Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 977
La responsabilità globale della Cina del XV Piano Quinquennale in un mondo in subbuglio
di Zhou Shucheng*
Il testo, traduzione rimaneggiata di un articolo della rivista Zhongguo Jingji Baogao ‘Rapporto sull’economia cinese’ (2025 n. 16), è significativo tanto per quello che dice quanto per quello che tace.
A essere sottaciuta (sotto la dizione anodina: ‘ostacoli lungo il percorso’) è evidentemente tutta l’esperienza maoista, gli strappi e le accelerazioni del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturale (scatenati dal sospetto che in uno sviluppo pianificato dalle alte sfere della tecnocrazia alle masse popolari non rimanesse che un ruolo da formiche operaie), a essere esaltata è un’economia mista pubblica e privata ma interamente sottoposta alla direzione centralizzata statale e con un accesso al benessere ‘graduato’, prima i ceti urbani poi quelli contadini, in un rovesciamento del primo decennio delle riforme; il modello è quello dell’imborghesimento graduato di tutto il popolo anziché la sua proletarizzazione in senso maoista, il mito è quello del consumismo, a fondamento dello sconfinato mercato interno, confortato da redditi sufficienti a sorreggerlo.
A essere esaltata è insomma la concezione olistica della società ben diretta dall’alto, preoccupata di assicurare in parallelo con lo sviluppo economico una crescita sociale che lo sostenga e se ne compiaccia. Difficile non sentire riecheggiare in sottofondo l’antica formula di Giovenale: ‘panem et circensens’.
Impressionante l’ammissione di essere un ‘paese ritardatario’, qualifica data dal grande capitalismo internazionale, solo per la certezza di potersene liberare presto, quando la Cina si sentiva all’avanguardia proprio perché non faceva parte né si commisurava ai due blocchi del capitalismo statunitense ed europeo e del revisionismo sovietico. Ora si ambisce a sconfiggere il nemico sul suo stesso terreno invece che a imporre un terreno diverso.
- Details
- Hits: 681
Nuova strategia Usa e chi non vuol capire
di Giorgio Ferrari
A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato
L’accoglienza riservata da quasi tutti gli organi di stampa italiani, sopratutto quelli di area esplicitamente democratica, al documento della Casa Bianca (National security strategy 2025) è stata – a mio modo di vedere – ipocrita e anche miope.
Di tutto il suo contenuto, quello che viene posto in risalto è l’attacco all’Europa, omettendo di citarne o banalizzandoli, molti altri aspetti niente affatto irrilevanti.
Ho già espresso il mio punto di vista su Trump (https://www.labottegadelbarbieri.org/la-retorica-del-male-assoluto-e-il-tracollo-della-democrazia/) ma ritengo utile riportare un brano del mio intervento perché mi sembra assolutamente pertinente all’argomento di cui si discute oggi.
Trump ha fatto capire agli alleati europei che l’Atlantismo da Truman in poi (non quello di Roosevelt che era ancora un “patto” anti nazista esteso all’Urss), iniziato con il bombardamento atomico del Giappone e proseguito con la guerra fredda e con la Nato, non gli interessa più di tanto perché è superato dagli eventi storici occorsi negli ultimi 35 anni (caduta dell’Urss) e se l’Europa vuole continuare a mantenerlo in piedi che se lo paghi e, soprattutto, se ne assuma le responsabilità politiche. Queste cose Trump le sosteneva già durante la sua prima presidenza o ci si è dimenticato che il ritiro dall’Afghanistan fu deciso da lui (accordo di Doha del febbraio 2020) e poi effettuato con ritardo da Biden nel 2021? Trump non vuole continuare a finanziare guerre, non perché sia un pacifista, ma perché gli costano molto di più di quanto gli rendano e se ne promuoverà una sarà con la Cina, vero antagonista globale ma soprattutto commerciale, come s’è visto con la guerra dei dazi.
Questa rimodulazione dell’Atlantismo, dopo la pubblicazione del documento della Casa Bianca, è interpretata, a seconda dei casi, come un tradimento; un regalo alla Russia o un tentativo di destabilizzare l’Europa (il più gettonato) e non c’è verso che chi azzarda queste considerazioni le inquadri, con un minimo di realismo, nel contesto internazionale. Ma andiamo con ordine.
- Details
- Hits: 683
L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni
di Piero Orteca*
E Pechino batte tutti i record
Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa” in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti.
E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”.
Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando.
Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari.
- Details
- Hits: 694
Gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Europa
di Scott Ritter, forumgeopolitica.com
L’amministrazione Trump ha pubblicato il suo tanto atteso documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale. È una buona notizia per coloro che auspicano migliori relazioni con la Russia basate sul rispetto reciproco e sulla co-prosperità. È una cattiva notizia per i guerrafondai globalisti che hanno trasformato una partnership transatlantica in una piattaforma di conflitto perpetuo.
