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Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
di Michele Blanco
Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.
Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio.
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Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l'intera città di Torino
di Francesco Cappello
Dietro la facciata della transizione digitale, il vero impatto ambientale del colosso da 250 Megawatt, le ombre del “dual-use” militare e la difficile battaglia democratica per difendere il territorio e fermarne l’esproprio
A Caselle Torinese si sta consumando una trasformazione urbanistica con pesanti ricadute territoriali. Dietro la narrazione patinata della trasformazione digitale, della “smart city” e del progresso tecnologico, sul comune di Caselle sta per abbattersi una delle più imponenti operazioni di servitù industriale, energetica e ambientale della storia del Canavese e dell’intera provincia di Torino.
Con l’adozione del Progetto Preliminare del Piano Particolareggiato (PP, uno strumento urbanistico di dettaglio che attua le previsioni generali) di iniziativa pubblica e della contestuale ai sensi dell’art. 40 della L.R. 56/77 e della Variante Strutturale n. 3 al P.R.G.C. (Piano Regolatore Generale Comunale, il documento che disciplina l’uso del territorio e cosa si può costruire in un comune), approvata con la delibera n. 66 del 16 dicembre 2024, il futuro delle cosiddette aree “ATA” (Ambito Terziario Aeroportuale) è stato radicalmente stravolto.
Dalla padella alla brace. Quello che ci viene presentato come un passo indietro rispetto al vecchio e giustamente contestato progetto di un gigantesco polo commerciale, si rivela in realtà l’apertura delle porte a un hub tecnologico dalle proporzioni e dagli impatti altrettanto allarmanti. La destinazione d’uso dell’ex area commerciale è stata infatti modificata in zona produttiva “IN ATA” per far posto a un enorme “centro conservazione ed elaborazione dati”, ovvero un Data Center, affiancato da un polo produttivo ad alta tecnologia.
Il progetto promosso da Hines sui terreni di SATAC
SATAC è l’acronimo di Sviluppo Area Terziaria Aeroporto di Caselle S.p.A.. Si tratta della società proprietaria di un vasto appezzamento di circa 450.000 metri quadrati (le cosiddette “Aree ATA”) situato attorno all’aeroporto “Sandro Pertini” di Caselle Torinese.
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Smemoriale
di Lavinia Marchetti
Anche per il nostro Presidente Della Repubblica, la Storia sembra cominciare dal 7 ottobre
Premetto che non ho nessun interesse nel criticare le parole del PDR, figura in cui non mi riconosco, gli psicologi direbbero che ho un problema con l’autorità. Ed in effetti ce l’ho, soprattutto quando l’autorità dovrebbe comportare responsabilità e sapere, nonché saggezza e nessuna lettura storica fuorviante. Non è il caso di Mattarella e lo ha ripetutamente dimostrato. Quindi non ho nessuna devozione preventiva, al contrario di buona parte della sinistra, nei confronti del PDR. Come scriviamo da ormai 3 anni, io e migliaia di altre persone tra cui storici israeliani, intellettuali, giornalisti non complici, il 7 ottobre è un episodio tra centinaia di episodi di violenza che continuano almeno dal 1936.
Ora leggiamo le parole di Mattarella:
«La data odierna segna la tragica ricorrenza dell’ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani. Molti giovani, anche di altre nazionalità, vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani. Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa.
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Non è censura, è cleptocrazia
di comidad
Il DDL antisemitismo sembra procedere inesorabilmente verso l’approvazione definitiva e c’è chi, come il costituzionalista Zagrebelsky, fa notare che l’introduzione di questa legge sortirà l’effetto contrario, dato che prospetta uno status speciale per gli ebrei e quindi li espone a diffidenze e rancori. L’osservazione di Zagrebelsky in sé è valida, ma rimane nell’ambito della questione dell’antisemitismo, che è un diversivo rispetto all’effettiva funzione del DDL, che non è censoria, bensì emergenzialista, cioè rientra negli schemi ricorrenti e negli automatismi comportamentali della cleptocrazia. La criminalizzazione della critica e del dissenso non è funzionale alla loro totale eliminazione, bensì alla loro trasformazione in emergenze e minacce, per “riciclarli” nella produzione di gerarchie e privilegi.
