detonatore di cambiamenti epocali
"Cari compagni,
a distanza di tre anni riparto con la pubblicazione di questo lavoro, prima puntata qui
https://sinistrainrete.info/storia/22349-paolo-selmi-skola-kommunizma-i-sindacati-nel-paese-dei-soviet.html
interrotto a seguito dell'inizio della SVO.
Era già stato completato, e pubblicato integralmente su academia.edu e a puntate su resistenze.org.
In realtà, quanto segue rappresenta un inedito, a distanza di tre anni, dal momento che ogni puntata, e saranno tante, oltre dieci sicuramente, sarà rivista prima di QUESTA sua pubblicazione su sinistrainrete. E, come in questo caso, RISCRITTA E AMPLIATA, per esigenze di chiarezza espositiva su concetti tutt'altro che semplici. Questo, naturalmente, senza togliere una virgola dalle cronache e dagli aggiornamenti sulla SVO. Cercherò di sistemare una decina di cartelle alla settimana e inviarle alla redazione. Dovessi saltare una settimana, chiedo scusa in anticipo. Grazie a tutti. Con saluti comunisti,
Paolo Selmi"
* * * *
La domenica di sangue e la sconfitta militare contro i giapponesi contribuirono al crollo verticale di credibilità del regime zarista, da un lato, e all’aumento contestuale della stessa su quel versante opposto di recente formazione (perché allora, a differenza di oggi, c’era un “versante opposto”).
Dal punto di vista sindacale, notiamo che la sempre maggiore differenziazione non teorica (dal momento che anzi, al contrario, scioperi alimentavano manifestazioni e manifestazioni alimentavano scioperi), ma operativa fra istanze politiche, rappresentate dal POSDR, e istanze economiche rappresentate sino ad allora “in supplenza” dallo stesso POSDR, rese finalmente necessaria la creazione di un’istituzione sociale a esse preposta, il sindacato ovvero, alla russa: l’unione (sojuz) operaia (rabočij) delle professioni (professional’nyj, che nell’inversione di ordine fra aggettivi e sostantivo è профессиональный рабочий союз), da cui l’abbreviazione profsojuz1.
- Details
- Hits: 1632
La lunga frattura. Un contributo al dibattito su guerra e riarmo
di Infoaut
In questi mesi la storia corre veloce, in poco tempo alcuni dei capisaldi su cui si è retto l’ordine mondiale definitivamente consolidatosi dopo il crollo del muro di Berlino stanno vivendo profonde tensioni e ristrutturazioni.
Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati e infine ridefinire il paesaggio.
Obiettivo di questo testo è sì quello di fare uno sforzo di chiarezza poiché leggere quanto accade nel mondo intorno è un primo passo per immaginare dove intervenire in maniera efficace, ma anche uno strumento che vuole spingere a praticare un’ipotesi e a calpestare un terreno che, seppur pregno di limiti e ostacoli, si presta a essere una finestra di possibilità che si apre e che non va lasciata richiudersi senza nemmeno aver fatto un tentativo.
Proviamo a orientarci.
PRIMA PARTE
I movimenti tellurici
I primi segni superficiali di questi processi si sono avvertiti con la crisi del 2007-2008. La terra ha tremato, le forme che aveva assunto per i quarant’anni precedenti il sistema capitalista sono entrate in fibrillazione.
Non si può comprendere ciò che è venuto dopo senza considerare questo fatto nella sua interezza. Quelle scosse che avevano sconvolto i mercati finanziari sono state il segnale del magma che si stava rimettendo in moto.
- Details
- Hits: 1367
Una gigantesca partita a scacchi si sta giocando fra USA, Russia e Iran
di Roberto Iannuzzi
Il negoziato ucraino e quello sul nucleare iraniano rientrano in una più ampia battaglia per la ridefinizione degli equilibri mondiali. Mosca e Teheran hanno piena consapevolezza della posta in gioco
In mezzo a continui colpi di scena, smentite, dichiarazioni contraddittorie, accuse e controaccuse, i contorni generali del piano di pace che l’amministrazione Trump offre a Kiev e Mosca sono alla fine emersi.
Nel frattempo, l’inviato speciale del presidente americano, Steve Witkoff, oltre a giocare un ruolo di primo piano nel negoziato con la Russia è impegnato in un’altra trattativa cruciale e piena di incognite con l’Iran.