* * * *
Nessuna espansione della NATO. Il riconoscimento che la politica di espansione incontrollata della NATO ha danneggiato gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. E una dichiarazione schietta che l’Europa, nella sua attuale traiettoria di scontro con la Russia, rappresenta una minaccia per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Questi sono alcuni dei principali insegnamenti tratti dalla Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti, recentemente pubblicata. La NSS è un documento fondamentale prodotto dal potere esecutivo degli Stati Uniti che delinea le priorità e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e definisce una strategia ampiamente definita per affrontarle. La pubblicazione della NSS è un requisito legale stabilito dal Goldwater-Nichols Act del 1986 e funge da documento politico fondamentale su cui si basano altre linee guida per l’attuazione, come la Strategia Militare Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dal Dipartimento della Difesa/Guerra.
- Details
- Hits: 778
Svelati i piani di guerra diretta contro la Russia dei Paesi NATO
di Clara Statello
I piani dei “volenterosi” per la guerra in Ucraina
Karl Marx scriveva che la cultura (della classe) dominante interpreta la realtà capovolgendola come in una camera oscura. Tale metafora potrebbe applicarsi alle narrazioni della propaganda dell’EUristocrazia, l’attuale élite europea al potere.
Ad esempio, nei giorni scorsi il capo della diplomazia europea, l’estone Kaja Kallas, ha catturato l’attenzione pubblica con alcune affermazioni che oltre a sfidare la storia, sfidano la realtà.
“Negli ultimi 100 anni, nessun paese ha attaccato la Russia, ma la Russia ha attaccato 19 paesi”.
Si tratta di un capovolgimento palese della storia. Inoltre:
"Se vogliamo prevenire la continuazione di questa guerra, dobbiamo limitare l'esercito della Russia, così come il suo bilancio militare".
Questa affermazione, invece, è fuori dal campo del reale, dal momento che capovolge i rapporti di potenza esistenti. La NATO ha dimostrato sul campo di battaglia di non avere nessuna leva per imporre alcunché alla Russia.
Qualcuno potrebbe ingiustamente pensare che la Kallas abbia perso il contatto con la ragione, ma si sbaglia. La storia non si spiega con la pazzia dei leader politici o dei capi militari. La realtà è ben più complessa (e drammatica).
- Details
- Hits: 617
Per Kiev l’ora delle “decisioni irrevocabili”, ma al contrario…
di Dante Barontini
Si sta arrivando al dunque. In Ucraina e anche in Europa. Il cosiddetto “vertice di Londra”, che ha riunito ancora una volta Starmer, Macron, Merz, il polacco Tusk (i sedicenti “volenterosi”) e Zelenskij ha prodotto l’ennesimo esercizio di scrittura.
I cinque hanno preso il “piano in chissà quanti punti” di Trump (molte le versioni circolanti, dunque meglio attendere la versione vera) e hanno cancellato le parti che a loro non piacciono, scrivendone altre. Se questo potesse avere un qualche effetto pratico per lo sviluppo delle trattative di pace, la cosa avrebbe un senso. Ahinoi, è però l’esatto opposto.
Pretendere – a questo punto, con la situazione creata sul terreno – che la Russia torni indietro e acconsenta che Kiev entri nella Nato, magari pagando anche “riparazioni di guerra”, è peggio che wishful thinking: è solo un ostacolo a serie trattative di pace.
Ma stiamo arrivando al dunque, dicevamo. La guerra, per l’Occidente euro-atlantico, è già persa. Washington – che sotto le presidenze “neocon” (sia repubblicane che “democratiche”) aveva spinto per allargare la Nato fino all’ultimo centimetro disponibile, provocando così la dura reazione russa – ha intenzione di togliere le tende al più presto per dedicarsi ad altri scenari. La nuova “strategia di sicurezza nazionale” è esplicita e l’intervista di Trump a POLITICO l’ha ribadita in modo come sempre molto trash.
- Details
- Hits: 843
America Latina, il ritorno del condor
di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=WoxOFLfrTcY&feature=youtu.be
https://youtu.be/WoxOFLfrTcY
Anni ’70, non solo Pinochet
Chi era in giro negli anni 70, e credo che siamo in parecchi visto l’invecchiamento della popolazione, si illuminerà al ricordo degli Inti Illimani e gli verrà da canticchiare una canzone che parlò al mondo di Ande, di dittatura e di resistenza. Una resistenza che non fece vincere i cileni, almeno non allora, ma che animò e diede scopo a quella di mezzo mondo. La parte nostra di quella resistenza quelli che se ne videro messi in discussione la chiamarono, per esorcizzarla, “anni di piombo”.
Noi invece avevamo capito, anche grazie agli Inti Illimani e all’altro grande cantore di quella rivoluzione, Victor Jara, che il Cile, dopo la Cuba del Che e di Fidel, aveva fatto della lontana - tenuta lontana apposta dalla cosca politico-mediatica - America Latina, terra anche nostra, un cuore e una volontà unica: El pueblo unido jamas serà vencido! Un canto, un grido che ha superato tutte le sconfitte, accompagnato le rivincite, resistito nell’oscurità. Un grido che si oppose agli artigli e al gracidare del “Condor”, operazione kissingeriana che l’ebbe vinta, ma per poco, fino a quando non fu del tutto spennata dal Venezuela di Chavez.