Il DDL in via di approvazione adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998. L’IHRA è direttamente finanziata dagli oltre trenta Stati che ne fanno parte, tra cui c’è anche l’Italia. L’IHRA a sua volta distribuisce una parte di questi soldi pubblici agli amici degli amici, allo scopo di finanziare progetti “educativi”. Oltre trenta governi hanno creato e finanziato una organizzazione internazionale allo specifico scopo di definire l’antisemitismo ed i mezzi per combatterlo; quindi se il nostro parlamento non approvasse il DDL, ciò significherebbe dar torto non soltanto ai soldi spesi per quasi trenta anni, ma soprattutto a quelli ancora da spendere, cioè al flusso di denaro pubblico ora in corso ed a quello che si prospetta per il futuro.
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Il futuro della civiltà occidentale
di Pierluigi Fagan*
La società occidentale, da qualche decennio, è entrata in una transizione di fase che modifica nel profondo tutto quello che ha animato il ciclo storico della modernità. A livello di tendenze di medio periodo (decenni), la società occidentale mostra i seguenti caratteri:
Come società che hanno raggiunto alti livelli di benessere, si fanno meno figli, sotto l’indice di sostituzione, per cui nel tempo, i morti superano i vivi e il totale di massa demografica si contrae e invecchia. Da quando è apparso questo fenomeno inedito nella storia umana – Scandinavia anni ’70 – si è diffuso e rinforzato in tutto l’Occidente ed oggi coglie la Cina e molti altri stati di diversa civiltà.
Sempre a partire dalle società occidentali, è aumentato l’invecchiamento medio della popolazione.
Ciò porta almeno tre conseguenze: a) aumento dei bisogni di cura generale (sanità, assistenza generale, case geriatriche, pensioni) che chiama spesa pubblica; b) diminuzione della produttività e della forza lavoro, specie per i lavori materiali a basso valore aggiunto; c) perdita a livello di energia sociale e intellettuale dell’apporto dei giovani, storicamente i soggetti ancora non conformati in grado di indignarsi per il presente e richiedere con forza un altro futuro.
Per via della geostoria, ovvero dell’insieme combinato di geografia e storia, l’occidente europeo funge da magnete per la giovane civiltà africana che, al contrario, è in pieno boom anagrafico.
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Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso
di Elena Basile
Nel momento in cui lo Stato di Israele rivela in streaming il genocidio del popolo palestinese compiuto a Gaza e i crimini di apartheid e tortura in Cisgiordania (dove non è mai stato presente il terrorismo di Hamas), la politica europea e italiana si preoccupa di rafforzare la condanna dell’antisemitismo.
La comunità ebraica si sente associata ai crimini commessi da Israele e certificati dal principale tribunale internazionale delle Nazioni Unite? In effetti, i tedeschi sono stati associati ai crimini nazisti e hanno chiesto perdono per la Shoah, ripulendo l’immagine della Germania e prendendo le distanze dalla loro storia. Come mai gli ebrei non sentono l’urgenza di fare altrettanto? Essi, che hanno patito un genocidio, dovrebbero, ancora più di altri popoli, sentire solidarietà per le vittime palestinesi.
Vi sono tante personalità ebraiche che stigmatizzano le politiche neonaziste israeliane. Hannah Arendt denunciò negli anni Settanta la destra israeliana di Begin e Shamir, prefigurando il destino storico di sopraffazione e violenza contenuto nell’interpretazione di destra del sionismo, il cui referente è Vladimir Žabotinskij.
Attualmente Ilan Pappé, Gideon Levy, Moni Ovadia e Norman Finkelstein paragonano la disumanizzazione subita dagli ebrei a opera dei nazisti a quella sopportata dai palestinesi a opera degli israeliani.
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"L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia"
Geraldina Colotti intervista Danny Shaw
Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l'8 ottobre, in occasione dell'udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.
* * * *
Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l'attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all'avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla "remigrazione" che colpiscono milioni di lavoratori migranti?
Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall'inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un'economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un'economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.
Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall'ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti.
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La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?
di Thomas Fazi
Le prove confermano questa narrativa? Oppure indicano piuttosto che una “guerra ibrida” — una campagna di guerra psicologica — sia condotta proprio dall’establishment UE-NATO contro la propria popolazione?
Questo è un articolo che avevo intenzione di scrivere da molto tempo, sin dall’isteria sui «droni russi» della fine del 2025, ma gli impegni della vita mi hanno impedito di farlo. L’ultima ondata di affermazioni sulla «guerra ibrida russa» mi ha finalmente spinto a mettermi all’opera. Per quanto ne so, si tratta dell’analisi critica più dettagliata della narrativa della «guerra ibrida russa» pubblicata finora — ed è anche per questo che è piuttosto lunga. Come sempre, commenti, correzioni e integrazioni sono benvenuti.