Non è esagerato dire che dall’esito dei due tavoli negoziali dipende una porzione rilevante degli equilibri mondiali e la pace in due regioni strategiche come Europa e Medio Oriente.
Esiste inoltre un legame fra le due partite diplomatiche, sebbene si giochino su scacchieri differenti.
Entrambe fanno parte del (disperato) tentativo di Washington di preservare un ruolo egemone, sebbene ridimensionato rispetto a quello della tramontata era unipolare americana, in un mondo che è sempre più chiaramente multipolare.
Ambiguità e incertezze del piano Trump
Che il piano di pace USA per risolvere il conflitto ucraino risulti appetibile anche ad uno solo dei contendenti è tutto da dimostrare. Esso chiede dolorose concessioni a entrambe le parti, ed è già stato definito essenzialmente inaccettabile dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Ma soprattutto, il piano sembra andare in direzione di un congelamento del conflitto, e non di una rimozione delle cause che lo hanno provocato.
In concreto, dunque, esso potrebbe risultare inammissibile anche per Mosca, sebbene i negoziatori russi, diplomaticamente più accorti di quelli ucraini, abbiano per ora evitato di sbilanciarsi.
- Details
- Hits: 1572
Marxismo occidentale e imperialismo
di John Bellamy Foster e Gabriel Rockhill
Parte prima: un dialogo
Pubblichiamo la prima parte di un dialogo tra John Bellamy Foster e Gabriel Rockhill che esaminano la storia e l'influsso del "marxismo occidentale", definito non da caratteristiche geografiche, ma dal rifiuto del marxismo sviluppato in Unione Sovietica, nel Sud globale, e persino del marxismo classico. Questa corrente di pensiero marxista, nata nel nucleo imperialista, invece di fronteggiare i problemi urgenti che la società di oggi deve affrontare, rappresenta una concessione al predominio dell’ideologia statunitense.
Gabriel Rockhill: Vorrei iniziare questa discussione affrontando, prima di tutto, un equivoco sul marxismo occidentale che è di interesse reciproco. Marxismo occidentale non equivale a marxismo in Occidente. È invece una versione particolare del marxismo che, per ragioni molto materiali, si è sviluppata nel cuore dell'impero dove c'è una significativa pressione ideologica per conformarsi ai suoi dettami e che condiziona le vite di coloro che vi lavorano. Tutto questo vale, in pratica, per gli stati capitalisti di tutto il mondo, ma non determina in modo rigoroso la ricerca e l'organizzazione marxista in queste aree. La prova più semplice di tutto ciò è il fatto che noi non ci identifichiamo come marxisti occidentali, anche se siamo marxisti che lavorano in Occidente, proprio come per il filosofo italiano Domenico Losurdo, il cui Western Marxism è stato recentemente pubblicato da Monthly Review Press.[*] Cosa pensi della relazione tra "marxismo occidentale" e "marxismo in Occidente"?
John Bellamy Foster: Non mi piace il termine "marxismo occidentale", in parte perché è stato adottato come forma di auto-identificazione da pensatori che rifiutano non solo il marxismo sovietico, ma anche gran parte del marxismo classico di Karl Marx e di Friedrich Engels, così come il marxismo del Sud globale. Contemporaneamente, gran parte del marxismo in Occidente, e le analisi più materialiste, politico-economiche e storiche, sono tendenzialmente esclusi da questo tipo di marxismo occidentale auto-identificato, che tuttavia si è posto come arbitro del pensiero marxista e ha dominato la marxologia. Di solito, nell'affrontare la questione del marxismo occidentale dal punto di vista teorico, io sottolineo che ciò con cui abbiamo a che fare è una specifica tradizione filosofica. Questa è iniziata con Maurice Merleau-Ponty (e non con György Lukács, come comunemente si suppone), ed è stata caratterizzata dall'abbandono del concetto di dialettica della natura associato a Engels (ma anche a Marx). Ciò significa che la nozione di marxismo occidentale si allontana sistematicamente da un materialismo ontologico in termini marxisti, e gravita verso l'idealismo, che ben si adatta alla rimozione della dialettica della natura.
- Details
- Hits: 1237
Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale
di Carlo Formenti
2. Sui rapporti fra il modo di produzione capitalistico e le altre forme sociali
Avvertenza: le parentesi quadre contengono chiarimenti o aggiunte del sottoscritto. Viceversa i termini in corsivo sono degli autori citati, salvo eccezioni esplicitamente segnalate.