Il Cile, Cuba, ma anche il Portogallo dei colonelli rivoluzionari (i militari non sono necessariamente tutti dei Cavo Dragoni), ci indicarono chi erano i nuovi nemici dell’umanità, quelli che, rimesso in riserva il fascismo, ci stavano di nuovo addosso con i suoi succedanei. Nemici d’oltremare, imbellettati da liberatori, che avevano sostituito i vecchi colonialisti, spompati e debellati dalle rivoluzioni africane e asiatiche. Da noi si erano dati da fare per coltivare nuove classi dirigenti che ci tenessero in riga.
Gli anni della resistenza al Condor di Kissinger, che impiantava ovunque nel subcontinente degli orridi Jack Squartatori in divisa, erano anche quelli del riverbero europeo e noi di Lotta Continua ci demmo da fare per esserci, farlo sapere, provare anche di dare una mano. Aprimmo una sede a Lisbona, quando vi fiorivano i garofani che avrebbero strozzato il tiranno Salazar. Andammo in Cile dove, ucciso Allende, a socialisti e comunisti disorientati diede nerbo il MIR, Movimiento de la Isquierda Revolucionaria, che provò a tenere.
- Details
- Hits: 874
Prefazione a I figli della macchina
di Silvia Guerini e Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo
Autori vari: I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica, Asterios editore, 2023
Tutto deve essere continuamente messo in discussione, nel paradigma del laboratorio non possono esistere punti fermi etici, tutto deve essere fluido ed evolversi seguendo la direzione dettata da quello che gli sviluppi tecno-scientifici, sempre più ineluttabili nella loro invasione della realtà, rendono non solo pensabile, ma anche possibile. Agende transnazionali ed élite finanziarie puntano tutto verso la Grande Trasformazione cibernetica e biotecnologica.
Gli apici mortiferi delle tecno-scienze rappresentano delle soglie e delle trasformazioni che nel loro procedere rimuovono il passato e determinano il futuro in un unico universo di senso, riducendo l’etica a mere procedure di contorno.
Ingegneria genetica e tecnologie di riproduzione artificiale si sono incontrate sullo stesso progetto, in quella convergenza delle tecno-scienze che nella riprogettazione e manipolazione del DNA degli esseri viventi vedono il supremo e irrinunciabile campo di intervento per poter mettere in pratica quel vecchio sogno, per noi incubo, di selezione eugenetica. Eugenetica che non è da considerare una deriva funesta, ma il motore e la direzione di sempre delle ricerche genetiche.
Il tutto ormai si presenta chiaro e limpido, quasi vetrinizzato: nessun complotto o società segrete da smascherare all’opera in laboratori clandestini. Adesso il segreto è professionale e commerciale in nome delle più alte forme di democrazia avanzata che, sponsorizzata dai più sinceri progressisti, non si arresta più di fronte a nulla. Siamo arrivati all’anticamera di quella che sarà una società geneticamente programmata.
In un’immagine di mondo sempre più polverizzato e poltiglia, con frammenti senza riposo tormentati e sollecitati continuamente dalla rete, tutto si fa surrogato che prende piede ovunque e da nessuna parte. In queste pieghe i tecno scienziati muovono i loro definitivi passi verso il bricolage genetico dove sarebbero quasi inosservati se non avessero anche la pretesa di essere gratificati come salvatori del mondo e salvaguardati nel caso in cui il salvataggio non riuscisse.
- Details
- Hits: 737
Ecomarxismo e Prometeo liberato
di John Bellamy Foster
Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Prometeo è una figura rivoluzionaria. Dall'Illuminismo fino ad oggi, la sua sfida al divieto divino di portare il fuoco all'umanità è stata adottata per rappresentare le forze rivoluzionarie presenti nell’umanità. In questo articolo John Bellamy Foster si chiede che cos'è il “prometeismo” e come il termine sia stato usato (e abusato) nelle discussioni su Marx, sulla crisi ecologica e sullo sviluppo umano sostenibile.