* * * *
Ultimamente, in Europa non passa giorno senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una implacabile “guerra ibrida” che la Russia sta conducendo contro l’Europa — una guerra che comprende incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici e altro ancora. Ci viene detto che ciò «comprende complotti per collocare ordigni incendiari a bordo di aerei cargo della DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e incendiare magazzini e centri commerciali in tutta Europa», oltre ad «atti di sabotaggio contro le aziende e l’industria della difesa in Europa», e «attacchi alle infrastrutture critiche europee» — ma anche, a quanto pare, l’invio di agenti segreti incaricati di defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi. Ci viene inoltre detto che «tali attacchi hanno avuto inizio poco dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022» e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, «l’Europa sta affrontando una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo».
Le tensioni si sono intensificate drasticamente il mese scorso dopo che la Germania ha formalmente attribuito alla Russia un tentativo di attacco con un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle; secondo quanto riferito, le successive indagini hanno ricondotto l’operazione ai servizi segreti militari russi.
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Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei
di Alessandro Scassellati
Recensione del libro Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei
1. Introduzione e inquadramento editoriale: la genealogia di un’eresia necessaria
Nel panorama asfittico della teoria economica contemporanea, dominato dal monolitismo neoclassico e da un neoliberismo che ha saputo interiorizzare persino le proprie crisi strutturali, il lavoro di Clara E. Mattei si pone come un atto di radicale igiene intellettuale. La traiettoria editoriale di Fuga dal capitalismo testimonia la cogenza e l’urgenza politica del suo nucleo argomentativo. Nato originariamente in Italia nel 2023 con il titolo militante L’economia è politica per i tipi di Fuoriscena, il testo è stato successivamente internazionalizzato ed espanso nella versione in lingua inglese Escape from Capitalism: An Intervention (Simon & Schuster, New York 2026), per poi fare ritorno nel circuito editoriale italiano (pubblicato nel catalogo Fuoriscena RCS nel 2026) in una veste definitiva, ampiamente rivista, aggiornata e strutturata come un vero e proprio manifesto per una economia eterodossa e un socialismo umanistico.
Se già con il seminale The Capital Order: How Economists Invented Austerity and Paved the Way to Fascism (University of Chicago Press, Chicago 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell’anno — pubblicato in italiano con il titolo Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo (Einaudi, Torino 2022) — Mattei aveva dimostrato come l’austerità sia storicamente nata dall’alleanza tattica tra economisti liberali (figure di rilievo come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi, Umberto Ricci e Alberto De’Stefani) e il regime fascista di Mussolini per blindare la proprietà privata contro la minaccia del Biennio Rosso (1919-1920), in Fuga dal capitalismo questo nesso si fa sistemico. L’autrice svela come il fascismo non sia stato un’eccezione storica, ma il braccio armato e violento di una democrazia liberale pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere l’ordine del capitale. Mattei prende di mira l’intera architettura epistemologica della scienza economica dominante, svelandone la natura intrinsecamente ideologica e apologetica. La tesi di fondo, squisitamente materialista, rompe con il fatalismo della sinistra riformista ed è mossa da una premessa analitica netta: l’autrice adotta pienamente la definizione di capitalismo di matrice marxiana, intendendolo non come un mero spazio di scambi commerciali, bensì come un modo di produzione storicamente determinato e fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla separazione strutturale tra la classe proprietaria e i lavoratori salariati.
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7 ottobre, tre anni dopo
di Davide Malacaria
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto
Il New York Times e il Washington Post, i media dell’Impero, hanno dato un basso profilo all’anniversario del 7 ottobre. Tale la follia del governo di Tel Aviv che, realizzando un genocidio, ha dilapidato l’empatia verso Israele del loro più importante e incondizionato alleato. Restano i legami politici e militari, ma i media non possono più ignorare che l’opinione pubblica americana è sempre più critica di quanto sta avvenendo (vedi Associated Press, in particolare il dato: “il 30%, degli adulti ebrei afferma che Israele ha commesso un genocidio”).
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto.