Secondo Marx, la forma di merce che i prodotti del lavoro umano tendono ad assumere a mano a mano che le forze produttive si sviluppano, tanto da generare una eccedenza rispetto alle esigenze del consumo immediato, e le relazioni sociali (scambio mercantile) che ne derivano, non vanno classificati solo fra i presupposti della nascita del modo di produzione capitalista, ma rappresentano anche e soprattutto gli agenti che consentono a quest’ultimo di assimilare-integrare tutte le forme sociali con cui esso viene a contatto. Entrambe queste funzioni sono ampiamente discusse sia nel Libro II che nel Libro III del Capitale.
Nel capitolo XX del III Libro leggiamo: “Qualunque sia il modo di produzione sulla cui base si producono i prodotti che entrano come merci nella circolazione – la comunità primigenia o la produzione schiavistica, la produzione a opera di piccoli contadini e piccoli artigiani o la produzione capitalistica -, ciò nulla cambia al loro carattere di merci; e come merci essi devono attraversare il processo di scambio e i mutamenti di forma [cioè M-D e D-M] che lo accompagnano” (pp. 411-412).
Il medesimo concetto è spiegato in modo più ampio e dettagliato nel capitolo IV del II Libro: “il ciclo del capitale industriale, vuoi in quanto capitale denaro, vuoi in quanto capitale merce, si incrocia con la circolazione di merci dei più svariati modi di produzione sociale, nei limiti in cui questa è nello stesso tempo produzione di merci.
- Details
- Hits: 1109
Lenin: teoria e prassi internazionalista
di Rete Dei Comunisti
In occasione della ricorrenza della nascita di Lenin, a 155 anni dal 22 aprile 1870, cogliamo l’occasione per rendere omaggio al rivoluzionario che tentò l’assalto al cielo portando alla vittoria la Rivoluzione bolscevica che realizzò la prima esperienza di socialismo reale della storia.
A testimonianza dell’attualità di Lenin, scegliamo di approfondire la “paternità leniniana” dell’anticolonialismo bolscevico, ricostruendo per sommi capi il processo di elaborazione teorica sulla questione nazionale e coloniale, dagli inizi del 1900 fino agli anni immediatamente successivi alla rivoluzione. È in questi anni, infatti, che Lenin sviluppa quelle coordinate teoriche che forniranno da bussola per tutto il movimento comunista internazionale nel suo complesso, lungo tutto il corso del Novecento, fino ancora a oggi.
Su quest’aspetto rimandiamo alla prima sessione del forum organizzato dalla Rete dei comunisti: “Elogio del Comunismo del Novecento”, svoltosi a Roma, il 4-5-6 ottobre 2024, di cui è disponibile la registrazione audio-video degli interventi, nonché la pubblicazione cartacea degli atti che è in corso di presentazione in differenti città italiane.
Di fronte all’attacco sistematico dell’Occidente imperialista nei paesi del Sud globale, di fronte al genocidio in Palestina e all’escalation bellica promossa dall’Unione Europea, l’eredità teorica leniniana, che allora costituiva l’unico argine alla Prima guerra mondiale, torna oggi materia viva con cui affrontare le sfide del presente.
- Details
- Hits: 1292
Ultima chiamata per la pax americana: il no di Ucraina ed Europa
di Gianandrea Gaiani
“Putin deve perdere in Ucraina”.
“Non è il momento di negoziare, Kiev può vincere la guerra e vincerà”.
Boris Johnson, primo ministro britannico, 30 maggio e 26 giugno 2022
“Penso di aver raggiunto un accordo con la Russia. Dobbiamo raggiungere un accordo con Zelensky … ma finora è stato più difficile”.
Con queste parole il presidente statunitense Donald Trump ha sintetizzato nella tarda serata di ieri (ora europea) la situazione al termine di una giornata convulsa caratterizzata dal rinvio degli incontri previsti a Londra per la pace in Ucraina a livello di ministri degli Esteri a causa delle profonde divergenze tra l’Ucraina e gli alleati occidentali circa il piano di pace proposto dagli Stati Uniti.