In Occidente, la modernizzazione ecologica come modello per affrontare i problemi ambientali è da lungo tempo oggetto di critica da parte degli ecosocialisti e, in generale, degli ecologisti radicali. Al contrario, in Cina, il modernismo ecologico come modo per rimediare ai problemi ambientali gode del forte sostegno dei marxisti ecologici. La ragione che sta alla base di questi approcci divergenti dovrebbe essere evidente. In Occidente, il concetto di modernizzazione ecologica, pur non essendo in sé discutibile come parte di un processo complessivo di cambiamento ambientale, è venuta a rappresentare ideologicamente il modello restrittivo della modernizzazione ecologica capitalista. Secondo questo concetto, i problemi ambientali possono essere affrontati unicamente tramite mezzi tecnologici, all'interno delle consolidate relazioni sociali del capitalismo, in un contesto puramente riformista. Diversamente da ciò, la modernizzazione ecologica socialista, così come immaginata in Cina e in pochi altri stati post-rivoluzionari, è sostanzialmente diversa. Essa richiede una rottura con le relazioni sociali dell’accumulazione del capitale, in modo da rendere possibili le trasformazioni rivoluzionarie nel rapporto umano con la natura, finalizzate alla creazione di una civiltà ecologica orientata allo sviluppo umano sostenibile.Un problema parallelo sorge in relazione alla nozione di “Prometeismo”, un termine ambiguo basato sull'antico mito greco di Prometeo, un Titano che dona il fuoco all’umanità. Nella visione capitalista contemporanea, il mito prometeico è stato trasformato in modo tale da rappresentare la tecnologia e il potere, persino le rivoluzioni industriali.[1]
- Details
- Hits: 787

La “brutta vittoria della Russia” e la “finis Europae”
di Eros Barone
1. La crisi finanziaria del 2008 e la svolta protezionista
I massimi rappresentanti della politica internazionale non si peritano di affermare a chiare lettere che la guerra in Ucraina, così come il conflitto israelo-palestinese e, più in generale, i venti di guerra che soffiano impetuosi nel periodo che stiamo vivendo, costituiscono un ‘turning point’ di portata storica non solo sul terreno della definizione dei confini territoriali, ma anche nel senso che gli esiti delle guerre in corso potrebbero contribuire a delineare il volto del futuro economico mondiale. Si tratta, per l’appunto, delle cause materiali dei conflitti militari, ossia degli interessi economici che muovono i conflitti militari contemporanei, in Ucraina e nel resto del mondo.
Orbene, per comprendere questo determinante ordine di cause occorre partire da una grande svolta, che da diversi anni caratterizza la politica economica degli Stati Uniti d’America: la crisi finanziaria del 2008. 1 In quella congiuntura critica gli americani si sono resi conto, infatti, che stavano importando molte più merci di quante ne riuscissero a esportare, e che così stavano accumulando un ingente debito verso l’estero, non solo pubblico ma anche privato: un debito potenzialmente insostenibile. Basti pensare che il passivo netto americano verso l’estero è arrivato a 18.000 miliardi di dollari, un primato negativo senza precedenti. Di contro, l’attivo netto cinese verso l’estero è arrivato a 4.000 miliardi, l’attivo netto russo a 500 miliardi, e così via. Sennonché il problema è che il creditore può utilizzare il suo attivo per cominciare ad acquisire il capitale del debitore. In altre parole, l’Oriente può iniziare a comprare aziende occidentali, ponendo in atto quel fenomeno che Marx definisce come “centralizzazione del capitale” in un nucleo ristretto di grandi imprese. Tale tendenza è tipica del capitalismo; la novità è però che, questa volta, si tratta di grandi imprese orientali.
Dinanzi a questa nuova tendenza, di una potenziale centralizzazione capitalistica nelle mani dei grandi creditori orientali, dal 2008 in poi l’amministrazione americana ha compiuto una svolta: non più verso il libero scambio globale ma verso un protezionismo sempre più unilaterale e aggressivo.
- Details
- Hits: 696
La Siria un anno dopo Assad: il Terroristan della CIA
di Davide Malacaria
Un anno fa la caduta di Assad e l’ascesa al potere di al-Jolani, attuale presidente della Siria. Così Kevork Almassian sul Ron Paul Institute ricorda quel regime-change iniziato nel 2011. Una nota che spiega perché l’ex terrorista sia stato accolto a braccia aperte da Washington e dall’Occidente. “Cominciamo con la cronologia”, scrive, “perché già solo questa fa pensare che fin dall’inizio si è trattato di un’operazione di intelligence”.
“Abu Mohammed al-Jolani era in una prigione gestita dalla CIA in Iraq – Camp Bucca – insieme a un altro nome familiare: Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi furono rilasciati all’inizio del 2011. ‘Per una singolare coincidenza’ è proprio allora che inizia la guerra per il regime-change in Siria. Nel giro di poche settimane al-Baghdadi diventa il capo di quello che diventerà l’ISIS e al-Jolani attraversa il confine con la Siria per fondare Jabhat al-Nusra – ufficialmente la filiale di al-Qaeda nel mio Paese”.
Al-Jolani e la sua rete sono identificati come terroristi, c’è anche una taglia che pende sulla sua testa, ma “per oltre un decennio, mentre gli Stati Uniti radevano al suolo intere città in Iraq e Siria per combattere il ‘terrorismo’, per qualche oscuro motivo non hanno mai trovato il tempo o le coordinate per colpire seriamente al-Jolani o la sua struttura di comando”. Ciò perché al-Jolani combatteva “contro un governo che Washington aveva deciso che doveva scomparire: lo Stato siriano di Bashar al-Assad”.
- Details
- Hits: 609
La UE alla prova dei mercati semi-chiusi
di Claudio Conti
Le contraddizioni strutturali dell’Unione Europea – nel brusco passaggio dal rappresentare la sponda orientale dall’alleanza subordinata con gli Usa con aspirazioni imperialiste autonome a insieme “involontariamente indipendente” perché ormai al limite del core business statunitense – stanno venendo fuori piano piano.