E sul perché non sia stata istituita ancora una Commissione d’inchiesta che indaghi sui fatti (Editoriale di Haaretz) e magari anche sulla portata della Direttiva Annibale – che sollecita a uccidere un prigioniero purché non diventi ostaggio del nemico – applicata quel giorno (vedi Yedioth ahronoth, Haaretz e l’ammissione dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant).
Tra le tante tesimonianze sul 7 ottobre quella di Yonatan Zeigen, che su Haaretz traccia un ricordo straziante della madre, Vivien Silver, co-fondatrice di Student Zionist Alliance e attivista per la pace, uccisa nel Kibbutz Be’eri.
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Art. 5 NATO. Intervento militare obbligato sì o no?
di Martino Dettori
Molti sono convinti che un attacco russo a un paese NATO comporterà l’inevitabile intervento militare degli altri paesi membri, ai sensi dell’art. 5 del trattato. Ma sarà davvero così?
Una delle ragioni di “conforto” sbandierate dai supporter della NATO come alleanza difensiva, è che il trattato NATO prevede — ex art. 5 — la difesa collettiva del paese membro attaccato. Sicché, chi spera in un attacco russo per vedere la potenza di fuoco della NATO annientare la Russia (cosa alquanto improbabile), è convinto che tutti i paesi, compresi gli USA, interverranno come la Justice League e difenderanno militarmente il paese aggredito dai “villain” russi.
Al contempo è proprio questa eventualità che instilla paura in chi non tifa NATO, ma tifa pace. Egli ritiene che un attacco russo potrebbe, in questo modo, scatenare la terza guerra mondiale e la distruzione dell’Europa. Cioè, intendiamoci, sarebbe di certo un’ottima scintilla, ma sappiamo bene tutti che le scintille non sempre scatenano l’incendio. A volte finiscono per esaurirsi prima.
La domanda dunque è questa: davvero l’art. 5 del trattato NATO obbligherebbe gli Stati membri a intervenire militarmente in difesa del paese aggredito? La risposta è no. E vediamo perché.
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La città negata, lavoro povero, carovita, riarmo e crisi climatica: è l’alba di un nuovo ’68 contro l’iperliberismo?
di Aurelio Angelini
Gli affitti salgono, i negozi di prossimità chiudono, le scuole perdono iscritti. Il centro diventa un albergo diffuso, una vetrina per lo shopping e il consumo. Chi ci viveva da generazioni viene spinto verso le periferie o nei comuni limitrofi. La crisi abitativa pesa di più perché si somma all’erosione dei salari. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da trent’anni e l’inflazione ne ha mangiato un’altra parte. Il lavoro c’è, ma è sempre più spesso povero: contratti a termine, part-time involontario, finte partite Iva, piattaforme che spezzano la giornata in micro-compiti pagati a cottimo. Da qui può nascere un nuovo progetto democratico. Redistribuire ricchezza e potere, sottrarre i beni essenziali alla logica della rendita, rafforzare il lavoro e la partecipazione, governare democraticamente la finanza, affrontare la crisi climatica con la cooperazione anziché con la competizione per le risorse. Lasciare che il mercato sia «l’unico arbitro del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale» porterebbe «alla demolizione della società». Abitando città-albergo governate da pochi o comunità vive, in pace, capaci di costruire futuro?
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Dialogo tra Calenda e Socrate
di Emanuele Maggio
Stava al margine della piazza, circondato da alcuni giovani Volenterosi, l’Onorevole Carlo Calenda.
C = “Dobbiamo difendere l’Unione Europea dall’attacco russo!”
Giunse Socrate, attirato da quelle parole.
S = “Mi scuso con tutti voi, ma ho sentito parlare di attacco russo all’Unione Europea. Io sono ignorante, dunque concedimi, Onerevole Carlo, alcune domande per aiutarmi a capire”
C = “Prego”
S = “Tu vuoi forse dire che, siccome l’Italia è parte dell’Unione Europea, è doveroso e giusto che contribuisca alla difesa dell’Unione dalle minacce esterne. È corretto?”
C = “Dici benissimo, Socrate”
S = “Ottimo! E dunque, prima ti riferivi all’attacco russo all’Ucraina, per caso?”
C = “Certamente”
S = “E non convieni con me che l’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea?”
C = “Assolutamente”
S = “Oh, si preannuncia una conversazione piacevole. E dunque, se la Russia ha attaccato l’Ucraina, ma l’Ucraina non è in Unione Europea, non trovi che sia errato concludere che la Russia ha attaccato l’Unione Europea?”