Il Foreign Office ha precisato che si è tenuto comunque un incontro a livello inferiore e che “i colloqui a livello ufficiale proseguiranno” ma il fallimento del summit è apparso a tutti evidente dopo che il Segretario di Stato americano Marco Rubio e l’inviato speciale della Casa bianca Steve Witkoff avevano annunciato nella mattinata di ieri che non sarebbero andati a Londra.
Decisione assunta, secondo il New York Times, in seguito alle dichiarazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky che aveva chiarito che Kiev “non riconoscerà legalmente l’occupazione della Crimea” da parte dei russi.
Nei giorni scorsi Rubio aveva dichiarato che gli Stati Uniti erano pronti ad abbandonare i negoziati se non ci fossero stati progressi tangibili verso una soluzione della crisi. Dopo il forfait di Rubio anche i ministri degli Esteri di Francia e Germania hanno annullato il viaggio a Londra.
A spiegare implicitamente le ragioni del fallimento del summit ha provveduto la Presidenza francese con un comunicato che spiega che “il rispetto dell’integrità territoriale e della vocazione europea dell’Ucraina sono esigenze molto forti degli europei” aggiungendo che “l’obiettivo resta quello di costruire un approccio comune che gli Stati Uniti potrebbero presentare ai Russia“.
- Details
- Hits: 918
La lotta di classe con l’arma dei dazi
di Alfonso Gianni
C’è del metodo nella follia di Trump, che con i dazi punta a riconquistare il baricentro dell’economia e della politica mondiale. La consonanza ideologica con la nostra Presidente del Consiglio non ci aiuterà. L’Europa deve rendersi indipendente dal disegno USA spezzando il sistema di guerra che gli è proprio e aprendosi al Sud Globale
Che il viaggio a Washington della presidente Giorgia Meloni potesse portare a risultati concreti sul fronte della guerra commerciale era davvero difficile pensarlo, specialmente dopo che la proposta di “zero dazi” tra USA e Europa era stata respinta nettamente dall’Amministrazione statunitense e ribadita al Commissario europeo per il commercio, Maros Sefcovic. Allo stesso tempo supporre che Donald Trump potesse assumere posizioni sostanzialmente diverse da quelle brutalmente aggressive, appena temperate dalla tregua dei 90 giorni, per di più alla vigilia di importanti riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale era altrettanto impensabile. Oltre tutto la natura della visita della Meloni era stata messa in dubbio da più parti, se si trattava di una missione per conto della UE – non bastavano le telefonate con Ursula von der Leyen per accreditarla – o di un bilaterale Italia-USA, come i suoi fedelissimi nel Governo italiano avevano prudentemente detto alla vigilia della su partenza. Cosicché l’incontro si è svolto in un’aura di indeterminatezza che in fondo faceva comodo alla Meloni, potendo in questo modo vendere nel modo più favorevole qualunque tipo di esito, evitando le strette di una valutazione sui risultati concreti, avendo avvolto nel fumo gli obiettivi di partenza. La risposta di Trump all’invito a venire a Roma è rimasta indeterminata nei tempi e negli scopi e, secondo la stessa Meloni, non si sa se in quel caso intenderà farne sede di trattativa con la UE. Non a caso l’incontro con la stampa italiana, previsto prima della partenza da Washington, è stato sconvocato e la Meloni ha risolto con un whatsapp che definiva, in termini del tutto rituali e burocratici, l’incontro con il Presidente USA come un “confronto ideale e costruttivo”.
Il timore di una brusca accoglienza da parte di Trump è stato volutamente ingigantito per potere poi presentare come una vittoria i sorrisi e le parole di encomio che Trump non ha lesinato alla ospite italiana. Anche qui non c’è da stupirsi, dal momento che la Meloni poteva vantare un feeling di vecchia data con The Donald, avendolo sostenuto nelle sue accuse di brogli elettorali nel 2020.