La Commissione Europea (di fatto il “governo” della UE) deve questa settimana esplicitare concretamente cosa significhi la parola d’ordine “Comprate europeo”, includendola nell’Industrial Accelerator Act (Atto per l’Acceleratore Industriale), immaginato per garantire che miliardi di euro in contratti di appalto fluiscano verso produttori dell’UE in settori che vanno dalle turbine eoliche ai sistemi informatici.
Un’indicazione che contraddice apertamente la “legge scolpita nella pietra” secondo cui il mercato e solo il mercato deve ormai regolare le scelte dei soggetti pubblici (quelli privati lo hanno fatto così bene da aver compromesso la continuità industriale di molti produttori continentali).
Il problema è che questa “legge”, immaginata come faro e giudice delle scelte politiche nazionali quando la “globalizzazione” sembrava trionfante e il mercato mondiale appariva muoversi quasi senza ostacoli, è difficile da rispettare nel nuovo quadro internazionale. Anzi, impossibile.
- Details
- Hits: 898
Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal
di Mario Sommella
Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.
La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout
Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.
Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.
In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”.
- Details
- Hits: 609
USA, la nuova rotta dell’impero
di Fabrizio Casari
In un documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale, la Casa Bianca disegna il riposizionamento USA sulla scacchiera globale e segna il passaggio di fase del suo ruolo. L’intento è di aggiornare e aggiustare quanto ormai non più procrastinabile. I cambiamenti strategici intervenuti in questi ultimi 3 anni mettono gli Stati Uniti nell’impossibilità di mantenere una posizione dominante così come consolidatasi dal 1989 attraverso un impero unipolare a trazione anglosassone che rappresentava l’Occidente collettivo, il cui comando politico era nelle mani di USA e GB e la cui espressione militare era la NATO.
Un cambio di strategia che offre una lettura del mondo e delle sue problematiche diversa da quella che l’ha preceduta, ma che si deve anche a un quadro economico e sociale statunitense che mai come ora si trova vicino al collasso, con l’impossibilità di sostenere economicamente un modello imperiale a espansione continua, per sua intrinseca natura dispendioso e non redditizio, in un mondo con invece un protagonismo sempre più marcato delle economie emergenti.
Il cambio di strategia non è privo di un ragionamento economico a sostegno. Se si prova a valutare il volume degli investimenti USA nelle “primavere” nell’Est europeo e in Medio Oriente e lo si contabilizza, si scopre che l’assetto politico più favorevole non si è tradotto quasi mai in grandi miglioramenti nella bilancia commerciale USA. La maggiore influenza territoriale e militare non ha prodotto una dinamica economica favorevole.
- Details
- Hits: 807
La ricompensa dei servi (sciocchi)
di Gianandrea Gaiani
Quanto clamore per le dure critiche espresse nei confronti degli europei da Donald Trump e dagli Stati Uniti nel nuovo documento di Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dalla Casa Bianca.
Di tale documento si sono già occupati su Analisi Difesa sia Giacomo Gabellini che Giuseppe Gagliano, per cui non staremo a riproporne i contenuti se non per commentare il ruolo dell’Europa. Trump ha di fatto ribadito il disprezzo per la classe dirigente europea, o almeno per gran parte di essa, come aveva già fatto il vicepresidente JD Vance lo scorso anno alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.
L’Amministrazione Trump denuncia le “aspettative irrealistiche” dei leader europei sulla guerra in Ucraina, cioè siamo così creduloni da ritenere che gli ucraini possano vincere quella guerra che proprio gli statunitensi della precedente amministrazione Biden e i britannici ci hanno imposto di continuare a sostenere perché avrebbe logorato la Russia.
Il documento statunitense parla apertamente di una “’progressiva erosione della civiltà europea”. L’Europa “rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni o meno” se le tendenze attuali non verranno invertite, riferendosi soprattutto a immigrazione selvaggia, crollo demografico, perdita delle identità nazionali e della fiducia collettiva a causa del dirigismo della Ue.
Trump ha perfettamente ragione in proposito ma, a dire il vero, non mi pare che in termini di immigrazione e sicurezza le città americane stiano meglio di quelle europee, considerato che lo stesso Trump le ha definite dei “campi di battaglia”.
L’agenda europea – ha detto il vice segretario di Stato Christopher Landau – è “contraria agli interessi americani” e la “burocrazia non eletta, antidemocratica e non rappresentativa dell’Ue a Bruxelles persegue politiche di suicidio di civiltà”.
Anche questa affermazione appare condivisibile nella sua seconda parte mentre l’affermazione “l’agenda europea è contraria agli interessi americani” tradisce l’aspettativa padronale tipica dell’atteggiamento statunitense nei confronti delle “colonie”.