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Dalla pianificazione alla previsione algoritmica: quale visione del futuro?
di Olessia Kirtchik*
Grazie al suo potere predittivo, l’IA trasforma le scienze economiche in una scienza comportamentale – al tempo stesso strumento di comprensione dei comportamenti e leva per agire su di essi. Ma un modello addestrato sui dati di mercato precedenti al 2008 avrebbe potuto prevedere la crisi? L’IA non «prevede» il futuro, ma effettua proiezioni sulla base di dati storici e non cerca i meccanismi sottostanti. Non essere in grado di anticipare: è questa l’innovazione?
Anticipare gli eventi, immaginare un futuro diverso, modellare scenari di sviluppo, valutare i rischi, pianificare azioni, programmare flussi: tutte queste attività, dalle pratiche divinatorie ai calcoli assistiti dal computer, riflettono la stessa volontà: proiettarsi nel futuro per controllarlo meglio.
La definizione stessa di potere include questa capacità di anticipazione che permette di influenzare il corso degli eventi. Tuttavia, i concetti e gli strumenti attraverso i quali si esercita questo potere non smettono di trasformarsi nel tempo. Nel corso del XX secolo, l’economia nazionale è diventata oggetto di studio e di intervento per gli Stati, la cui legittimità è ormai legata alla loro capacità di garantire crescita e prosperità. A tal fine, gli Stati si sono dotati di autorità economiche e finanziarie, centri di ricerca specializzati e agenzie statistiche che elaborano modelli, misure e stime destinati a sostenere l’azione pubblica. Al centro di questa attività si trovano le pratiche di pianificazione e previsione.
I piani quinquennali furono introdotti nell’Unione Sovietica già alla fine degli anni ’20 per guidare l’industrializzazione e, successivamente, coordinare l’intera economia in modo presumibilmente razionale. L’economia di guerra ha contribuito a diffondere la pianificazione all’interno delle nazioni belligeranti, favorendo lo sviluppo di strumenti matematici sempre più sofisticati, supportati dalla tecnologia digitale (programmazione, ricerca operativa, ottimizzazione). In Europa, e più in particolare in Francia, la pianificazione economica ha vissuto il suo momento di gloria nei decenni del dopoguerra: il Commissariato generale al Piano era allora un’istituzione potente incaricata di garantire la ricostruzione e lo sviluppo del Paese.
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Il sintomo Vannacci
di Antonio Martone
1. Non porta più la divisa: l’ha appesa al chiodo nel febbraio 2025. Eppure, resta, in ogni apparizione pubblica, “il generale” — un titolo che sopravvive al congedo burocratico e certifica un’autorità posturale ben oltre la sua fonte istituzionale. Il corpo che oggi lo mette in scena non è più quello disciplinato dall’uniforme ma quello esibito sulla battigia di un Capodanno balneare, muscoli in mostra, o avvolto in una vestaglia domestica che il web trasforma in meme: un corpo civile, virile, sovraesposto, che comunica per accumulo iconico più che per contenuto. Quando la vecchia foto in divisa torna non riappare come abito quotidiano ma come icona clandestina, riesumata per l’alone di autorità che ancora trattiene.
È un dettaglio che la cronaca registra e rapidamente dimentica, come un tratto folkloristico ma, in realtà, è la cifra più esatta del fenomeno: un corpo che comunica prima di argomentare, che rivendica disciplina e gerarchia proprio nel momento in cui se ne è formalmente congedato.
2. Il sintomo Vannacci non è un fenomeno soltanto italiano. Ciò che lo rende possibile attraversa da anni l’Occidente. Il caso italiano ha una genealogia precisa: nasce dalla mutazione di forme partitiche che erano, alle origini, rivendicazione di autonomia territoriale contro un centro percepito come estraneo, e si è poi trasformato in rivendicazione nazionale contro un’estraneità pensata su scala più larga.
In Germania questa frattura ha trovato una delle sue espressioni politiche nell’ascesa di Alternative für Deutschland; in Francia ha assunto altre forme, così come negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Non si tratta di sovrapporre esperienze nazionali differenti ma di riconoscere una matrice comune: la difficoltà delle forze politiche tradizionali nel dare una rappresentazione convincente a una trasformazione sociale che ha modificato contemporaneamente lavoro, territorio, identità, mobilità e rapporto con le istituzioni.