- Details
- Hits: 1822
Benvenuti nella civiltà del paradosso del mentitore
di Slavoj Žižek
La verità soggettiva si contrappone alla verità fattuale in modo analogo all’opposizione tra isteria e nevrosi ossessiva: la prima è una verità sotto forma di menzogna, la seconda una menzogna sotto forma di verità
* * * *
Il cosiddetto paradosso del mentitore (“ciò che sto dicendo è falso”), è stato discusso fino alla nausea dall’antica Grecia all’India fino alla filosofia del Novecento. Il paradosso implica che se la mia affermazione è vera, allora essa è falsa (“se ciò che sto dicendo è falso, allora ciò che sto dicendo non è falso”), e viceversa. Invece di perdere tempo nella rete infinita di argomentazioni e contro-argomentazioni, rivolgeremo lo sguardo a Jacques Lacan, il quale ha proposto una soluzione speciale a questo problema distinguendo tra enunciato ed enunciazione, ovvero tra il contenuto dell’enunciato e la posizione soggettiva implicata o espressa nell’atto dell’enunciazione. Non appena introduciamo questa distinzione, notiamo immediatamente che in sé un’affermazione del tipo “tutto ciò che dico è falso” può essere tanto vera quanto falsa, ma anche che una frase come “dico sempre il falso” può rappresentare perfettamente la mia percezione soggettiva di star vivendo un’esistenza inautentica o fasulla. Il discorso vale anche a rovescio: l’affermazione “so di essere un pezzo di merda” potrebbe di per sé essere letteralmente vera, ma falsa a livello della posizione soggettiva che pretende di ostentare – potrebbe essere per esempio qualcosa che dico per rappresentarmi agli altri come qualcuno che almeno è onesto con se stesso e che NON è completamente “un pezzo di merda”… La nostra risposta a quest’ultimo enunciatore potrebbe essere la parafrasi di una famosa gag di Groucho Marx: “Ti comporti come un pezzo di merda e ammetti di essere un pezzo di merda, ma questo non ci trarrà in inganno – tu sei un pezzo di merda!”
- Details
- Hits: 1409
Neoliberalismo, neo-populismo, neo-autoritarismo. Nuova personalità autoritaria e collasso della democrazia
di Alessandro Simoncini
Questo testo indaga il rapporto che intercorre tra i tre concetti che compaiono nel titolo, mettendoli in tensione. Nella prima parte fornisce una definizione del neoliberalismo, per poi mostrare come esso abbia prodotto le condizioni di possibilità dell’affermazione di un neo-populismo sorto sulle rovine del neoliberalismo stesso. Nella seconda parte si sofferma sul neo-populismo di destra sostenendo che esso non è un’alternativa politica al neoliberalismo, come spesso si tende a credere, ma il suo rovescio osceno. La terza e ultima parte del testo sostiene che il neoliberalismo contiene da sempre un elemento strutturale di autoritarismo su cui, nel tempo presente, si innesta un autoritarismo neo-populista che accelera il collasso della democrazia rappresentativa.
1, Nascita del neo-populismo dalle rovine del neoliberalismo
Con “neoliberalismo” non si intende qui soltanto il neoliberismo economico. Il neoliberalismo non è stato solo la risposta alle lotte sociali e alle politiche economiche keynesiane con cui negli ultimi decenni, a partire dalla crisi degli anni ’70, le classi capitaliste hanno realizzato un’enorme “concentrazione della ricchezza” – come ha scritto David Harvey –, ristabilendo e consolidando nel mondo il loro potere[1]. Certo, il neoliberalismo è stato naturalmente globalizzazione finanziaria, delocalizzazione produttiva, libera circolazione dei capitali e delle merci, privatizzazioni, riduzione del carico fiscale per i ceti abbienti, tagli alla spesa pubblica, smantellamento progressivo dello Stato sociale, precarizzazione del lavoro: tutte componenti di una vincente “lotta di classe dall’alto”, per dirla con Luciano Gallino[2]. Il neoliberalismo, però, è stato anche (ed è) una razionalità politica capace di modellare la società e le soggettività in base alle esigenze del mercato: una “nuova ragione del mondo” – per citare il titolo di un libro ormai classico – in base a cui un po’ ovunque gli Stati hanno adottato politiche capaci di estendere la logica aziendale e l’assiomatica concorrenziale ben oltre l’ambito economico: nell’amministrazione pubblica, nella giustizia, nell’Università, nella scuola, nella sanità, nelle relazioni sociali[3].