- Details
- Hits: 539
Una strategia per un mondo che non esiste più
di Giuseppe Gagliano
La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel novembre 2025, è un testo che pretende di essere una bussola per i prossimi anni, ma finisce per somigliare più a una dichiarazione d’intenti ideologica che a un vero manuale di sopravvivenza in un mondo complesso e frammentato. Dietro il linguaggio solenne, le celebrazioni dell’“America forte” e i toni autocelebrativi, si intravede una potenza che fatica a riconoscere i propri limiti e a convivere con la fine della propria supremazia indiscussa.
Il documento parte da un atto d’accusa contro le élite del dopo guerra fredda: avrebbero inseguito il miraggio di un dominio planetario permanente, sacrificando industria nazionale, classe media e credibilità internazionale. Per rimediare, la nuova linea propone un ritorno alla “priorità degli interessi nazionali” e al rifiuto di istituzioni e vincoli sovranazionali. Ma, invece di produrre una vera ricalibratura, questa svolta rischia di diventare solo una versione più dura e più chiusa dello stesso universalismo americano: la convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti coincida con l’ordinamento del mondo secondo criteri stabiliti a Washington.
Sovranità come parola magica
La parola chiave della nuova dottrina è “sovranità”. Sovranità dei confini, del mercato interno, del sistema energetico, delle filiere industriali, perfino del discorso pubblico, visto come minacciato da potenze straniere, piattaforme digitali e organizzazioni internazionali. Non è solo una preoccupazione legittima, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze strategiche: è una vera ossessione.
Ogni fenomeno viene ricondotto alla stessa matrice: migrazioni di massa, accordi commerciali, organismi multilaterali, intese sulla tutela del clima, tutto sarebbe un modo per indebolire l’identità e la sicurezza statunitensi.
- Details
- Hits: 670
La Sinistra Negata 07
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)
Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?
1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA
È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via.
Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista si è però proposta, fin dal primo numero, di scrollarsi di dosso tabù e reticenze, verificando nell’intreccio fra passato e presente (che è il nostro modo di intendere la “storia”) la validità di concetti cui non intendiamo rinunciare solo perché il potere lo vorrebbe.
Uno di questi concetti è appunto quello di “sinistra rivoluzionaria”. Tentiamo, allora, di esaminarlo con franchezza, evitando soprattutto di rapportarlo a un grumo ideologico o a una sequela di dogmi.
Nei punti precedenti de La sinistra negata abbiamo già precisato, in riferimento al passato, quale sia l’unica “sinistra rivoluzionaria” che riteniamo abbia saputo autenticamente radicarsi nella società italiana, incidendo profondamente nel suo tessuto e conferendo al marxismo un volto inedito e “moderno”: quella che nasce dalla nuova composizione di classe degli anni Sessanta, trova un’espressione teorica d’alto livello nei Quaderni Rossi, cresce nelle lotte operaie e studentesche del 1968-71, si consolida nei gruppi extraparlamentari della prima metà degli anni ’70, intuisce e precorre l’emergenza di un nuovo proletariato precario, e giunge al proprio momento massimo di scontro e di rottura col movimento del ’77.
Altre “sinistre rivoluzionarie” sono esistite intorno a questo filone, oscillando però tra il grottesco (con la pletora dei vari partitini “marxisti-leninisti”, uno più caricaturale dell’altro), la tragedia (con l’epopea dapprima truce, poi solo vergognosa delle BR) e la più totale confusione (con la “lunga marcia dentro le istituzioni” di DP, finita in un punto più arretrato di quello da cui aveva preso le mosse).
- Details
- Hits: 545
La resa della Cop a Belem
di Carmen Storino
Un disastro. La Cop30 non ha fissato la fine dei combustibili fossili mentre il rialzo delle temperature va velocemente verso un raddoppio, ha continuato a monetizzare le foreste senza arrestarne l’erosione, rimandando ogni sforzo ulteriore alla Cop 31, in uno dei Paesi campioni del business fossile: la Turchia
La COP30 di Belém è nata con aspettative enormi. Prima conferenza a tenersi alle porte dell’Amazzonia a dieci anni dall’Accordo di Parigi, avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche. È stata definita la COP della verità e del coraggio ma l’assenza degli USA prima, così come i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti durante e dopo, hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese, in una condizione dove il limite di 1,5 °C è già stato raggiunto e superato. Evidentemente, gli ultra-ricchi del pianeta, sulla scia delle nuove affermazioni di scettiscismo climatico di Bill Gates, trovano opportuno allinearsi alle posizioni del re Trump, che platealmente afferma: “Drill baby, drill”. Forse ritengono che loro saranno in grado di salvarsi dal collasso sociale che potrà provocare il cambiamento climatico, nei loro residence di ultralusso o forse anche in nuovi rifugi su Marte da raggiungere sui razzi di Elon Musk, lasciando i poveri, colpevoli di esseri poveri, all’inferno sulla Terra.
Nel seguito, con uno sguardo critico proviamo a mettere in fila le cose sull’accaduto e sul perché le COP continuano a inciampare sull’unica cosa realmente rilevante: la certezza di un phase-out veloce dai combustibili fossili.