Il caso italiano va allora letto dentro questa mutazione.
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Il “rivolgimento” necessario e urgente
di Alfonso Gianni
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C'è un'umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.
Luigi Pintor
Il vero guaio è che forse ci stiamo abituando. O meglio che non stiamo facendo abbastanza per evitarlo. E non è un pericolo da poco, perché toglie la capacità di opporsi e di reagire, sostituendo all’indignazione e alla rivolta morale uno stato di inerte sofferenza. Conviviamo con un sistema di guerra nel quale è direttamente impegolato anche il nostro paese, senza neppure l’avvertenza di nasconderlo. Le parole di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzetti ci sembrano persino ovvie, al punto da risultare depotenziata la forza della denuncia in esse contenute. Il fatto che la durata del conflitto russo-ucraino abbia superato quello tra l’Urss e il Terzo Reich sembra non stupire né impressionare più di tanto. Che il genocidio e la pulizia etnica continui, seppure con diverse e variabili intensità, a Gaza e in Cisgiordania, o che l’Iran sia oggetto di un’aggressione continua e addirittura minacciato apertamente di una sua integrale distruzione, pare un’afflizione biblica cui è impossibile sfuggire. Che si moltiplichino i campi di internamento dei migranti con decisione europea non costituisce più una notizia sconvolgente. Certo il tycoon straparla in un crescendo di delirio di onnipotenza, ma le bombe che scaricano i suoi aerei sulle popolazioni civili sono reali.
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Gaza, le prove della complicità britannica e il trucco contabile per negare i crimini d'Israele
di Peter Oborne* - Middle East Eye
Sono trascorsi venticinque anni da quando il sociologo Stanley Cohen si è posto una domanda che rimane urgente oggi quanto allora: come è possibile che istituzioni, governi e persone comuni siano a conoscenza di atrocità, stermini di massa e violazioni dei diritti umani, ma allo stesso tempo riescano a rimuoverli dalla propria mente?
Il suo brillante studio, States of Denial: Knowing About Atrocities and Suffering, si basava sulle sue stesse inchieste relative a insabbiamenti, sparizioni e torture nella sua terra natale, il Sudafrica. Tuttavia, l'esame dei modi in cui fingiamo a noi stessi che certi eventi terribili non stiano accadendo era più ampio, abbracciando l'America Latina, il genocidio in Ruanda, l'Olocausto, il Medio Oriente e altri esempi.
Cohen ha distinto i diversi modi in cui politici, giornalisti e altri soggetti hanno soffocato la conoscenza della verità. Ha identificato ciò che ha definito "negoziazione letterale" (o literal denial): la sfacciata affermazione che i crimini non stiano avvenendo.
Il recente discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite ha fornito numerosi esempi di negoziazione letterale. Ha sostenuto che il rapporto tra vittime civili e combattenti a Gaza fosse eccezionalmente basso, che Israele non stesse bloccando gli aiuti umanitari e che Hamas fosse da ritenere responsabile delle carenze. Ha inoltre reso la tesi assurda secondo cui la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata sia da attribuire a una "manciata di giovani delinquenti".
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Il Nobel per l’economia e l’equivoco della scienza
di Marco Veronese Passarella
Come ogni ottobre, con l’assegnazione del “Nobel per l’economia” si ripropone l’annosa disputa sulla scientificità della disciplina: non è una scienza, usa troppa matematica, non sa prevedere le crisi, e il suo non è nemmeno un vero Nobel. Sono critiche mosse in buona fede, ma mancano il bersaglio. E una critica ben più radicale è possibile.
Il dibattito tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, i quali assimilano l’economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall’altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l’uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva. Tuttavia, è sulla seconda che conviene soffermarsi, perché, mentre muove dalla comprensibile esigenza di sottoporre a critica il pensiero economico dominante e le sue roccaforti, i suoi tre argomenti più popolari non reggono.
Il primo è quello del “falso Nobel”. È vero: il cosiddetto “Nobel per l’economia” non figurava fra i riconoscimenti istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese e porta il nome di “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l’economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace.
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La finanza elimina il lavoro
di Alessandro Volpi*
A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone impiegate.
La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.
Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.
Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.
All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.
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Gli Usa lasciano l’Iraq: la guerra è finita?
di StoriaSegreta
Il 30 settembre 2026, con uno stringato comunicato, il portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Sean Parnell, ha annunciato il ritiro da Erbil, l’ultima base americana in Iraq (qui).