- Details
- Hits: 1292

Engels e la condizione operaia
di Salvatore Bravo
F. Engels nel 1845, a soli 24 anni, descrisse la condizione di sfruttamento della classe operaia in Inghilterra con un testo La situazione della classe operaia in Inghilterra che nel nostro tempo andrebbe riletto per la sua attualità. L’indagine empirica e razionale coniuga l’oggettività dei dati con il giudizio etico. L’indagine di Engels è oggi, ancora viva e vera, poiché lo sfruttamento generalizzato è tornato a essere l’ordinaria normalità del nostro quotidiano. Il capitalismo neoliberale, mentre volge lo sguardo verso il transumanesimo e l’I.A, mostra il “suo cuore di pietra”, senza equivoci e fraintendimenti come nell’Ottocento. Lo sguardo libero dagli abbagli degli slogan ci restituisce la verità sulla condizione lavorativa e umana di tanti. Contingenze storiche e una sinistra liberale complice consentono al capitale di mostrarsi nella sua verità regressiva e disumana senza infingimenti: lo sfruttamento è diventato un “dato di fatto” ormai naturalizzato, per cui lo si accetta al punto che, malgrado la sua evidenza, non pochi lo ignorano. Vi è un nucleo del capitalismo che resta sempre eguale nella sua lunga storia, esso resta inalterato, poiché è la sostanza che lo muove e lo nutre. La descrizione-denuncia di Engels lo mostra con rara chiarezza e, pertanto, il tempo che ci separa dal pensatore tedesco, ci permette di ritrovare ciò che nel nostro tempo il capitale in modo sempre più manifesto produce con i suoi effetti letali. Il capitalismo non è semplice sfruttamento, ma esso disumanizza lo sfruttato riducendolo a mezzo per la produzione del plusvalore. Allora come oggi i nuovi proletari vivono processi di alienazione che li offendono nella psiche come nel corpo. La violenza è il carattere dominante ed eterno del capitalismo; è la sua verità che Engels visse e denunciò , ed è ancora fra noi in forme antiche e nuove. Allo sfruttamento di tanti corrisponde una ristretta oligarchia che governa con la violenza legalizzata. La legalità scissa dalla giustizia è il volto “legale” del capitalismo che convive con forme di illegalità, sempre più diffuse e ignorate, orientate verso il “consumo di esseri umani e di risorse”:
- Details
- Hits: 1593
I dazi possono fermare la decadenza degli Stati Uniti?
di Domenico Moro
L’atteggiamento del presidente Trump riguardo ai dazi appare ondivago: in una serie ininterrotta di dichiarazioni i dazi vengono messi, poi tolti e rimessi ancora. Il 2 aprile, il “giorno della liberazione” secondo la retorica trumpiana, sono stati annunciati dazi elevati per quasi tutti gli stati mondiali. Alla Ue sarebbero stati applicati dazi del 20%. Qualche giorno dopo, Trump li ha sospesi per 90 giorni, ma ha mantenuto dazi al 10% per tutte le merci e i dazi sull’acciaio e sull’alluminio al 25%. Inoltre, ha innalzato i dazi contro la Cina al 145%, salvo qualche giorno dopo esentare dall’aumento tutta una serie di prodotti elettronici provenienti dal paese asiatico.
La ragione di questo passo indietro sta nel fatto che Big tech, che ha appoggiato Trump, sarebbe stata penalizzata dai dazi alla Cina, visto che da lì provengono molti componenti e prodotti finiti delle multinazionali statunitensi, come l’iPhone della Apple. Inoltre, prima della pausa di 90 giorni, Barclays aveva stimato un calo di tutti i fondamentali economici. Il Pil per il terzo trimestre era previsto in contrazione dell’1,5% e nel quarto dello 0,5%, cosa che avrebbe provocato una recessione. L’inflazione sarebbe passata dal 3,4% della fine del 2024 al 4% di fine 2025, mentre la disoccupazione sarebbe aumentata.
Secondo alcuni, dentro il campo trumpiano ci sarebbe una spaccatura tra, da una parte, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, e il segretario al commercio, Howard Lutnik, che premevano per un approccio più morbido e, dall’altra parte, il consigliere di Trump per il commercio e la manifattura, Peter Navarro, e il capo dei consiglieri economici, Stephen Miran, che hanno una posizione più dura. In particolare Stephen Miran rappresenta la vera eminenza grigia che sta dietro la politica dei dazi, avendo teorizzato il loro uso in A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System.
La decadenza degli Usa secondo Todd
La spiegazione della politica dei dazi sta nella situazione di decadenza, politica, culturale ed economica, in cui versano gli Usa.