La COP alle porte dell’Amazzonia
“Portare la COP nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario”, ha affermato il Presidente brasiliano Lula nel discorso di apertura dei lavori della COP30. Non aveva tutti i torti. Ma i prezzi spropositati per una camera di hotel e la carenza di alloggi disponibili a prezzi accessibili hanno trasformato i negoziati sul clima in un evento d’élite sul quale si è alimentato il business degli alloggi. Così, mentre Lula parlava di investimenti strutturali che “potranno essere conservati dagli abitanti”, la scelta di svolgere la COP30 a Belem è risultata quantomeno contradditoria per i residenti e totalmente non inclusiva rispetto ai delegati provenienti dai Paesi più poveri.
- Details
- Hits: 753
‘De Russophobia’
di Alba Vastano
““La russofobia, come dimostrato in modo convincente in quest’opera, non è un’emozione spontanea, ma uno strumento di pressione politica, di giustificazione dell’aggressione, di sostituzione di concetti e di deformazione della memoria. Diventa una comoda giustificazione, sia per i tentativi revisionisti di falsificare i risultati della seconda guerra mondiale, sia per la censura attiva della cultura russa contemporanea” (Marija Zakharova)
Stralci di alcuni punti della Risoluzione del 27 Novembre del Parlamento europeo testo sulla posizione dell’Ue, sul piano proposto e l’impegno dell’Ue a favore di una pace giusta e duratura per l’Ucraina
‘Il Parlamento europeo: Considerando che l’obiettivo dell’UE rimane una pace giusta e duratura/ che la Russia dimostra costantemente di non avere alcun interesse a conseguire la pace/ esorta l’Ue e i suoi Stati membri ad assumere maggiore responsabilità per la sicurezza nel continente europeo/ ribadisce che la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro. Sottolinea che qualsiasi accordo di pace deve obbligare la Russia a risarcire appieno l’Ucraina per tutti i danni materiali e immateriali da essa causati …e che la Russia e i suoi alleati rispondano appieno, a norma del diritto internazionale, del reato di aggressione e dei crimini di guerra commessi contro l’Ucraina e il popolo ucraino/ribadisce, data l’attuale volatilità della sicurezza in Europa, l’importanza di mantenere la presenza militare della Nato e degli Stati Uniti lungo il fianco orientale come elemento cruciale per garantire la stabilità della regione….’.
Non sarà una pace giusta per due oggettive motivazioni: perché l’aggettivo giusta legata al sostantivo pace è una forzatura, un nonsense. Può avvenire una pace ingiusta? Che senso avrebbe? E, motivazione fondamentale, perché non è credibile nella sostanza, in quanto sarà solo un accordo travestito da finto pacifismo fra i leader dell’Ue e Usa per sanzionare economicamente la Russia e censurarne ogni aspetto della cultura.
- Details
- Hits: 687
Contro il riarmo dell’Europa. Il tempo è ora!
di Guido Viale
«Il vecchio continente […] deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina». Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che conclude: «Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndr) potranno dire: “L’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina”» (e tutto o quasi l’ex Terzo mondo, ndr). Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?
Ma affidare la ricostituzione di un’identità libealdemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi.
- Details
- Hits: 685
Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…
di Dante Barontini
L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli inseriti nei trattati che definiscono il “pilota automatico” dell’austerità sui conti pubblici.
Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.
Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.
Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).
Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti a una guerra e ai suoi orrori…
- Details
- Hits: 664
Criticare Israele è antifascismo, di Stefano Bartolini
di Il Pungolo Rosso
La critica è sempre vitale, necessaria. L’ipercritica, la critica per partito preso, è quasi sempre, invece, stucchevole, vuota. Certi sfaccendati, ad esempio, ci criticano perché su questo sito diamo spazio all’anti-sionismo che proviene dalle fila degli ebrei. Questi stolti non ne comprendono l’impatto, che è particolarmente pericoloso per lo stato sionista perché ne contesta la pretesa – abusivissima – di essere il vero tutore e rappresentante degli ebrei.
Per questa ragione ospitiamo volentieri questo scritto, anche autobiografico, dello storico Stefano Bartolini, così come a suo tempo costruimmo la nostra critica della ideologia di stato del “giorno della memoria” affidandola in larga parte a intellettuali ebrei anti-sionisti.
Dossier “No alla memoria a senso unico”, 1. Introduzione
La soluzione che Bartolini ipotizza per la guerra infinita in Palestina tra la forza occupante e il popolo palestinese non è la nostra, ma questo non toglie valore alla sua testimonianza che suona interessante e autentica. In giorni in cui destra e PD fanno a gara nel tacitare tramite l’azione repressiva dello stato ogni critica allo stato genocida di Israele, è giusto rivendicare che la critica ad Israele è antifascismo, critica del fascismo democratico di Israele, o della sua democrazia fascista. Non è tutto, si capisce, ma è giusto. (Red.)