Si chiude un capitolo lungo decine di anni che si può far risalire all’attacco alla Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, al di là del comunicato ufficiale che dichiara chiusa un’operazione Inherent Resolve iniziata nel 2014: l’ISIS è stata finalmente sconfitta e la presenza USA non è più necessaria.
Il ritiro delle truppe era stato concordato da Biden nel 2024 e Trump, ufficialmente, non ha fatto altro che rispettare un accordo firmato dal suo predecessore, nonostante il permanere dello stato di guerra con l’Iran. Il comando delle operazioni statunitensi è già stato trasferito in Giordania.
Al di là delle versioni ufficiali, il completamento del ritiro USA è una pietra miliare nella storia del Medio Oriente le cui conseguenze hanno portata globale.
Anche un osservatore distratto fatica a non mettere in relazione questo ultimo atto con la recente visita di Xi negli Stati Uniti.
Questo sito sostiene da tempo che per capire quello che sta succedendo nel mondo bisogna partire dalla convinzione di gran parte dell’establishment statunitense che mantenere l’egemonia globale è impossibile e che, per evitare guai maggiori, sia urgente adesso definire i confini del futuro impero americano, invece che disperdere le risorse in modo velleitario e inconcludente (si veda qui).
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Yemen, stavolta David è arabo - Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugulare
di Fulvio Grimaldi
Andare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.
Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.
Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.
Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.
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La vergogna sbagliata
di Mario Sommella
Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri
1. Il ponte Nord e la parola che manca
Domenica 4 ottobre, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz arrivava a sorpresa a Kiev, i droni russi colpivano di nuovo il ponte Nord sul Dnipro, nell’ora in cui era pieno di automobili. La capitale ucraina è tagliata in due dal fiume, largo circa un chilometro e attraversato da otto ponti: in quei giorni la circolazione era ridotta o interrotta su cinque di essi. Basta questa immagine per capire che cosa significhi, per una famiglia di Kiev, andare al lavoro o portare un figlio a scuola nel quinto autunno di guerra.
Due giorni prima, a Ginevra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk aveva presentato il conto: 15.280 civili uccisi o feriti in Ucraina nei primi otto mesi del 2026, in media più di quattrocento ogni settimana, il 55 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La missione ONU di monitoraggio aveva documentato, in settembre, vittime civili a Kiev in sedici dei primi ventiquattro giorni del mese, una frequenza mai registrata nella capitale dall’inizio dell’invasione su larga scala. Tra i morti ci sono operai uccisi mentre smistavano verdura in un magazzino.
È da qui che parte Paolo Gentiloni nel suo intervento pubblicato oggi su la Repubblica, e sulla descrizione non c’è nulla da obiettare. La responsabilità di questi bombardamenti è del Cremlino, e una sinistra che esita a dirlo con chiarezza fa un torto alle vittime prima ancora che alla propria credibilità. Il problema dell’articolo non sta nella fotografia, ma in ciò che Gentiloni sceglie di non inquadrare.
Il discorso di Türk portava un titolo preciso: accanto alla pace, deve esserci l’accertamento delle responsabilità. E il messaggio che le Nazioni Unite hanno affidato al mondo è che questa guerra, definita una catastrofe per i diritti umani, deve finire. Non che deve essere vinta: che deve finire. La stessa missione ONU, nel rapporto di fine settembre, segnalava anche un aumento delle vittime civili in territorio russo causato dagli attacchi ucraini a lungo raggio, descrivendolo come una tendenza all’escalation contraria al diritto internazionale umanitario.
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Si alza il vento / 6 – Tutta un’altra (prei)storia
di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Lungo la storia che conosciamo, e in particolare nei secoli della modernità, i tempi cupi abbondano. Violenza, dominio, guerra sono molto più presenti dei loro antonimi, l’ingiustizia la fa da padrona, crudeltà e stermini spuntano ovunque. A valle di tanta infelicità, vien da pensare che sia la natura umana stessa a essere bacata, a portare in sé un’incorreggibile stortura che, volta dopo volta, ci fa ripiombare nella ripetizione del già visto (e già patito). Come notava Portelli nella scorsa puntata, fior di filosofi l’hanno teorizzato e, in tutta onestà, ci sono giorni tristi in cui questa lettura sembra imporsi come un’evidenza. In altri giorni, invece, pare d’intravedere, fra le righe del consueto orrore, lo scorrere di un mondo altro, dove – anziché quelle del dominio e dello sfruttamento – s’inanellano le conseguenze del mutuo sostegno, della libera discussione, dell’attenzione e della cura reciproca. Quel mondo balena a volte nelle pagine di un libro, nel gesto di un amico, nella grazia di un animale; a volte se ne ha sentore in un vecchio vicolo di case in pietra o nella modulazione di un canto popolare. L’intuizione, che pur ci arriva, di un mondo meno schifido è illusione da condannati oppure è nostalgia e prefigurazione? E se non è illusione, a quale bivio storico abbiamo sbagliato strada?