- Details
- Hits: 1580
Verso l’economia di guerra
di Alessandro Somma
Il coinvolgimento dell’Unione europea nel conflitto con l’Ucraina è stato il frutto di un rapporto tra Washington e Bruxelles almeno formalmente diverso da quello sviluppatosi negli ultimi tempi. Se l’Amministrazione Biden rimarcava la presenza di solidi legami tra Stati Uniti e Unione europea, Donald Trump discute apertamente di un disimpegno militare degli Stati Uniti nel Vecchio continente.
In una simile situazione l’Unione europea dovrebbe riconsiderare la sua collocazione nello scenario internazionale. Accade invece il contrario: persevera nel suo sentirsi un progetto atlantista, mira anzi a rilanciarlo attraverso la realizzazione di una difesa europea sostenuti da una vera e propria economia di guerra. Il tutto accompagnato da una ricostruzione dello scenario internazionale attraverso tinte particolarmente fosche, che costituisce il nucleo centrale della retorica su cui si reggono i propositi europei così come sintetizzati nel Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030 (del 19 marzo 2025, Join/2025/120 final).
Una retorica bellicista
Lo scenario ha evidentemente il suo fulcro nella minaccia rappresentata dalla Russia: avrebbe «chiaramente indicato che nella sua ottica rimarrà comunque in guerra con l’Occidente», motivo per cui, se le «sarà consentito di conseguire i suoi obiettivi in Ucraina, la sua ambizione territoriale si spingerà oltre». Minacciosa è anche la Cina, non solo perché è un Paese «autoritario e non democratico», ma anche perché mira alla supremazia in ambito economico e tecnologico e perché «sta rapidamente ampliando la capacità militari comprese quelle nucleari, spaziali e informatiche». Ma pure il Medio Oriente pone problemi, se non altro per il «legame diretto dell’Iran con la Russia», e lo stesso vale per l’Africa pensando alle sfide che derivano dalle pressioni migratorie, dal terrorismo e dalle conseguenze delle crisi climatiche. Non mancano infine le «crescenti minacce ibride», comprendenti «attacchi informatici, sabotaggio, interferenze elettroniche nei sistemi globali di navigazione e satellitare».
- Details
- Hits: 1379
Sul Filo Rosso del Tempo
di Paolo Crocchiolo*
Nel suo libro “Sul filo rosso del tempo” (Multimage Editrice, Firenze, 2024) l’autrice Alessandra Ciattini intraprende un percorso di analisi della condizione umana focalizzando la sua attenzione sui tre assi portanti dell’ideologia, della religione e della femminilità, visti nel loro dialettico intrecciarsi e compenetrarsi. Ciascuno dei tre temi poi è sviluppato sotto un triplice profilo, a partire dalle sue radici naturalistiche, passando per la sua evoluzione storica, per giungere ai suoi rapporti d’interdipendenza con l’attuale fase tardo-capitalistica e col suo corrispettivo ideologico, il post-modernismo, descritto nelle sue varie sfaccettature.
Le tesi esposte da Marx ed Engels nell’”Ideologia tedesca” già precorrono nelle loro linee fondamentali le attuali concezioni neuroscientifiche riguardanti lo sviluppo evolutivo dell’autocoscienza razionale in quanto tratto caratteristico della specie umana.
Quando i due autori parlano infatti dei bisogni materiali che condizionano e su cui è costruito il pensiero, il quale poi a sua volta si rovescia nella prassi del lavoro produttivo che trasforma l’ambiente naturale, colgono quell’aspetto fondamentale dell’evoluzione che vede nella manualità, frutto della stazione eretta dei nostri antenati confinati nella savana, come il presupposto dello sviluppo cerebrale che poi retroagisce dialetticamente sulla manualità stessa, affinandola e indirizzandola verso modi di produzione sempre più aderenti nel loro succedersi storico alle condizioni ambientali man mano emergenti.
L’ideologia, dunque, non può essere vista riduzionisticamente come un mero prodotto delle condizioni materiali (economicismo), ma neppure come un processo immateriale staccato dalla realtà corporea e sociale dell’essere umano (culturalismo).
- Details
- Hits: 2120
"La NATO è ormai un'alleanza di guerra"
intervista al generale Fabio Mini
Pubblichiamo la trascrizione completa dell'intervista al generale Fabio Mini del 4 aprile uscita in anteprima esclusiva per i nostri abbonati
Il 18 aprile esce il suo libro sulla NATO. Come giudica l'atteggiamento di Trump nei confronti dell'Alleanza?