- Details
- Hits: 606
Israele e la guida al genocidio tecnologico
di Davide Malacaria
“È ormai chiaro che le atrocità orribili non appartengono al passato; i crimini di guerra possono essere commessi dagli eserciti moderni utilizzando l’intelligenza artificiale e altre tecnologie più avanzate”. Così Hossam Shaker su Middle East Eye, e il riferimento è a Gaza, “dove Israele sta consumando un genocidio, una pulizia etnica, una distruzione di massa e una campagna di carestia, senza che ciò abbia ripercussioni sulle proficua cooperazione con le democrazie occidentali e i ‘paladini dei diritti umani’”.
“L’esperienza accumulata da Israele è ora a disposizione del mondo: una guida pratica per commettere un genocidio nel XXI secolo, la cui sfida essenziale è come far sì che il mondo conviva con un genocidio trasmesso in diretta sui nostri dispositivi mobili”.
“Gli sforzi dei media e della propaganda devono essere al servizio della strategia di aggressione adottata […] L’obiettivo non è quello di ‘conquistare i cuori e le menti’, ma di distrarre l’opinione pubblica dall’orrore in corso e di scoraggiare la compassione verso le vittime palestinesi”.
“Questa strategia di offuscamento richiede che Israele si faccia promotore di iniziative specifiche”. Anzitutto attraverso campagne diffamatorie contro gli organismi internazionali che ne denunciano i crimini, nel tentativo di delegittimarli e ridurli al silenzio, com’è avvenuto per la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale o, con più successo, con l’Unrwa. In tal modo, Israele “ha ottenuto i vantaggi strategici e tattici auspicati, minando al contempo le basi della vita del popolo palestinese e il diritto al ritorno dei rifugiati”.
- Details
- Hits: 646

Gaza: perché malgrado il “cessate il fuoco” il genocidio continua
di Roberto Iannuzzi
L’enclave palestinese sembra tragicamente destinata a rimanere un distopico laboratorio di sperimentazione israelo-americana, in un labirinto di macerie e disperazione apparentemente senza uscita
“Il cessate il fuoco rischia di creare la pericolosa illusione che la vita a Gaza stia tornando alla normalità. Ma […] il mondo non deve lasciarsi ingannare. Il genocidio israeliano non è finito”.
A pronunciare queste parole è stata Agnès Callamard, già relatrice speciale dell’ONU, attualmente alla guida di Amnesty International.
Un parere analogo lo ha espresso lo storico israeliano Raz Segal, professore di studi sull’Olocausto e sui genocidi presso la Stockton University, nel New Jersey.
Segal ha affermato che i leader israeliani continuano a proferire dichiarazioni dall’intento chiaramente genocidario.
Un rapporto dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) ha rilevato che Israele ha causato nella Striscia “il peggior collasso economico mai registrato”.
Il PIL pro capite nell’enclave palestinese è crollato a 161 dollari l’anno, meno di 50 centesimi al giorno. Uno dei più bassi al mondo. Oltre il 92% degli edifici residenziali è stato distrutto e danneggiato.
- Details
- Hits: 917

Dall'Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo
di Giambattista Cadoppi
Paolo Botta: Cos’è lo stato. Capitalismo, socialismo e democrazia nel XXI secolo. Rogas, 2025, Prefazione di Thomas Fazi. € 19.70
Il poliziotto del mondo potrebbe essere occidentale, ma il maestro del mondo, come è stato per millenni, risiede ancora in Oriente.
Andrew Hughes (2008)
Il saggio di Paolo Botta “Che cos’è lo stato” analizza con grande lucidità la crisi strutturale del capitalismo contemporaneo e la ridefinizione dello Stato come attore centrale nella regolazione dei processi economici, sociali e tecnologici del XXI secolo. L’autore sviluppa una prospettiva originale che intreccia critica marxiana, analisi geopolitica e riflessione sulle nuove forme di socialismo, ponendo particolare attenzione all’esperienza cinese come paradigma alternativo alla crisi occidentale.
Questo saggio si configura come un'opera di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche socio - politiche contemporanee. L'autore non si limita a commentare l'attuale crisi dello Stato - nazione, ma procede a una ricognizione teorica radicale dei concetti di Potere, Politica e Stato. Il risultato è una tesi audace e ben argomentata: lo Stato non è affatto in declino, ma ha semplicemente rimodulato la sua sovranità e il suo protagonismo, spesso nascondendoli dietro le narrazioni ideologiche della globalizzazione e del neoliberismo. L'intero impianto logico, che culmina nell'analisi della strategia statale, compresa quella sulle diverse forme di socialismo, è di un rigore ammirevole e di una pertinenza ineguagliabile.
I. Il decostruzionismo metodologico: superamento dei falsi miti. Il fraintendimento dello Stato e il Mito antistatalista
Il punto di partenza è la critica al mito anti - statalista che ha dominato il dibattito occidentale dal Trattato di Maastricht in poi.
Page 38 of 656

























