Questa domanda è stata a lungo soffocata, irrisa: «Ma quale errore, non c’è stato nessun errore, è il progresso, baby!». Già. Per consolarci dallo sgomento della storia ci hanno detto, fin da quando eravamo bambini, che tutto avveniva in vista di qualcosa di meglio; che la violenza era levatrice di un nuovo paradiso in terra; e che proprio noi (noialtri occidentali, pensa un po’!) eravamo la civiltà superiore destinata a portare ovunque la buona novella. Passata con l’infanzia l’allergia all’ingiustizia, quella domanda è rimasta a lungo sepolta.
Oggi invece è possibile disseppellirla, come i tamburi degli sciamani siberiani: non solo tornare a porla, ma anche azzardare delle risposte. È quanto hanno fatto un antropologo e un archeologo – David Graeber e David Wengrow – in un libro destinato a diventare un classico moderno della “nuova pensabilità storica” e di cui, infatti, si discute moltissimo nei contesti militanti.
L’alba di tutto è un testo magmatico, ondivago, poderoso. Un po’ perché, a rigor di termini, è un’opera scientifica che poggia le sue 720 pagine sopra un’enorme letteratura specializzata.
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Il grande bluff di Trump sull’Iran
di John Mearsheimer
L’amministrazione Trump e i suoi sostenitori – compresa la pagina editoriale del Wall Street Journal – stanno lavorando senza sosta in questi giorni per manipolare le notizie sulla guerra con l’Iran, in modo da far sembrare che gli Stati Uniti stiano vincendo e che Teheran farebbe meglio a sottomettersi alle richieste di Washington prima di essere distrutta, forse addirittura “annientata”. In effetti, Trump sta preparando l’opzione di sferrare un duro colpo militare contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine, qualora Teheran non si fosse arresa entro quel momento.
* * * *
Di fatto, Trump e i suoi sostenitori stanno conducendo una «campagna di massima pressione» contro l’Iran sui media mainstream. Questa campagna è destinata a fallire. Semmai, riflette la disperazione dell’amministrazione Trump. Il presidente ha dato inizio a una guerra che gli Stati Uniti erano destinati a perdere, e ormai c’è ben poco che possa fare per cambiare questo dato di fatto.
La campagna di propaganda di Trump ha due dimensioni: una economica e l’altra militare.
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La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe
Francia e Spagna in rivolta e anche nel Sud Italia qualcosa si muove.
di Lavinia Marchetti
Non vorrei azzardare ipotesi senza prove, ma ho come il vago sospetto che le guerre coloniali in Medio Oriente (accluso un genocidio), le sanzioni alla Russia, il finanziamento ad libitum dell’Ucraina, il dissennato riarmo proposto dalla classe dirigente e criminale europea, possano entrarci qualcosa. Ma è solo un impressione. Vediamo che succede.
1. In Francia la rivolta comincia dentro una scuola che cade a pezzi.
La Seine-Saint-Denis è giovane, povera e da anni riceve una scuola pubblica peggiore di quella promessa dalla République. Mancano professori e saltano settimane di lezione, gli edifici hanno infiltrazioni e topi, anche i controsoffitti che cedono. Un rapporto parlamentare citato dal Manifesto di ieri calcolava che uno studente del dipartimento perda durante il proprio percorso scolastico l’equivalente di diciotto mesi di lezione per le assenze dei docenti e la difficoltà di sostituirli.
I liceali hanno bloccato gli ingressi e la protesta si è propagata molto oltre Parigi diventando ormai un movimento nazionale. La questione del riarmo è entrata direttamente nelle rivendicazioni. Marius Mesnil, diciott’anni, dirigente dell’Union syndicale lycéenne, la mette in termini piuttosto chiari: «Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare».
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