Questo è un periodo di crisi, anche per la NATO, e potrebbe anche peggiorare. Guardando l'organizzazione e le sue recenti decisioni, vorrei sottolineare che, finché ci sono stati Stoltenberg e Biden, la NATO era completamente schierata contro la Russia e si dichiarava pronta alla guerra. Nel mio libro "La NATO in guerra" (ed. Dedalo, NdR) ho cercato di analizzare come mai la NATO si sia degradata rispetto all'idea iniziale di Alleanza Atlantica. L'organizzazione è diventata un'istituzione prettamente bellica, orientata verso un nemico specifico, non ipotetico. Durante l'ultima sessione del vertice di Madrid nel 2022, la NATO ha riconosciuto la Russia e il terrorismo come nemici attuali e imminenti. Questo era l'atteggiamento quando Rutte è intervenuto, e Trump non aveva ancora preso il controllo degli Stati Uniti.
Dopo che Trump ha iniziato a negoziare con Putin, Rutte è rimasto tranquillo e non ha alimentato le tensioni in modo pubblico e plateale. Secondo me, sta facendo un lavoro simile a quello di Stoltenberg, ma in modo più discreto. Questo dimostra che la NATO è ancora dietro queste iniziative, sostenute da paesi come la Francia e la Gran Bretagna, che ora vogliono unire le forze. Alcuni sognano un esercito europeo, ma si rendono conto che attualmente non esiste un'Europa in grado di avere un proprio esercito. Se la prendono con il fatto che si spendono molti soldi per riarmare i paesi, sostenendo che questo creerà un esercito efficiente contro la Russia. Secondo me, questo è un discorso sbagliato. 27 eserciti non fanno un esercito europeo, e 32 ancora meno. Penso che la NATO debba essere riformata dal punto di vista istituzionale: bisogna rivedere il trattato e alcuni punti, ma non distruggere tutto. La NATO non è solo il Trattato del Nord Atlantico, è anche un'organizzazione importante: dal punto di vista militare, escludendo la parte politica, la NATO è senza pari.
- Details
- Hits: 1184
Come nascondere un impero: il disvelamento dell’impero degli Stati Uniti
di Alessandro Scassellati
La storia dell’espansionismo statunitense è incentrata sui territori e possedimenti d’oltremare che gli Stati Uniti, nel corso degli anni, hanno colonizzato, controllato e cercato di nascondere a se stessi e agli altri. I resoconti trionfalistici dell’ascesa degli Stati Uniti allo status di superpotenza di solito iniziano con la Seconda guerra mondiale: Pearl Harbor risvegliò il gigante dormiente per salvare il mondo dal fascismo. Ma se gli Stati Uniti avevano dormito, si trattava solo di un breve pisolino dopo un vigoroso allenamento. Dall’inizio del XIX secolo fino al XX, gli Stati Uniti crearono un vasto impero d’oltremare, che crebbe fino a includere Filippine, Porto Rico, Guam, Hawaii, Alaska, la Zona del Canale di Panama, le Isole Vergini americane e le Samoa americane, comprendendo milioni di sudditi coloniali. Il dominio imperiale degli Stati Uniti è stato caratterizzato in vari momenti da negligenza, razzismo paternalistico e brutali campagne militari. Un libro recente cerca di disvelare e spiegare, più che condannare, l’impero. E così facendo, ci aiuta a comprendere meglio la politica estera e militare statunitense nel passato, nel presente e nel futuro.
* ** *
Durante un recente viaggio a New York motivato dal desiderio di passare un po’ di giorni insieme a mio figlio, sua moglie, i due nipotini e la compagna della mia vita che ormai da anni vivono, studiano e lavorano lì, ho passato una (piccola) parte del mio tempo in alcune grandi librerie, come Strand e Barnes & Noble, alla ricerca di libri da leggere in questi mesi primaverili.
Page 119 of 687
Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Algamica: Circa il personaggio Vannacci
Francesco Cappello: Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
Fabrizio Marchi: L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
Carlo Formenti: Venezuela. La fine dei dubbi
Michele Blanco: Da "Tigre di carta" a "Impero della narrazione": il grande inganno del potere USA
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Thomas Fazi: La fine dell’illusione democratica
Alastair Crooke: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto













































